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  • Cover of Il suggeritore

    Il suggeritore

    1 person find this helpful

    Il fascino del male

    Il grande successo editoriale di questo romanzo e i commenti entusiasti di diversi amici lettori mi hanno spinta ad avvicinarmici con particolari aspettative e grande curiosità. E devo dire che Donato Carrisi i miei complimenti se li merita davvero: per essere l'opera prima di uno scrittore esordien ... (continue)

    Il grande successo editoriale di questo romanzo e i commenti entusiasti di diversi amici lettori mi hanno spinta ad avvicinarmici con particolari aspettative e grande curiosità. E devo dire che Donato Carrisi i miei complimenti se li merita davvero: per essere l'opera prima di uno scrittore esordiente Il suggeritore si rivela un thriller originale ed eclettico, corredato da uno stile serrato e da una storia tanto sconvolgente quanto realistica. Quella di 5 bambine scomparse e uccise e delle quali vengono rinvenute (inizialmente...) solo le braccia, di una sesta bambina senza identità, viva e in pericolo, e di una coppia di detective altrettanto oscura quanto la vicenda che si appresta ad investigare. Il tutto sullo sfondo di una città anonima e di un ambiente che manca di ogni descrizione (le coordinate spaziali della narrazione sono completamente assenti), scelta a mio avviso non casuale, a dimostrazione che il male, quello nero, torbido, profondo, quello che si insidia dentro di noi e fuori di noi, si può celare ovunque. E' proprio questo che esplora Il suggeritore: il fascino del male, quella ferocia che inquieta ma al contempo, morbosamente, elettrizza ed incuriosisce, quel grottesco che impaurisce ma al contempo attrae. Devo ammettere che fino a metà/due terzi del libro la lettura mi ha coinvolta al punto tale che credevo di aver trovato, per le mie preferenze, un erede della massima suspense creata da Giorgio Faletti nel suo bellissimo "Io uccido"; poi, però, nell'ultima parte del romanzo il mio entusiasmo si è un po' affievolito, forse a causa dell'eccessiva carne al fuoco (quantità di fatti, piste ed avvenimenti non elaborati in maniera esauriente, cosa tra l'altro inspiegabilmente comune nei thrillers contemporanei) e del finale un po' sbrigativo e tirato per i capelli; il colpo di scena finale, non scontato, si rivela geniale, ma è come se la tensione a lungo trattenuta dal lettore non venga pienamente e brillantemente ripagata. Poco male, perchè il risultato del romanzo è comunque più che buono. Gli amanti di thrillers apprezzeranno sicuramente Il Suggeritore, un libro che non mancherà di stupire, attrarre, rapire, impietosire. Un libro che riesce ad essere originale con elementi non nuovi, un libro che non racconta cose nuove, ma le racconta con novità. Quanto allo strano titolo del romanzo, in esso è racchiusa tutta la sua storia, impensabile ed incredibile. Bravo Donato!

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    — Dec 26, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

    Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

    2 people find this helpful

    Graffiante e scioccante

    Avete presente quella sgradevole sensazione d'urto che si prova quando un gessetto nuovo passa stridendo su una lavagna? E' esattamente quello che ho provato leggendo questo libro, il mio primo vaggio letterario nel mondo devastante della droga. Stridente, graffiante, crudo, cattivo, scioccante e ma ... (continue)

