Crowe non è certo Truffaut... e Wilder non è Hitchcock (per il cui modo di far cinema Wilder sembra tra l'altro nutrire un certo biasimo). Le interviste, pur se parzialmente confusionarie e un po' ripetitive, sono scorrevoli e delineano, tra reticenze e confessioni, il carattere e le opinioni di un
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Crowe non è certo Truffaut... e Wilder non è Hitchcock (per il cui modo di far cinema Wilder sembra tra l'altro nutrire un certo biasimo). Le interviste, pur se parzialmente confusionarie e un po' ripetitive, sono scorrevoli e delineano, tra reticenze e confessioni, il carattere e le opinioni di un regista "topico" del cinema americano (fatto un po’ paradossale, date le sue origini austriache). Wilder parla senza peli sulla lingua, pur non affondando mai fino in fondo il coltello. Nelle interviste scorrono, tra ricordi più o meno allegri, simpatici bozzetti di alcuni attori: in essi viene raccontata ad esempio l’avarizia di Cary Grant (con il quale Wilder ha sempre tentato invano di girare molti suoi film) o l’insicurezza della straordinaria Monroe (divertente la storia dei suoi 80 ciak) se paragonata alla fredda professionalità della Dietrich; o ancora l’estrema versatilità di Laughton, l’esuberanza di Lemmon (messa a freno da Cukor fino alla “non recitazione”) ed il riconosciuto fascino della Hepburn. Traspare ancora tutto il rancore per un cineasta come Leisen (a causa del quale si sentì quasi obbligato a passare dal ruolo di sceneggiatore a quello di regista), il rispetto e la stima per colleghi come Wyler e Stevens e infine la venerazione per il geniale maestro Lubitsch (morto, come ricorda goliardicamente, tra le braccia di una prostituta). Efficace appare inoltre il solido pragmatismo con il quale Wilder maturava la stesura delle sceneggiatire, nella fruttuosa collaborazione con i suoi due co-sceneggiatori Brackett e Diamone; o la meticolosità dei criteri con cui definiva i tempi delle battute per le sue commedie più brillanti. I ricordi più dolorosi sono ovviamente quelli della madre finita nel campo di Auschwitz e probabilmente l’insuccesso di alcuni suoi film, sui quali pare quasi detestasse discorrere. C’è parecchio di vero Wilder in queste interviste, di sicuro un po’ incupite (ma forse anche mitigate nei suoi toni tipicamente caustici) dal peso dell’età (“sono morti tutti”). Buona la grafica del testo, belle le foto. In conclusione di sicuro un libro che non può mancare nella biblioteca degli estimatori del regista.
Un testo significativo della nuova collana dei Cahiers du Cinema sui Maestri del Cinema, che rapprsenta senza dubbio una efficace e sintetica introduzione al cinema di Wilder. L'autore, Noel Simsolo, rimarca la tecnica del ribaltamento inatteso di situazioni e personaggi, tipico di Wilder. Del testo
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Un testo significativo della nuova collana dei Cahiers du Cinema sui Maestri del Cinema, che rapprsenta senza dubbio una efficace e sintetica introduzione al cinema di Wilder. L'autore, Noel Simsolo, rimarca la tecnica del ribaltamento inatteso di situazioni e personaggi, tipico di Wilder. Del testo colpisce la semplicità dei contenuti che lo rendono accessibile anche a chi non ama addentrarsi in faticosi approcci critici tipici di una certa semiotica cinematografica.
Un testo a metà tra la biografia ed il romanzo intimistico. Storia degna di nota quella tra Gerda Taro, la vera eroina del testo, e Robert Capa. Peccato che il libro offa solo poche pagine di elevato spessore, contornate da un fiume di pagine e parole che appaiono scarsamente efficaci, scontate, rip
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Un testo a metà tra la biografia ed il romanzo intimistico. Storia degna di nota quella tra Gerda Taro, la vera eroina del testo, e Robert Capa. Peccato che il libro offa solo poche pagine di elevato spessore, contornate da un fiume di pagine e parole che appaiono scarsamente efficaci, scontate, ripetitive, già lette altrove. Grandi scrittori non ci si inventa, anche se tra le mani si ha una grande ed impossibile storia d'amore.
Poco più di un brogliaccio di pensieri, tra ricordi personali e considerazioni un po' superficiali da "chiacchiera al bar". Minghi scrive come parla, con frasi e punteggiature a volte incerte; ma quasi in ogni pagina si legge lo scoramento del cantante nel dover lavorare con case discografiche inett
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Poco più di un brogliaccio di pensieri, tra ricordi personali e considerazioni un po' superficiali da "chiacchiera al bar". Minghi scrive come parla, con frasi e punteggiature a volte incerte; ma quasi in ogni pagina si legge lo scoramento del cantante nel dover lavorare con case discografiche inette ed incapaci di valorizzare i propri artisti: sorprendente che questo sia accaduto anche ad un compositore che ha collaborato a scrivere o ha scritto tanti pezzi pregevoli, come ad esempio la splendida "1950". Peccato che il testo di Minghi faccia solo brevi cenni ad argomenti interessanti, quali ad esempio la collaborazione dei primissimi tempi con De Gregori o le tematiche del primo spettacolo teatrale "Forse sì musicale" nel quale, da quanto si leggeva sulla stampa, non era certo tenero con il mondo musicale nostrano, colleghi inclusi.
