In questo saggio, scritto più di 30 anni fa, Salvatore Veca tira le somme di quella che al tempo veniva chiamata la crisi del marxismo, ovverosia l'impasse a cui pervennero svariati dibattiti su aspetti centrali della teoria marxiana quali la teoria del valore ed il rapporto tra marxismo ed e
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In questo saggio, scritto più di 30 anni fa, Salvatore Veca tira le somme di quella che al tempo veniva chiamata la crisi del marxismo, ovverosia l'impasse a cui pervennero svariati dibattiti su aspetti centrali della teoria marxiana quali la teoria del valore ed il rapporto tra marxismo ed epistemologia. Riconosciuta l'impossibilità e soprautto l'aridità di procedere con ostinazione davanti alle evidenti mancanze di un Marx a cui si era in precedenza richiesto di fornire le risposte ad ogni cosa gli si potesse chiedere sul mondo attuale, Veca si apre in tal modo uno spazio di riflessione in cui espone il suo tentativo di riposizionare la riflessione su Marx, in particolare dal punto di vista metodologico. Nel delineare i contorni della sua proposta, Veca è straordinariamente chiaro e trasparente e l'argomentazione fluisce sincera e mai forzata. In sintesi, la ricostruzione di Veca si articola nelle seguenti parti:
· Discorso sul metodo. Abbozzando una veloce panoramica sul positivismo e la sua crisi nel pensiero dei soliti noti (Popper, Kuhn, Lakatos) e registrando alcune apparentemente irreparabili falle nel dibattito del tempo, Veca rispolvera la prospettiva schumpeteriana della visione annunciandone la centralità nel suo progetto. La visione è preanalitica per definizione, ma allo stesso tempo indispensabile all'analisi ed aspetto ineliminabile della ricerca. Veca cita con approvazione il passo della Storia dell'analisi economica in cui Schumpeter delinea il modo in cui, attraverso un classico trial-and-error, la visione preanalitica viene plasmata, perfezionata, modificata -se è il caso anche radicalmente- dallo scontro con l'evidenza empirica. Veca non ritiene importante domandarsi quali siano le condizioni affinchè questo incontro/scontro tra visione ed empiria abiliti quest'ultima a modellare la prima oggettivizzandola, evitandole al contrario il destino di venir subordinata e distrutta da una ragione idealistica. La questione viene evitata però di proposito, perchè la vera assunzione metodologica di fondo risiede proprio nell'affermare l'indecidibilità di quel problema. Ogni visione è accettata, al più giudicata dalla sua capacità esplicativa ed altri criteri pragmatici. D'altronde Schumpeter scrisse quel passo sulla visione dopo una riflessione metodologica durata una vita e mai stabilizzata con successo. Veca inizia così a edificare il proprio edificio su fondamenta molto fragili.
· Il metodo dell'economia classica. Sul metodo dei classici, Veca riutilizza i frutti delle sue ricerche precedenti, incentrate sullo studio della critica marxista all'idealismo proprio degli economisti politici classici, alla loro visione metafisica del progresso ed alla loro reificazione del capitalismo a condizione naturale dell'umanità. Fin qui, poco di nuovo, a parte la non trascurabile differenza per cui l'elemento ideologico dei classici non figura più come risultato della parzialità della loro analisi, ma bensì come presupposto naturale comune ad ogni congettura "scientifica" che è sempre e comunque valida -a quanto Veca sembra suggerire- tanto quanto ogni altra.
· Il metodo di Marx. Assunte queste ipotesi di metodo e merito sui classici, inizia il cuore del saggio. Secondo Veca, Marx, lungi dal respingerlo, largamente mutua il "nucleo metafisico" dei classici. Questo è composto da alcune assunzioni ontologiche riguardanti la desiderabilità del progresso, la centralità del concetto di produzione, la prospettiva della "transizione storica" e una teoria della distribuzione in una società divisa in classi. Marx mutuerebbe questo nucleo metafisico approfondendolo e proiettandolo su un orizzonte storico maggiore. Così facendo, a giudizio di Veca, Marx può generalizzare le concezioni dei classici ed arrivare alla formulazione di una teoria dell'evoluzione delle formazioni sociali, affiancandosi a questi nella valorizzazione della continutà storica. Dato questo terreno comune, la critica mossa da Marx ai classici consisterebbe nel mostrare come il capitalismo sia "solo una delle possibili" formazioni sociali. I Classici sarebbero accusati di reificare il capitalismo descrivendolo come l'unico modo di produzione o comunque l'unico veramente produttivo. Questa critica "possibilista" di Marx contiene a giudizio di Veca la propensione a costruire una teoria del capitalismo che implichi la possibilità di una transizione ad un nuovo modo di produzione. Si pone in tal modo per Marx l'esigenza strategica, l'interesse, di concettualizzare il capitalismo attraverso una forma -la forma valore- che ne renda possibile una rappresentazione transitoria, ovvero implicitamente proiettata verso la trasformazione (sia ben chiaro, "trasformazione condizionata") verso un modo di produzione superiore.
Cosa dire del procedimento interpretativo di Veca? Egli segue un iter tipicamente metafisico in cui il primo passo, quello indispensabile della definizione del metodo, invece di delineare i limiti dell'operazione di astrazione, pone in essere un nucleo ontologico. Ciò che segue è -per parafrasare Colletti- la "esposizione positiva" del nucleo. Una delle infinite -e non verificabili- esposizioni possibili.
La ricostruzione di Veca si delinea così come un raffinato esercizio storicistico, attraverso il quale l'autore ambisce a descrivere la logica del capitalismo, modo di produzione più avanzato e contemporaneo a Marx ovvero la realtà empirica da lui confrontata, non attraverso l'isolamento delle sue qualità specifiche e quindi astrazioni determinate, non attraverso l'analisi del presente, ma attraverso il suo posizionamento all'interno di un'escatologia storica posta a priori. Tonnellate di citazioni di un Marx insistente sulla necessità di dare priorità all'analisi della logica del capitalismo sulla costruzione della storia che lo precede a quanto pare non vengono prese in considerazione¹. Al contrario di quel che pensa Veca infatti, in Marx la storia delle formazioni sociali discende da -e non precede- l'analisi del capitalismo. Contrariamente da ciò che egli scrive, l'aspetto ideologico imputato da Marx ai classici non è quello di considerare il capitalismo come l'unica formazione sociale mai esistita o di considerarla l'unica "veramente produttiva", ma al contrario quello di applicare al capitalismo solamente le peculiarità generali di una qualsiasi altra formazione sociale, nascondendo le innovazioni sociali radicali del lavoro salariato e dello sfruttamento moderno. Il problema per Marx risiede nel fatto che classici differenziano il capitalismo dalle formazioni sociali precedenti solo in termini meramente quantitativi, sottolineando la continuità nello sviluppo del presupposto antropologico fondativo della predisposizione naturale allo scambio (e non nel ruolo della produzione, come sostiene Veca). Marx, dal canto suo, fa esattamente l'opposto ed è obbligato a farlo nella misura in cui il suo ribaltamento epistemologico nei confronti dei classici e di Hegel chiede a gran voce che si riconosca il salto qualitativo e la discontinuità tra il capitale e tutto il suo passato, che è l'altro dal capitale, la preistoria del capitale. Da ciò non ne deriva peraltro che questa discontinuità debba essere messa in sordina nello studio delle formazioni sociali precedenti, poichè l'approccio della discontinuità esprime essenzialmente la necessità di identificare e delimitare analiticamente i concetti utilizzati per studiare la storia. Ad ogni modo, questo dello studio delle formazioni precapitalistiche è un compito che Marx ha gentilemente lasciato in eredità agli storici futuri, considerando comprensibilmente più utile focalizzarsi sul caso a lui contemporaneo e concentrando le proprie energie analitiche nella costruzione di un modello interpretativo di riferimento per le indagini future².
Insomma, mentre Veca parte dal presupposto posto dell'evoluzione delle formazioni sociali così come le vedono i classici (Adam Smith in particolare), e non può quindi spingersi oltre all'idea che il capitalismo sia un caso particolare di un quadro generale (una manifestazione dello spirito hegeliano, insomma), per Marx il capitalismo è il più complesso, perchè superiore, e quindi non lo si può comprendere semplicemente studiando la storia delle formazioni sociali che lo precedono. "Per capire la scimmia bisogna prima capire l'uomo", e "la radice dell'uomo è l'uomo stesso". Il metodo storiografico di Marx è l'indagine regressiva, non l'ontologia dello sviluppo dalla notte dei tempi al presente.
