Uno dei più grossi pregi della fantascienza d'autore è quello di presentare innovazioni tecnologiche che poggiano su basi scientifiche spesso molto solide, tutt'altro che utopistiche e, a volte, addirittura già prese ampiamente in considerazione dalla scienza attuale. Si viene a creare quindi una so
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Uno dei più grossi pregi della fantascienza d'autore è quello di presentare innovazioni tecnologiche che poggiano su basi scientifiche spesso molto solide, tutt'altro che utopistiche e, a volte, addirittura già prese ampiamente in considerazione dalla scienza attuale. Si viene a creare quindi una sorta di connessione tra il mondo reale e quello narrato e il tutto assume contorni più vividi, perché ciò che stiamo leggendo forse un giorno lo vedremo sul serio - o lo vedranno i nostri figli/nipoti. E' il caso de "Le Fontane del Paradiso" del grande Arthur C. Clarke, un romanzo che ruota interamente intorno alle fasi iniziali della progettazione e della costruzione di un ascensore spaziale.
Senza entrare troppo nello specifico - se volete approfondire potete rivolgervi a WikiPedia - un elevatore spaziale è una gigantesca struttura orbitale che collega un punto sulla terra con un satellite ad orbita geostazionaria posto a decine di migliaia di chilometri di distanza (36.000 nel caso della torre orbitale descritta dal libro) mediante cavi e strutture composte da materiali resistenti ad enormi sollecitazioni. Questa soluzione è in grado di abbattere massicciamente i costi per il trasporto di materiali e persone in orbita, che con le tecnologie attuali (propulsione mediante razzi) sono molto elevati.
Le vicende narrate si svolgono interamente nell'isola equatoriale di Taprobane, che lo stesso Clarke ha dichiarato corrispondente al 90% con l'attuale Sri Lanka. Il variopinto sfondo della vicenda è rappresentato dalle rovine del palazzo Yakkagala (molto simili a quelle di Sigiriya) e dalle antiche vicende di Re Kalidas (nome di finzione che corrisponde a Re Kashyapa). Il fortissimo contrasto tra culture distanti tra loro è inebriante, e Clarke riesce a creare un amalgama così ben dosato che le vicende si mischiano alle leggende e danno vita ad un'ambientazione in cui il progresso tecnologico convive con tradizioni, usi e costumi antichissimi. E uno dei baluardi del passato ancora in piedi è il monastero costruito sulla cima del monte Sri Kanda (che ricorda molto da vicino Sri Pada), abitato da un antico ordine di monaci buddhisti che si opporrà con tutte le forze alla costruzione dell'elevatore.
Tutto ha inizio da una visita del Dr. Vannevar Morgan - capo ingegnere alla Terran Construction Corporation - alla montagna che, secondo il suo progetto, ospiterà la stazione di partenza dell'elevatore. In questa occasione si inizia a familiarizzare con la sua visione del futuro della razza umana, destinata secondo lui ad espandersi e ad uscire dai confini ideali dell'atmosfera terrestre, e anche con l'incredibile materiale sulle cui proprietà si baserà l'intera costruzione. La narrazione scorre in modo molto fluido e Clarke arricchisce il tutto con storie di epoche remote - le cui tracce iniziano a sbiadire nelle menti e nei paesaggi di Taprobane - e con proficue visite da mondi lontani. Il fulcro del libro è senza dubbio la fase finale della gestazione di un sogno ambizioso e complesso, ricco di insidie e che presenterà, pagina dopo pagina, difficoltà di natura terrena e non. E proprio quando l'intero progetto sembra destinato a trionfare, l'autore ci regala un'incredibile parte finale che riesce a mettere in stretta relazione due dimensioni tanto diverse e lontane tra loro: lo spazio che ci circonda e le paure, le speranze e i valori - ossia la sfera emotiva - di un singolo individuo. L'epilogo è un intelligente quanto fugace sguardo al futuro che ci attende, e pur svolgendosi sulla Terra, riesce a far percepire per intero le dimensioni dell'opera di Morgan.
Consigliato agli amanti del genere, agli appassionati dello spazio - il libro trabocca di dettagli e informazioni tecniche - e a chi, come lo stesso Clarke, nonostante tutto riesce ancora a nutrire una fiducia smodata nelle capacità e nelle potenzialità dell'uomo.
Leggere quest'opera dopo aver letteralmente divorato "Nascita del Superuomo" induce nel lettore uno strano senso di déjà vu iniziale. La tematica di fondo, infatti, è la stessa - le persone emarginate dalla società - e nella prima parte del romanzo si notano alcuni paralleli con il capolavoro succit
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Leggere quest'opera dopo aver letteralmente divorato "Nascita del Superuomo" induce nel lettore uno strano senso di déjà vu iniziale. La tematica di fondo, infatti, è la stessa - le persone emarginate dalla società - e nella prima parte del romanzo si notano alcuni paralleli con il capolavoro succitato. Fortunamente Sturgeon era uno scrittore davvero brillante e, sebbene l'idea portante su cui ruota l'intero libro sia simile da un punto di vista concettuale a quella dell'Homo gestalt, "I Figli di Medusa" offre un punto di vista filosofico e morale davvero unico, e soprattutto analizza il fattore "molteplicità" con squisita sensibilità e precisione.
La storia è narrata da diversi punti di vista differenti e i protagonisti - tutti accomunati da un qualche tipo di disagio o disadattamento - si muovono indipendentemente ma tracciando le linee di un disegno che li accomuna tutti. L'autore tuttavia non si limita a far magistralmente confluire le loro esperienze verso un unico punto, come spesso accade, ma li rende partecipi di un'esperienza dalle radici così vaste da coprire grosse fette del cosmo. Il costrutto principale del libro è infatti una entità intelligente interplanetaria - una sorta di "mente alveare" - che "assimila" le menti degli esseri viventi dei pianeti e galassie che visita (e il titolo originale dell'opera, "The Cosmic Rape", è molto più incisivo da questo punto di vista), e che è formata da una matrice di intelligenze indipendenti costantemente interconnesse tra loro. L'esperienza di uno dei nodi è esperienza comune. All'interno di questo immenso cervello ogni domanda riceve risposta nel momento in cui viene formulata, se uno dei "nodi" la conosce. E, per ogni azione che voglia intraprendere, può contare su una moltitudine di attuatori perfettamente sincronizzati tra loro. L'introspezione gioca un ruolo fondamentale, e il momento più alto dell'intero romanzo viene raggiunto nella incredibile descrizione dell'esperienza collettiva, quando ogni individualità si fonde alle altre per diventare un'unica entità. La capacità dell'autore di descrivere quella complessa ragnatela che è il microcosmo interiore di ognuno di noi spicca in modo particolare nel momento della presa di coscienza collettiva.
Come già accaduto con tutti i romanzi di Sturgeon che ho avuto la fortuna di leggere, anche in questo caso la fantascienza funge da mero fondale per affrontare temi di elevato spessore. Viene utilizzata, se vogliamo, come mezzo. Il vero fine di questa, come di altre sue opere, è quel realismo psicologico che lo contraddistingue in modo così marcato dalla gran parte degli scrittori sci-fi e che gli consente, in una manciata di pagine, di delineare tratti caratteriali e introspettivi che hanno la capacità di affondare nella mente di chi legge e permeare il resto della lettura, come fa il basso in un arrangiamento musicale.
Scorrevole e profondo, perfetto come antipasto, tuttavia il piatto forte, secondo me, questo autore lo sforna altrove.
