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Kalooki Nights
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“Lo so, ma almeno la mia infelicità non è ebreocentrica”
“Non sei un ebreo serio. Cosa fai tu di ebraico?”
“Questa si che è divertente! Cosa faccio che non sia ebraico? E tutto quello che faccio è più ebraico di qualsiasi cosa facciano loro. I chassidim sono una setta. Hanno appena due secoli, be ... (continue)
“Lo so, ma almeno la mia infelicità non è ebreocentrica”
“Non sei un ebreo serio. Cosa fai tu di ebraico?”
“Questa si che è divertente! Cosa faccio che non sia ebraico? E tutto quello che faccio è più ebraico di qualsiasi cosa facciano loro. I chassidim sono una setta. Hanno appena due secoli, bella roba. E inoltre sono svitati come i mormoni. Sono io il vero ebreo, ma’. Io mi rifaccio all’Antico Testamento. Sono esattamente come dovrebbe essere un ebreo. Non perdono. Separo le cose. Discuto con l’Onnipotente. A Lui piace. Quel che faccio Gli piace molto più della loro cieca obbedienza o di tutte quelle danza estatiche a cui si dedicano.
In questa discussione tra Max Glickman e sua sorella c’è in nuce il nocciolo di Kalooki Nights, ultimo romanzo dell’ottimo Howard Jacobson. Cosa vuol dire essere un ebreo laico in una società che ti rinfaccia continuamente il tuo status di membro del Popolo Eletto, rammentandoti che l’indifferenza verso tutte quelle bizzarre prescrizioni non ti libererà certo da un’identità così peculiare? Come sopravvivere all’intreccio indissolubile tra la doppia elica del DNA e un bagaglio di tradizioni religiose così ingombrante? Che dire poi del ruolo di vittime sacrificali, eterni creditori di pietà e scuse universali, che la ferocia nazista ha consegnato ad ogni ignaro ebreo nato dopo il secondo dopoguerra?
Kalooki Nights potrebbe essere velocemente archiviato come l’ennesimo romanzo ebraico in cui vengono ritratti tutti questi uomini buffi e pieni di complessi, incapaci di rapportarsi armoniosamente con il mondo che li circonda. Il Max Glickman di Howard Jacobson, vignettista ebreo con una serie di matrimoni falliti alle spalle (tutti con donne non-ebree con nomi contenenti umlaut o dieresi) non è poi così diverso da un Nathan Zuckerman di Philip Roth o da un Barney Panofsky di Mordechai Richler.
E invece no! Kalooki Nights non è un romanzo ebraico, bensì un romanzo ebraicocentrico. Nel tipico romanzo di Roth, sono ebrei i personaggi, è ebraica l’introspezione dell’autore, non meno del suo stile, ma questi sono tutti elementi che danno colore e caratterizzano una materia autonoma e dotata di vita propria. Barney Panofsky sarebbe forse meno credibile da cristiano, ma rimarrebbe un personaggio straordinario e se togli l’ebraicità dalla versione di Barney ti resta comunque un ottimo romanzo. L’ebraicità è in Roth una lente particolare con cui vedere la sua materia romanzesca, ma non è mai l’oggetto del romanzo. In Kalooki Nights avviene esattamente il contrario. Vengono inscenati personaggi poco credibili che animano una trama non meno incredibile con il solo intento di esaminare con la lente di ingrandimento ogni aspetto del complesso ebraico nel mondo di oggi. Se i personaggi e le situazioni sono inverosimili, Jacobson invece tratteggia l’ebraicità con un acume e uno stile rari. La traduzione italiana del romanzo rende alla perfezione la fluidità dei periodi eleganti alla ricercatezza del costrutto:
Per dovere di onestà, mi tocca essere il più scrupoloso possibile riguardo al mio oscuro inconscio, anche se così facendo rischio di fornire cartucce ai gentili, confermando la proverbiale perversione ebraica in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro. Osservandola seduta sulle ginocchia di Errol mentre loleggia Lola Lola [...], non mi chiesi forse fino a che punto si sarebbe spinta per amore di veridicità? E qundo Errol le suggerì che tanto per cominciare poteva succhiargli il cazzo, non ho forse sostituito a posteriori il timore che potesse farlo alla probabilità, alla presunzione – va bene, alla bramosia che lo facesse sul serio?
Ciò che però caratterizza di più Kalooki Nights è la sua capacità si trattare un argomento pesante come l’ebraicità con un umorismo corrosivo, corrosivo e profondo, ma di immediata comprensione. Proprio come una vignetta.
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