La ricostruzione della teoria del valore di Marx fatta da Veca si salda con la sua ipotesi di continuità con i classici attraverso l'idea che la prima sia anch'essa una spiegazione delle forme non della produzione capitalistica, ma della distribuzione ,come nei classici. Semplicemente, non si tratterebbe della distribuzione del reddito ma della distribuzione del potere di classe che pone storicamente le basi per la produzione capitalistica. Ma al di là del fatto che, dopo una così radicale omologazione di Marx ai classici, Veca può tornare ad evidenziare la specificità del primo solo a prezzo di una radicale spoliticizzazione della teoria del valore di Ricardo, il quale al contrario era ben consapevole del fatto che la distribuzione del reddito originata dalla divisione del lavoro fosse al tempo stesso fonte ed origine delle diseguaglianze di classe della società borghese, questa "distribuzione iniziale" di Marx, "accumulazione originaria di mezzi di produzione" è un evento storico-geografico specifico e Marx chiarisce spesso che non si tratta del capitalismo in funzionamento, delle sue basi logiche, ma delle sue precondizioni storiche. Mentre Marx elabora la propria teoria del valore per spiegare la logica interna del capitalismo, secondo Veca la teoria marxiana del valore emerge dalle -e spiega le- precondizioni storiche. Un'altra prova del carattere storicistico della sua interpretazione.
Inutile dire che tutto questo non può essere corretto. Vi sono troppi indizi comunemente risaputi sul fatto che Marx non la pensasse affatto in questo modo. Risulta anzi ironico il fatto che Veca, dichiarata la giusta intenzione di preferire un'indagine orientata all'apertura di nuovi e più fertili orizzonti alla ricerca spasmodica della coerenza su quelli ormai inariditi propri dell'esegesi tradizionale, a conti fatti sembri partorire un ibrido di queste due posizioni, direzionando la sua indagine in base alla necessità di far tornare i conti, anche al costo di far dire a Marx non ciò che non è mai arrivato a pensare -come alcuni fecero- ma ciò che ha chiaramente dimostrato di non pensare. L'unica differenza con l'aridità delle interpretazioni criticate da Veca e quella a cui approda egli stesso consiste nella natura della coerenza ricercata: non si tratta più della necessità di difendere la validità analitica di Marx, ma di riposizionare il programma dell'esegesi marxiana all'interno di una definizione post-popperiana della scienza, con Kuhn candidato nemmeno troppo nascosto al ruolo di referente intellettuale di questa operazione. Il prodotto è sicuramente originale, ma fondamentalmente sbagliato, anche per la direzione che intende imprimere alla ricerca futura, la quale peraltro negli ultimi trent'anni ha in più di un caso riproposto i medesimi fallimentari tentativi di reinterpretare Marx alla luce dei Classici³, dichiarando esaurito il tentativo di fare il contrario.
In conclusione il problema è che, se è vero che in Marx vi sono forse gli estremi per renderlo incompatibile con Popper⁴, a maggior ragione vi sono però abbondanti margini per escludere qualsiasi parentela con Kuhn, per non parlare di Feyerabend. Quindi? Quindi forse il programma di ricerca su Marx deve allargarsi non tanto nel senso di allentare le maglie del rigore o peggio dell'ambizione, ma nel senso che, presa coscienza delle incompatibilità tra Marx e le formine epistemolgiche del Novecento, è forse necessario impegnarsi maggiormente nell'indagare l'epistemologia tenuta ferma l'ambiguità di Marx, capire a quale nuova superficie questa ambiguità può aderire, invece di continuare a manipolare Marx affinchè rientri in una forma epistemologica data. Mentre gli scritti di Marx resteranno per sempre quelli che sono, le scienze progrediscono e la filosofia della scienza con esse. Tutta la discussione su marxismo ed epistemologia del secolo passato si è fondata su un'immagine della scienza che oggi va velocemente modificandosi, in particolar modo verso interessanti terreni, dalla meccanica quantistica alla teoria della complessità, in cui la cara vecchia "dinamica" sembra farla da padrona. I recenti tentativi di reinterpretare la teoria del valore⁵ nascono proprio dalla presa di coscienza che l'utilizzo di nuovi strumenti analitici, come la dinamica non lineare e l'agent-based modelling⁶, possono rivelarsi utili a comprendere quel che con la statica comparata ed il bagaglio matematico samuelsoniano -tutto mutuato dalla meccanica newtoniana- sembrava inspiegabile. Se fino ad oggi non si è riusciti a portare Marx alla montagna, non è escluso che questa possa involontariamente avvicinarvisi. Ad ogni modo, per poterlo sapere occorre uno sguardo abbastanza ampio da poter sorvegliare entrambi. Il dramma è che oggi queste persone si contano sulle dita di una mano.
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¹ Ad esempio: «non è necessario scrivere la storia dei rapporti di produzione per analizzare le leggi dell'economia borghese. In realtà, la giusta concezione e la deduzione di queste leggi in quanto rapporti nati nel corso della storia ci conducono senza posa a stabilire delle comparazioni che rievocano il passato di questo sistema, come per i dati delle scienze naturali. Queste rievocazioni, insieme alla giusta concezione del presente, ci dànno la chiave del passato: è questo tutto un lavoro che noi speriamo di poter affrontare in futuro.» (Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, Dietz, 1953, pp. 364-65).
² Un buon esempio di applicazione di questo metodo per l'indagine della transizione tra forme sociali precapitalistiche è Perry Anderson, Passages from antiquity to feudalism, London-New York, NLB, 1974; [tra. id. Mondadori, 1978].
³ Per una rassegna critica di queste teorie (con tutte le citazioni di Marx che io qui non ho voglia di andare a recuperare) vedi ad esempio Brenner, Robert (1977), The origins of Capitalist Development: a Critique of Neo-smithian Marxism, New Left Review, I/104, July-August, pp. 25-92.
⁴ O meglio, incompatibile con il principio di non contraddizione. Almeno secondo quanto figura dalle conclusioni, ad oggi insuperate, di Lucio Colletti, Marxismo e dialettica, in Intervista politico-filosofica, 1974, Laterza, Bari.
⁵ Per una presentazione vedi Foley, D. K. (2000), "Recent developments in the Labor Theory of Value", Review of Radical Political Economics, 32 (1), pp. 1-39.
⁶ Cfr. J. Barkley Rosser Jr. (2000), "Aspects of dialectics and non-linear dynamics", Cambridge Journal of Economics, 24 (3), pp. 311-324 e Farmer, J. D., Foley, D. K. (2009), "The economy needs agent-based modelling", Nature, 460 (7256), pp. 685-686.
The book is divided in three parts, each focused on a distinct aspect of Harvey's thought. The first part seeks to underline the class element of the neoliberal turn happened in the early seventies and currently reaching -in the author's view- its own peak. Indeed, the elightening insight about New
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The book is divided in three parts, each focused on a distinct aspect of Harvey's thought. The first part seeks to underline the class element of the neoliberal turn happened in the early seventies and currently reaching -in the author's view- its own peak. Indeed, the elightening insight about New York fiscal crisis on 1975 offers an usefull element of comparison towards a sincerely marxist understanding of the current crisis. Harvey underlines that neoliberalism has always been about the restoration of class power, and the argument than moves on to explain the great amount of different conditions under which this structural re-configuration occurred and the vast diversity of political solutions it expressed through the concept of uneven geographical development.
Consequently, the second part is entirely dedicated to a clear, solid theoretical deployment of the uneven geographical development concept. There, many remindings of past works like The urban experience take place.
The last essay carries on the theoretical climax, moving straight to the philosophical ground. The title is Space as a key word and early works are present aswell. Reflecting on Lefebvre's thought, Harvey attempts a sort of analytical, non-positivist systematisation of the spatial category, dissected in his multiple elements (absolute, relative and relational) with an extraordinary balancing capacity. The historical-materialist method is used in a very pragmatic and politically relevant way, thus avoiding the organicistic, philosophical fallacy.
A fertile starting point for any attempt to link classical marxian theory with urbanism, human geography, international relations and world politics.