Scrivere una recensione generale su una raccolta come questa sarebbe senza dubbio riduttivo, così come dichiarare di voler selezionare solo i racconti davvero meritevoli risulterebbe in una grossolana presa in giro al lettore, perché si finirebbe per parlare della loro stragrande maggioranza. Perciò
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Scrivere una recensione generale su una raccolta come questa sarebbe senza dubbio riduttivo, così come dichiarare di voler selezionare solo i racconti davvero meritevoli risulterebbe in una grossolana presa in giro al lettore, perché si finirebbe per parlare della loro stragrande maggioranza. Perciò, dato che in alcuni casi mi sono trovato dinnanzi a perle di tale grandezza da giustificare, da sole, l'acquisto dell'intero libro, nel commentarlo ho deciso di trattare - brevemente - ciascun racconto in modo separato.
"Il Libro di Sabbia" - Jorge Luis Borges (1975) Breve ma intenso, racconta l'ossessione che spesso attanaglia come una morsa chi si addentra nel suggestivo vortice dell'infinito - nel senso più matematico del termine - e viene rapito dal fascino esercitato dalle sue buie profondità. Quel tipo di ossessione che solo qualcosa di irresistibilmente affascinante riesce a generare. E cosa c'è di più affascinante, per una mente matematica, di un libro con un numero di pagine illimitato?
"Nove Volte Sette" - Isaac Asimov (1958) In questo racconto - che già avevo letto anni fa - il classico tema futuristico delle macchine che prendono il posto dell'uomo viene abilmente ribaltato e in una società controllata da calcolatrici totalmente autosufficienti spunta il seme del calcolo manuale. Ambientata durante una guerra che ristagna ormai da anni, la storia affronta in maniera molto vivida il problema del progresso scientifico e dell'utilizzo che l'uomo decide di fare delle nuove conquiste. Non senza un pizzico di cinismo e un velato accenno alla ciclicità. Geniale, come sempre.
"Quanto scommettiamo" - Italo Calvino Immaginate due scommettitori accaniti che, dall'alba dei tempi e da spettatori (perché è l'unico ruolo che si può avere) di quello straordinario spettacolo che è la genesi dell'universo, si divertono a puntare su qualsiasi tipo di avvenimento, per miliardi di anni, dal Big Bang al colore delle scarpe che la signora Rossi indosserà uscendo di casa il 2 gennaio 1948, utilizzando come moneta dapprima gli atomi e poi, una volta formata la Terra e trasferitisi su di essa, fior di quattrini. Ora condite il tutto con l'inconfondibile stile di Calvino e otterrete questo delizioso racconto, che parla di matematica e di astronomia, ma anche del tumultuoso vortice del gioco d'azzardo.
"L'hotel straordinario, o il milleunesimo viaggio di Ion il Tranquillo" - Stanislaw Lem (1968) Un intrigante racconto-esercizio sugli insiemi infiniti costruito intorno ad un'ambientazione fantascientifica e a tratti anche divertente, che non mancherà di interessare gli appassionati di matematica (e di annoiare tutti gli altri).
"La Trama Celeste" - Adolfo Bioy Casares (1948) Il meccanismo di fondo su cui si basa questo racconto è abbastanza interessante, sebbene risulti intuibile già dopo le prime pagine. Per questo motivo forse il tutto risulta un po' troppo prolisso e intrecciato, specialmente nelle note topografiche - anche se queste ultime, si scoprirà verso la fine, hanno un preciso scopo. Carino, piuttosto vivido e con trovate interessanti, ma poco emozionante.
"Eupompo diede lustro all'Arte mediante i Numeri" - Aldous Huxley Altro racconto sulle ossessioni generate dalla matematica, nella forma, questa volta, del semplice "contare". La storia è molto suggestiva, perché scava nel passato e ha un riscontro parallelo anche nel presente, e riesce a tenere sempre viva l'attenzione del lettore.
"Esame dell'opera di Herbert Quain" - Jorge Luis Borges (1941) Si tratta dell'analisi di alcune opere di uno scrittore di fantasia, Herbert Quain, che hanno tutte qualche tratto bizzarro. In realtà solo una ha a che fare con la matematica nel vero senso della parola: "April March" è infatti un racconto caratterizzato da 9 inizi che poi si ramificano e si triforcano indietro nel tempo. "The God of the Labyrinth" è una storia investigativa in cui viene volontariamente data una soluzione errata per poi lasciare al lettore la scoperta dell'errore commesso; "The Secret Mirror", un racconto ramificato in cui il primo atto è il lavoro di uno dei personaggi del secondo atto; "Statements", infine, è una raccolta di storie opportunamente create per scatenare disappunto nel lettore. Un racconto piuttosto originale ma che non riesce, secondo me, a tenere il passo con altre perle contenute in questo libro.
"I sette messaggeri" - Dino Buzzati (1942) Bellissimo racconto che, secondo me, racchiude in modo perfetto la sintesi del pensiero di Buzzati. Un principe lascia il regno per intraprendere un viaggio verso dei confini che forse non riuscirà mai a raggiungere. Per tenersi in contatto con la sua gente porta con sé sette messaggeri e a cadenze regolari li manda indietro per inviare e ricevere lettere e notizie. Con l'aumentare della distanza percorsa naturalmente aumenta anche l'intervallo di tempo tra un messaggero e l'altro, in una perfetta progressione di cui si rende conto anche il protagonista. La fine del racconto è pregna di malinconia e rassegnazione.
"Continuità dei parchi" - Julio Cortázar (1954) Racchiudere in due paginette un concentrato così intenso di emozioni e riuscire a legare ricorsivamente due mondi tanto distanti da loro è davvero un risultato apprezzabile. Il racconto è talmente breve che se cercate su Google lo trovate in forma integrale. Ne vale la pena.
"Geometria solida" - Ian McEwan (1975) Altro racconto dedicato all'ossessione, questa volta per la geometria solida, che narra le vicende di un uomo che eredita i diari segreti del suo bis bis nonno, i quali contengono studi matematici e geometrici sconvolgenti. In parallelo viene anche trattato il difficile periodo che il matrimonio di Phil e sua moglie, Maisie, sta attraversando. Parallelo che poi si ricongiunge alla fine del libro in modo cinico, ma prevedibile. Una storia molto suggestiva e narrata magistralmente, da cui è stato tratto anche un cortometraggio con Ewan McGregor.
"La quadratura del cerchio" - O. Henry (1935) Una storia che fa del parallelo tra natura e operato dell'uomo - in chiave squisitamente geometrica - il suo punto di forza, adattandolo a due ambientazioni tanto diverse da loro quanto accomunate dal fatto che l'una è l'evoluzione dell'altra, e che una loro compenetrazione è più che plausibile (come suggerisce, tra le altre cose, anche l'inaspettato finale). Si tratta di un racconto breve ma scritto davvero bene, che conferma la fama indiscussa dell'autore (al secolo William Sydney Porter). Non a caso il famoso premio letterario dedicato ai racconti porta proprio il suo nome.
"La Biblioteca Universale" - Kurd Laßwitz (1904) Uno dei più classici e deliziosi esempi di racconto matematico, in cui ci si addentra nelle spire attorcigliate di una ipotetica (e perfettamente calcolabile) biblioteca che contenga qualsiasi possibile scritto del passato, presente e futuro. Sviluppato sotto forma di dialogo tra un gruppo di amici, riesce a catturare l'attenzione del lettore anche grazie all'ambientazione semplice e confortevole.
