-
All books
-
-
-
- Sei passeggiate nei boschi narrativi (1150)
-
By Umberto Eco -
Finished on Jun 20, 2008 




-
-
-
-
- Le correzioni (7405)
-
By Jonathan Franzen -
Finished on Jul 2, 2008 




-
-
-
-
- L'uomo che cade (1000)
-
By Don DeLillo -
Finished on May 15, 2008 




-
-
-
-
- Hitler (819)
-
By Giuseppe Genna -
Finished on Apr 28, 2008 




-
-
-
-
- American Gods (5522)
-
By Neil Gaiman -
Started on Mar 19, 2008
-
-
-
-
- Something Under the Bed Is Drooling (126)
-
By Bill Watterson -
Finished 




-
-
-
-
- Calvin and Hobbes' Yukon Ho! (47)
-
By Bill Watterson -
Finished 




-
-
-
-
- Down and Out in Paris and London (307)
-
By George Orwell -
Finished 




-
-
-
-
- Blankets (1707)
-
By Craig Thompson -
Finished 




-
-
-
-
- Pillole blu (203)
-
By Frederik Peeters -
Finished 




-
-
-
-
- Pyongyang (819)
-
By Guy Delisle -
Finished 




-
-
-
-
- Non è un paese per vecchi (5444)
-
By Cormac McCarthy -
Unfinished 




-
-
-
-
- Ecco la storia (4699)
-
By Daniel Pennac -
Finished 




-
-
-
-
- Il martello dell'Eden (3839)
-
By Ken Follett -
Finished 




-
-
-
-
- Il terzo gemello (7848)
-
By Ken Follett -
Finished 




-
Hitler
Ho finito l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna tra la febbre e i malori virali, l’ho finito sotto le coperte, sul divano, davanti a me il televisore acceso luccicava muto sui risultati del ballottaggio di Roma. Ho chiuso il libro e sullo schermo ho visualizzato uno stuolo di esaltati che tendevano il ... (continue)
Ho finito l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna tra la febbre e i malori virali, l’ho finito sotto le coperte, sul divano, davanti a me il televisore acceso luccicava muto sui risultati del ballottaggio di Roma. Ho chiuso il libro e sullo schermo ho visualizzato uno stuolo di esaltati che tendevano il braccio e sventolavano bandiere con la croce celtica dal Campidoglio. Gianni Alemanno è sindaco di Roma. Ho avuto l’impulso di riaprire il libro e ricominciare a leggere, dalla prima pagina.
“Superiamo ogni domanda, non chiediamoci “perchè”? Testimoniamo”
E’ questa l’attitudine con cui si dovrebbe leggere l’ultima, formidabile opera di Giuseppe Genna.
Hitler non è un romanzo storico, non è un saggio su Adolf Hitler, non è nemmeno una via di mezzo. E’ qualcosa di più. Un’opera utilissima, sconvolgente, febbrile, capace di catturare l’attenzione del lettore bloccandolo in una serie inarrestabile di riflessioni. Si potrebbe dire che Hitler costringe il lettore alla riflessione. Lo stesso Genna si sottrae in continuazione alla dimensione narrativa , si pone accanto a noi, come un secondo lettore, avanza ipotesi e le confuta, ci istruisce pagina dopo pagina su come “leggere” Hitler. Genna espone i fatti, li commenta, li incastona in un disegno più largo, con un occhio sempre focalizzato sulla fine. Laddove non può spingersi, la narrazione procede a interrogativi. Ma non si pensi che in Hitler si possano trovare risposte. Le domande, parlando di Shoah, sono inevitabili, le risposte impossibili.
Frutto di dieci anni di studio e meditazione, Hitler è la concretizzazione di un’impresa titanica, che avrebbe meritato ben più spazio delle 600 pagine concesse dall’editore. L’impresa di Genna consiste nel tentativo di avvicinare il concetto di Male, l’essenza stessa del Male intesa come negazione, non-essere, e più concretamente, come vuoto. Non è un caso allora se costantemente Genna parla di Hitler come un non-personaggio. Adolf Hitler è un uomo a-dimensionale, che si intravede solo attraverso le reazioni delle persone che con lui interagiscono. Un’interazione che porta quasi sempre all’annichilimento ( si pensi alle donne del Furher, tutte o quasi arrivate al punto togliersi la vita). Se nell’Adolf giovane si possono ancora riconoscere caratteristiche umane, queste si dimostrano effimere non appena Hitler entra in contatto con il suo substrato naturale: la folla.
E’ il 12 settembre del 1919, quando Hitler per la prima volta entra in contatto con se stesso. Nella birreria Sternecker, a Monaco, solo una quarantina di persone occupano i tavoli, su un palchetto c’è un oratore pedante, sciorina quelle che Hitler considera “banalità piccolo-borghesi”. Hitler è lì in qualità di delatore, ma quando sente minimizzare il problema ebraico un impulso lo porta ad alzarsi in piedi e parlare. Arringa i presenti, si scalda, suda. E’ la prima di innumerevoli volte.
