...per ora mi limito a linkare un seminario organizzato dal collettivo americano Red Emma's in cui l'autore affronta le critiche del più importante teorico marxista citato (e tanto ampiamente utilizzato quanto criticato) nel libro, David Harvey. Al dibattito partecipa anche Joel Andreas.
...per ora mi limito a linkare un seminario organizzato dal collettivo americano Red Emma's in cui l'autore affronta le critiche del più importante teorico marxista citato (e tanto ampiamente utilizzato quanto criticato) nel libro, David Harvey. Al dibattito partecipa anche Joel Andreas.
Generico al limite del giornalistico nella discussione delle tematiche economiche; inutilmente infarcito di inglesismi; letteralmente costellato di concetti sovrabbondanti (l'abuso della categoria spaziale, tanto per dirne una: "geoeconomico", "geopolitico", "geostrategico", "geoculturale", geotutto
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Generico al limite del giornalistico nella discussione delle tematiche economiche; inutilmente infarcito di inglesismi; letteralmente costellato di concetti sovrabbondanti (l'abuso della categoria spaziale, tanto per dirne una: "geoeconomico", "geopolitico", "geostrategico", "geoculturale", geotutto) e nozioni ad hoc coniate per associazione e analogia senza alcun tentativo -men che meno empirico- di giustificarne l'uso, salvo poi ripararsi dietro a mille cautele ("concetto forse un po' stiracchiato", "forse esagerando possiamo dire che…"). Nella peggior tradizione geopoliticante, proliferano innumerevoli appellativi da torneo di Risiko: "trangolo di ferro", "triangolo strategico", "triangolo geopolitico", "tre pilastri", "polo confuciano", "lago informatico", "parallelogramma delle forze", "i tre attrezzi sacri" e chi più ne ha più ne metta.
Intellettualmente prevedibile nelle riflessioni; animato da una ridicola furia culturalista ormai largamente superata e inattuale; diligente nel divulgare una bibliografia non malvagia per quanto vieppiù convenzionale e lacunosa, del tutto insoddisfacente appena se ne allontana, ricadendo puntualmente in vaghe e autocompiaciute speculazioni intrise di rampantismo yuppie e sincretismo postmoderno.
Periodi e interi paragrafi riproposti due o più volte nel corso del libro in modo praticamente letterale (ad es. le pp. 41 con 164-5 e 42 con 165). A pagina 60, in uno dei tanti siparietti tuttologici, Roland Barthes diventa l'anglosassone "Roland Barth".
Buon esempio della luccicante sterilità analitica delle tuttologie antropologiche fatte a colpi di "grandi opposizioni". Lui è rigido, l'altro è flessibile. Uno è verticale, l'altro è orizzontale. Uno è introverso, l'altro estroverso. Uno è occidentale, l'altro orientale. Uno è individualista, l'altro comunitarista. Uno bello, uno brutto. Soft, hard. Rosso, verde. Tic, tac. Intendiamoci, ci sono due modi di utilizzare le opposizioni, le antinomie: pensarle come ipotesi strategiche per osservare cosa accade nell'attraversarle, variarle e problematizzarle. Oppure sfornarne indefessamente il più possibile e distribuirle con cura in una zelante opera nominalistica di etichettamento dell'esistente. Il secondo approccio è qui preferito largamente.
Una perla a pagina 222, commentando uno dei tanti elenchi che dovrebbe fare il punto definitivo: «[…] La quarta caratteristica è la stretta collaborazione tra stato e mercato, che -more sinico- non sono antitetici, ma complementari come yin e yang.»
Questa, per chiunque abbia una minima infarinatura di storia economica del mondo degli ultimi 200 anni, non può che suonare come una enorme, ridicola sofisticazione di una nozione assai condivisa e comprovata dall'esperienza trasversale di moltissimi paesi diversi tra loro, qui arbirariamente piegata al discorso particolaristico degli autori. Nell'interdipendenza tra gerarchia -non solo statuale peraltro- e mercato yin e yang non c'entrano niente¹. C'entrano nella misura in cui si potrebbe dire lo stesso in Italia paragonandoli a cacio e maccheroni. Ma poiché l'appropriatezza del metodo e la legittimità delle categorie partorite dagli autori sono poste a priori, questa grossolana violenza interpretativa passa inosservata e al lettore appare, come per magia, un quadro della storia dell'Asia, dall'organizzazione aziendale in Giappone all'investimento estero diretto in Cina, clamorosamente corrispondente ai canoni secolari dei saggi confuciani. Il problema è che questa corrispondenza è in larga parte costruita a tavolino dagli autori.
Relativizzato all'estremo, banalizzato e comodamente imballato nel contenitore senza fondo di "pensiero occidentale", tutto ciò che di laico, progressista ed universale c'è nell'esperienza della modernità, che è tanto europea quanto asiatica, nordamericana quanto africana -con buona pace di Edward Said ed epigoni- è così pronto per essere spedito a quel paese, sacrificato in onore di un grottesco cocktail di organicismo religioso e multiculturalismo aziendale.
Davanti a tutto ciò occorre farsi una semplice domanda: a chi giova questo discorso? Nel susseguirsi dei capitoli regolarmente gli autori rassicurano il lettore sul fatto che la loro opera di catechesi ai "valori asiatici" non implica in alcun modo una rinuncia alla propria identità. Con uno sforzo di buona fede (e di applicazione del principio di non contraddizione) si ammette però che trattandosi di "mondi opposti" non si può avere botte piena e moglie ubriaca; qualcosa andrà quindi inevitabilmente perduto. Gli autori nondimeno insistono nel rassicurare che i "core values" non sono minacciati.
