L'Occidente ha addomesticato le sirene. Ha strappato loro le corde vocali, e ha infilato nella loro gola il grammofono col disco della voce del padrone. Sono sirene incatenate e con una protesi di voce registrata a rimorchiare i figli di Ulisse. Loro legate a terre sconosciute, gli altri a briglia s
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L'Occidente ha addomesticato le sirene. Ha strappato loro le corde vocali, e ha infilato nella loro gola il grammofono col disco della voce del padrone. Sono sirene incatenate e con una protesi di voce registrata a rimorchiare i figli di Ulisse. Loro legate a terre sconosciute, gli altri a briglia sciolta lungo le acque di un mondo che avrebbe presto cessato di essere giovane. Figliol prodigo di quell'Ulisse, Jim ha in sé la propria sirena, ne canta incessantemente le nenie. La sua sirena è la sua principessa, lui è il suo principe. Sovrani in un mondo giovane e forte, dove essere giovani e forti. È l'idea che egli ha di sé, fiera, semplice, eroica e gentile.
Ma l'idea che si ha di se stessi, come la nave Pathna di cui Jim è ufficiale, può urtare qualcosa, un relitto obliato nell'approssimarsi dell'abisso al livello della terra ferma, tutto ciò che si è preso sulle proprie spalle può annegare, e con esso, il proprio sguardo di sogni incartati in orizzonti, al rimorchio di un oriente a oriente dell'oriente, che mai faccia che si tocchi, avanzando in esso, l'occidente che ci si è lasciati alle spalle. È questione di un attimo, e la realtà stritola l'idea, e l'idea si dissolve, con la propria inefficacia, nella fiamma che della realtà, alimenta il divenire. L'attimo ricapitola e scompagina ciò che si crede di sapere di sé. L'attimo ha in sé l'eternità, dice del destino, e dice della conoscenza di sé, li obbliga ad incontrarsi e costringe a vedere nell'esperienza ciò che di se era obliato, come la parte sommersa della nave sorpresa dall'intrusione di un elemento irriducibilmente solido nell'imperscrutabile mansuetudine dell'acqua. Jim ne avrà onta e vergogna. L'orizzonte oltre il quale lanciava il proprio sguardo come ad avvolgere il mondo in un gomitolo d'infinito, diventerà una trincea da cui temere il lancio, da parte di chiunque, di ordigni di infamia. A oriente dell'oriente, Jim infine approderà a una terra che non lo conobbe, e che per questo è pronto ad accoglierlo e a partorirlo come un essere nuovo, come un Adamo col popolo di Mosè. Ma, libero, fuori, se non dentro, della viltà stagionata nella sua vita precedente come un legno troppo duro per essere lavorato, che al minimo tocco di una punta si spacca, si troverà ad essere, da meno che uomo a troppo più che uomo. Sarà Tuan Jim, una guida, un semidio bianco, e anche un idolo. Ma ogni idolo non composto di materiale inerte, ma di carne viva, ha in fondo al proprio altare fiori marci. Il popolo di Patusan è un popolo infantile, la cui infanzia è la fresca promessa che Jim mantiene di poter essere all'altezza di se stesso, oltre l'infamia di cui è macchiato al cospetto della platea dell'occidente. Il passaggio, il suo doppiare il capo di Buona speranza dell'età adulta, condurrà infine Jim a una morte non solo metaforica. Dalla rupe del proprio sogno, Jim scaraventerà giù se stesso, guardando rotolare e andare in pezzi la propria infanzia piena della forza dei propositi intatti, dell'innocenza eroica, della complicità tacita col mondo.
In Jim ho trovato la forza guida del bambino, la serietà assoluta del suo gioco, la piena responsabilità perché il gioco sia possibile, per tutti. E ne ho trovato la perdita, la vergogna di farsi cogliere in flagranza di infanzia giocando a fare gli adulti Quando non si è all'altezza del gioco, e la realtà con un'onda anomala bagna e manda in cortocircuito la mente che credeva il proprio sogno reale, si è precipitati, come sopra l'asse galleggiante di un relitto, nella condizione di adulto decaduto, che incerto della propria abilità di nuotatore, si aggrappa a quel legno fradicio affidando la propria fine o la fortuna che ne scampi al ritorno al mare immenso dell'onda che l'ha travolto. C'è, allora, un breve e scuro gorgo. Poi la quiete. E l'orizzonte non ha allora, la forma di una linea dinanzi a una vista occipitale, ha tutte le forme e nessuna.
La terra ha una memoria. Conserva le radici degli uomini che la abitano, e che essi calpestano incuranti sotto asfalto e marciapiedi, insegne luminose e giardini di bifamiliari, fabbriche e uffici. Nessuno scopre terre nuove, sono le terre vecchie, vecchie come la Terra intera, a scoprire, fendendo
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La terra ha una memoria. Conserva le radici degli uomini che la abitano, e che essi calpestano incuranti sotto asfalto e marciapiedi, insegne luminose e giardini di bifamiliari, fabbriche e uffici. Nessuno scopre terre nuove, sono le terre vecchie, vecchie come la Terra intera, a scoprire, fendendo le brume ghiacciate dei sogni, gli uomini nuovi. Vinland la bella è emersa come un sogno nelle coscienze degli uomini del Nord, dalle maree di sangue versato nelle lotte fratricide, dove la morte e l'alternanza degli uomini tengono in vita divinità feroci, perché la polvere delle loro ossa scorra nella clessidra della loro inquieta eternità.