Eccellente intervento di un Danilo Zolo in versione "pre caduta del muro di Berlino", ancora ancorato al marxismo in un modo al contempo eterodosso rispetto alle mille mode degli anni settanta e risolutamente -e se vogliamo "ortodossamente"- attaccato a Marx, a discapito delle tante dipartite engels
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Eccellente intervento di un Danilo Zolo in versione "pre caduta del muro di Berlino", ancora ancorato al marxismo in un modo al contempo eterodosso rispetto alle mille mode degli anni settanta e risolutamente -e se vogliamo "ortodossamente"- attaccato a Marx, a discapito delle tante dipartite engelsiane e leniniste che vengono qui ferocemente messe sotto torchio.
L'intervento di Zolo avvenne nel contesto della ormai classica discussione inaugurata da Bobbio sulla mancanza di una teoria marxista dello stato. Zolo, senza farsi illusioni, affronta la critica di Bobbio a viso aperto, riconoscendo la cogenza e l'attualità del problema sollevato dal filosofo politico piemontese, pur correggendone il tiro in parecchi casi. Il dibattito assume così -a differenza dei toni piuttosto laconici e nostalgici di Bobbio- le più nette sembianze di un tentativo di revisione attiva del discorso marxista e di pulizia da tutte le incrostazioni retoriche accumulatesi nel tempo al fine di una ricostruzione futura.
Zolo avvia così una veloce ma efficacissima disamina critica delle maggiori teorizzazioni marxiste dello stato (Della Volpe e la sua scuola, Althusser e Poulantzas, De Giovanni e la scuola barese), accompagnandovi una riflessione parallela -e ben intrecciata- sui maggiori punti critici inerenti a quella "crisi del marxismo" ben rappresentata dall'Intervista politico-filosofica rilasciata da Lucio Colletti nel 1974: in primis la questione dello statuto epistemologico del metodo dialettico e della sua possibilità in quanto tale, ma anche la questione della fine dello stato ed il rapporto tra marxismo e scienza.
Uniche pecche -a mio giudizio-, la mancata discussione delle tesi di Ralph Miliband che ricevono soltanto qualche accenno, peraltro (giustamente) positivo, e la continua enfasi sulla questione del dualismo dell'opera marxiana, una cesura unilaterale inutile che non fa che ribadire le premesse in base alle quali si sono sviluppate molte delle tesi "umanistiche" o strutturaliste che Zolo a buona ragione respinge. Una visione più equilibrata dello sviluppo della biografia intellettuale del filosofo di Treviri non avrebbe che giovato alla posizione "trasversale" di Zolo, che giustamente non si limita ad una riconsiderazione del Capitale, ma arriva a confutare le interpretazioni hegelo-marxiste fin sul loro terreno -i testi giovanili- dando prova di coraggio intellettuale e rigore filologico.
Se pure la conclusione di Zolo nei confronti della questione della dialettica si risolve in una sostanziale liquidazione del tutto discutibile, i tentativi di aprire nuove prospettive sulla questione dello stato e sul politico di Marx a partire dai testi in assoluto meno letti in Italia, ovvero Il Capitale ed i Grundrisse è davvero notevole.
Il libro si conclude con una breve ma interessante bozza di ricerca, a cui forse manca l'ampiezza di respiro e di vedute che un atteggiamento più "sperimentale" e possibilista nei confronti della dialettica avrebbe forse contribuito a garantire.
Questo testo, propinatomi per un esame, è una summa efficace di ciò che di peggio ha da offrire la storiografia liberale, circa un argomento come la storia dell'integrazione europea su cui evidentemente non c'è abbastanza revisione e partecipazione critica da parte di altre scuole.
Questo testo, propinatomi per un esame, è una summa efficace di ciò che di peggio ha da offrire la storiografia liberale, circa un argomento come la storia dell'integrazione europea su cui evidentemente non c'è abbastanza revisione e partecipazione critica da parte di altre scuole.
In questo manuale una storia dominio di grandi personalità idealiste viene paternalisticamente rivelata al novello alunno d'Europa, seppellendo profondità analitica e sintesi critica sotto un crescente flusso di aneddotica e retorica giornalistica del peggior tipo (i cappotti di Churchill, le mutande di De Gasperi, le buone maniere di Adenauer, la statura morale di Giscard d'Estaing...). La dinamica storico-geografica del capitalismo europeo nel Novecento e le conseguenti trasformazioni politiche e sociali viste alla luce di un processo di integrazione materiale sembrano esser meno importanti della necessità di far di ogni evento uno spettacolo, di ogni questione un enigma, di ogni attesa una suspance. Il lettore viene ritoddo ad audience di una sorta di thriller diplomatico di terza mano che presto si mostra per quel che è a fronte delle sue lacune.
Nel tragitto armonico dell'integrazione, le cui fratture vengono medicate ex post da un autore premuroso di levigare ogni spigolo del monumento all'Europa che sta erigendo, non c'è spazio per tutto ciò che da quel disegno d'Europa continuava, nonostante tutto, a rimanere escluso. Sindacati, partiti comunisti, movimenti sociali, l'intero "blocco storico" del lavoro attorno al quale si è creata quella forza capace di plasmare un'identità economica e sociale così forte in Europa proprio mentre questa iniziava a conoscersi come tale viene completamente ignorato. Per Mastronardi l'Europa è un'istituzione giuridica costruita a tavolino in un alternarsi di diplomazia, intuizioni geniali di tecnici e tenace costanza di politici illustri. La guerra fredda, il corso dell'economia mondiale, la decolonizzazione, l'ascesa e il declino del comunismo e dell'egemonia americana, l'atlantismo e gli eurodollari, l'innovazione finanziaria europea, il sindacalismo e la crisi degli anni Settanta, la stagflazione e le politiche monetarie dela BCE. Tutto ciò aleggia come un soffuso sfondo evocato raramente e a piacimento, con un'arbitrarietà degna di un dilettante. Dei sindacati si parla forse due volte, vuoi per biasimarne la voce troppo alta, vuoi per compatirne le richieste con affetto caritatevole. Si tratta comunque di questioni che non sembrano far parte dell'Europa. In fondo loro non c'erano al Salone dell'Orologio in Quai d'Orsay a fare la storia a colpi di trattati assieme ad Adenauer.
Il racconto si adagia con la piattezza della cronaca al corso degli eventi che narra. Arrivati gli anni ottanta, le proiezioni apologetiche del nuovo che avanza soppiantano le baroccate cortesie ai padri fondatori che poco prima sgorgavano da ogni paragrafo. Qualche rapido accenno alla disoccupazione viene prontamente superato con entusiasmo nella descrizione di un nuovo fondo per le tecnologie ed il terzo settore che presto sistemerà tutto.
Questa pacchiana operetta elitaria si conclude nel melodramma personale dell'autore che lo vede in poche pagine precipitare dall'eccitazione massima dell'orgia di consulenti, presidenti e società civile che scrivono tutti assieme appassionatamente la Costituzione per l'Europa alla straziante delusione del referendum. Segue un lagnoso tentativo di comprendere perchè mai questi disgraziati cittadini -evidentemente non ancora fidelizzati all'accozzaglia di istituzioni finanziarie spacciate loro per "Europa"- abbiano mandato a monte tutto quanto.
Ma Mastronardi resta un inguaribile ottimista e nel finale auspica già un bel piano di lavaggio collettivo del cervello che finalmente faccia votare SI a tutti quanti. Perchè sicuramente della storia che ha raccontato non c'è nulla da cambiare, nulla da riscrivere, nulla a cui dire no. L'europa monetarista che sacrifica crescita economica ed eguaglianza al sacro vessillo della valuta forte per soddisfare gli appetiti della finanza è nel giusto; sono i cittadini che devono adattarsi.
Avanzo l'idea che Altiero Spinelli -giusto per non esser tacciato di non tenere in debito conto la statura dell'individuo nella storia- avrebbe qualcosa in contrario, e io sarei pronto a sottoscriverlo.