Ma quali sono i core values? È chiaro che c'è qui un'implicita selezione all'opera. Delle opere attribuite all'occidente cosa viene colpito dalle inappellabili identificazioni con l'eurocentrismo e cosa viene salvato? Di certo la religione cattolica, tanto bistrattata nelle sue maleffatte passate, alla fine ne esce splendidamente; si potrebbe dire purificata e nuovamente pronta a procedere nella sua missione, questa volta all'unisono con tradizionalismi e fedi di ogni paese con cui si riscoprono inaspettate comunanze d'interessi. Il capitalismo è promosso a pieni voti, mentre in una piatta apologia del pragmatismo dirigista giapponese e di un post-fordismo largamente idealizzato si liquida l'annoso problema -forse ahimè troppo "occidentale" per gli autori- del progresso sociale. D'altra parte la conflittualità politica, la dimensione di classe e l'individualismo, la discussione pubblica e l'utilizzo disinibito della ragione, il cosmopolitismo e il socialismo, di tutto questo è implicitamente suggerita l'autocensura in nome della "comprensione della diversità". La tolleranza illuministica è liquidata come inutile a tal fine, "ha già provocato troppe guerre" (p. 284). Il che, detto da chi ne propone il rimpiazzo in favore di "una nuova pietas" suonerebbe persino comico, se non fosse così apertamente carico di disprezzo verso le conquiste delle rivoluzioni borghesi. Un altro omaggio al vaticano si può trovare a pagina 217, dove si afferma che in occidente con la separazione tra diritto ed etica (tra stato e chiesa?) "non c'è spazio per la differenza di religione".
La mia può forse sembrare un'interpretazione esoterica se accostata al procedere apparentemente coerente e lineare del libro. Ma non bisogna stupirsene: nessun relativismo può essere assoluto se vuole poter effettivamente affermare qualcosa, in ogni caso opera una selezione e quindi una valutazione. Se nel corso dell'argomentazione questi assunti di valore rimangono sfocati e nascosti ciò è interamente frutto dell'illusione classica del relativismo, ovvero quella -di vecchia data- di potersi sbarazzare della componente di valore del sapere semplicemente ribattezzandola "ideologia" e decostruendola all'infinito; mentre andrebbe invece razionalizzata sotto forma di ipotesi e resa manifesta, chiarita logicamente e sottoposta a verifica empirica. Ogni discorso relativista che non chiarisca i limiti della propria operazione di decostruzione presuppone un empirismo radicale e così facendo cammuffa ipotesi e assunti, svolgendo una funzione ideologica per antonomasia.
Ad ogni modo in questo caso il messaggio è chiaro: le aspirazioni egualitarie e repubblicane dei cittadini del mondo vanno ridimensionate e castrate perchè la loro pretesa universalità è illegittima, "violenza epistemologica sull'altro". Niente utopie planetarie per i comuni mortali: essi resteranno sempre, irrimediabilmente diversi e sconosciuti a loro stessi, intrappolati nelle rispettive eredità e località del passato. Le aspirazioni della Business Community globale invece sono legittime e alla loro universalità è riconosciuto il privilegio della fattualità. Non è un "discorso", è una realtà. Le élites imprenditoriali e finanziarie di tutto il mondo devono quindi imparare le rispettive buone maniere per capirsi meglio e perseguire i propri interessi comuni. Un buon modo per scoprirli -suggeriscono infine gli autori- può essere l'andare in chiesa assieme la Domenica, magari accendendo a due mani un cero a Padre Valignano, che garantisca lauti dividendi a tutti, da Washington a Pechino.
Sul fatto che tutto ciò rifletta la coscienza e i problemi di un accademico e un banchiere europei inseriti nel melting pot dell'alto funzionariato globale e non di un operaio coreano, di una ragazza madre giapponese o di un ingegnere indiano non occorre forse insistere più di tanto.
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¹ Questo non significa che il "fattore culturale", qualcosa di ben più difficile da concettualizzare correttamente rispetto a quel che lasciano intendere gli oziosi accoppiamenti ideali degli autori, non abbia alcun ruolo nella spiegazione dello sviluppo economico. Ma si tratta di un ruolo assai diverso, contingente e ambiguo, in ultima istanza plasmato da fattori istituzionali e materiali, "cultura materiale" compresa, opposta ai retaggi millenari, alle mitologie ed ai simbolismi religiosi che formano il concetto di cultura promosso dagli autori. Per una prospettiva più sensata vedi le riflessioni di Ha-joon Chang (2008), Cattivi samaritani: il mito del libero mercato e l'economia mondiale, Milano, Università Bocconi, Capitolo 9 (Giapponesi pigri, tedeschi ladri: certe culture sono inadatte allo sviluppo economico?).
Si tratta di una bella introduzione alla sociologia economica del capitalismo, un termine a cui da tempo si era preferito il più neutro e politicamente corretto "economia di mercato"¹. Il libro motiva in modo convincente questa scelta terminologica dimostrando ampiamente lo scarto qualitativo tra i
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Si tratta di una bella introduzione alla sociologia economica del capitalismo, un termine a cui da tempo si era preferito il più neutro e politicamente corretto "economia di mercato"¹. Il libro motiva in modo convincente questa scelta terminologica dimostrando ampiamente lo scarto qualitativo tra i due concetti e la carica ideologica implicita nel riduzionismo delle relazioni sociali capitalistiche alle relazioni giuridiche di scambio. Scrivendo in modo asciutto e comprensibile pur senza temere l'utilizzo di un vocabolario appropriato e denso di significato -quello che, per intenderci, dicendo effettivamente qualcosa e non tutto e nulla rappresenta la nemesi degli opinionisti- Ingham introduce al lettore una serie di nomi -Smith, Marx, Schumpeter- che in Italia oggi si studiano, se va bene, su manuali di gente che per scriverli ha letto nella migliore delle ipotesi delle antologie di scritti scelti, nella peggiore altri manuali.
Nella seconda parte del libro l'autore passa dal mondo delle idee a quello dell'economia mondiale degli ultimi due secoli, senza precludersi occasionali retrospettive di più lungo periodo, isolando quelli che considera gli elementi fondativi del capitalismo moderno. La prospettiva monetaria, vera pietra angolare dell'impostazione di Ingham, in cui è affrontata l'analisi si traduce in un bilanciato apprezzamento della centralità delle istituzioni monetarie e del mercato dei capitali che nei suoi vari livelli, discendendo dalla sovranità statale alle più piccole banche commerciali, garantisce il finanziamento della produzione, come nel più classico degli schemi schumpeteriani.