Da quel momento l’Hitler giovanile si annulla, polverizzato, lascia spazio all’apparenza, al Male incarnato. Il Male di Hitler non ha forma, Genna lo traduce al lettore indirettamente, attraverso l’adorazione di Goebbels e del partito, attraverso l’incanto esaltato della folla, attraverso le parole sussurrate alla nipotina Geli, strappate dai suoi ricordi violati di adolescente.
Se l’obbiettivo era quello di dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’ideologia nazista, Genna l’ha centrato in pieno. La traduzione di Hitler in non-personaggio è meticolosa. Molti capitoli iniziano descrivendo le azioni di una sagoma senza nome, un essere ambulante chiamato “l’uomo” a cui sporadicamente l’autore concede facoltà di parola. Solo dopo alcuni capoversi Genna ci rivelerà che si tratta di Hitler. Perchè Adolf Hitler è questo: un involucro abulico che si gonfia dei timori della gente, una forza annichilente, un buco nero senza odore, colore e spessore. La sua identità è affidata alla voce metallica e ai ridicoli baffetti. L’Hitler di Genna è un’icona spettrale, una specie diversa di umano, un androide ante-litteram. Questa ossessiva attenzione verso il disumano non viene mai a mancare, nel corso del libro, ed è indicativa della fatica con cui Genna ha lavorato a questa opera. Si avverte, in ogni singola pagina, il timore fisico di trattare una materia simile. L’autore si avventura nella storia di Hitler un passo alla volta, guardandosi intorno, prima di superare ogni ombra ci induce a gettare uno sguardo oltre, a ricordare che tutto questo è stato, e che niente, nessun libro, nessun autore (lui compreso), potrà mai darne spiegazione. Questo modo di scrivere, a metà strada tra il narratore, l’aedo e lo storico, risulta particolarmente efficace nella descrizione dei campi di concentramento. In questi passaggi la narrazione sembra immersa in un inchiostro nero che sporca le coscienze di tutti. Genna, infatti, non rinuncia alla componente più ficcante della letteratura sul nazismo: l’orrore. Ma prima di farlo strappa ancora una volta il lettore dalla dimensione narrativa (“Lettore, preparati all’orrore”). I crimini nazisti, in Hitler, non sono accennati, sono presentati nella loro crudezza, monocromatici. L’autore ti porta a pochi centimetri dal cadavere crivellato di colpi di mitra di una prostituta polacca e ti costringe a guardare, a non proseguire, a sopportare il silenzio pesante della Storia che si può solo testimoniare.
L’Intento didattico di Giuseppe Genna, dunque, è chiaro. Oltre a rivelare aspetti della biografia diel Furher sconosciuti ai più, Hitler fornisce preziosi elementi utili a farsi un’idea della portata storica dello scempio nazionalsocialista e, soprattutto, a capire quanto i germi di un simile orrore alberghino ancora nella nostra società.
“La folla è nel deliquio, non nell’ipnosi. La folla vuole Adolf Hitler. Egli non inventa niente: accelera i germi che natano nell’aria dispersi: li raccoglie, li colonizza, li fa proliferare, li mostra, la gente urla di inocularglieli”
Questo passaggio è uno dei più efficaci. Hitler non è nulla, uno spettro che tale rimarrebbe se non avesse l’attenzione della folla, un virus che ha bisogno di cellule per concretizzarsi in minaccia. La folla è un grumo di cellule, il popolo tedesco il corpo stesso che brama l’infezione. E’ questo l’aspetto più perverso della biografia dell’omuncolo Hitler: quell’inspiegabile amor vacui che sprona folle sconfinate a cedere al fascino dell’apparente. Un popolo simile, è incapace di percepirsi in assenza di una nemesi. E’ in questo tessuto che si cuce l’ormai consumata frase “eseguivamo solo degli ordini”. E’ la parola del popolo senza coscienza di sè, un popolo spento che cerca sempre fuori da sè il proprio detonatore. Basta fermarsi un poco a pensare per capire che lo stesso popolo italiano si ritrova in questa descrizione, ma in modo diverso. L’italiano è storicamente attendista. Si fa infettare, ma con riserva. Si imbuca nelle peggio gallerie con una mano sul volante e l’altra sul freno. Tende il braccio sotto il broncio del Duce durante il ventennio e ne calpesta il volto in piazzale Loreto nell’ultimo 28 aprile. Vota Berlusconi nell’ombra del seggio e dichiara il contrario ai microfoni degli exit-poll.
