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- Il progresso come falso progresso
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By Pier Paolo Pasolini -
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By Guido Gozzano -
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By Cesare Pavese -
Finished on Aug 31, 2012 




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Chiedo di vivere, non di essere felice -
Hanno ancora un significato gli antichi miti per noi?
Nelle battute rapide e brevi di questi dialoghi tra personaggi di quella antica tradizione che ci appartiene, Pavese non si propone alcun intento erudito, anzi, fa emergere dalle loro vive vicende una profonda riflessione esistenziale in presa di ... (continue ) -
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Aug 31, 2012 |
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By Cesare Pavese -
Finished on Sep 16, 2012 




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Finished on Mar 3, 2012 




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"Si può morire senza morire? si può perdere se stessi senza perdere il proprio corpo?" -
La giovane giornalista Amara viaggia nell'Europa del 1956, tra Vienna, Auschwitz e Budapest, in piena guerra fredda, alla ricerca del suo amato amico d'infanzia, Emanuele Orenstein, appartenente ad una ricca famiglia ebrea: di lui gli restano solo i ricordi intensi di un amore puro preadolescenziale ... (
continue ) -
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Mar 3, 2012 |
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Cronachette
I piccoli fatti del passato, quelli che i cronisti riferiscono con imprecisione o reticenza e che gli storici trascurano, a volte aprono nel mio tempo, nelle mie giornate, qualcosa di simile alla vacanza. Diventano cioè riposo e divertimento, come la lettura di un libro di avventure o poliziesco, ... (continue)
I piccoli fatti del passato, quelli che i cronisti riferiscono con imprecisione o reticenza e che gli storici trascurano, a volte aprono nel mio tempo, nelle mie giornate, qualcosa di simile alla vacanza. Diventano cioè riposo e divertimento, come la lettura di un libro di avventure o poliziesco, come (ma non per me, ché rare volte ho tentato senza riuscire) lo scioglimento di un rebus o di un cruciverba.
L'imprecisione o la reticenza con cui il fatto viene riferito è, naturalmente, la condizione indispensabile perché il divertimento scatti. Che è poi il gusto della ricerca, del far combaciare i dati o del metterli in contraddizione, del fare ipotesi, del raggiungere una verità o dell'istituire un mistero là dove o la mancanza della verità non era mistero o la presenza di essa non era misteriosa. Un gioco cui spesso si accompagna, e lo eccita, un senso di puntiglio; ma qualche volta interviene anche una sorta di pietà.
Un piccolo libretto che rivela il grande scrittore: lo Sciascia migliore, indagatore dei faits divers della cronaca, generalmente ignorati nei racconti degli storici, ma che di un'epoca, di una società, ci rivelano gli aspetti più significativi, quelli che hanno a che fare con la dignità delle persone comuni, là dove quella dignità viene calpestata e negata dalle regole, non scritte ma sempre vigenti, del potere che si autosostiene imponendo sempre e comunque le sue ragioni: ora, per Sciascia, una verità è sempre potenzialmente possibile stabilire, a leggere con attenzione i documenti e le testimonianze, se questa lettura nasce da un'esigenza di giustizia, da un'istanza etica del ricercatore che accanto al puntiglio dell'intelligenza, che si diverte a ricostruire verità negate dalle istituzioni vigenti, aggiunge una sorta di pietà per tutti coloro che da quei poteri hanno avuto le vite stravolte.
Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si avvolge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittuta trova strazio o riscatto. E direi che il documento mi affascina - scrittura dello strazio - in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura, riscattabile.