L'analisi del denaro è quindi portata avanti considerando la moneta non in abstracto come mero numerario neutro di un sistema di baratto; viene al contrario evidenziato come il ruolo specifico giocato dalla moneta nel capitalismo, irriducibile a quello avuto in tutti i sistemi sociali precedenti, consista nella capacità di moltiplicarsi attraverso il credito, diffondendosi nel tessuto economico in cerca di energie imprenditoriali creative da trasformare in opportunità produttive e di profitto. A questo proposito però l'autore è ben consapevole che la possibilità di questa "integrazione"² di nuovo capitale nel circuito della produzione non può in alcun modo trasformarsi in una certezza. Qui, più che le lagnanze dei neomonetaristi odierni verso l'esistenza di un moltiplicatore, riecheggiano le parole scettiche di Marx sull'intrinseca natura speculativa del capitalismo e sull'inutilità dei "trucchi monetari" di Proudhon. Dal canto suo Ingham -a mio giudizio erroneamente- preferisce accostare i pensieri di Marx sull'instabilità del capitalismo a quelli di Keynes sulle imperfezioni del mercato e sul sottoconsumo, mentre Marx è assai più vicino a Schumpeter nell'interpretazione dinamica -e quindi in un certo senso autocorrettiva- del disequilibrio del sistema. Allo stesso tempo Schumpeter è spesso menzionato assieme a Minsky, che è sicuramente più influenzato da Keynes che dall'austriaco. Questo scambio di affinità lascia perplessi. Marx aveva ben chiara la fallacia della legge di Say ma non ha mai basato la sua critica su una supposta mancanza strutturale della domanda effettiva, nè tantomeno sui fallimenti del mercato. I frammentari e asistematici commenti sulle crisi sparsi in tutta la sua opera suggeriscono un tentativo molto più radicale di trascendere tanto l'armonicismo dei monetaristi vecchi e nuovi quanto lo stagnazionismo ed il sottoconsumismo keynesiani che ancora oggi vengono troppo spesso confusi col marxismo, anche grazie ad un'intera generazione di epigoni marxisti -Paul Sweeezy in primis- che hanno creduto in una facile radicalizzazione filosofica di Keynes come scorciatoia per una teoria alternativa che evitasse di affrontare di petto i problemi e le lacune ereditate da Marx.
Quindi, le possibilità che il nuovo credito si "integri" nella circolazione capitalistica attraverso la produzione di beni e servizi dipende almeno in parte dalle condizioni in cui quest'ultima riversa in termini di rapporti di forza tra le classi, struttura di mercato, regime monetario. Per questo motivo Ingham muove poi alla discussione dei rapporti di scambio dove le consuete questioni del mercato e del commercio internazionale guadagnano i riflettori per qualche pagina senza particolari colpi di scena. Più interessante il capitolo sull'impresa dove l'approccio neoclassico all'interazione tra mercato e gerarchia, per utilizzare i termini del recente Nobel Oliver Williamson, s'intreccia con le letture più conflittualiste sull'organizzazione del sistema di fabbrica quali quelle di Marglin, Braverman e Burawoy.
Cosa accade però se le condizioni in cui riversano produzione e scambio di merci ostacolano l'integrazione di nuovo capitale nel sistema? In questa situazione, che può essere determinata da molti fattori, l'espansione del credito inizia -secondo l'autore- a tradursi in un modo di circolazione differente da quello della produzione "reale" di beni e servizi, preferendo le transazioni più liquide, rifugiandosi nella finanza. In questo caso l'espansione del credito risulta sempre meno capace di ripagarsi in un dato orizzonte temporale e necessita della continua e indefinita procrastinazione nel futuro di questo momento, fino al fatale momento del crollo. In questo passo è più forte la connotazione postkeynesiana della presentazione di Ingham che ripropone essenzialmente l'eredità di Charles Kindleberger e Barry Eichengreen e gli importanti contributi di Eric Helleiner e Gerald Epstein.
Prima di una valida conclusione Ingham affronta il tema dello stato dove l'accento cade sull'argomento weberiano e marxiano della centralità della coercizione nell'impalcatura giuridica che permette al capitalismo di funzionare e sulla lotta di classe come motore della ridefinizione delle norme, dell'estensione qualitativa e quantitativa del ruolo dello stato. Anche in questo caso l'autore ha buon gioco a ripetere cose un tempo spesso date per scontate, oggi colpevolmente dimenticate: poichè il mantenimento della concorrenza, della libertà di scambio, della disciplina nella produzione, della sicurezza e della pace sociale e della stabilità monetaria non sono frutto di un ordine "naturale" ma il prodotto storico dell'agire di specifiche forze sociali, ognuna avente una propria razionalità espressione dei propri interessi, la logica operativa del capitalismo non si definisce in opposizione unilaterale all'intervento dello stato come implicherebbero gli assunti alla base della teoria della scelta pubblica. La determinante principale dello stato di salute del capitalismo non riguarda un'astratta misura di essenzialità e limitatezza delle dimensioni dello stato. Ha invece a che fare con la tipologia e la qualità del potere statale in relazione alle necessità del capitale, ciò che definisce il limite tra legittima promozione e interferenza, tra garanzia e oppressione, tra salvataggio lecito e "azzardo morale", insomma tra uno stato che agisce nell'interesse collettivo del capitale, mediando i conflitti tra le sue diverse fazioni e regolando i rapporti con il lavoro, ed uno stato che per debolezza o per scelta non può o non vuole agire in tal modo. In questo caso la "memorabile alleanza" tra stato e capitale di weberiana memoria viene meno e subentra un periodo di crisi istituzionale. Completa l'edizione italiana un interessante poscritto inedito sulla crisi.