    Avete presente quella sgradevole sensazione d'urto che si prova quando un gessetto nuovo passa stridendo su una lavagna? E' esattamente quello che ho provato leggendo questo libro, il mio primo vaggio letterario nel mondo devastante della droga. Stridente, graffiante, crudo, cattivo, scioccante e martellante. Mai avrei immaginato che mi avrebbe urtata e sconvolta in maniera così impressionante. La voce narrante è quella di Christiane F., l'eroinomane più famosa della Germania degli anni '70, divenuta ben presto simbolo di tutti i giovanissimi di quegli anni (e non solo) caduti in questa voragine miserevole. Figlia di un padre violento e di una madre permissiva e assente, Christiane inizia, all'età di 12 anni, a fumare hashish e a prendere pasticche, per poi scivolare nel bruto mondo dell'eroina. La sua testimonianza, raccontata con un lessico tipico e rappresentativo della gioventù sbandata di quegli anni, è un continuo cadere, uscire e ricadere in questa voragine: "bucare", "farsi un trip", "sballare", "stare a rota", e poi prestarsi a servizi sessuali per ribucarsi ancora e ancora. Tanto che viene spesso voglia di entrare nel libro e urlare a quei poveri ragazzi :"Ma perchè avete bisogno di tutto questo? Perchè non trovate la forza di abbandonare tutto e dedicarvi ad altro, dato che la vita è una e vale la pena di essere vissuta?". Ovviamente si è relegati al ruolo passivo di lettori e non si può che restare nel proprio angolino, a scioccarsi ma anche a riflettere. Concordo con ciò che Vittorino Andreoli scrive nel saggio dell'edizione Bur: questo è un libro per pensare, non solo alla droga, ma prima ancora al senso della vita. Quella di Christiane e dei suoi amici è una non-vita, un'esistenza vuota, marcia, buttata via, ma al contempo un urlo di dolore, un richiamo a se stessi, un tentativo, ovviamente discutibile, per ribellarsi alla società passiva e burattina che li circonda. Christiane esprime un disagio evidente, e, soprattutto alla fine del libro, quando torna alla normalità (che non trova meno grigia di quella dell'eroina) dimostra di voler avere dei principi precisi, ama chi si batte per i suoi ideali, sdegna i "piccoli borghesucci" , come li chiama lei, dediti alle compere e alla famigliola e rifiuta il sesso facile al quale molte delle sue coetanee non drogate si prestano (è infatti sintomatico il fatto che, nonostante tutto ciò a cui si abbassa, gli unici rapporti sessuali che ha nel libro li ha col ragazzo che ama, Detlef, e rifiuta tutti gli altri). Insomma, è tosta, tanto che, quasi quasi, tutto ciò che fa pare avere il suo perchè...ma solo apparentemente. In definitiva un documento importante, per informarsi, per riflettere, per pensare.

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    — Dec 13, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Il nascondiglio

    Il nascondiglio

    1 person find this helpful

    Ottima l'idea...ma poi?

    Mi ha attirata con la sua copertina tenebrosa e con la sua trama che mi faceva presagire quelle atmosfere del cinema giallo italiano degli anni'70 che personalmente amo tanto. Ma ho divorato il tutto in due sere rimanendo un po' con la bocca asciutta. Di base, la storia raccontata in Il nascondiglio ... (continue)

    Mi ha attirata con la sua copertina tenebrosa e con la sua trama che mi faceva presagire quelle atmosfere del cinema giallo italiano degli anni'70 che personalmente amo tanto. Ma ho divorato il tutto in due sere rimanendo un po' con la bocca asciutta. Di base, la storia raccontata in Il nascondiglio (che poi scopro essere tratta da una vicenda vera) ha il suo perchè: un delitto compiuto in una villa misteriosa durante una tormenta di neve, una donna che cinquant'anni dopo s'installa proprio lì e cerca di far luce su questo caso, ostacolata da alcuni abitanti del posto, un finale nemmeno così scontato. Insomma, l'idea c'è, ed è anche ottima. Ma, al di là di questo, nel libro non c'è assolutamente niente: non ci sono dialoghi sostanziosi e costruiti, non ci sono descrizioni degli ambienti (cosa, che, vista l'ambientazione stessa qui suggestiva di per sè, avrebbe sicuramente arricchito il libro), non c'è alcun approfondimento psicologico dei personaggi. Non si spiega nè si intuisce perchè ciò che accade accade, insomma, accade e basta. E non c'è nemmeno uno stile letterario che possa essere definito di alcun tipo, il libro prosegue per brevi e quasi nervosi periodi, alternati a banali dialoghi e intervallati da frequenti stacchi anche grafici, che rendono il tutto sfilacciato e inconsistente. Credo che un buon romanzo, soprattutto di questo genere, sia dato da un buon bilanciamento fra la trama pensata e il modo di svilupparla, fra l' idea e il contenuto...e qui il contenuto è quasi del tutto inesistente. E' più che evidente che dietro alle pagine ci sia la mano di un regista e non di uno scrittore: Il Nascondiglio sarebbe perfetto come sceneggiatura per un film, più che definirlo un romanzo lo definirei un abbozzo poco sviluppato di passaggi e idee (lo stesso Avati, nella postfazione, parla di "appunti" sulla vicenda reale che tanto lo incuriosì), una serie di pennellate lasciate lì e non mandate avanti. Peccato, però, perchè la trama è molto interessante e se sviluppata meglio e degnamente avrebbe dato vita ad un bellissimo romanzo. Invece qui il risultato è più che sufficente, qualche piccolo brivido lo si può pur sentire, ma, a mio avviso, un buon romanzo giallo o thriller è ben altro.