"Il conte di Montecristo" - Italo Calvino Un racconto intricato e affascinante nel quale la storia di due carcerati d'eccezione si intreccia con quella di un ipotetico iper-romanzo utilizzato da Alexandre Dumas per ricavare il popolare libro "Il Conte di Montecristo", il tutto in chiave altamente geometrica - le combinazioni la fanno da padrone - e capace di farci letteralmente girare la testa, come solo Calvino sa fare.
"La casa nuova" - Robert Heinlein (1941) Direttamente dalla magica penna di uno degli autori di fantascienza più famosi e influenti, arriva questa spettacolare storia che parla di un architetto che si è messo in testa di voler realizzare un'abitazione rivoluzionaria costruita in quattro dimensioni. Un viaggio vivido e al tempo stesso allucinante nei meandri di una casa costruita a forma di tesseract. Nonostante sia tra i racconti più lunghi della raccolta, grazie alla caratterizzazione e alla cura dei dialoghi e delle descrizioni - unitamente alla geniale idea di fondo - finirete per leggerlo tutto d'un fiato senza neanche accorgervene.
"Fuga" - Daniele Del Giudice Con uno stile di scrittura particolarmente incalzante, fitto e impreziosito da inserti in dialetto napoletano, viene narrata la fuga di un ragazzo da un inseguitore che vuole ucciderlo, ma che in realtà è utilizzata come pretesto per introdurre il vero cuore del racconto: la concezione di una sorta di cimitero perpetuo, composto da 366 fosse nelle quali seppellire, per ognuna di esse, i morti di tutti i giorni dell'anno. La matematica qui si incontra con la fredda e ordinatissima razionalità di chi ha ideato una struttura del genere e con il concetto caotico di morte, il tutto letto nella chiave dello scorrere ineluttabile del tempo La vicenda è inoltre intervallata da interessanti note storiche sul luogo, che contribuiscono a spezzare l'azione e a fornire maggior spessore al background.
"Riflusso" - José Saramago (1978) Saramago non ha certo bisogno di presentazioni. In questo racconto di poche pagine riesce a creare un piccolo mondo a partire dalla singola ossessione verso la morte provata da un re che, per non ritrovarsi più davanti agli occhi la sofferenza legata all'operato del tristo mietitore, decide di costruire un enorme cimitero e convogliare al suo interno tutti i morti del suo regno, passati, presenti e futuri. Dalle conseguenze di questa scelta - il traffico e le infrastrutture necessarie al trasporto dei defunti, la formazione di zone intorno ai lati dell'immenso quadrato, la creazione di vere e proprie città periferiche e il lento ma inesorabile declino che riporterà tutto allo stato iniziale - nasce, tra le altre cose, anche un'interessante analisi sulla natura umana.
"Ragazzo" - Dario Voltolini Un racconto semplice ma abbastanza intenso, che parla del mondo del lavoro, delle ambizioni - per quanto umili possano essere - e dei sogni legati alla loro realizzazione.
"Naturalmente" - Fredric Brown (1954) Breve ma divertentissimo racconto sulle conseguenze che può causare l'ignoranza nella geometria.
"Tennis, trigonometria e tornado" - David Foster Wallace (1997) Interessantissimo spaccato autobiografico che narra l'esperienza giovanile dell'autore con il tennis (o più precisamente con la sua capacità di matematizzarne regole e traiettorie), con i terribili venti del Midwest e con i tornado. Sono questi ultimi argomenti a risultare maggioramente interessanti, perché offrono l'esperienza diretta di chi è abituato a convivere con questi maestosi fenomeni atmosferici. Il racconto scorre molto velocemente, grazie alle capacità dell'autore e alla sua spiccata ironia - e autoironia.
"Pitagora" - Umberto Eco (1975) Bellissima intervista tra Eco e Pitagora, nella quale quest'ultimo tratteggia le linee fondamentali della sua personale visione del mondo, che grazie ad una fede incrollabile viene filtrata attraverso quella entità numerica alla quale è così tanto devoto. Vani i tentativi di Eco di convincere il matematico che quella da lui enunciata altro non è che una possibile visione del mondo, non necessariamente l'unica, né tantomento la più completa. L'ostinatezza della scuola pitagorica viene magistralmemente illustrata nelle ultime tre battute del suo fondatore.
"La morte di Archimede" - Karel Capek L'autore di questo breve racconto ci offre un'alternativa all'episodio della morte di Archimede, che vede lo scienziato avvicinato niente meno che dal capitano di stato maggiore Lucius, il quale gli propone di servire Roma e aiutarla a dominare il mondo. Archimede tuttavia, chino sulle sue carte, rifiuta perché ha cose ben più importanti a cui pensare...
"Paolo Uccello" - Marcel Schwob (1896) L'ossessione verso la matematica è uno dei temi più ricorrenti in questa raccolta. In questo caso però, trattandosi di un personaggio esistito davvero, il racconto assume tratti decisamente più intensi. Paolo di Dono ha infatti sacrificato qualsiasi aspetto della propria vita per lo studio di rette, angoli, cerchi e della loro armonia reciproca.
"Un Hugo geometra" - Raymond Queneau (1950) La vita di Lèopold Hugo, figlio del fratello del famoso Victor. Nonostante la sua passione per la geometria, non veniva molto preso sul serio dall'Accademia delle scienze. Scarsamente coinvolgente, una sorta di pesce fuor d'acqua.
"John von Neumann 1903-1957" - Hans Magnus Enzensberger Bellissima poesia che narra tutte le tappe fondamentali della vita del celebre matematico e informatico. “Anche chi non ha mai sentito parlare di lui col mouse in pugno aziona la sua algebra combinatoria”.
"Breve ritratto di Alan Turing" - Emmanuel Carrère (1995) La sempre interessante vita del famoso matematico, vista in una chiave più vicina alla sua mente e alle sue capacità logiche.
"L'uomo matematico" - Robert Musil (1913) Il racconto conclusivo di questa raccolta non poteva che essere dedicato alla figura del matematico, alla costante ricerca della verità tramite il puro esercizio mentale, senza porre alcuna preoccupazione allo scopo perché, in un certo senso, la verità rappresenta semplicemente il suo destino. Viene anche offerta una interessante visione della società, dalla quale, secondo l'autore, il matematico esce come una sorta di spiritualista dell'era moderna. Piuttosto stimolante.