In sinstesi, si tratta di un'ottima presentazione per bocche a digiuno di economia politica e in generale per riorientare il discorso sulla "globalizzazione" e sul "mercato" verso prospettive più fertili. Il lettore più esperto vi troverà un brillante esempio di chiarezza nell'organizzare alcuni tra i migliori contributi degli ultimi decenni alla discussione, rintracciabili nella bibliografia alla fine del volume, in cui spiccano i contributi dei regolazionisti francesi, ancora poco conosciuti in Italia. Unica pecca, a mio giudizio, la troppo veloce trattazione del pensiero dei "classici" presentati, in particolare di Marx, di cui Ingham offre un'interpretazione sfilacciata, incoerente, a tratti molto contestabile -come quanto viene equiparato a Polanyi e di fatto ridotto ad un critico filosofico del mercato. Nelle note a margine ho espresso alcune mie perplessità. Ma una trattazione coerente di Marx avrebbe probabilmente richiesto almeno tante pagine quante ne occupa il resto del volume, lo scopo del quale è evidentemente un altro, più divulgativo, e questo è in effetti raggiunto con mirabile equilibrio tra approfondimento e sintesi.
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¹ Sul silenzio pluridecennale calato in economia e sociologia economica in tema di "capitalismo" sono interessanti le riflessioni di Arrighi, G. (2001), "Braudel, Capitalism, and the New Economic Sociology", in Review (Fernand Braudel Center), XXIV, 1, pp. 107-123.
² L'idea che la moneta debba "integrarsi" nel circuito di produzione per diventare capitale, ovvero denaro che si accumula nel tempo attraverso la valorizzazione, è al centro dell'analisi marxista del circuito monetario e dell'inflazione. La teoria non argomenta astrattamente nè in favore nè in opposizione alla probabilità che questa integrazione si verifichi convalidando l'espansione monetaria in crescita economica reale, rimandando all'analisi dei rapporti di forza tra classi e del tipo di regime di crescita esistente in un determinato momento il compito di stabilire a quali condizioni e sotto quali impieghi il nuovo credito può trasformarsi in capitale produttivo. Due approcci differenti ma egualmente ispirati a questo quadro concettuale sono Rowthorn, R. (1977), "Conflict, inflation and money", Cambridge Journal of Economics, 1(3), pp. 215-239 e de Brunhoff, S. (1982), "Questioning Monetarism", in Cambridge Journal of Economics, 6(3), pp.285-294.
Lodevole operazione editoriale di traduzione postuma di alcuni dei migliori saggi di Arrighi scritti negli ultimi vent'anni, dal capolavoro Marxist century, american century fino alle ultime riflessioni, a mio giudizio ottimistiche nella valutazione della relativa autonomia della leadershi
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Lodevole operazione editoriale di traduzione postuma di alcuni dei migliori saggi di Arrighi scritti negli ultimi vent'anni, dal capolavoro Marxist century, american century fino alle ultime riflessioni, a mio giudizio ottimistiche nella valutazione della relativa autonomia della leadership del PCC rispetto alle forze capitaliste autoctone e straniere consolidatesi nella Cina attuale¹, sull'emergenza di un nuovo consensus radicalmente alternativo a quello neoliberale. Un consensus sinocentrico espressione di una nascente egemonia cinese, capace quindi di rilanciare un patto sociale internazionale basato su un ulteriore "round" di integrazione nel salariato mondiale di grandi masse precedentemente escluse -per convenienza che tale integrazione non avvenisse, ci ricorda la lezione di Arrighi- dal processo.
Unica pecca, l'introduzione di questo Cesarale che -consapevole o meno di ciò- presenta un ritratto di Arrighi eccessivamente compiacente con tutto quell'insieme di tradizioni e mitologie politiche che hanno primeggiato da sempre nella sinistra italiana, dal terzomondismo filo-autarchico di Gunder Frank e Amin all'operaismo sognatore di Negri², dalla critica della modernità e dello sviluppo alla litania anti globalista. Giova ricordare che in più casi -direi cruciali- Arrighi ha preso nettamente le distanze da queste posizioni per appropriarsi, seppur criticamente, di un'altra grande tradizione teorica a cui l'Italia si è sempre dimostrata cocciutamente (e provincialmente) impermeabile: quella del marxismo anglosassone, che altrettanta influenza ha esercitato sullo sviluppo intellettuale di Arrighi. Divulgando e presentando al pubblico italiano questi scritti, enfatizzare ciò che distingue in positivo il pensiero di Arrighi da quello di molti altri teorici nostrani, piuttosto che affannarsi a far quadrare i conti ideologici ex ante calcando il tratto sugli aspetti in fondo più comuni, sarebbe stato sinonimo di coraggio. Un coraggio che a quanto pare è mancato.
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¹ Alcune appropriate riserve sono state espresse, ad esempio, da uno dei più promettenti alievi di Arrighi: Hung, Ho-fung (2008), "Rise of China and the global overaccumulation crisis", Review of International Political Economy, 15 (2), pp. 149-179; Hung, Ho-fung (2009), "America's Head Servant? The PRC Dilemma in the Global Crisis", New Left Review, II/60, Nov-Dec, pp. 5-25. Il dibattito continua in Lo, Dic (2010), China and World Development Beyond the Crisis, SOAS Department of Economics Working Papers, N° 167, October 2010; Zhu, Andong e Kotz, David M. (2011), "The Dependence of Cina's Economic Growth on Exports and Investiment", Review of Radical Political Economics, 43 (1), pp. 9-32; Akyüz, Yılmaz (2011), "Export Dependence and Sustainability of Growth in China", China & World Economy, 19 (1), pp. 1-23. [UPDATE: ad oggi il dibattito ha assunto dimensioni enormi, impossibile riportare tutte le indicazioni].
² Il concetto di sottosviluppo di Frank è criticato in Arrighi, G. (1970), "Struttura di classe e struttura coloniale nell'analisi del sottosviluppo", Giovane Critica, 22-23, Milano. Critiche esplicite agli approcci di Amin ed Emmanuel si possono trovare in Arrighi, G. (1990), "The Developmentalist Illusion: a Reconceptualization of the Semiperiphery", in Martin W.G. (edited by), Semiperipheral States in the World-Economy, Greenwood Press, New York, pp. 11-42, in particolar modo nel primo paragrafo, significativamente intitolato The blind alley of unequal exchange. Il contributo di Negri è considerato criticamente in Arrighi, G. (2002), "Lineages of Empire", Historical Materialism, 10 (3), pp. 3-16.
Adam Smith a Pechino
...per ora mi limito a linkare un seminario organizzato dal collettivo americano Red Emma's in cui l'autore affronta le critiche del più importante teorico marxista citato (e tanto ampiamente utilizzato quanto criticato) nel libro, David Harvey. Al dibattito partecipa anche Joel Andreas.