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    — Dec 13, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Fiori senza sole

    Fiori senza sole

    2 people find this helpful

    Imprigionata fra le pagine!

    Ho cercato questo libro a lungo, nelle librerie, nelle biblioteche, nei siti di libri usati. Alla fine l'ho trovato in una biblioteca di un paese vcicino al mio, e mai la ricerca affannosa di un libro è stata appagata da una lettura tanto ricca e soddisfacente. Una nuova meravigliosa scoperta che m ... (continue)

    Ho cercato questo libro a lungo, nelle librerie, nelle biblioteche, nei siti di libri usati. Alla fine l'ho trovato in una biblioteca di un paese vcicino al mio, e mai la ricerca affannosa di un libro è stata appagata da una lettura tanto ricca e soddisfacente. Una nuova meravigliosa scoperta che mai avrei consociuto se non fossi approdata qui.
    Fiori senza sole è l'incredibile storia di quattro fratelli che, in seguito alla morte del padre, vengono portati dalla madre presso la ricca villa dei nonni e lì rinchiusi in una soffitta, nell'attesa che la madre erediti dal padre (ignaro della loro presenza) l'eredità ed essi possano comparire alla luce del sole e iniziare una nuova vita. Ma, mentre le promesse della madre si rinnovano, i giorni passano e diventano mesi e anni e la storia si tinge di nero assumendo i contorni di qualcosa di mostruoso e impensabile. E alla fine i quattro protagonisti scopriranno, a loro spese, e con terrore e amarezza, che il male si può celare ovunque, che il mostro può essere chiunque, anche colui del quale ci si può affidare, per natura, ciecamente.
    Fiori senza sole non è un thriller, non è un giallo, non è un noir, non è un racconto d'avventura, non è solo un romanzo drammatico, ma è un libro amaro e claustrofobico che imprigiona il lettore fra le pagine tanto quanto i fratelli Dollanganger sono prigionieri di uno spazio angusto, nel quale emergono desideri, pulsioni, istinti. E' un racconto intenso e a suo modo molto strano, che lascia sgomenti e perplessi, fa pensare alle atrocità della vita e soprattutto, scatena un vortice continuo di emozioni, prime fra tutti la rabbia e il dolore: la sentiamo sulla pelle la sofferenza dei quattro fiori senza sole, abbandonati al buio per un peccato non commesso, puniti senza nessuna ragione, capaci di trovare un riscatto e destinati a qualcosa che ancora con certezza non sappiamo. A tal proposito mi sento di lodare il finale, che dopo lo strazio dell'impensabile che accade mostra uno spiraglio di speranza per un futuro possibile e vivibile per i quattro giovani protaginisti.
    In una parola: una perla. E un grazie pubblico al caro amico anobiano che me l'ha suggerita.

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    — Dec 13, 2009 | 2 feedbacks
  • Cover of L'isola della paura

    L'isola della paura

    10 people find this helpful

    Dov'è la verità?

    Era da parecchio che non incappavo in un thriller che mi tenesse incollata alle pagine come questo, tanto che temevo di essere diventata, col passare del tempo e l'aumentare delle mie letture, un po' incontentabile. L'isola della paura mi ha riportato sulla schiena quei brividi che pensavo di aver p ... (continue)