Ci sono romanzi che fanno letteralmente girare la testa se si cerca di immaginare la scala di spazio - e tempo, in molti casi - all'interno della quale sono incastonate le vicende narrate. Clarke, con questo suo fulgido capolavoro, va decisamente oltre. Sono davvero pochi i libri che offrono una pro
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Ci sono romanzi che fanno letteralmente girare la testa se si cerca di immaginare la scala di spazio - e tempo, in molti casi - all'interno della quale sono incastonate le vicende narrate. Clarke, con questo suo fulgido capolavoro, va decisamente oltre. Sono davvero pochi i libri che offrono una prospettiva così vasta da risultare quasi impossibile anche solo da immaginare. Rispetto ai giorni nostri - e addirittura rispetto all'epoca, già di per sé avanzatissima, nella quale è ambientata la maggior parte dei romanzi del genere - "La Città e le Stelle" narra la storia del genere umano (o meglio, di quello che ne è rimasto) centinaia di milioni di anni nel futuro, partendo da una Terra ridotta ormai ad un arido deserto ed arrivando a toccare i confini dell'universo, in alcuni casi addirittura superandoli - come nel bellissimo finale, carico di quella poesia e ottimismo tipici dell'autore. La sfera scientifica si fonde in quella metafisica - nell'accezione più laica del termine - in una sorta di simbiosi perfetta, regalandoci una visuale inaspettatamente grandangolare. Una dimensione così titanica da far percepire l'arco della vita di un uomo come un unico, singolo battito d'ali di colibrì. Ed è proprio questo uno dei temi dominanti nel libro: il ciclo vitale, per come lo conosciamo ora, è stato completamente riprogrammato e Diaspar (la complessa città in cui è ambientata gran parte della storia) può vantare una popolazione incredibilmente longeva e la cui esistenza si rinnova ciclicamente, donandole di fatto l'immortalità. Ma questa apparente perfezione porta con sé una inevitabile monotonia e una mancanza di prospettiva che solo Alvin, tra tutti i milioni di abitanti, riesce a percepire. È questa sua innata ribellione nei confronti dei dettami con i quali sono rigidamente programmati i cittadini di Diaspar che lo portano a cercare un modo per uscire da quel mondo sterile e immune allo scorrere del tempo.
Il principale cardine intorno al quale si muove l'intera struttura del romanzo è senza dubbio la tecnologia. Clarke è un vero e proprio maestro nell'immaginare e rendere credibili tecniche e meccanismi così distanti da noi. E - se mi concedete l'anacronismo - non troverete un solo bullone fuori posto, perché la base scientifica è così solida e plausibile da far percepire le tecnologie descritte come una convincente evoluzione di quelle attuali (o, data la scala, di quelle future). L'autore rimane anche in questo caso coerente con le sue abituali scelte stilistiche e, come succede nella gran parte dei suoi lavori (e questo è uno degli aspetti del suo modus scrivendi che gli vengono maggiormente criticati), dedica all'impianto scientifico la maggior parte delle risorse letterarie. L'intera umanità viene descritta in chiave tecnologica: i protagonisti e i vari personaggi che si susseguono nelle vicende non hanno una caratterizzazione profonda come forse si esigerebbe da un'opera di tali dimensioni, ma sembra che facciano quasi da contorno alla palpabile realtà rappresentata dalle macchine e dalle meraviglie che nascondono. E la cosa davvero fantastica è che va benissimo così. Il romanzo è un susseguirsi di riflessioni, interrogativi, azioni e reazioni che coinvolgono intimamente l'uomo - come la paura, la religione, il coraggio, l'istinto di conservazione, l'estraniazione dal mondo esterno al solo scopo di proteggersi, l'amore nell'accezione più pura del termine - e allo stesso tempo toccano dimensioni infinitamente più grandi - il desiderio di conquista dello spazio, la brama tecnologica, il sogno di riprodurre e perfezionare quell'incredibile macchina biologica che è l'uomo, fino a toccare l'umiltà e lo studio dei propri errori per il benessere collettivo. I temi trattati sono coinvolgenti ad un livello così profondo e riflessivo che più volte mi sono ritrovato, quasi senza accorgermene, a rileggere passaggi o interi capitoli per assimilarne al meglio le dinamiche e i significati.
Un libro di Fantascienza con la 'F' smisuratamente maiuscola. Un'esperienza vasta e appagante, che mi sento di consigliare a tutti. E se siete amanti dell'introspezione e della minuta caratterizzazione dei personaggi, vi consiglio di cambiare registro di lettura prima di iniziare. Vi godrete meglio le meraviglie che Clarke è riuscito ad offrirci.
Grazie all'espediente letterario del ritrovarsi in un luogo (e forse in un tempo) completamente sconosciuto, Sturgeon riesce a confezionare un romanzo caratterizzato da uno strato superficiale stimolante e adagiato su una trama solida in cui si avverte un costante crescendo di tensione e curiosità.
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Grazie all'espediente letterario del ritrovarsi in un luogo (e forse in un tempo) completamente sconosciuto, Sturgeon riesce a confezionare un romanzo caratterizzato da uno strato superficiale stimolante e adagiato su una trama solida in cui si avverte un costante crescendo di tensione e curiosità. Ma è quello che c'è sotto, e che emerge quasi immediatamente, a rappresentare il vero cuore pulsante dell'opera: un'analisi incredibilmente attuale (il libro è stato scritto più di 50 anni fa) dell'umanità e della sua tendenza alla ricerca spasmodica della superiorità nei confronti del diverso, del più debole; e della tendenza a cercare differenze sostanziali all'interno di categorie che, a ben guardare, non differiscono eccessivamente tra loro, al solo scopo di alimentare il bisogno di prevaricare sul proprio simile. Il costrutto su cui si basa l'intero romanzo è l'osservazione e il contatto diretto con una nuova razza di individui bisessuati, i ledom, da parte di un visitatore umano capitato nel bel mezzo di un agglomerato incredibilmente avanzato a livello tecnologico. I temi trattati hanno un altissimo valore filosofico ed etico, e spaziano dall'amore incondizionato alla religione, dalla xenofobia al sesso, passando per l'evoluzione, la musica - nel senso più viscerale e partecipativo del termine - e i rapporti interpersonali.
Alcuni tratti sociali dei ledom, sebbene fortemente utopistici, sono così giusti ed efficienti a livello culturale da risultare immediatamente auspicabili. L'affascinante rapporto con la musica, per esempio, è uno di quelli; anche la religione adottata, fortemente caritica e votata a qualcosa di concreto, tangibile ma che al tempo stesso, per sua stessa natura, non implica alcun vincolo di obbedienza o devozione (difficile da spiegare senza rovinarvi un terzo del libro). Anche il taglio netto col passato, e la profonda adorazione dell'avvenire, per certi versi potrebbe essere considerato un tratto lungimirante, sebbene in questo caso quello che si andrebbe a perdere forse non ne giustificherebbe l'adozione. Il punto che riguarda la religione, in particolare, fa riflettere molto, perché si collega in maniera diretta all'evoluzione delle religioni realmente avvenuta, e mostra in maniera disarmante come al fedele e alla sua divinità sia stato interposto il senso di colpa - soprattutto quello sessuale - e il peccato al solo scopo di ottenere su di esso un qualche tipo di potere, di controllo e di superiorità. Anche il tema del sesso è molto presente, in particolare per quanto concerne le differenze - imposte da una società in costante ricerca della diversità - tra uomo e donna, con conseguente divisione netta di usi, costumi e compiti tra i due sessi.
Un altro aspetto tutt'altro che marginale è quello tecnologico. Pensare che cinquanta anni fa qualcuno abbia concepito le soluzioni e le tecnologie che vengono illustrate in questo libro, mi fa amare ancora di più il genere della fantascienza - soprattutto quella degli anni 50-60. Diversi colpi di scena inoltre inducono il lettore a cambiare spesso chiave di lettura, e in particolare il finale suggerisce in modo velato, e in senso figurato ma netto, che per certi versi qualche ledom potrebbe già essere tra noi.
Un capolavoro, per quanto mi riguarda. Un'opera di incredibile valore introspettivo, che riesce a mettere più volte il lettore davanti a uno specchio su tematiche delicate e controverse, proprio come fanno queste misteriose creature tramite uno dei loro strani congegni ultra-tecnologici.