[ http://t ... (continue)
...per ora mi limito a linkare un seminario organizzato dal collettivo americano Red Emma's in cui l'autore affronta le critiche del più importante teorico marxista citato (e tanto ampiamente utilizzato quanto criticato) nel libro, David Harvey. Al dibattito partecipa anche Joel Andreas.
[ http://tinyurl.com/arrighi-harvey-debate ]
Asia al centro
Generico al limite del giornalistico nella discussione delle tematiche economiche; inutilmente infarcito di inglesismi; letteralmente costellato di concetti sovrabbondanti (l'abuso della categoria spaziale, tanto per dirne una: "geoeconomico", "geopolitico", "geostrategico", "geoculturale", geotutto ... (continue)
Generico al limite del giornalistico nella discussione delle tematiche economiche; inutilmente infarcito di inglesismi; letteralmente costellato di concetti sovrabbondanti (l'abuso della categoria spaziale, tanto per dirne una: "geoeconomico", "geopolitico", "geostrategico", "geoculturale", geotutto) e nozioni ad hoc coniate per associazione e analogia senza alcun tentativo -men che meno empirico- di giustificarne l'uso, salvo poi ripararsi dietro a mille cautele ("concetto forse un po' stiracchiato", "forse esagerando possiamo dire che…"). Nella peggior tradizione geopoliticante, proliferano innumerevoli appellativi da torneo di Risiko: "trangolo di ferro", "triangolo strategico", "triangolo geopolitico", "tre pilastri", "polo confuciano", "lago informatico", "parallelogramma delle forze", "i tre attrezzi sacri" e chi più ne ha più ne metta.
Intellettualmente prevedibile nelle riflessioni; animato da una ridicola furia culturalista ormai largamente superata e inattuale; diligente nel divulgare una bibliografia non malvagia per quanto vieppiù convenzionale e lacunosa, del tutto insoddisfacente appena se ne allontana, ricadendo puntualmente in vaghe e autocompiaciute speculazioni intrise di rampantismo yuppie e sincretismo postmoderno.
Periodi e interi paragrafi riproposti due o più volte nel corso del libro in modo praticamente letterale (ad es. le pp. 41 con 164-5 e 42 con 165). A pagina 60, in uno dei tanti siparietti tuttologici, Roland Barthes diventa l'anglosassone "Roland Barth".
Buon esempio della luccicante sterilità analitica delle tuttologie antropologiche fatte a colpi di "grandi opposizioni". Lui è rigido, l'altro è flessibile. Uno è verticale, l'altro è orizzontale. Uno è introverso, l'altro estroverso. Uno è occidentale, l'altro orientale. Uno è individualista, l'altro comunitarista. Uno bello, uno brutto. Soft, hard. Rosso, verde. Tic, tac. Intendiamoci, ci sono due modi di utilizzare le opposizioni, le antinomie: pensarle come ipotesi strategiche per osservare cosa accade nell'attraversarle, variarle e problematizzarle. Oppure sfornarne indefessamente il più possibile e distribuirle con cura in una zelante opera nominalistica di etichettamento dell'esistente. Il secondo approccio è qui preferito largamente.
Una perla a pagina 222, commentando uno dei tanti elenchi che dovrebbe fare il punto definitivo: «[…] La quarta caratteristica è la stretta collaborazione tra stato e mercato, che -more sinico- non sono antitetici, ma complementari come yin e yang.»
Questa, per chiunque abbia una minima infarinatura di storia economica del mondo degli ultimi 200 anni, non può che suonare come una enorme, ridicola sofisticazione di una nozione assai condivisa e comprovata dall'esperienza trasversale di moltissimi paesi diversi tra loro, qui arbirariamente piegata al discorso particolaristico degli autori. Nell'interdipendenza tra gerarchia -non solo statuale peraltro- e mercato yin e yang non c'entrano niente¹. C'entrano nella misura in cui si potrebbe dire lo stesso in Italia paragonandoli a cacio e maccheroni. Ma poiché l'appropriatezza del metodo e la legittimità delle categorie partorite dagli autori sono poste a priori, questa grossolana violenza interpretativa passa inosservata e al lettore appare, come per magia, un quadro della storia dell'Asia, dall'organizzazione aziendale in Giappone all'investimento estero diretto in Cina, clamorosamente corrispondente ai canoni secolari dei saggi confuciani. Il problema è che questa corrispondenza è in larga parte costruita a tavolino dagli autori.
Relativizzato all'estremo, banalizzato e comodamente imballato nel contenitore senza fondo di "pensiero occidentale", tutto ciò che di laico, progressista ed universale c'è nell'esperienza della modernità, che è tanto europea quanto asiatica, nordamericana quanto africana -con buona pace di Edward Said ed epigoni- è così pronto per essere spedito a quel paese, sacrificato in onore di un grottesco cocktail di organicismo religioso e multiculturalismo aziendale.
Davanti a tutto ciò occorre farsi una semplice domanda: a chi giova questo discorso? Nel susseguirsi dei capitoli regolarmente gli autori rassicurano il lettore sul fatto che la loro opera di catechesi ai "valori asiatici" non implica in alcun modo una rinuncia alla propria identità. Con uno sforzo di buona fede (e di applicazione del principio di non contraddizione) si ammette però che trattandosi di "mondi opposti" non si può avere botte piena e moglie ubriaca; qualcosa andrà quindi inevitabilmente perduto. Gli autori nondimeno insistono nel rassicurare che i "core values" non sono minacciati.