    Era da parecchio che non incappavo in un thriller che mi tenesse incollata alle pagine come questo, tanto che temevo di essere diventata, col passare del tempo e l'aumentare delle mie letture, un po' incontentabile. L'isola della paura mi ha riportato sulla schiena quei brividi che pensavo di aver perso per strada leggendo thriller forse non propriamente nelle mie corde, e si è rivelato un romanzo travolgente e spaventoso, tanto quanto quell'isola sulla quale la sua storia è ambientata. Su quest'isola l'agente federale Teddy Daniels e il suo collega Chuck vengono inviati per far luce sulla misteriosa scomparsa di Rachel Solando, detenuta in una clinica psichiatrica che ospita i pazienti più pazzi e violenti dell'intero paese; nel bel mezzo, un forte uragano che si abbatte sull'isola, rendendo il tutto ancora più sinistro e confuso. Lo stile del romanzo è molto "cinematografico", il ritmo spedito, la vicenda particolarmente accattivante: Lehane sa benissimo ciò che ama il lettore medio assetato di thrillers e non si fa scrupolo a sfruttarlo palesemente. Non per questo, però, il romanzo risulta prevedibile o banale, anzi, il ritmo adrenalinico, l'ambientazione esotica e straniante e il risolvolto medico-psicologico della storia lo rendono un thriller affascinante e di notevole qualità. E il suo punto forte è sicuramente rappresentato dal finale enigmatico, con un colpo di scena al colpo di scena che porta il lettore a rivalutare tutto ciò che pensava di aver capito e a chiedersi dove stia la verità della storia per poi darne la propria interpretazione personale. In conclusione, ottimo thriller che si gusta tutto d'un fiato ma del quale non si deve dare nulla per scontato...nemmeno l'ultima pagina!

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    — Oct 27, 2009 | 2 feedbacks
  • Cover of Leggere Lolita a Teheran

    Leggere Lolita a Teheran

    4 people find this helpful

    Il potere della letteratura

    Documento testimonianza sulla storia della Repubblica Iraniana degli ultimi trent'anni e al contempo atto d'amore e riconoscenza nei confronti del potere salvifico della letteratura. A scriverla è una docente universitaria che per anni si batte, con dignità e ostinazione, per i diritti delle donne, ... (continue)

    Documento testimonianza sulla storia della Repubblica Iraniana degli ultimi trent'anni e al contempo atto d'amore e riconoscenza nei confronti del potere salvifico della letteratura. A scriverla è una docente universitaria che per anni si batte, con dignità e ostinazione, per i diritti delle donne, la libertà di azione e pensiero e la diffusione della letteratura occidentale nel suo paese, un paese devastato da disordini, odi e violenze di ogni genere: istituisce corsi universitari e circoli letterari con le sue studentesse duranti i quali incoraggia alla discussione e alla critica di alcune delle opere di grandi scrittori occidentali (Nabokov, Fitzgerald, James e Austen) trovando in esse parellelismi con la storia del suo paese. A dimostrazione che la letteratura può essere quel collant in grado di unire menti, cuori e pensieri diversi nei momenti più improbabili e difficili, aprendo la mente, stimolando il confronto, infondendo la forza di andare avanti nonostante tutto il resto. E' l'apertura verso altri mondi, è evasione, è speranza, è vita. Leggere Lolita a Teheran ha tutti gli attributi per essere definito un gran bel romanzo: testimonia le vicende storiche di un paese arricchendo le proprie conoscenze (sebbene, a tal proposito, a mio avviso richieda già qualche nozione propria di base), ha uno stile raffinato ed evocativo, alterna parti descrittive e dialogate in maniera calibrata. E' un libro che parla di libri, di letture, di donne, di dolori, di storia, ed è terribilmente attuale. Quello che mi è mancato è stato quel "pathos" che si crea nell'intima comunanza fra lettore e libro, quell'emozione data dall'empatia e della partecipazione. Mi ha arricchita ma non mi ha emozionata nè appassionata, insomma, non mi è entrato dentro nonostante il prezioso valore che gli riconosco. E, oltre a ciò ho trovato poca unità e continuità fra le parti che lo compongono, con salti temporali e d'azione che non sempre mi sono risultati chiari (il circolo di studentesse reimpie il primo capitolo poi ritorna nel terzo, non è chiaro se ciò che accade in mezzo sia una digressione o meno). Il risultato complessivo è comunque quello di un romanzo più che buono.

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    — Oct 28, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Aforismi

    Aforismi

    3 people find this helpful

    La filosofia di vita di Oscar Wilde

    Questo libretto raccoglie alcuni dei più celebri aforismi di Oscar Wilde sulla vita, la morte, l'amore, l'educazione, le donne, la famiglia, la bellezza, la vecchiaia, e tante altre tematiche. Frasi al vetriolo ironiche e taglienti che, tratte dalle sue opere principali (quali L'importanza di chiama ... (continue)