Le fontane del paradiso
Uno dei più grossi pregi della fantascienza d'autore è quello di presentare innovazioni tecnologiche che poggiano su basi scientifiche spesso molto solide, tutt'altro che utopistiche e, a volte, addirittura già prese ampiamente in considerazione dalla scienza attuale. Si viene a creare quindi una so ... (continue)
Uno dei più grossi pregi della fantascienza d'autore è quello di presentare innovazioni tecnologiche che poggiano su basi scientifiche spesso molto solide, tutt'altro che utopistiche e, a volte, addirittura già prese ampiamente in considerazione dalla scienza attuale. Si viene a creare quindi una sorta di connessione tra il mondo reale e quello narrato e il tutto assume contorni più vividi, perché ciò che stiamo leggendo forse un giorno lo vedremo sul serio - o lo vedranno i nostri figli/nipoti. E' il caso de "Le Fontane del Paradiso" del grande Arthur C. Clarke, un romanzo che ruota interamente intorno alle fasi iniziali della progettazione e della costruzione di un ascensore spaziale.
Senza entrare troppo nello specifico - se volete approfondire potete rivolgervi a WikiPedia - un elevatore spaziale è una gigantesca struttura orbitale che collega un punto sulla terra con un satellite ad orbita geostazionaria posto a decine di migliaia di chilometri di distanza (36.000 nel caso della torre orbitale descritta dal libro) mediante cavi e strutture composte da materiali resistenti ad enormi sollecitazioni. Questa soluzione è in grado di abbattere massicciamente i costi per il trasporto di materiali e persone in orbita, che con le tecnologie attuali (propulsione mediante razzi) sono molto elevati.
Le vicende narrate si svolgono interamente nell'isola equatoriale di Taprobane, che lo stesso Clarke ha dichiarato corrispondente al 90% con l'attuale Sri Lanka. Il variopinto sfondo della vicenda è rappresentato dalle rovine del palazzo Yakkagala (molto simili a quelle di Sigiriya) e dalle antiche vicende di Re Kalidas (nome di finzione che corrisponde a Re Kashyapa). Il fortissimo contrasto tra culture distanti tra loro è inebriante, e Clarke riesce a creare un amalgama così ben dosato che le vicende si mischiano alle leggende e danno vita ad un'ambientazione in cui il progresso tecnologico convive con tradizioni, usi e costumi antichissimi. E uno dei baluardi del passato ancora in piedi è il monastero costruito sulla cima del monte Sri Kanda (che ricorda molto da vicino Sri Pada), abitato da un antico ordine di monaci buddhisti che si opporrà con tutte le forze alla costruzione dell'elevatore.
Tutto ha inizio da una visita del Dr. Vannevar Morgan - capo ingegnere alla Terran Construction Corporation - alla montagna che, secondo il suo progetto, ospiterà la stazione di partenza dell'elevatore. In questa occasione si inizia a familiarizzare con la sua visione del futuro della razza umana, destinata secondo lui ad espandersi e ad uscire dai confini ideali dell'atmosfera terrestre, e anche con l'incredibile materiale sulle cui proprietà si baserà l'intera costruzione. La narrazione scorre in modo molto fluido e Clarke arricchisce il tutto con storie di epoche remote - le cui tracce iniziano a sbiadire nelle menti e nei paesaggi di Taprobane - e con proficue visite da mondi lontani.
Il fulcro del libro è senza dubbio la fase finale della gestazione di un sogno ambizioso e complesso, ricco di insidie e che presenterà, pagina dopo pagina, difficoltà di natura terrena e non. E proprio quando l'intero progetto sembra destinato a trionfare, l'autore ci regala un'incredibile parte finale che riesce a mettere in stretta relazione due dimensioni tanto diverse e lontane tra loro: lo spazio che ci circonda e le paure, le speranze e i valori - ossia la sfera emotiva - di un singolo individuo.
L'epilogo è un intelligente quanto fugace sguardo al futuro che ci attende, e pur svolgendosi sulla Terra, riesce a far percepire per intero le dimensioni dell'opera di Morgan.
Consigliato agli amanti del genere, agli appassionati dello spazio - il libro trabocca di dettagli e informazioni tecniche - e a chi, come lo stesso Clarke, nonostante tutto riesce ancora a nutrire una fiducia smodata nelle capacità e nelle potenzialità dell'uomo.
I figli di Medusa
Leggere quest'opera dopo aver letteralmente divorato "Nascita del Superuomo" induce nel lettore uno strano senso di déjà vu iniziale. La tematica di fondo, infatti, è la stessa - le persone emarginate dalla società - e nella prima parte del romanzo si notano alcuni paralleli con il capolavoro succit ... (continue)
Leggere quest'opera dopo aver letteralmente divorato "Nascita del Superuomo" induce nel lettore uno strano senso di déjà vu iniziale. La tematica di fondo, infatti, è la stessa - le persone emarginate dalla società - e nella prima parte del romanzo si notano alcuni paralleli con il capolavoro succitato. Fortunamente Sturgeon era uno scrittore davvero brillante e, sebbene l'idea portante su cui ruota l'intero libro sia simile da un punto di vista concettuale a quella dell'Homo gestalt, "I Figli di Medusa" offre un punto di vista filosofico e morale davvero unico, e soprattutto analizza il fattore "molteplicità" con squisita sensibilità e precisione.
La storia è narrata da diversi punti di vista differenti e i protagonisti - tutti accomunati da un qualche tipo di disagio o disadattamento - si muovono indipendentemente ma tracciando le linee di un disegno che li accomuna tutti. L'autore tuttavia non si limita a far magistralmente confluire le loro esperienze verso un unico punto, come spesso accade, ma li rende partecipi di un'esperienza dalle radici così vaste da coprire grosse fette del cosmo. Il costrutto principale del libro è infatti una entità intelligente interplanetaria - una sorta di "mente alveare" - che "assimila" le menti degli esseri viventi dei pianeti e galassie che visita (e il titolo originale dell'opera, "The Cosmic Rape", è molto più incisivo da questo punto di vista), e che è formata da una matrice di intelligenze indipendenti costantemente interconnesse tra loro. L'esperienza di uno dei nodi è esperienza comune. All'interno di questo immenso cervello ogni domanda riceve risposta nel momento in cui viene formulata, se uno dei "nodi" la conosce. E, per ogni azione che voglia intraprendere, può contare su una moltitudine di attuatori perfettamente sincronizzati tra loro. L'introspezione gioca un ruolo fondamentale, e il momento più alto dell'intero romanzo viene raggiunto nella incredibile descrizione dell'esperienza collettiva, quando ogni individualità si fonde alle altre per diventare un'unica entità. La capacità dell'autore di descrivere quella complessa ragnatela che è il microcosmo interiore di ognuno di noi spicca in modo particolare nel momento della presa di coscienza collettiva.
Come già accaduto con tutti i romanzi di Sturgeon che ho avuto la fortuna di leggere, anche in questo caso la fantascienza funge da mero fondale per affrontare temi di elevato spessore. Viene utilizzata, se vogliamo, come mezzo. Il vero fine di questa, come di altre sue opere, è quel realismo psicologico che lo contraddistingue in modo così marcato dalla gran parte degli scrittori sci-fi e che gli consente, in una manciata di pagine, di delineare tratti caratteriali e introspettivi che hanno la capacità di affondare nella mente di chi legge e permeare il resto della lettura, come fa il basso in un arrangiamento musicale.
Scorrevole e profondo, perfetto come antipasto, tuttavia il piatto forte, secondo me, questo autore lo sforna altrove.