Ma quali sono i core values? È chiaro che c'è qui un'implicita selezione all'opera. Delle opere attribuite all'occidente cosa viene colpito dalle inappellabili identificazioni con l'eurocentrismo e cosa viene salvato? Di certo la religione cattolica, tanto bistrattata nelle sue maleffatte passate, alla fine ne esce splendidamente; si potrebbe dire purificata e nuovamente pronta a procedere nella sua missione, questa volta all'unisono con tradizionalismi e fedi di ogni paese con cui si riscoprono inaspettate comunanze d'interessi. Il capitalismo è promosso a pieni voti, mentre in una piatta apologia del pragmatismo dirigista giapponese e di un post-fordismo largamente idealizzato si liquida l'annoso problema -forse ahimè troppo "occidentale" per gli autori- del progresso sociale. D'altra parte la conflittualità politica, la dimensione di classe e l'individualismo, la discussione pubblica e l'utilizzo disinibito della ragione, il cosmopolitismo e il socialismo, di tutto questo è implicitamente suggerita l'autocensura in nome della "comprensione della diversità". La tolleranza illuministica è liquidata come inutile a tal fine, "ha già provocato troppe guerre" (p. 284). Il che, detto da chi ne propone il rimpiazzo in favore di "una nuova pietas" suonerebbe persino comico, se non fosse così apertamente carico di disprezzo verso le conquiste delle rivoluzioni borghesi. Un altro omaggio al vaticano si può trovare a pagina 217, dove si afferma che in occidente con la separazione tra diritto ed etica (tra stato e chiesa?) "non c'è spazio per la differenza di religione".
La mia può forse sembrare un'interpretazione esoterica se accostata al procedere apparentemente coerente e lineare del libro. Ma non bisogna stupirsene: nessun relativismo può essere assoluto se vuole poter effettivamente affermare qualcosa, in ogni caso opera una selezione e quindi una valutazione. Se nel corso dell'argomentazione questi assunti di valore rimangono sfocati e nascosti ciò è interamente frutto dell'illusione classica del relativismo, ovvero quella -di vecchia data- di potersi sbarazzare della componente di valore del sapere semplicemente ribattezzandola "ideologia" e decostruendola all'infinito; mentre andrebbe invece razionalizzata sotto forma di ipotesi e resa manifesta, chiarita logicamente e sottoposta a verifica empirica. Ogni discorso relativista che non chiarisca i limiti della propria operazione di decostruzione presuppone un empirismo radicale e così facendo cammuffa ipotesi e assunti, svolgendo una funzione ideologica per antonomasia.
Ad ogni modo in questo caso il messaggio è chiaro: le aspirazioni egualitarie e repubblicane dei cittadini del mondo vanno ridimensionate e castrate perchè la loro pretesa universalità è illegittima, "violenza epistemologica sull'altro". Niente utopie planetarie per i comuni mortali: essi resteranno sempre, irrimediabilmente diversi e sconosciuti a loro stessi, intrappolati nelle rispettive eredità e località del passato. Le aspirazioni della Business Community globale invece sono legittime e alla loro universalità è riconosciuto il privilegio della fattualità. Non è un "discorso", è una realtà. Le élites imprenditoriali e finanziarie di tutto il mondo devono quindi imparare le rispettive buone maniere per capirsi meglio e perseguire i propri interessi comuni. Un buon modo per scoprirli -suggeriscono infine gli autori- può essere l'andare in chiesa assieme la Domenica, magari accendendo a due mani un cero a Padre Valignano, che garantisca lauti dividendi a tutti, da Washington a Pechino.
Sul fatto che tutto ciò rifletta la coscienza e i problemi di un accademico e un banchiere europei inseriti nel melting pot dell'alto funzionariato globale e non di un operaio coreano, di una ragazza madre giapponese o di un ingegnere indiano non occorre forse insistere più di tanto.
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¹ Questo non significa che il "fattore culturale", qualcosa di ben più difficile da concettualizzare correttamente rispetto a quel che lasciano intendere gli oziosi accoppiamenti ideali degli autori, non abbia alcun ruolo nella spiegazione dello sviluppo economico. Ma si tratta di un ruolo assai diverso, contingente e ambiguo, in ultima istanza plasmato da fattori istituzionali e materiali, "cultura materiale" compresa, opposta ai retaggi millenari, alle mitologie ed ai simbolismi religiosi che formano il concetto di cultura promosso dagli autori. Per una prospettiva più sensata vedi le riflessioni di Ha-joon Chang (2008), Cattivi samaritani: il mito del libero mercato e l'economia mondiale, Milano, Università Bocconi, Capitolo 9 (Giapponesi pigri, tedeschi ladri: certe culture sono inadatte allo sviluppo economico?).
Capitalismo
Si tratta di una bella introduzione alla sociologia economica del capitalismo, un termine a cui da tempo si era preferito il più neutro e politicamente corretto "economia di mercato"¹. Il libro motiva in modo convincente questa scelta terminologica dimostrando ampiamente lo scarto qualitativo tra i ... (continue)
Si tratta di una bella introduzione alla sociologia economica del capitalismo, un termine a cui da tempo si era preferito il più neutro e politicamente corretto "economia di mercato"¹. Il libro motiva in modo convincente questa scelta terminologica dimostrando ampiamente lo scarto qualitativo tra i due concetti e la carica ideologica implicita nel riduzionismo delle relazioni sociali capitalistiche alle relazioni giuridiche di scambio. Scrivendo in modo asciutto e comprensibile pur senza temere l'utilizzo di un vocabolario appropriato e denso di significato -quello che, per intenderci, dicendo effettivamente qualcosa e non tutto e nulla rappresenta la nemesi degli opinionisti- Ingham introduce al lettore una serie di nomi -Smith, Marx, Schumpeter- che in Italia oggi si studiano, se va bene, su manuali di gente che per scriverli ha letto nella migliore delle ipotesi delle antologie di scritti scelti, nella peggiore altri manuali.
Nella seconda parte del libro l'autore passa dal mondo delle idee a quello dell'economia mondiale degli ultimi due secoli, senza precludersi occasionali retrospettive di più lungo periodo, isolando quelli che considera gli elementi fondativi del capitalismo moderno. La prospettiva monetaria, vera pietra angolare dell'impostazione di Ingham, in cui è affrontata l'analisi si traduce in un bilanciato apprezzamento della centralità delle istituzioni monetarie e del mercato dei capitali che nei suoi vari livelli, discendendo dalla sovranità statale alle più piccole banche commerciali, garantisce il finanziamento della produzione, come nel più classico degli schemi schumpeteriani.