Questo libro è un utile per quanto attempato strumento che offre un breve scorcio sul modo in cui nacque e si evolvette la discussione sull'imperialismo -termine controverso e pieno di ambiguità- da Marx fino alla metà del secolo scorso. La partigianeria dell'esposizione è palese e dichiarata, e la
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Questo libro è un utile per quanto attempato strumento che offre un breve scorcio sul modo in cui nacque e si evolvette la discussione sull'imperialismo -termine controverso e pieno di ambiguità- da Marx fino alla metà del secolo scorso. La partigianeria dell'esposizione è palese e dichiarata, e la cosa non costituisce un problema in sè. L'autore sembra comunque sentire il bisogno di tutelarsi ripetendo più e più volte le topiche considerazioni sull'impossibile obiettività nelle scienze sociali. Fin qui tutto bene, solo una superflua insistenza sul punto.
Dopodichè, è il modo in cui si abusa di questi presupposti durante tutto il corso della trattazione che provoca fastidio: sempre attento a calcare la mano (non sempre facendo seguire ai toni la sostanza) sui punti deboli delle interpretazioni non marxiste, Kemp risulta furbescamente molto abile a "problematizzare" quelli di Lenin senza però avere il coraggio di andare fino in fondo. Ci si ricopre di premunizioni ("Lenin il modesto, Lenin l'incompreso e dogmatizzato, Lenin che sì teorizzava, ma sarebbe stato pronto a verificare e correggere") e di frasi di circostanza, ma in concreto ben poche motivazioni vengono addotte a giustificare una lettura così smaccatamente naive ed eclettica. Lenin, a differenza di quel che ne dice Kemp, aveva ben chiaro uno schema in mente e non si tratta certo di uno scenario fumoso e buono per ogni chiesa: il suo appello a non considerarlo parola divina evidentemente non produsse le conseguenze sperate e sarebbe interessante chiedersene il motivo.
L'esposizione "bilanciata" di Kemp, dove per bilanciata s'intende il continuo spostare pesi e parole al fine di mantenere sempre un certo equilibrio, a volte più che uno studio storico sembra una strategia espositiva ben ponderata al fine di ricostruire, all'interno di un quadro interpretativo che a grandi linee sarebbe anche condivisibile, quel giudizio ultimo -"Lenin aveva ragione"-, chiaramente troppo volgare se emesso alla luce del sole, attraverso la connotazione selettiva del linguaggio.
Per cui quando l'evidenza storica appaga una tesi di un marxista ciò è sempre frutto di felicitazioni ed evidenziature, mentre nel caso di un non marxista ci si rifugia in fretta e furia nell'obiezione, che messa in tal modo risulta infantile ed evasiva, che le cose possono cambiare e che "non si possa dire l'ultima parola". Il filtro del possiblismo si apre e si chiude un po' arbitrariamente insomma.
A volte sembra che il giudizio finale sia davvero predeterminato rispetto all'analisi. L'aggiunta di mille condizionalità che a conti fatti poi non modificano di una riga la conclusione finale, mantenuta a livello generale proprio a tal fine, non fa che sottolineare l'ipocrisia del metodo.
In molti casi, le obiezioni che vengono mosse ai teorici non marxisti sembrano guardare nella direzione giusta, ma sono formulate in modo incredibilmente semplicistico. La continua obiezione di Kemp sull'inesistenza di una forma "pura" di capitalismo, ad esempio, introduce solo la questione di cosa separi il puro dall'impuro, poichè -a meno di voler rinunciare a priori all'analisi e all'astrazione, atteggiamento che Kemp tende ad assumere a tratti, ovviamente quando gli interessa farlo- si deve pur ammettere la possibilità di giudicare alcune manifestazioni storiche come deviazioni temporanee da un modello.
Daltronde questo lo fanno anche i marxisti, e a ben pensare l'intera teoria dell'imperialismo è il tentativo di spiegare la parziale deviazione del capitalismo storico dal modello di Marx, che per quanto consapevole della centralizzazione ed altri fenomeni mai arrivò a formulare teorie che, come quella di Lenin, attribuissero una così preponderante importanza, necessarietà e permanenza al conflitto intercapitalistico. Al contrario -cosa che ovviamente Kemp minimizza per esaltare spropositatamente la continuità tra Marx e Lenin, la maggior parte degli scenari evocati da Marx sono all'insegna del diffusionismo e della cooperazione tra le borghesie nazionali. Non a caso, non appare nemmeno una citazione dal Manifesto del Partito Comunista, dove alle visioni catastrofiste e stagnazioniste tipiche dei teorici dell'imperialismo di matrice leninista Marx contrappone praticamente la visione opposta.
Kemp evita di affrontare a viso aperto molte contraddizioni interne alla tradizione marxista, preferendo, fatto salvo il capro espriatorio degli intellettuali sovietici, un atteggiamento conciliante quasi unilaterale. Kemp dispensa la sua critica a piccole dosi, lima e arrotonda, aggira con nonchalance, esagera palesemente alcuni aspetti mettendone in sordina altri in molte parti del libro. Il suo argomento sugli errori del marxismo, nonostante tutte le dichiarazioni di rigore e precauzione, è in fondo banale e logoro: è colpa di Stalin. Stalin e la sua ideologia, Stalin e i suoi epigoni, la longa manus di Stalin e dell'ortodossia su qualunque cosa venga scritta, etcetc. Questa sorta di dottrina del genio rovesciata segna per Kemp la linea di demarcazione tra ciò che, fosse anche in alcuni casi vicino alla realtà (cosa che comunque per sua fortunata non accade) è comunque erroneo e vigliacco e ciò che, fosse anche palesemente errato, rimane degno di nota e di materna comprensione. Il tutto non motivato da ragionamenti teorici e prove empiriche, ma da considerazioni superficiali cercando sotto le quali -è lampante- si troverebbero in fretta ragioni politiche di ben poca lungimiranza.
Stesso modo di procedere coi non marxisti, con il solito ridicolo e peloso corteggiamento di Schumpeter, vigliaccamente limitato agli ambiti in cui lui ebbe l'onestà di ammettere i punti segnati dal marxismo (tra l'altro da quello austriaco, che Kemp sembra non voler considerare, fatto salvo qualche cenno sparuto a Hilferding). Il resto della sua teoria invece viene liquidato amichevolmente, senza alcun tentativo di cercare spunti, contributi originali che magari -anche attraverso una appropriata rilettura- avrebbero potuto arricchire l'esposizione. Ad esempio l'idea di un possibile ritorno ad un regime concorrenziale, che in fondo rappresenta proprio l'elemento ciclico, tassello mancante nella concezione grettamente lineare delle tesi marxiste sul capitalismo monopolistico.
Il commento finale raccoglie i frutti di ciò che è stato seminato nei capitoli precedenti: un tentennante barcamenarsi tra una teoria stagnazionista e catastrofista che palesemente non regge, e un "qualcos'altro" che l'autore ha chiaramente paura di affrontare a fondo, preferendo barricarsi sulle sue posizioni attaccandosi compulsivamente alle solite formulette storicistiche (del tipo "Le cifre non provano nulla") di cui è così facile abusare, tipiche di un certo storicismo inglese, e ad altre strategie discorsive di bassa lega. Kemp insiste per pagine e pagine sul fatto che l'imperialismo è un concetto flessibile ed applicabile a contesti diversissimi; ma allo stesso tempo quando l'operazione è fatta in chiave non marxista allora si utilizza l'argomentazione contraria. In sostanza non viene data alcuna definizione, solo una magra collezione di opinioni dal vago sapore dipendentista.
Col senno di poi, che è tanto facile ma spesso altrettanto pieno di verità, come lo stesso Marx riconobbe nel praticare un'indagine storica regressiva, è incredibile l'ostinazione di molti marxisti¹ nel non voler riconoscere ciò che in fondo avrebbero dovuto vedere per primi, ovvero la tendenza ultima del capitalismo a superare permanentemente le barriere e le configurazioni spaziali e geopolitiche da esso stesso create, al fine di trovarne di nuove. C'è voluta una nuova ondata di liberalismo e di globalizzazione a ricordarlo.
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¹ Molti ma non tutti, ovviamente. Vedi ad esempio le critiche alle teorie leniniste e neo-leniniste di Giovanni Arrighi, La geometria dell'imperialismo, Milano, Feltrinelli, 1978, Anthony Brewer, Marxist theories of imperialism: a critical survey, Routledge and Kegan Paul, 1980 e Bill Warren, Imperialism pioneer of capitalism, London, NLB/Verso, 1981.
