"Ma la cosa straordinaria della foto è che Kennedy sembra veramente morto. Non un morto holliwoodiano, con gli occhi passivamente chiusi e la testa reclinata che lascia intendere il sonno dei giusti. Nella foto, ha la testa rovesciata all'indietro, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, è completa
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"Ma la cosa straordinaria della foto è che Kennedy sembra veramente morto. Non un morto holliwoodiano, con gli occhi passivamente chiusi e la testa reclinata che lascia intendere il sonno dei giusti. Nella foto, ha la testa rovesciata all'indietro, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, è completamente assente l'idea che sia mai vissuto." (ADAM BRAVER)
Sull'omicidio Kennedy è stato raccontato tutto e di più. Inchieste, film, documentari, romanzi. Ricostruzioni più o meno accurate, tesi che si accavallano. Quei pochi minuti del 22 Novembre del '63 sono stati smembrati come pochi momenti nella Storia, fino all'inverosimile, segmenti sempre più evanescenti di tempo e spazio alla ricerca della verità. Grazie a quei fotogrammi che hanno fatto il giro del mondo, quelli della pellicola di Zapruder, tutti noi abbiamo visto, tutti noi sappiamo come sono andate le cose. Eppure, su un momento della storia così 'abusato', forse, non era stato ancora detto tutto, scritto tutto, raccontato tutto. Molto hanno fatto scrittori come James Ellroy con "American Tabloid" o Don Delillo, con il superbo "Libra". In quei romanzi magistrali, però, l'evento è e resta un evento pubblico, politico, mondiale - forse di più con Ellroy, meno, specie nella ricostruzione della figura di Oswald, con Delillo. Però lì comunque agivano i fatti, visti da una prospettiva quasi fisica, da una certa distanza. Questo romanzo è diverso. Adam Braver ha lanciato una sfida e a mio parere l'ha vinta. Ha preso questo 'evento storico abusato', questo evento mondiale e accanto alla prospettiva storica fatta di documenti ne ha inserita un'altra, intima, personale. Ha come rovesciato l'evento dal di dentro, rimpicciolito, riportato a misura di singolo, di uomo comune. Qui è sostanzialmente Jackie che parla, attraverso la voce dell'autore, il suo occhio, è lei che vediamo. Quello che fa questo romanzo è quello che dovrebbero fare i romanzi: raccontare una vita, le vite. Con tutto il suo carico di dolore e insensatezza, anche. Ricondurre il grande al minimo, il minimo al grande, all'universale. E allora anche un evento così 'grandioso' come l'uccisione di un Presidente alla fine si riduce a 'niente', a un nodo minuscolo di dolore, privatissimo e potente come lo sono tutte le morti di chi abbiamo amato.
Dallas 22 novembre 1963
"Ma la cosa straordinaria della foto è che Kennedy sembra veramente morto. Non un morto holliwoodiano, con gli occhi passivamente chiusi e la testa reclinata che lascia intendere il sonno dei giusti. Nella foto, ha la testa rovesciata all'indietro, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, è completa ... (continue)
"Ma la cosa straordinaria della foto è che Kennedy sembra veramente morto. Non un morto holliwoodiano, con gli occhi passivamente chiusi e la testa reclinata che lascia intendere il sonno dei giusti. Nella foto, ha la testa rovesciata all'indietro, gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, è completamente assente l'idea che sia mai vissuto."
(ADAM BRAVER)
Sull'omicidio Kennedy è stato raccontato tutto e di più. Inchieste, film, documentari, romanzi. Ricostruzioni più o meno accurate, tesi che si accavallano. Quei pochi minuti del 22 Novembre del '63 sono stati smembrati come pochi momenti nella Storia, fino all'inverosimile, segmenti sempre più evanescenti di tempo e spazio alla ricerca della verità. Grazie a quei fotogrammi che hanno fatto il giro del mondo, quelli della pellicola di Zapruder, tutti noi abbiamo visto, tutti noi sappiamo come sono andate le cose. Eppure, su un momento della storia così 'abusato', forse, non era stato ancora detto tutto, scritto tutto, raccontato tutto. Molto hanno fatto scrittori come James Ellroy con "American Tabloid" o Don Delillo, con il superbo "Libra". In quei romanzi magistrali, però, l'evento è e resta un evento pubblico, politico, mondiale - forse di più con Ellroy, meno, specie nella ricostruzione della figura di Oswald, con Delillo. Però lì comunque agivano i fatti, visti da una prospettiva quasi fisica, da una certa distanza.
Questo romanzo è diverso. Adam Braver ha lanciato una sfida e a mio parere l'ha vinta. Ha preso questo 'evento storico abusato', questo evento mondiale e accanto alla prospettiva storica fatta di documenti ne ha inserita un'altra, intima, personale. Ha come rovesciato l'evento dal di dentro, rimpicciolito, riportato a misura di singolo, di uomo comune. Qui è sostanzialmente Jackie che parla, attraverso la voce dell'autore, il suo occhio, è lei che vediamo. Quello che fa questo romanzo è quello che dovrebbero fare i romanzi: raccontare una vita, le vite. Con tutto il suo carico di dolore e insensatezza, anche. Ricondurre il grande al minimo, il minimo al grande, all'universale. E allora anche un evento così 'grandioso' come l'uccisione di un Presidente alla fine si riduce a 'niente', a un nodo minuscolo di dolore, privatissimo e potente come lo sono tutte le morti di chi abbiamo amato.