L'analisi del denaro è quindi portata avanti considerando la moneta non in abstracto come mero numerario neutro di un sistema di baratto; viene al contrario evidenziato come il ruolo specifico giocato dalla moneta nel capitalismo, irriducibile a quello avuto in tutti i sistemi sociali precedenti, consista nella capacità di moltiplicarsi attraverso il credito, diffondendosi nel tessuto economico in cerca di energie imprenditoriali creative da trasformare in opportunità produttive e di profitto. A questo proposito però l'autore è ben consapevole che la possibilità di questa "integrazione"² di nuovo capitale nel circuito della produzione non può in alcun modo trasformarsi in una certezza. Qui, più che le lagnanze dei neomonetaristi odierni verso l'esistenza di un moltiplicatore, riecheggiano le parole scettiche di Marx sull'intrinseca natura speculativa del capitalismo e sull'inutilità dei "trucchi monetari" di Proudhon. Dal canto suo Ingham -a mio giudizio erroneamente- preferisce accostare i pensieri di Marx sull'instabilità del capitalismo a quelli di Keynes sulle imperfezioni del mercato e sul sottoconsumo, mentre Marx è assai più vicino a Schumpeter nell'interpretazione dinamica -e quindi in un certo senso autocorrettiva- del disequilibrio del sistema. Allo stesso tempo Schumpeter è spesso menzionato assieme a Minsky, che è sicuramente più influenzato da Keynes che dall'austriaco. Questo scambio di affinità lascia perplessi. Marx aveva ben chiara la fallacia della legge di Say ma non ha mai basato la sua critica su una supposta mancanza strutturale della domanda effettiva, nè tantomeno sui fallimenti del mercato. I frammentari e asistematici commenti sulle crisi sparsi in tutta la sua opera suggeriscono un tentativo molto più radicale di trascendere tanto l'armonicismo dei monetaristi vecchi e nuovi quanto lo stagnazionismo ed il sottoconsumismo keynesiani che ancora oggi vengono troppo spesso confusi col marxismo, anche grazie ad un'intera generazione di epigoni marxisti -Paul Sweeezy in primis- che hanno creduto in una facile radicalizzazione filosofica di Keynes come scorciatoia per una teoria alternativa che evitasse di affrontare di petto i problemi e le lacune ereditate da Marx.
Quindi, le possibilità che il nuovo credito si "integri" nella circolazione capitalistica attraverso la produzione di beni e servizi dipende almeno in parte dalle condizioni in cui quest'ultima riversa in termini di rapporti di forza tra le classi, struttura di mercato, regime monetario. Per questo motivo Ingham muove poi alla discussione dei rapporti di scambio dove le consuete questioni del mercato e del commercio internazionale guadagnano i riflettori per qualche pagina senza particolari colpi di scena. Più interessante il capitolo sull'impresa dove l'approccio neoclassico all'interazione tra mercato e gerarchia, per utilizzare i termini del recente Nobel Oliver Williamson, s'intreccia con le letture più conflittualiste sull'organizzazione del sistema di fabbrica quali quelle di Marglin, Braverman e Burawoy.
Cosa accade però se le condizioni in cui riversano produzione e scambio di merci ostacolano l'integrazione di nuovo capitale nel sistema? In questa situazione, che può essere determinata da molti fattori, l'espansione del credito inizia -secondo l'autore- a tradursi in un modo di circolazione differente da quello della produzione "reale" di beni e servizi, preferendo le transazioni più liquide, rifugiandosi nella finanza. In questo caso l'espansione del credito risulta sempre meno capace di ripagarsi in un dato orizzonte temporale e necessita della continua e indefinita procrastinazione nel futuro di questo momento, fino al fatale momento del crollo. In questo passo è più forte la connotazione postkeynesiana della presentazione di Ingham che ripropone essenzialmente l'eredità di Charles Kindleberger e Barry Eichengreen e gli importanti contributi di Eric Helleiner e Gerald Epstein.
Prima di una valida conclusione Ingham affronta il tema dello stato dove l'accento cade sull'argomento weberiano e marxiano della centralità della coercizione nell'impalcatura giuridica che permette al capitalismo di funzionare e sulla lotta di classe come motore della ridefinizione delle norme, dell'estensione qualitativa e quantitativa del ruolo dello stato. Anche in questo caso l'autore ha buon gioco a ripetere cose un tempo spesso date per scontate, oggi colpevolmente dimenticate: poichè il mantenimento della concorrenza, della libertà di scambio, della disciplina nella produzione, della sicurezza e della pace sociale e della stabilità monetaria non sono frutto di un ordine "naturale" ma il prodotto storico dell'agire di specifiche forze sociali, ognuna avente una propria razionalità espressione dei propri interessi, la logica operativa del capitalismo non si definisce in opposizione unilaterale all'intervento dello stato come implicherebbero gli assunti alla base della teoria della scelta pubblica. La determinante principale dello stato di salute del capitalismo non riguarda un'astratta misura di essenzialità e limitatezza delle dimensioni dello stato. Ha invece a che fare con la tipologia e la qualità del potere statale in relazione alle necessità del capitale, ciò che definisce il limite tra legittima promozione e interferenza, tra garanzia e oppressione, tra salvataggio lecito e "azzardo morale", insomma tra uno stato che agisce nell'interesse collettivo del capitale, mediando i conflitti tra le sue diverse fazioni e regolando i rapporti con il lavoro, ed uno stato che per debolezza o per scelta non può o non vuole agire in tal modo. In questo caso la "memorabile alleanza" tra stato e capitale di weberiana memoria viene meno e subentra un periodo di crisi istituzionale. Completa l'edizione italiana un interessante poscritto inedito sulla crisi.