Saggio sul programma scientifico di Marx
In questo saggio, scritto più di 30 anni fa, Salvatore Veca tira le somme di quella che al tempo veniva chiamata la crisi del marxismo, ovverosia l'impasse a cui pervennero svariati dibattiti su aspetti centrali della teoria marxiana quali la teoria del valore ed il rapporto tra marxismo ed e ... (continue)
In questo saggio, scritto più di 30 anni fa, Salvatore Veca tira le somme di quella che al tempo veniva chiamata la crisi del marxismo, ovverosia l'impasse a cui pervennero svariati dibattiti su aspetti centrali della teoria marxiana quali la teoria del valore ed il rapporto tra marxismo ed epistemologia. Riconosciuta l'impossibilità e soprautto l'aridità di procedere con ostinazione davanti alle evidenti mancanze di un Marx a cui si era in precedenza richiesto di fornire le risposte ad ogni cosa gli si potesse chiedere sul mondo attuale, Veca si apre in tal modo uno spazio di riflessione in cui espone il suo tentativo di riposizionare la riflessione su Marx, in particolare dal punto di vista metodologico. Nel delineare i contorni della sua proposta, Veca è straordinariamente chiaro e trasparente e l'argomentazione fluisce sincera e mai forzata. In sintesi, la ricostruzione di Veca si articola nelle seguenti parti:
· Discorso sul metodo.
Abbozzando una veloce panoramica sul positivismo e la sua crisi nel pensiero dei soliti noti (Popper, Kuhn, Lakatos) e registrando alcune apparentemente irreparabili falle nel dibattito del tempo, Veca rispolvera la prospettiva schumpeteriana della visione annunciandone la centralità nel suo progetto. La visione è preanalitica per definizione, ma allo stesso tempo indispensabile all'analisi ed aspetto ineliminabile della ricerca. Veca cita con approvazione il passo della Storia dell'analisi economica in cui Schumpeter delinea il modo in cui, attraverso un classico trial-and-error, la visione preanalitica viene plasmata, perfezionata, modificata -se è il caso anche radicalmente- dallo scontro con l'evidenza empirica. Veca non ritiene importante domandarsi quali siano le condizioni affinchè questo incontro/scontro tra visione ed empiria abiliti quest'ultima a modellare la prima oggettivizzandola, evitandole al contrario il destino di venir subordinata e distrutta da una ragione idealistica. La questione viene evitata però di proposito, perchè la vera assunzione metodologica di fondo risiede proprio nell'affermare l'indecidibilità di quel problema. Ogni visione è accettata, al più giudicata dalla sua capacità esplicativa ed altri criteri pragmatici. D'altronde Schumpeter scrisse quel passo sulla visione dopo una riflessione metodologica durata una vita e mai stabilizzata con successo. Veca inizia così a edificare il proprio edificio su fondamenta molto fragili.
· Il metodo dell'economia classica.
Sul metodo dei classici, Veca riutilizza i frutti delle sue ricerche precedenti, incentrate sullo studio della critica marxista all'idealismo proprio degli economisti politici classici, alla loro visione metafisica del progresso ed alla loro reificazione del capitalismo a condizione naturale dell'umanità. Fin qui, poco di nuovo, a parte la non trascurabile differenza per cui l'elemento ideologico dei classici non figura più come risultato della parzialità della loro analisi, ma bensì come presupposto naturale comune ad ogni congettura "scientifica" che è sempre e comunque valida -a quanto Veca sembra suggerire- tanto quanto ogni altra.
· Il metodo di Marx.
Assunte queste ipotesi di metodo e merito sui classici, inizia il cuore del saggio. Secondo Veca, Marx, lungi dal respingerlo, largamente mutua il "nucleo metafisico" dei classici. Questo è composto da alcune assunzioni ontologiche riguardanti la desiderabilità del progresso, la centralità del concetto di produzione, la prospettiva della "transizione storica" e una teoria della distribuzione in una società divisa in classi. Marx mutuerebbe questo nucleo metafisico approfondendolo e proiettandolo su un orizzonte storico maggiore. Così facendo, a giudizio di Veca, Marx può generalizzare le concezioni dei classici ed arrivare alla formulazione di una teoria dell'evoluzione delle formazioni sociali, affiancandosi a questi nella valorizzazione della continutà storica. Dato questo terreno comune, la critica mossa da Marx ai classici consisterebbe nel mostrare come il capitalismo sia "solo una delle possibili" formazioni sociali. I Classici sarebbero accusati di reificare il capitalismo descrivendolo come l'unico modo di produzione o comunque l'unico veramente produttivo. Questa critica "possibilista" di Marx contiene a giudizio di Veca la propensione a costruire una teoria del capitalismo che implichi la possibilità di una transizione ad un nuovo modo di produzione. Si pone in tal modo per Marx l'esigenza strategica, l'interesse, di concettualizzare il capitalismo attraverso una forma -la forma valore- che ne renda possibile una rappresentazione transitoria, ovvero implicitamente proiettata verso la trasformazione (sia ben chiaro, "trasformazione condizionata") verso un modo di produzione superiore.
Cosa dire del procedimento interpretativo di Veca? Egli segue un iter tipicamente metafisico in cui il primo passo, quello indispensabile della definizione del metodo, invece di delineare i limiti dell'operazione di astrazione, pone in essere un nucleo ontologico. Ciò che segue è -per parafrasare Colletti- la "esposizione positiva" del nucleo. Una delle infinite -e non verificabili- esposizioni possibili.
La ricostruzione di Veca si delinea così come un raffinato esercizio storicistico, attraverso il quale l'autore ambisce a descrivere la logica del capitalismo, modo di produzione più avanzato e contemporaneo a Marx ovvero la realtà empirica da lui confrontata, non attraverso l'isolamento delle sue qualità specifiche e quindi astrazioni determinate, non attraverso l'analisi del presente, ma attraverso il suo posizionamento all'interno di un'escatologia storica posta a priori. Tonnellate di citazioni di un Marx insistente sulla necessità di dare priorità all'analisi della logica del capitalismo sulla costruzione della storia che lo precede a quanto pare non vengono prese in considerazione¹. Al contrario di quel che pensa Veca infatti, in Marx la storia delle formazioni sociali discende da -e non precede- l'analisi del capitalismo. Contrariamente da ciò che egli scrive, l'aspetto ideologico imputato da Marx ai classici non è quello di considerare il capitalismo come l'unica formazione sociale mai esistita o di considerarla l'unica "veramente produttiva", ma al contrario quello di applicare al capitalismo solamente le peculiarità generali di una qualsiasi altra formazione sociale, nascondendo le innovazioni sociali radicali del lavoro salariato e dello sfruttamento moderno. Il problema per Marx risiede nel fatto che classici differenziano il capitalismo dalle formazioni sociali precedenti solo in termini meramente quantitativi, sottolineando la continuità nello sviluppo del presupposto antropologico fondativo della predisposizione naturale allo scambio (e non nel ruolo della produzione, come sostiene Veca). Marx, dal canto suo, fa esattamente l'opposto ed è obbligato a farlo nella misura in cui il suo ribaltamento epistemologico nei confronti dei classici e di Hegel chiede a gran voce che si riconosca il salto qualitativo e la discontinuità tra il capitale e tutto il suo passato, che è l'altro dal capitale, la preistoria del capitale. Da ciò non ne deriva peraltro che questa discontinuità debba essere messa in sordina nello studio delle formazioni sociali precedenti, poichè l'approccio della discontinuità esprime essenzialmente la necessità di identificare e delimitare analiticamente i concetti utilizzati per studiare la storia. Ad ogni modo, questo dello studio delle formazioni precapitalistiche è un compito che Marx ha gentilemente lasciato in eredità agli storici futuri, considerando comprensibilmente più utile focalizzarsi sul caso a lui contemporaneo e concentrando le proprie energie analitiche nella costruzione di un modello interpretativo di riferimento per le indagini future².
Insomma, mentre Veca parte dal presupposto posto dell'evoluzione delle formazioni sociali così come le vedono i classici (Adam Smith in particolare), e non può quindi spingersi oltre all'idea che il capitalismo sia un caso particolare di un quadro generale (una manifestazione dello spirito hegeliano, insomma), per Marx il capitalismo è il più complesso, perchè superiore, e quindi non lo si può comprendere semplicemente studiando la storia delle formazioni sociali che lo precedono. "Per capire la scimmia bisogna prima capire l'uomo", e "la radice dell'uomo è l'uomo stesso". Il metodo storiografico di Marx è l'indagine regressiva, non l'ontologia dello sviluppo dalla notte dei tempi al presente.