E’ qui che si riconosce il valore incredibilmente attuale di questo libro. In quella folla informe che si muove e agisce sotto ipnosi, prescindendo dalle singole coscienze e, inspiegabilmente, in direzione del tutto contraria al bene comune. Genna non manca di porre l’accento su questo aspetto ma, a mio avviso, non abbastanza. Piuttosto si concentra ossessivamente sul non-personaggio Hitler. Perchè? Forse l’autore intende davvero circoscrivere a Hitler la quasi totalità delle responsabilità dell’Olocausto? In questo caso questo sarebbe l’unico difetto in quella che comunque considero un’opera inarrivabile. Ma io credo che ancora una volta quella di Genna sia stata una scelta consapevole. Se da un lato Genna si carica sulle spalle l’onore improbo di occuparsi del Fuhrer, dall’altro lascia al lettore il compito di interrogarsi sulla corresponsabilità del popolo e sulla dimensione attuale che quei fatti assumuno ancora oggi.
E allora anch’io, in qualità di lettore, voglio rubarvi qualche altra riga di attenzione per fare la mia riflessione:
La rappresentazione di Hitler come non-personaggio, veicolo di un ideale nullo e annichilente è perfettamente riuscita. Alla fine del libro si riconosce la totale demolizione del mito hitleriano, che in questo modo viene sottratto a qualsiasi tentativo di riabilitazione postuma. Nonostante ciò, risulta difficile non riconoscere in Adolf Hitler alcuni difetti assolutamente umani: Il passaggio fulmineo dall’abulia estrema alla logorrea esorbitante, la misantropia, la paranoia, l’ossessione implacabile della vendetta. L'esistenza di uomini che subiscono nel confronto con il singolo e primeggiano in quello con la folla è un dato di fatto, si tratta di persone convinte di avere ed essere troppo per potersi tradurre al singolo individuo. Persone simili esistono e la loro condinzione mentale è rintracciabile, esplicabile. Il vero mistero non sono loro ma, almeno a mio avviso, chi le eleva a leader. E’ necessario distinguere tra chi del nazismo è stato vittima e chi in qualche modo ne è stato complice. Se proprio di Male vogliamo parlare, allora dobbiamo considerarlo in entrambe le sue dimensioni: quella puntiforme incarnata in Adolf Hitler, e quella orizzontale ( e banale, se proprio vogliamo citare Hanna Arendt) rintracciabile in quanti hanno fatto un passo di lato per lasciare libero il cammino del Furher. Gli industriali che hanno irrorato le casse del partito nazista, i politici che hanno pensato di potersi servire di Hitler per i propri scopi, i gerarchi e le SS, i tedeschi che hanno accolto festanti la propaganda anti-giudaica, e anche quelli che hanno accettato in silenzio la trasformazione della Repubblica di Weimar nel Terzo Reich. Il comune denominatore di queste frange è uno: l’aver sottovalutato il potenziale devastante di un omunucolo “ridicolo”. E’ qui, secondo me, che il male estende i suoi tentacoli, tentare di circoscriverlo a un solo individuo implicherebbe per forza di cose il ricorso al soprannaturale. Esiste chi il male attua e chi lo permette. Ma soprattutto, quel silenzio con cui molti tedeschi guardarono crescere la belva nazista, è lo stesso in cui oggi si cullano molti di noi. Un silenzio ingorante, arrogante, colpevole. Figlio della convinzione di poter esistere e proliferare come individuo assoluto, la convinzione che il destino del singolo sia fisiologicamente slegato da quello dei suoi simili. E’ il silenzio di chi ormai crede che uno schermo televisivo possa separare la realtà globale da quella intima. Ed è in quel silenzio che virus come Adolf Hitler trovano il proprio nutriente, il perfetto terreno di coltura. E’ qui che si deve agire, è sulle caratteristiche disumane della folla che bisogna ragionare. Se lasceremo stagnare questo terreno di coltura, allora rimarrà sempre un imperdonabile spazio per l’orrore.