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By Adriana Cavarero -
Finished in 2005
Finished (re-read) on Nov 28, 2011
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A più voci
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l'uragano non urla in pentametriSullo schermo sgocciola la nostra vita, la mia e la vostra. Misuro a volte quando entrate, quanto ci state, dipende se ho da fare, se ne ho voglia, se mi diverte[...]continue)
Io conosco un mucchio di gente fatta di frasi. E' quella con cui mi trovo meglio alla fin fine. Vive dove il signor nessuno e il s ... (
Sullo schermo sgocciola la nostra vita, la mia e la vostra. Misuro a volte quando entrate, quanto ci state, dipende se ho da fare, se ne ho voglia, se mi diverte[...]
Io conosco un mucchio di gente fatta di frasi. E' quella con cui mi trovo meglio alla fin fine. Vive dove il signor nessuno e il signor tutto valgono quel che dicono e come riescono a dirlo[…]
Scriveva così un mio amico, a proposito di rete virtuale, social network, blog e chi più ne ha più ne metta.
A questo pensavo mentre questa notte ho ripreso in mano il saggio di Adriana Cavarero, che ad un certo punto cita quel racconto di Calvino in cui si narra di un re inchiodato al suo trono, in continuo ascolto dei suoi sottoposti; i quali, ben consci di muoversi in un fantastico palazzo a forma di orecchio, fanno discorsi orientati al massimo conformismo, laddove anche gli spazi sono costituiti da chiocciole, timpani e labirinti; un giorno il re sente entrare dalla finestra una voce che canta; ne rimane incantato, e non per l’aspetto semantico, piuttosto per l’aspetto vocalico. E’ tentato di duettare ma alla prova pratica si rivela, afasico, muto. La voce, capace di svelare la reale identità di chi parla, non trova più modo di esprimersi, di esprimere il chi è.
Questo solo per dire che quello che sgocciola su questi schermi forse non è la nostra vita; come si fa a dire con certezza che valiamo per ciò che diciamo e per come lo diciamo, solo rappresentandoci con un segno?
Perché come la giri la giri, [..si mostra e si conosce la parte che s'è deciso d'esporre…] ,nella parola scritta ciò che prevale è il segno e il segno per dirla con Deridda, non può dire l’evento, ma tutt’ al più "ciò che resta del fuoco"; la potenza del segno è la sua stessa impotenza, il segno è condannato a dire altri segni indefinitamente, in un gioco di rimandi, percezioni, sensazioni, emozioni. Ma se mi interessa il fuoco, se mi interessa l’evento allora ho bisogno che la voce sia. E non solo come un mostrare quella marcatura o quel timbro ma anche come un sentire, nel senso patico del termine.
Ecco dunque, la voce, la sua corporeità, fa di ciascuno di noi un esistere unico, incarnato, irripetibile, ed è quella che unica ci espone, sia se la usiamo per lamentarci, che per parlare di tette, per commentare l’ultimo goal o l’ultima conferenza sulla ciclicità delle stagioni amorfe, o per discettare sul libro postumo dello scrittore affranto; puoi sceglierla, setacciarla, filtrarla, accenderla e spegnerla , ma come mi ricordava un po’ di tempo fa un anonimo frequentatore di questo blog, citando Manganelli, "la voce è la sola custode della purezza dei concetti".