La ricostruzione della teoria del valore di Marx fatta da Veca si salda con la sua ipotesi di continuità con i classici attraverso l'idea che la prima sia anch'essa una spiegazione delle forme non della produzione capitalistica, ma della distribuzione ,come nei classici. Semplicemente, non si tratterebbe della distribuzione del reddito ma della distribuzione del potere di classe che pone storicamente le basi per la produzione capitalistica. Ma al di là del fatto che, dopo una così radicale omologazione di Marx ai classici, Veca può tornare ad evidenziare la specificità del primo solo a prezzo di una radicale spoliticizzazione della teoria del valore di Ricardo, il quale al contrario era ben consapevole del fatto che la distribuzione del reddito originata dalla divisione del lavoro fosse al tempo stesso fonte ed origine delle diseguaglianze di classe della società borghese, questa "distribuzione iniziale" di Marx, "accumulazione originaria di mezzi di produzione" è un evento storico-geografico specifico e Marx chiarisce spesso che non si tratta del capitalismo in funzionamento, delle sue basi logiche, ma delle sue precondizioni storiche. Mentre Marx elabora la propria teoria del valore per spiegare la logica interna del capitalismo, secondo Veca la teoria marxiana del valore emerge dalle -e spiega le- precondizioni storiche. Un'altra prova del carattere storicistico della sua interpretazione.
Inutile dire che tutto questo non può essere corretto. Vi sono troppi indizi comunemente risaputi sul fatto che Marx non la pensasse affatto in questo modo. Risulta anzi ironico il fatto che Veca, dichiarata la giusta intenzione di preferire un'indagine orientata all'apertura di nuovi e più fertili orizzonti alla ricerca spasmodica della coerenza su quelli ormai inariditi propri dell'esegesi tradizionale, a conti fatti sembri partorire un ibrido di queste due posizioni, direzionando la sua indagine in base alla necessità di far tornare i conti, anche al costo di far dire a Marx non ciò che non è mai arrivato a pensare -come alcuni fecero- ma ciò che ha chiaramente dimostrato di non pensare. L'unica differenza con l'aridità delle interpretazioni criticate da Veca e quella a cui approda egli stesso consiste nella natura della coerenza ricercata: non si tratta più della necessità di difendere la validità analitica di Marx, ma di riposizionare il programma dell'esegesi marxiana all'interno di una definizione post-popperiana della scienza, con Kuhn candidato nemmeno troppo nascosto al ruolo di referente intellettuale di questa operazione. Il prodotto è sicuramente originale, ma fondamentalmente sbagliato, anche per la direzione che intende imprimere alla ricerca futura, la quale peraltro negli ultimi trent'anni ha in più di un caso riproposto i medesimi fallimentari tentativi di reinterpretare Marx alla luce dei Classici³, dichiarando esaurito il tentativo di fare il contrario.
In conclusione il problema è che, se è vero che in Marx vi sono forse gli estremi per renderlo incompatibile con Popper⁴, a maggior ragione vi sono però abbondanti margini per escludere qualsiasi parentela con Kuhn, per non parlare di Feyerabend. Quindi? Quindi forse il programma di ricerca su Marx deve allargarsi non tanto nel senso di allentare le maglie del rigore o peggio dell'ambizione, ma nel senso che, presa coscienza delle incompatibilità tra Marx e le formine epistemolgiche del Novecento, è forse necessario impegnarsi maggiormente nell'indagare l'epistemologia tenuta ferma l'ambiguità di Marx, capire a quale nuova superficie questa ambiguità può aderire, invece di continuare a manipolare Marx affinchè rientri in una forma epistemologica data. Mentre gli scritti di Marx resteranno per sempre quelli che sono, le scienze progrediscono e la filosofia della scienza con esse. Tutta la discussione su marxismo ed epistemologia del secolo passato si è fondata su un'immagine della scienza che oggi va velocemente modificandosi, in particolar modo verso interessanti terreni, dalla meccanica quantistica alla teoria della complessità, in cui la cara vecchia "dinamica" sembra farla da padrona. I recenti tentativi di reinterpretare la teoria del valore⁵ nascono proprio dalla presa di coscienza che l'utilizzo di nuovi strumenti analitici, come la dinamica non lineare e l'agent-based modelling⁶, possono rivelarsi utili a comprendere quel che con la statica comparata ed il bagaglio matematico samuelsoniano -tutto mutuato dalla meccanica newtoniana- sembrava inspiegabile. Se fino ad oggi non si è riusciti a portare Marx alla montagna, non è escluso che questa possa involontariamente avvicinarvisi. Ad ogni modo, per poterlo sapere occorre uno sguardo abbastanza ampio da poter sorvegliare entrambi. Il dramma è che oggi queste persone si contano sulle dita di una mano.
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¹ Ad esempio: «non è necessario scrivere la storia dei rapporti di produzione per analizzare le leggi dell'economia borghese. In realtà, la giusta concezione e la deduzione di queste leggi in quanto rapporti nati nel corso della storia ci conducono senza posa a stabilire delle comparazioni che rievocano il passato di questo sistema, come per i dati delle scienze naturali. Queste rievocazioni, insieme alla giusta concezione del presente, ci dànno la chiave del passato: è questo tutto un lavoro che noi speriamo di poter affrontare in futuro.» (Grundrisse der Kritik der politischen Oekonomie, Dietz, 1953, pp. 364-65).
² Un buon esempio di applicazione di questo metodo per l'indagine della transizione tra forme sociali precapitalistiche è Perry Anderson, Passages from antiquity to feudalism, London-New York, NLB, 1974; [tra. id. Mondadori, 1978].
³ Per una rassegna critica di queste teorie (con tutte le citazioni di Marx che io qui non ho voglia di andare a recuperare) vedi ad esempio Brenner, Robert (1977), The origins of Capitalist Development: a Critique of Neo-smithian Marxism, New Left Review, I/104, July-August, pp. 25-92.
⁴ O meglio, incompatibile con il principio di non contraddizione. Almeno secondo quanto figura dalle conclusioni, ad oggi insuperate, di Lucio Colletti, Marxismo e dialettica, in Intervista politico-filosofica, 1974, Laterza, Bari.
⁵ Per una presentazione vedi Foley, D. K. (2000), "Recent developments in the Labor Theory of Value", Review of Radical Political Economics, 32 (1), pp. 1-39.
⁶ Cfr. J. Barkley Rosser Jr. (2000), "Aspects of dialectics and non-linear dynamics", Cambridge Journal of Economics, 24 (3), pp. 311-324 e Farmer, J. D., Foley, D. K. (2009), "The economy needs agent-based modelling", Nature, 460 (7256), pp. 685-686.
Spaces of Global Capitalism
The book is divided in three parts, each focused on a distinct aspect of Harvey's thought. The first part seeks to underline the class element of the neoliberal turn happened in the early seventies and currently reaching -in the author's view- its own peak. Indeed, the elightening insight about New ... (continue)
The book is divided in three parts, each focused on a distinct aspect of Harvey's thought. The first part seeks to underline the class element of the neoliberal turn happened in the early seventies and currently reaching -in the author's view- its own peak. Indeed, the elightening insight about New York fiscal crisis on 1975 offers an usefull element of comparison towards a sincerely marxist understanding of the current crisis. Harvey underlines that neoliberalism has always been about the restoration of class power, and the argument than moves on to explain the great amount of different conditions under which this structural re-configuration occurred and the vast diversity of political solutions it expressed through the concept of uneven geographical development.
Consequently, the second part is entirely dedicated to a clear, solid theoretical deployment of the uneven geographical development concept. There, many remindings of past works like The urban experience take place.
The last essay carries on the theoretical climax, moving straight to the philosophical ground. The title is Space as a key word and early works are present aswell. Reflecting on Lefebvre's thought, Harvey attempts a sort of analytical, non-positivist systematisation of the spatial category, dissected in his multiple elements (absolute, relative and relational) with an extraordinary balancing capacity. The historical-materialist method is used in a very pragmatic and politically relevant way, thus avoiding the organicistic, philosophical fallacy.
A fertile starting point for any attempt to link classical marxian theory with urbanism, human geography, international relations and world politics.