In sinstesi, si tratta di un'ottima presentazione per bocche a digiuno di economia politica e in generale per riorientare il discorso sulla "globalizzazione" e sul "mercato" verso prospettive più fertili. Il lettore più esperto vi troverà un brillante esempio di chiarezza nell'organizzare alcuni tra i migliori contributi degli ultimi decenni alla discussione, rintracciabili nella bibliografia alla fine del volume, in cui spiccano i contributi dei regolazionisti francesi, ancora poco conosciuti in Italia. Unica pecca, a mio giudizio, la troppo veloce trattazione del pensiero dei "classici" presentati, in particolare di Marx, di cui Ingham offre un'interpretazione sfilacciata, incoerente, a tratti molto contestabile -come quanto viene equiparato a Polanyi e di fatto ridotto ad un critico filosofico del mercato. Nelle note a margine ho espresso alcune mie perplessità. Ma una trattazione coerente di Marx avrebbe probabilmente richiesto almeno tante pagine quante ne occupa il resto del volume, lo scopo del quale è evidentemente un altro, più divulgativo, e questo è in effetti raggiunto con mirabile equilibrio tra approfondimento e sintesi.
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¹ Sul silenzio pluridecennale calato in economia e sociologia economica in tema di "capitalismo" sono interessanti le riflessioni di Arrighi, G. (2001), "Braudel, Capitalism, and the New Economic Sociology", in Review (Fernand Braudel Center), XXIV, 1, pp. 107-123.
² L'idea che la moneta debba "integrarsi" nel circuito di produzione per diventare capitale, ovvero denaro che si accumula nel tempo attraverso la valorizzazione, è al centro dell'analisi marxista del circuito monetario e dell'inflazione. La teoria non argomenta astrattamente nè in favore nè in opposizione alla probabilità che questa integrazione si verifichi convalidando l'espansione monetaria in crescita economica reale, rimandando all'analisi dei rapporti di forza tra classi e del tipo di regime di crescita esistente in un determinato momento il compito di stabilire a quali condizioni e sotto quali impieghi il nuovo credito può trasformarsi in capitale produttivo. Due approcci differenti ma egualmente ispirati a questo quadro concettuale sono Rowthorn, R. (1977), "Conflict, inflation and money", Cambridge Journal of Economics, 1(3), pp. 215-239 e de Brunhoff, S. (1982), "Questioning Monetarism", in Cambridge Journal of Economics, 6(3), pp.285-294.
Capitalismo e (dis)ordine mondiale
Lodevole operazione editoriale di traduzione postuma di alcuni dei migliori saggi di Arrighi scritti negli ultimi vent'anni, dal capolavoro Marxist century, american century fino alle ultime riflessioni, a mio giudizio ottimistiche nella valutazione della relativa autonomia della leadershi ... (continue)
Lodevole operazione editoriale di traduzione postuma di alcuni dei migliori saggi di Arrighi scritti negli ultimi vent'anni, dal capolavoro Marxist century, american century fino alle ultime riflessioni, a mio giudizio ottimistiche nella valutazione della relativa autonomia della leadership del PCC rispetto alle forze capitaliste autoctone e straniere consolidatesi nella Cina attuale¹, sull'emergenza di un nuovo consensus radicalmente alternativo a quello neoliberale. Un consensus sinocentrico espressione di una nascente egemonia cinese, capace quindi di rilanciare un patto sociale internazionale basato su un ulteriore "round" di integrazione nel salariato mondiale di grandi masse precedentemente escluse -per convenienza che tale integrazione non avvenisse, ci ricorda la lezione di Arrighi- dal processo.
Unica pecca, l'introduzione di questo Cesarale che -consapevole o meno di ciò- presenta un ritratto di Arrighi eccessivamente compiacente con tutto quell'insieme di tradizioni e mitologie politiche che hanno primeggiato da sempre nella sinistra italiana, dal terzomondismo filo-autarchico di Gunder Frank e Amin all'operaismo sognatore di Negri², dalla critica della modernità e dello sviluppo alla litania anti globalista. Giova ricordare che in più casi -direi cruciali- Arrighi ha preso nettamente le distanze da queste posizioni per appropriarsi, seppur criticamente, di un'altra grande tradizione teorica a cui l'Italia si è sempre dimostrata cocciutamente (e provincialmente) impermeabile: quella del marxismo anglosassone, che altrettanta influenza ha esercitato sullo sviluppo intellettuale di Arrighi. Divulgando e presentando al pubblico italiano questi scritti, enfatizzare ciò che distingue in positivo il pensiero di Arrighi da quello di molti altri teorici nostrani, piuttosto che affannarsi a far quadrare i conti ideologici ex ante calcando il tratto sugli aspetti in fondo più comuni, sarebbe stato sinonimo di coraggio. Un coraggio che a quanto pare è mancato.
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¹ Alcune appropriate riserve sono state espresse, ad esempio, da uno dei più promettenti alievi di Arrighi: Hung, Ho-fung (2008), "Rise of China and the global overaccumulation crisis", Review of International Political Economy, 15 (2), pp. 149-179; Hung, Ho-fung (2009), "America's Head Servant? The PRC Dilemma in the Global Crisis", New Left Review, II/60, Nov-Dec, pp. 5-25. Il dibattito continua in Lo, Dic (2010), China and World Development Beyond the Crisis, SOAS Department of Economics Working Papers, N° 167, October 2010; Zhu, Andong e Kotz, David M. (2011), "The Dependence of Cina's Economic Growth on Exports and Investiment", Review of Radical Political Economics, 43 (1), pp. 9-32; Akyüz, Yılmaz (2011), "Export Dependence and Sustainability of Growth in China", China & World Economy, 19 (1), pp. 1-23. [UPDATE: ad oggi il dibattito ha assunto dimensioni enormi, impossibile riportare tutte le indicazioni].
² Il concetto di sottosviluppo di Frank è criticato in Arrighi, G. (1970), "Struttura di classe e struttura coloniale nell'analisi del sottosviluppo", Giovane Critica, 22-23, Milano. Critiche esplicite agli approcci di Amin ed Emmanuel si possono trovare in Arrighi, G. (1990), "The Developmentalist Illusion: a Reconceptualization of the Semiperiphery", in Martin W.G. (edited by), Semiperipheral States in the World-Economy, Greenwood Press, New York, pp. 11-42, in particolar modo nel primo paragrafo, significativamente intitolato The blind alley of unequal exchange. Il contributo di Negri è considerato criticamente in Arrighi, G. (2002), "Lineages of Empire", Historical Materialism, 10 (3), pp. 3-16.
Capitalismo scatenato
Il primo capitolo del libro in inglese:
http://tinyurl.com/66u3hec