Racconti matematici
Scrivere una recensione generale su una raccolta come questa sarebbe senza dubbio riduttivo, così come dichiarare di voler selezionare solo i racconti davvero meritevoli risulterebbe in una grossolana presa in giro al lettore, perché si finirebbe per parlare della loro stragrande maggioranza. Perciò ... (continue)
Scrivere una recensione generale su una raccolta come questa sarebbe senza dubbio riduttivo, così come dichiarare di voler selezionare solo i racconti davvero meritevoli risulterebbe in una grossolana presa in giro al lettore, perché si finirebbe per parlare della loro stragrande maggioranza. Perciò, dato che in alcuni casi mi sono trovato dinnanzi a perle di tale grandezza da giustificare, da sole, l'acquisto dell'intero libro, nel commentarlo ho deciso di trattare - brevemente - ciascun racconto in modo separato.
"Il Libro di Sabbia" - Jorge Luis Borges (1975)
Breve ma intenso, racconta l'ossessione che spesso attanaglia come una morsa chi si addentra nel suggestivo vortice dell'infinito - nel senso più matematico del termine - e viene rapito dal fascino esercitato dalle sue buie profondità. Quel tipo di ossessione che solo qualcosa di irresistibilmente affascinante riesce a generare. E cosa c'è di più affascinante, per una mente matematica, di un libro con un numero di pagine illimitato?
"Nove Volte Sette" - Isaac Asimov (1958)
In questo racconto - che già avevo letto anni fa - il classico tema futuristico delle macchine che prendono il posto dell'uomo viene abilmente ribaltato e in una società controllata da calcolatrici totalmente autosufficienti spunta il seme del calcolo manuale. Ambientata durante una guerra che ristagna ormai da anni, la storia affronta in maniera molto vivida il problema del progresso scientifico e dell'utilizzo che l'uomo decide di fare delle nuove conquiste. Non senza un pizzico di cinismo e un velato accenno alla ciclicità. Geniale, come sempre.
"Quanto scommettiamo" - Italo Calvino
Immaginate due scommettitori accaniti che, dall'alba dei tempi e da spettatori (perché è l'unico ruolo che si può avere) di quello straordinario spettacolo che è la genesi dell'universo, si divertono a puntare su qualsiasi tipo di avvenimento, per miliardi di anni, dal Big Bang al colore delle scarpe che la signora Rossi indosserà uscendo di casa il 2 gennaio 1948, utilizzando come moneta dapprima gli atomi e poi, una volta formata la Terra e trasferitisi su di essa, fior di quattrini. Ora condite il tutto con l'inconfondibile stile di Calvino e otterrete questo delizioso racconto, che parla di matematica e di astronomia, ma anche del tumultuoso vortice del gioco d'azzardo.
"L'hotel straordinario, o il milleunesimo viaggio di Ion il Tranquillo" - Stanislaw Lem (1968)
Un intrigante racconto-esercizio sugli insiemi infiniti costruito intorno ad un'ambientazione fantascientifica e a tratti anche divertente, che non mancherà di interessare gli appassionati di matematica (e di annoiare tutti gli altri).
"La Trama Celeste" - Adolfo Bioy Casares (1948)
Il meccanismo di fondo su cui si basa questo racconto è abbastanza interessante, sebbene risulti intuibile già dopo le prime pagine. Per questo motivo forse il tutto risulta un po' troppo prolisso e intrecciato, specialmente nelle note topografiche - anche se queste ultime, si scoprirà verso la fine, hanno un preciso scopo. Carino, piuttosto vivido e con trovate interessanti, ma poco emozionante.
"Eupompo diede lustro all'Arte mediante i Numeri" - Aldous Huxley
Altro racconto sulle ossessioni generate dalla matematica, nella forma, questa volta, del semplice "contare". La storia è molto suggestiva, perché scava nel passato e ha un riscontro parallelo anche nel presente, e riesce a tenere sempre viva l'attenzione del lettore.
"Esame dell'opera di Herbert Quain" - Jorge Luis Borges (1941)
Si tratta dell'analisi di alcune opere di uno scrittore di fantasia, Herbert Quain, che hanno tutte qualche tratto bizzarro. In realtà solo una ha a che fare con la matematica nel vero senso della parola: "April March" è infatti un racconto caratterizzato da 9 inizi che poi si ramificano e si triforcano indietro nel tempo. "The God of the Labyrinth" è una storia investigativa in cui viene volontariamente data una soluzione errata per poi lasciare al lettore la scoperta dell'errore commesso; "The Secret Mirror", un racconto ramificato in cui il primo atto è il lavoro di uno dei personaggi del secondo atto; "Statements", infine, è una raccolta di storie opportunamente create per scatenare disappunto nel lettore. Un racconto piuttosto originale ma che non riesce, secondo me, a tenere il passo con altre perle contenute in questo libro.
"I sette messaggeri" - Dino Buzzati (1942)
Bellissimo racconto che, secondo me, racchiude in modo perfetto la sintesi del pensiero di Buzzati. Un principe lascia il regno per intraprendere un viaggio verso dei confini che forse non riuscirà mai a raggiungere. Per tenersi in contatto con la sua gente porta con sé sette messaggeri e a cadenze regolari li manda indietro per inviare e ricevere lettere e notizie. Con l'aumentare della distanza percorsa naturalmente aumenta anche l'intervallo di tempo tra un messaggero e l'altro, in una perfetta progressione di cui si rende conto anche il protagonista. La fine del racconto è pregna di malinconia e rassegnazione.
"Continuità dei parchi" - Julio Cortázar (1954)
Racchiudere in due paginette un concentrato così intenso di emozioni e riuscire a legare ricorsivamente due mondi tanto distanti da loro è davvero un risultato apprezzabile. Il racconto è talmente breve che se cercate su Google lo trovate in forma integrale. Ne vale la pena.
"Geometria solida" - Ian McEwan (1975)
Altro racconto dedicato all'ossessione, questa volta per la geometria solida, che narra le vicende di un uomo che eredita i diari segreti del suo bis bis nonno, i quali contengono studi matematici e geometrici sconvolgenti. In parallelo viene anche trattato il difficile periodo che il matrimonio di Phil e sua moglie, Maisie, sta attraversando. Parallelo che poi si ricongiunge alla fine del libro in modo cinico, ma prevedibile. Una storia molto suggestiva e narrata magistralmente, da cui è stato tratto anche un cortometraggio con Ewan McGregor.
"La quadratura del cerchio" - O. Henry (1935)
Una storia che fa del parallelo tra natura e operato dell'uomo - in chiave squisitamente geometrica - il suo punto di forza, adattandolo a due ambientazioni tanto diverse da loro quanto accomunate dal fatto che l'una è l'evoluzione dell'altra, e che una loro compenetrazione è più che plausibile (come suggerisce, tra le altre cose, anche l'inaspettato finale). Si tratta di un racconto breve ma scritto davvero bene, che conferma la fama indiscussa dell'autore (al secolo William Sydney Porter). Non a caso il famoso premio letterario dedicato ai racconti porta proprio il suo nome.
"La Biblioteca Universale" - Kurd Laßwitz (1904)
Uno dei più classici e deliziosi esempi di racconto matematico, in cui ci si addentra nelle spire attorcigliate di una ipotetica (e perfettamente calcolabile) biblioteca che contenga qualsiasi possibile scritto del passato, presente e futuro. Sviluppato sotto forma di dialogo tra un gruppo di amici, riesce a catturare l'attenzione del lettore anche grazie all'ambientazione semplice e confortevole.