Stato socialista e libertà borghesi
Eccellente intervento di un Danilo Zolo in versione "pre caduta del muro di Berlino", ancora ancorato al marxismo in un modo al contempo eterodosso rispetto alle mille mode degli anni settanta e risolutamente -e se vogliamo "ortodossamente"- attaccato a Marx, a discapito delle tante dipartite engels ... (continue)
Eccellente intervento di un Danilo Zolo in versione "pre caduta del muro di Berlino", ancora ancorato al marxismo in un modo al contempo eterodosso rispetto alle mille mode degli anni settanta e risolutamente -e se vogliamo "ortodossamente"- attaccato a Marx, a discapito delle tante dipartite engelsiane e leniniste che vengono qui ferocemente messe sotto torchio.
L'intervento di Zolo avvenne nel contesto della ormai classica discussione inaugurata da Bobbio sulla mancanza di una teoria marxista dello stato. Zolo, senza farsi illusioni, affronta la critica di Bobbio a viso aperto, riconoscendo la cogenza e l'attualità del problema sollevato dal filosofo politico piemontese, pur correggendone il tiro in parecchi casi. Il dibattito assume così -a differenza dei toni piuttosto laconici e nostalgici di Bobbio- le più nette sembianze di un tentativo di revisione attiva del discorso marxista e di pulizia da tutte le incrostazioni retoriche accumulatesi nel tempo al fine di una ricostruzione futura.
Zolo avvia così una veloce ma efficacissima disamina critica delle maggiori teorizzazioni marxiste dello stato (Della Volpe e la sua scuola, Althusser e Poulantzas, De Giovanni e la scuola barese), accompagnandovi una riflessione parallela -e ben intrecciata- sui maggiori punti critici inerenti a quella "crisi del marxismo" ben rappresentata dall'Intervista politico-filosofica rilasciata da Lucio Colletti nel 1974: in primis la questione dello statuto epistemologico del metodo dialettico e della sua possibilità in quanto tale, ma anche la questione della fine dello stato ed il rapporto tra marxismo e scienza.
Uniche pecche -a mio giudizio-, la mancata discussione delle tesi di Ralph Miliband che ricevono soltanto qualche accenno, peraltro (giustamente) positivo, e la continua enfasi sulla questione del dualismo dell'opera marxiana, una cesura unilaterale inutile che non fa che ribadire le premesse in base alle quali si sono sviluppate molte delle tesi "umanistiche" o strutturaliste che Zolo a buona ragione respinge. Una visione più equilibrata dello sviluppo della biografia intellettuale del filosofo di Treviri non avrebbe che giovato alla posizione "trasversale" di Zolo, che giustamente non si limita ad una riconsiderazione del Capitale, ma arriva a confutare le interpretazioni hegelo-marxiste fin sul loro terreno -i testi giovanili- dando prova di coraggio intellettuale e rigore filologico.
Se pure la conclusione di Zolo nei confronti della questione della dialettica si risolve in una sostanziale liquidazione del tutto discutibile, i tentativi di aprire nuove prospettive sulla questione dello stato e sul politico di Marx a partire dai testi in assoluto meno letti in Italia, ovvero Il Capitale ed i Grundrisse è davvero notevole.
Il libro si conclude con una breve ma interessante bozza di ricerca, a cui forse manca l'ampiezza di respiro e di vedute che un atteggiamento più "sperimentale" e possibilista nei confronti della dialettica avrebbe forse contribuito a garantire.
Storia dell'integrazione europea
Questo testo, propinatomi per un esame, è una summa efficace di ciò che di peggio ha da offrire la storiografia liberale, circa un argomento come la storia dell'integrazione europea su cui evidentemente non c'è abbastanza revisione e partecipazione critica da parte di altre scuole.
In questo manual ... (continue)
Questo testo, propinatomi per un esame, è una summa efficace di ciò che di peggio ha da offrire la storiografia liberale, circa un argomento come la storia dell'integrazione europea su cui evidentemente non c'è abbastanza revisione e partecipazione critica da parte di altre scuole.
In questo manuale una storia dominio di grandi personalità idealiste viene paternalisticamente rivelata al novello alunno d'Europa, seppellendo profondità analitica e sintesi critica sotto un crescente flusso di aneddotica e retorica giornalistica del peggior tipo (i cappotti di Churchill, le mutande di De Gasperi, le buone maniere di Adenauer, la statura morale di Giscard d'Estaing...). La dinamica storico-geografica del capitalismo europeo nel Novecento e le conseguenti trasformazioni politiche e sociali viste alla luce di un processo di integrazione materiale sembrano esser meno importanti della necessità di far di ogni evento uno spettacolo, di ogni questione un enigma, di ogni attesa una suspance. Il lettore viene ritoddo ad audience di una sorta di thriller diplomatico di terza mano che presto si mostra per quel che è a fronte delle sue lacune.
Nel tragitto armonico dell'integrazione, le cui fratture vengono medicate ex post da un autore premuroso di levigare ogni spigolo del monumento all'Europa che sta erigendo, non c'è spazio per tutto ciò che da quel disegno d'Europa continuava, nonostante tutto, a rimanere escluso. Sindacati, partiti comunisti, movimenti sociali, l'intero "blocco storico" del lavoro attorno al quale si è creata quella forza capace di plasmare un'identità economica e sociale così forte in Europa proprio mentre questa iniziava a conoscersi come tale viene completamente ignorato. Per Mastronardi l'Europa è un'istituzione giuridica costruita a tavolino in un alternarsi di diplomazia, intuizioni geniali di tecnici e tenace costanza di politici illustri. La guerra fredda, il corso dell'economia mondiale, la decolonizzazione, l'ascesa e il declino del comunismo e dell'egemonia americana, l'atlantismo e gli eurodollari, l'innovazione finanziaria europea, il sindacalismo e la crisi degli anni Settanta, la stagflazione e le politiche monetarie dela BCE. Tutto ciò aleggia come un soffuso sfondo evocato raramente e a piacimento, con un'arbitrarietà degna di un dilettante. Dei sindacati si parla forse due volte, vuoi per biasimarne la voce troppo alta, vuoi per compatirne le richieste con affetto caritatevole. Si tratta comunque di questioni che non sembrano far parte dell'Europa. In fondo loro non c'erano al Salone dell'Orologio in Quai d'Orsay a fare la storia a colpi di trattati assieme ad Adenauer.
Il racconto si adagia con la piattezza della cronaca al corso degli eventi che narra. Arrivati gli anni ottanta, le proiezioni apologetiche del nuovo che avanza soppiantano le baroccate cortesie ai padri fondatori che poco prima sgorgavano da ogni paragrafo. Qualche rapido accenno alla disoccupazione viene prontamente superato con entusiasmo nella descrizione di un nuovo fondo per le tecnologie ed il terzo settore che presto sistemerà tutto.
Questa pacchiana operetta elitaria si conclude nel melodramma personale dell'autore che lo vede in poche pagine precipitare dall'eccitazione massima dell'orgia di consulenti, presidenti e società civile che scrivono tutti assieme appassionatamente la Costituzione per l'Europa alla straziante delusione del referendum. Segue un lagnoso tentativo di comprendere perchè mai questi disgraziati cittadini -evidentemente non ancora fidelizzati all'accozzaglia di istituzioni finanziarie spacciate loro per "Europa"- abbiano mandato a monte tutto quanto.
Ma Mastronardi resta un inguaribile ottimista e nel finale auspica già un bel piano di lavaggio collettivo del cervello che finalmente faccia votare SI a tutti quanti. Perchè sicuramente della storia che ha raccontato non c'è nulla da cambiare, nulla da riscrivere, nulla a cui dire no. L'europa monetarista che sacrifica crescita economica ed eguaglianza al sacro vessillo della valuta forte per soddisfare gli appetiti della finanza è nel giusto; sono i cittadini che devono adattarsi.
Avanzo l'idea che Altiero Spinelli -giusto per non esser tacciato di non tenere in debito conto la statura dell'individuo nella storia- avrebbe qualcosa in contrario, e io sarei pronto a sottoscriverlo.