    Questo libretto raccoglie alcuni dei più celebri aforismi di Oscar Wilde sulla vita, la morte, l'amore, l'educazione, le donne, la famiglia, la bellezza, la vecchiaia, e tante altre tematiche. Frasi al vetriolo ironiche e taglienti che, tratte dalle sue opere principali (quali L'importanza di chiamarsi Ernesto e Il ritratto di Dorian Gray) racchiudono in sè il suo stile narrativo, il suo modo di essere e apparire e la sua filosofia di vita: quella di un dandy contrario ad ogni principio e convenzione, dedito alla ricerca del piacere e dell'estasi e desideroso di distinguersi col suo essere poco comune e molto "improbabile". Molti degli aforismi mi hanno strappato un sorriso, alcuni hanno trovato la mia approvazione, altri no (soprattutto quelli riguardanti le donne, non è difficile indovinare il perchè), alcuni non credo nemmeno di averli compresi a fondo (del resto, dietro la loro appartente superficialità si cela un pensiero ben preciso e una morale ben definita). In ogni caso a mio avviso restano fondamentali per comprendere l'opera e il pensiero dell'eccentrico scrittore irlandese.

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    — Oct 19, 2009 | 4 feedbacks
  • Cover of Cento anni prima

    Cento anni prima

    8 people find this helpful

    Mes compliments, Monsieur Halter!

    Sembra incredibile. Eppure è vero. L'ho iniziato in una calma domenica pomeriggio, leggendone più di metà, e ha infestato la mia notte agitandomi. E' il primo libro che entra in maniera così inquietante e prepotente nella mia vita reale, trasferendo gli incubi dalla carta stampata direttamente alla ... (continue)

    Sembra incredibile. Eppure è vero. L'ho iniziato in una calma domenica pomeriggio, leggendone più di metà, e ha infestato la mia notte agitandomi. E' il primo libro che entra in maniera così inquietante e prepotente nella mia vita reale, trasferendo gli incubi dalla carta stampata direttamente alla mia mente.
    Mi sono avvicinata a Paul Halter, un po' spinta dal mio attuale interesse nei confronti del giallo classico, un po' incuriosita dal fatto che tale autore francese contemporaneo venisse spesso citato come erede del grande John Dickson Carr...ed è stata una totale folgorazione!
    Il consiglio di un amico anobiano ha dato il via alla caccia al libro, la trama mi ha stuzzicata, la splendida copertina (con quel carro in mezzo a una strada insanguinata sullo sfondo di una fumosa Londra vittoriana) mi ha chiamata a sè, ma la storia, la storia in sè mi ha completamente affascinata. E mi ha regalato delle vere ore di paura.
    Anni 1960. John Braid è un uomo strano e taciturno e tutti, perfino la moglie, ignorano chi sia veramente e quale sia la sua professione. Quando l'uomo cade in stato di shock alla vista della copertina di un romanzo che ritrare la Londra vittoriana decide di sottoporsi a sedute d'ipnosi durante le quali svelerà a poco poco i particolari di un passato confuso e di un delitto inquietante. Nel frattempo, in città, un astuto assassino si diverte a bruciare le sue vittime nell'acido.
    Anni 1880 circa. Amelia Jacobs, nobildonna borghese e madre di famiglia, viene assassinata da tre balordi di notte nel cortile di casa sua. Poco dopo, l'indovino che le aveva predetto tale sventura, viene a sua volta rinvenuto pugnalato, all'interno del suo studio, chiuso dall'interno e senza vie di fuga. L'assassino si nasconde fre le vie nebbiose della Londra vittoriana, ma chi è? E perchè ha ucciso?
    Questi due binari temporali, che si alternano nei paragrafi del libro, col proseguire della lettura, dimostreranno sempre più inquietanti somiglianze, fino all'impensabile soluzione finale. Soluzione che, dopo aver strizzato l'occhio al soprannaturale, sarà logica e naturale come da miglior tradizione di giallo classico, e addirittura oserà interessanti riflessioni sui mondi della psicologia e della scrittura, dimostrando al lettore il talento e la genialità di Paul Halter. Un autore che riprende lo schema del giallo classico e gli aggiunge, in ritmo e tematiche, qualcosa del thriller contemporaneo, in una suggestiva commistione fra il fascino dell'ieri e la complessità dell'oggi.
    Mes compliments Monsieur Halter...ha scritto proprio ciò che cerco in un libro di questo genere e mi ha fatto una paura tale che non la dimenticherò così in fretta!

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    — Oct 19, 2009 | 3 feedbacks

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