"Il conte di Montecristo" - Italo Calvino
Un racconto intricato e affascinante nel quale la storia di due carcerati d'eccezione si intreccia con quella di un ipotetico iper-romanzo utilizzato da Alexandre Dumas per ricavare il popolare libro "Il Conte di Montecristo", il tutto in chiave altamente geometrica - le combinazioni la fanno da padrone - e capace di farci letteralmente girare la testa, come solo Calvino sa fare.
"La casa nuova" - Robert Heinlein (1941)
Direttamente dalla magica penna di uno degli autori di fantascienza più famosi e influenti, arriva questa spettacolare storia che parla di un architetto che si è messo in testa di voler realizzare un'abitazione rivoluzionaria costruita in quattro dimensioni. Un viaggio vivido e al tempo stesso allucinante nei meandri di una casa costruita a forma di tesseract. Nonostante sia tra i racconti più lunghi della raccolta, grazie alla caratterizzazione e alla cura dei dialoghi e delle descrizioni - unitamente alla geniale idea di fondo - finirete per leggerlo tutto d'un fiato senza neanche accorgervene.
"Fuga" - Daniele Del Giudice
Con uno stile di scrittura particolarmente incalzante, fitto e impreziosito da inserti in dialetto napoletano, viene narrata la fuga di un ragazzo da un inseguitore che vuole ucciderlo, ma che in realtà è utilizzata come pretesto per introdurre il vero cuore del racconto: la concezione di una sorta di cimitero perpetuo, composto da 366 fosse nelle quali seppellire, per ognuna di esse, i morti di tutti i giorni dell'anno. La matematica qui si incontra con la fredda e ordinatissima razionalità di chi ha ideato una struttura del genere e con il concetto caotico di morte, il tutto letto nella chiave dello scorrere ineluttabile del tempo La vicenda è inoltre intervallata da interessanti note storiche sul luogo, che contribuiscono a spezzare l'azione e a fornire maggior spessore al background.
"Riflusso" - José Saramago (1978)
Saramago non ha certo bisogno di presentazioni. In questo racconto di poche pagine riesce a creare un piccolo mondo a partire dalla singola ossessione verso la morte provata da un re che, per non ritrovarsi più davanti agli occhi la sofferenza legata all'operato del tristo mietitore, decide di costruire un enorme cimitero e convogliare al suo interno tutti i morti del suo regno, passati, presenti e futuri. Dalle conseguenze di questa scelta - il traffico e le infrastrutture necessarie al trasporto dei defunti, la formazione di zone intorno ai lati dell'immenso quadrato, la creazione di vere e proprie città periferiche e il lento ma inesorabile declino che riporterà tutto allo stato iniziale - nasce, tra le altre cose, anche un'interessante analisi sulla natura umana.
"Ragazzo" - Dario Voltolini
Un racconto semplice ma abbastanza intenso, che parla del mondo del lavoro, delle ambizioni - per quanto umili possano essere - e dei sogni legati alla loro realizzazione.
"Naturalmente" - Fredric Brown (1954)
Breve ma divertentissimo racconto sulle conseguenze che può causare l'ignoranza nella geometria.
"Tennis, trigonometria e tornado" - David Foster Wallace (1997)
Interessantissimo spaccato autobiografico che narra l'esperienza giovanile dell'autore con il tennis (o più precisamente con la sua capacità di matematizzarne regole e traiettorie), con i terribili venti del Midwest e con i tornado. Sono questi ultimi argomenti a risultare maggioramente interessanti, perché offrono l'esperienza diretta di chi è abituato a convivere con questi maestosi fenomeni atmosferici. Il racconto scorre molto velocemente, grazie alle capacità dell'autore e alla sua spiccata ironia - e autoironia.
"Pitagora" - Umberto Eco (1975)
Bellissima intervista tra Eco e Pitagora, nella quale quest'ultimo tratteggia le linee fondamentali della sua personale visione del mondo, che grazie ad una fede incrollabile viene filtrata attraverso quella entità numerica alla quale è così tanto devoto. Vani i tentativi di Eco di convincere il matematico che quella da lui enunciata altro non è che una possibile visione del mondo, non necessariamente l'unica, né tantomento la più completa. L'ostinatezza della scuola pitagorica viene magistralmemente illustrata nelle ultime tre battute del suo fondatore.
"La morte di Archimede" - Karel Capek
L'autore di questo breve racconto ci offre un'alternativa all'episodio della morte di Archimede, che vede lo scienziato avvicinato niente meno che dal capitano di stato maggiore Lucius, il quale gli propone di servire Roma e aiutarla a dominare il mondo. Archimede tuttavia, chino sulle sue carte, rifiuta perché ha cose ben più importanti a cui pensare...
"Paolo Uccello" - Marcel Schwob (1896)
L'ossessione verso la matematica è uno dei temi più ricorrenti in questa raccolta. In questo caso però, trattandosi di un personaggio esistito davvero, il racconto assume tratti decisamente più intensi. Paolo di Dono ha infatti sacrificato qualsiasi aspetto della propria vita per lo studio di rette, angoli, cerchi e della loro armonia reciproca.
"Un Hugo geometra" - Raymond Queneau (1950)
La vita di Lèopold Hugo, figlio del fratello del famoso Victor. Nonostante la sua passione per la geometria, non veniva molto preso sul serio dall'Accademia delle scienze. Scarsamente coinvolgente, una sorta di pesce fuor d'acqua.
"John von Neumann 1903-1957" - Hans Magnus Enzensberger
Bellissima poesia che narra tutte le tappe fondamentali della vita del celebre matematico e informatico. “Anche chi non ha mai sentito parlare di lui col mouse in pugno aziona la sua algebra combinatoria”.
"Breve ritratto di Alan Turing" - Emmanuel Carrère (1995)
La sempre interessante vita del famoso matematico, vista in una chiave più vicina alla sua mente e alle sue capacità logiche.
"L'uomo matematico" - Robert Musil (1913)
Il racconto conclusivo di questa raccolta non poteva che essere dedicato alla figura del matematico, alla costante ricerca della verità tramite il puro esercizio mentale, senza porre alcuna preoccupazione allo scopo perché, in un certo senso, la verità rappresenta semplicemente il suo destino. Viene anche offerta una interessante visione della società, dalla quale, secondo l'autore, il matematico esce come una sorta di spiritualista dell'era moderna. Piuttosto stimolante.