Teorie dell'imperialismo
Questo libro è un utile per quanto attempato strumento che offre un breve scorcio sul modo in cui nacque e si evolvette la discussione sull'imperialismo -termine controverso e pieno di ambiguità- da Marx fino alla metà del secolo scorso. La partigianeria dell'esposizione è palese e dichiarata, e la ... (continue)
Questo libro è un utile per quanto attempato strumento che offre un breve scorcio sul modo in cui nacque e si evolvette la discussione sull'imperialismo -termine controverso e pieno di ambiguità- da Marx fino alla metà del secolo scorso. La partigianeria dell'esposizione è palese e dichiarata, e la cosa non costituisce un problema in sè. L'autore sembra comunque sentire il bisogno di tutelarsi ripetendo più e più volte le topiche considerazioni sull'impossibile obiettività nelle scienze sociali. Fin qui tutto bene, solo una superflua insistenza sul punto.
Dopodichè, è il modo in cui si abusa di questi presupposti durante tutto il corso della trattazione che provoca fastidio: sempre attento a calcare la mano (non sempre facendo seguire ai toni la sostanza) sui punti deboli delle interpretazioni non marxiste, Kemp risulta furbescamente molto abile a "problematizzare" quelli di Lenin senza però avere il coraggio di andare fino in fondo. Ci si ricopre di premunizioni ("Lenin il modesto, Lenin l'incompreso e dogmatizzato, Lenin che sì teorizzava, ma sarebbe stato pronto a verificare e correggere") e di frasi di circostanza, ma in concreto ben poche motivazioni vengono addotte a giustificare una lettura così smaccatamente naive ed eclettica. Lenin, a differenza di quel che ne dice Kemp, aveva ben chiaro uno schema in mente e non si tratta certo di uno scenario fumoso e buono per ogni chiesa: il suo appello a non considerarlo parola divina evidentemente non produsse le conseguenze sperate e sarebbe interessante chiedersene il motivo.
L'esposizione "bilanciata" di Kemp, dove per bilanciata s'intende il continuo spostare pesi e parole al fine di mantenere sempre un certo equilibrio, a volte più che uno studio storico sembra una strategia espositiva ben ponderata al fine di ricostruire, all'interno di un quadro interpretativo che a grandi linee sarebbe anche condivisibile, quel giudizio ultimo -"Lenin aveva ragione"-, chiaramente troppo volgare se emesso alla luce del sole, attraverso la connotazione selettiva del linguaggio.
Per cui quando l'evidenza storica appaga una tesi di un marxista ciò è sempre frutto di felicitazioni ed evidenziature, mentre nel caso di un non marxista ci si rifugia in fretta e furia nell'obiezione, che messa in tal modo risulta infantile ed evasiva, che le cose possono cambiare e che "non si possa dire l'ultima parola". Il filtro del possiblismo si apre e si chiude un po' arbitrariamente insomma.
A volte sembra che il giudizio finale sia davvero predeterminato rispetto all'analisi. L'aggiunta di mille condizionalità che a conti fatti poi non modificano di una riga la conclusione finale, mantenuta a livello generale proprio a tal fine, non fa che sottolineare l'ipocrisia del metodo.
In molti casi, le obiezioni che vengono mosse ai teorici non marxisti sembrano guardare nella direzione giusta, ma sono formulate in modo incredibilmente semplicistico. La continua obiezione di Kemp sull'inesistenza di una forma "pura" di capitalismo, ad esempio, introduce solo la questione di cosa separi il puro dall'impuro, poichè -a meno di voler rinunciare a priori all'analisi e all'astrazione, atteggiamento che Kemp tende ad assumere a tratti, ovviamente quando gli interessa farlo- si deve pur ammettere la possibilità di giudicare alcune manifestazioni storiche come deviazioni temporanee da un modello.
Daltronde questo lo fanno anche i marxisti, e a ben pensare l'intera teoria dell'imperialismo è il tentativo di spiegare la parziale deviazione del capitalismo storico dal modello di Marx, che per quanto consapevole della centralizzazione ed altri fenomeni mai arrivò a formulare teorie che, come quella di Lenin, attribuissero una così preponderante importanza, necessarietà e permanenza al conflitto intercapitalistico. Al contrario -cosa che ovviamente Kemp minimizza per esaltare spropositatamente la continuità tra Marx e Lenin, la maggior parte degli scenari evocati da Marx sono all'insegna del diffusionismo e della cooperazione tra le borghesie nazionali. Non a caso, non appare nemmeno una citazione dal Manifesto del Partito Comunista, dove alle visioni catastrofiste e stagnazioniste tipiche dei teorici dell'imperialismo di matrice leninista Marx contrappone praticamente la visione opposta.
Kemp evita di affrontare a viso aperto molte contraddizioni interne alla tradizione marxista, preferendo, fatto salvo il capro espriatorio degli intellettuali sovietici, un atteggiamento conciliante quasi unilaterale. Kemp dispensa la sua critica a piccole dosi, lima e arrotonda, aggira con nonchalance, esagera palesemente alcuni aspetti mettendone in sordina altri in molte parti del libro. Il suo argomento sugli errori del marxismo, nonostante tutte le dichiarazioni di rigore e precauzione, è in fondo banale e logoro: è colpa di Stalin. Stalin e la sua ideologia, Stalin e i suoi epigoni, la longa manus di Stalin e dell'ortodossia su qualunque cosa venga scritta, etcetc. Questa sorta di dottrina del genio rovesciata segna per Kemp la linea di demarcazione tra ciò che, fosse anche in alcuni casi vicino alla realtà (cosa che comunque per sua fortunata non accade) è comunque erroneo e vigliacco e ciò che, fosse anche palesemente errato, rimane degno di nota e di materna comprensione. Il tutto non motivato da ragionamenti teorici e prove empiriche, ma da considerazioni superficiali cercando sotto le quali -è lampante- si troverebbero in fretta ragioni politiche di ben poca lungimiranza.
Stesso modo di procedere coi non marxisti, con il solito ridicolo e peloso corteggiamento di Schumpeter, vigliaccamente limitato agli ambiti in cui lui ebbe l'onestà di ammettere i punti segnati dal marxismo (tra l'altro da quello austriaco, che Kemp sembra non voler considerare, fatto salvo qualche cenno sparuto a Hilferding). Il resto della sua teoria invece viene liquidato amichevolmente, senza alcun tentativo di cercare spunti, contributi originali che magari -anche attraverso una appropriata rilettura- avrebbero potuto arricchire l'esposizione. Ad esempio l'idea di un possibile ritorno ad un regime concorrenziale, che in fondo rappresenta proprio l'elemento ciclico, tassello mancante nella concezione grettamente lineare delle tesi marxiste sul capitalismo monopolistico.
Il commento finale raccoglie i frutti di ciò che è stato seminato nei capitoli precedenti: un tentennante barcamenarsi tra una teoria stagnazionista e catastrofista che palesemente non regge, e un "qualcos'altro" che l'autore ha chiaramente paura di affrontare a fondo, preferendo barricarsi sulle sue posizioni attaccandosi compulsivamente alle solite formulette storicistiche (del tipo "Le cifre non provano nulla") di cui è così facile abusare, tipiche di un certo storicismo inglese, e ad altre strategie discorsive di bassa lega. Kemp insiste per pagine e pagine sul fatto che l'imperialismo è un concetto flessibile ed applicabile a contesti diversissimi; ma allo stesso tempo quando l'operazione è fatta in chiave non marxista allora si utilizza l'argomentazione contraria. In sostanza non viene data alcuna definizione, solo una magra collezione di opinioni dal vago sapore dipendentista.
Col senno di poi, che è tanto facile ma spesso altrettanto pieno di verità, come lo stesso Marx riconobbe nel praticare un'indagine storica regressiva, è incredibile l'ostinazione di molti marxisti¹ nel non voler riconoscere ciò che in fondo avrebbero dovuto vedere per primi, ovvero la tendenza ultima del capitalismo a superare permanentemente le barriere e le configurazioni spaziali e geopolitiche da esso stesso create, al fine di trovarne di nuove. C'è voluta una nuova ondata di liberalismo e di globalizzazione a ricordarlo.
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¹ Molti ma non tutti, ovviamente. Vedi ad esempio le critiche alle teorie leniniste e neo-leniniste di Giovanni Arrighi, La geometria dell'imperialismo, Milano, Feltrinelli, 1978, Anthony Brewer, Marxist theories of imperialism: a critical survey, Routledge and Kegan Paul, 1980 e Bill Warren, Imperialism pioneer of capitalism, London, NLB/Verso, 1981.