Conversazioni con Billy Wilder
***This comment contains spoilers! ***
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Le interviste, pur se parzialmente confusionarie e un po' ripetitive, sono scorrevoli e delineano, tra reticenze e confessioni, il carattere e le opinioni di un ... (
Crowe non è certo Truffaut... e Wilder non è Hitchcock (per il cui modo di far cinema Wilder sembra tra l'altro nutrire un certo biasimo).
Le interviste, pur se parzialmente confusionarie e un po' ripetitive, sono scorrevoli e delineano, tra reticenze e confessioni, il carattere e le opinioni di un regista "topico" del cinema americano (fatto un po’ paradossale, date le sue origini austriache).
Wilder parla senza peli sulla lingua, pur non affondando mai fino in fondo il coltello.
Nelle interviste scorrono, tra ricordi più o meno allegri, simpatici bozzetti di alcuni attori: in essi viene raccontata ad esempio l’avarizia di Cary Grant (con il quale Wilder ha sempre tentato invano di girare molti suoi film) o l’insicurezza della straordinaria Monroe (divertente la storia dei suoi 80 ciak) se paragonata alla fredda professionalità della Dietrich; o ancora l’estrema versatilità di Laughton, l’esuberanza di Lemmon (messa a freno da Cukor fino alla “non recitazione”) ed il riconosciuto fascino della Hepburn.
Traspare ancora tutto il rancore per un cineasta come Leisen (a causa del quale si sentì quasi obbligato a passare dal ruolo di sceneggiatore a quello di regista), il rispetto e la stima per colleghi come Wyler e Stevens e infine la venerazione per il geniale maestro Lubitsch (morto, come ricorda goliardicamente, tra le braccia di una prostituta).
Efficace appare inoltre il solido pragmatismo con il quale Wilder maturava la stesura delle sceneggiatire, nella fruttuosa collaborazione con i suoi due co-sceneggiatori Brackett e Diamone; o la meticolosità dei criteri con cui definiva i tempi delle battute per le sue commedie più brillanti.
I ricordi più dolorosi sono ovviamente quelli della madre finita nel campo di Auschwitz e probabilmente l’insuccesso di alcuni suoi film, sui quali pare quasi detestasse discorrere.
C’è parecchio di vero Wilder in queste interviste, di sicuro un po’ incupite (ma forse anche mitigate nei suoi toni tipicamente caustici) dal peso dell’età (“sono morti tutti”).
Buona la grafica del testo, belle le foto.
In conclusione di sicuro un libro che non può mancare nella biblioteca degli estimatori del regista.
Billy Wilder
Un testo significativo della nuova collana dei Cahiers du Cinema sui Maestri del Cinema, che rapprsenta senza dubbio una efficace e sintetica introduzione al cinema di Wilder.continue)
L'autore, Noel Simsolo, rimarca la tecnica del ribaltamento inatteso di situazioni e personaggi, tipico di Wilder.
Del testo ... (
Un testo significativo della nuova collana dei Cahiers du Cinema sui Maestri del Cinema, che rapprsenta senza dubbio una efficace e sintetica introduzione al cinema di Wilder.
L'autore, Noel Simsolo, rimarca la tecnica del ribaltamento inatteso di situazioni e personaggi, tipico di Wilder.
Del testo colpisce la semplicità dei contenuti che lo rendono accessibile anche a chi non ama addentrarsi in faticosi approcci critici tipici di una certa semiotica cinematografica.
Istantanea di un amore
Un testo a metà tra la biografia ed il romanzo intimistico. Storia degna di nota quella tra Gerda Taro, la vera eroina del testo, e Robert Capa. Peccato che il libro offa solo poche pagine di elevato spessore, contornate da un fiume di pagine e parole che appaiono scarsamente efficaci, scontate, rip ... (continue)
Un testo a metà tra la biografia ed il romanzo intimistico. Storia degna di nota quella tra Gerda Taro, la vera eroina del testo, e Robert Capa. Peccato che il libro offa solo poche pagine di elevato spessore, contornate da un fiume di pagine e parole che appaiono scarsamente efficaci, scontate, ripetitive, già lette altrove. Grandi scrittori non ci si inventa, anche se tra le mani si ha una grande ed impossibile storia d'amore.
L'ascolteranno gli americani
Poco più di un brogliaccio di pensieri, tra ricordi personali e considerazioni un po' superficiali da "chiacchiera al bar".continue)
Minghi scrive come parla, con frasi e punteggiature a volte incerte; ma quasi in ogni pagina si legge lo scoramento del cantante nel dover lavorare con case discografiche inett ... (
Poco più di un brogliaccio di pensieri, tra ricordi personali e considerazioni un po' superficiali da "chiacchiera al bar".
Minghi scrive come parla, con frasi e punteggiature a volte incerte; ma quasi in ogni pagina si legge lo scoramento del cantante nel dover lavorare con case discografiche inette ed incapaci di valorizzare i propri artisti: sorprendente che questo sia accaduto anche ad un compositore che ha collaborato a scrivere o ha scritto tanti pezzi pregevoli, come ad esempio la splendida "1950".
Peccato che il testo di Minghi faccia solo brevi cenni ad argomenti interessanti, quali ad esempio la collaborazione dei primissimi tempi con De Gregori o le tematiche del primo spettacolo teatrale "Forse sì musicale" nel quale, da quanto si leggeva sulla stampa, non era certo tenero con il mondo musicale nostrano, colleghi inclusi.
Japan horror
Poco più di un libretto introduttivo e scarsamente incisivo sul tema.