La città e le stelle
Ci sono romanzi che fanno letteralmente girare la testa se si cerca di immaginare la scala di spazio - e tempo, in molti casi - all'interno della quale sono incastonate le vicende narrate. Clarke, con questo suo fulgido capolavoro, va decisamente oltre. Sono davvero pochi i libri che offrono una pro ... (continue)
Ci sono romanzi che fanno letteralmente girare la testa se si cerca di immaginare la scala di spazio - e tempo, in molti casi - all'interno della quale sono incastonate le vicende narrate. Clarke, con questo suo fulgido capolavoro, va decisamente oltre. Sono davvero pochi i libri che offrono una prospettiva così vasta da risultare quasi impossibile anche solo da immaginare. Rispetto ai giorni nostri - e addirittura rispetto all'epoca, già di per sé avanzatissima, nella quale è ambientata la maggior parte dei romanzi del genere - "La Città e le Stelle" narra la storia del genere umano (o meglio, di quello che ne è rimasto) centinaia di milioni di anni nel futuro, partendo da una Terra ridotta ormai ad un arido deserto ed arrivando a toccare i confini dell'universo, in alcuni casi addirittura superandoli - come nel bellissimo finale, carico di quella poesia e ottimismo tipici dell'autore. La sfera scientifica si fonde in quella metafisica - nell'accezione più laica del termine - in una sorta di simbiosi perfetta, regalandoci una visuale inaspettatamente grandangolare. Una dimensione così titanica da far percepire l'arco della vita di un uomo come un unico, singolo battito d'ali di colibrì. Ed è proprio questo uno dei temi dominanti nel libro: il ciclo vitale, per come lo conosciamo ora, è stato completamente riprogrammato e Diaspar (la complessa città in cui è ambientata gran parte della storia) può vantare una popolazione incredibilmente longeva e la cui esistenza si rinnova ciclicamente, donandole di fatto l'immortalità. Ma questa apparente perfezione porta con sé una inevitabile monotonia e una mancanza di prospettiva che solo Alvin, tra tutti i milioni di abitanti, riesce a percepire. È questa sua innata ribellione nei confronti dei dettami con i quali sono rigidamente programmati i cittadini di Diaspar che lo portano a cercare un modo per uscire da quel mondo sterile e immune allo scorrere del tempo.
Il principale cardine intorno al quale si muove l'intera struttura del romanzo è senza dubbio la tecnologia. Clarke è un vero e proprio maestro nell'immaginare e rendere credibili tecniche e meccanismi così distanti da noi. E - se mi concedete l'anacronismo - non troverete un solo bullone fuori posto, perché la base scientifica è così solida e plausibile da far percepire le tecnologie descritte come una convincente evoluzione di quelle attuali (o, data la scala, di quelle future). L'autore rimane anche in questo caso coerente con le sue abituali scelte stilistiche e, come succede nella gran parte dei suoi lavori (e questo è uno degli aspetti del suo modus scrivendi che gli vengono maggiormente criticati), dedica all'impianto scientifico la maggior parte delle risorse letterarie. L'intera umanità viene descritta in chiave tecnologica: i protagonisti e i vari personaggi che si susseguono nelle vicende non hanno una caratterizzazione profonda come forse si esigerebbe da un'opera di tali dimensioni, ma sembra che facciano quasi da contorno alla palpabile realtà rappresentata dalle macchine e dalle meraviglie che nascondono. E la cosa davvero fantastica è che va benissimo così. Il romanzo è un susseguirsi di riflessioni, interrogativi, azioni e reazioni che coinvolgono intimamente l'uomo - come la paura, la religione, il coraggio, l'istinto di conservazione, l'estraniazione dal mondo esterno al solo scopo di proteggersi, l'amore nell'accezione più pura del termine - e allo stesso tempo toccano dimensioni infinitamente più grandi - il desiderio di conquista dello spazio, la brama tecnologica, il sogno di riprodurre e perfezionare quell'incredibile macchina biologica che è l'uomo, fino a toccare l'umiltà e lo studio dei propri errori per il benessere collettivo. I temi trattati sono coinvolgenti ad un livello così profondo e riflessivo che più volte mi sono ritrovato, quasi senza accorgermene, a rileggere passaggi o interi capitoli per assimilarne al meglio le dinamiche e i significati.
Un libro di Fantascienza con la 'F' smisuratamente maiuscola. Un'esperienza vasta e appagante, che mi sento di consigliare a tutti. E se siete amanti dell'introspezione e della minuta caratterizzazione dei personaggi, vi consiglio di cambiare registro di lettura prima di iniziare. Vi godrete meglio le meraviglie che Clarke è riuscito ad offrirci.
Venere più X
Grazie all'espediente letterario del ritrovarsi in un luogo (e forse in un tempo) completamente sconosciuto, Sturgeon riesce a confezionare un romanzo caratterizzato da uno strato superficiale stimolante e adagiato su una trama solida in cui si avverte un costante crescendo di tensione e curiosità. ... (continue)
Grazie all'espediente letterario del ritrovarsi in un luogo (e forse in un tempo) completamente sconosciuto, Sturgeon riesce a confezionare un romanzo caratterizzato da uno strato superficiale stimolante e adagiato su una trama solida in cui si avverte un costante crescendo di tensione e curiosità. Ma è quello che c'è sotto, e che emerge quasi immediatamente, a rappresentare il vero cuore pulsante dell'opera: un'analisi incredibilmente attuale (il libro è stato scritto più di 50 anni fa) dell'umanità e della sua tendenza alla ricerca spasmodica della superiorità nei confronti del diverso, del più debole; e della tendenza a cercare differenze sostanziali all'interno di categorie che, a ben guardare, non differiscono eccessivamente tra loro, al solo scopo di alimentare il bisogno di prevaricare sul proprio simile.
Il costrutto su cui si basa l'intero romanzo è l'osservazione e il contatto diretto con una nuova razza di individui bisessuati, i ledom, da parte di un visitatore umano capitato nel bel mezzo di un agglomerato incredibilmente avanzato a livello tecnologico. I temi trattati hanno un altissimo valore filosofico ed etico, e spaziano dall'amore incondizionato alla religione, dalla xenofobia al sesso, passando per l'evoluzione, la musica - nel senso più viscerale e partecipativo del termine - e i rapporti interpersonali.
Alcuni tratti sociali dei ledom, sebbene fortemente utopistici, sono così giusti ed efficienti a livello culturale da risultare immediatamente auspicabili. L'affascinante rapporto con la musica, per esempio, è uno di quelli; anche la religione adottata, fortemente caritica e votata a qualcosa di concreto, tangibile ma che al tempo stesso, per sua stessa natura, non implica alcun vincolo di obbedienza o devozione (difficile da spiegare senza rovinarvi un terzo del libro). Anche il taglio netto col passato, e la profonda adorazione dell'avvenire, per certi versi potrebbe essere considerato un tratto lungimirante, sebbene in questo caso quello che si andrebbe a perdere forse non ne giustificherebbe l'adozione.
Il punto che riguarda la religione, in particolare, fa riflettere molto, perché si collega in maniera diretta all'evoluzione delle religioni realmente avvenuta, e mostra in maniera disarmante come al fedele e alla sua divinità sia stato interposto il senso di colpa - soprattutto quello sessuale - e il peccato al solo scopo di ottenere su di esso un qualche tipo di potere, di controllo e di superiorità. Anche il tema del sesso è molto presente, in particolare per quanto concerne le differenze - imposte da una società in costante ricerca della diversità - tra uomo e donna, con conseguente divisione netta di usi, costumi e compiti tra i due sessi.
Un altro aspetto tutt'altro che marginale è quello tecnologico. Pensare che cinquanta anni fa qualcuno abbia concepito le soluzioni e le tecnologie che vengono illustrate in questo libro, mi fa amare ancora di più il genere della fantascienza - soprattutto quella degli anni 50-60. Diversi colpi di scena inoltre inducono il lettore a cambiare spesso chiave di lettura, e in particolare il finale suggerisce in modo velato, e in senso figurato ma netto, che per certi versi qualche ledom potrebbe già essere tra noi.
Un capolavoro, per quanto mi riguarda. Un'opera di incredibile valore introspettivo, che riesce a mettere più volte il lettore davanti a uno specchio su tematiche delicate e controverse, proprio come fanno queste misteriose creature tramite uno dei loro strani congegni ultra-tecnologici.