Incubi di buio e neve grigia, scheletri insepolti e ira atavica. Vendetta, odio e brama fanno rotolare il lettore in ruvide spelonche di violenza, nelle quali l'arcaico è una giostra di morte da cui rilucono in cocci nomi di re e principi ingannatori e ingannati ministri di morte.
È ancora l'era di un'umanità che partecipa all'indeterminato nel suo consolidarsi nell'identità e nel prestarsi alla metamorfosi lungo il crinale che separa e unisce gli opposti, costole che dipartono dalla spina dorsale del mito, a germogliare in corpi di eroi e di bestie, a intrecciarsi come ultime spine di un rovo in capostipiti ermafroditi.
I personaggi qui, sono le loro azioni; l'inconscio ancora non è stato inventato. Ci sono gli dèi che muovono le placche tettoniche delle comunità e delle singolarità umane, che faranno collidere Inuit, Vichinghi e Micmac. Demoni e dei sono prossimi, dietro la curva oltre la quale l'essere umano trova la propria bestialità i spaventevole e zannuto urlo da indossare, la camicia d'orso. Varie e di vari colori saranno le camicie che verranno indossate in queste pagine; perderanno il pelo nel somigliare sempre più ai colori del cielo, lavato dall'agonia del Valhalla, fino ad accogliere il Dio unico e solo, il Cristo Bianco, e inchiodarne sulla terra la volontà monolitica, catturarla e allevarla nel dominio. Il primo dei sette sogni di Vollmann è, nel sonno profondo della coscienza collettiva e non, una crepa ancor più profonda, che si propaga oggi nelle rughe di una civiltà che nell'ossessione per l'attualità, è in realtà malata di Alzheimer che, incapace di elaborare il proprio passato, ne rigurgita irrequieta e pericolosa i frammenti.
Nelle notti bianche, i sogni svaporano sopra il capo del sognatore, come fumetti lasciati in bianco da un narratore indolente, che di buon grado egli riempirà, si addensano in nubi screziate dei mille colori che il gioco di un amore apolide combinerà nell'incertezza dei contorni. Ma al mattino, essi
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Nelle notti bianche, i sogni svaporano sopra il capo del sognatore, come fumetti lasciati in bianco da un narratore indolente, che di buon grado egli riempirà, si addensano in nubi screziate dei mille colori che il gioco di un amore apolide combinerà nell'incertezza dei contorni. Ma al mattino, essi ricadranno su di lui come pioggia fitta e sottile, lasciandolo intirizzito e malconcio come un cane chiuso fuori. Cos'è tutto quel sognare, se non un amore cresciuto sotterraneo come un tartufo? Ci sono molte specie di sogni, ad ogni modo.
Ci sono sogni autarchici, che producono da se stessi il proprio nutrimento, estenuano come vizi e deliziano come l'innocenza stessa, per la quale qualunque abitudine è un vizio.
Esiste poi una specie di sogni che colgono fiori selvatici dai campi della realtà e li intrecciano in ghirlande da gettare al collo del primo venuto, ma se nessuno arriva, quei fiori possono diventare sordidi motivi di tappezzerie in cui ci si impacchetta la vita come un regalo che vien voglia di buttar via. Il sognatore che si concede alla realtà da cui era solito discostarsi come da un piatto insipido nei tremori della febbre, perdonerà a se stesso il non aver saputo e voluto esserne stato all'altezza, o a quella di non esser stata all'altezza del proprio sogno, il che è lo stesso. Perdonerà cioè quella ferita d'amore provocata dall'amore stesso, dal suo trovarsi inadeguato alla propria natura, imbarazzato e afono nelle cose del mondo come un selvaggio in gabbia ad una fiera campestre.
Perché il difficile dell'amore, è lasciare che l'amore sia ciò che sia, cioè incondizionato, ma se di ciò si è capaci, nulla sarà più facile della gratitudine, per quell' “intero minuto di felicità” che si è avuto il coraggio e l'umiltà di lasciarsi donare. Un racconto grazioso, cioè pieno di grazia, nel quale l'ingenuità del protagonista desta sorrisi impastati di commozione
Diplomatico, capitano degli alpini, reporter di guerra, Malaparte è personaggio complesso. Il suo presentarsi ambiguamente in vesti ufficiali o ufficiose tra alti gradi delle gerarchie europee e in primis tedesche, a darsi del tu con alcuni tra i peggiori carnefici e guerrafondai della seconda guerr
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Diplomatico, capitano degli alpini, reporter di guerra, Malaparte è personaggio complesso. Il suo presentarsi ambiguamente in vesti ufficiali o ufficiose tra alti gradi delle gerarchie europee e in primis tedesche, a darsi del tu con alcuni tra i peggiori carnefici e guerrafondai della seconda guerra mondiale, lo rende difficile da cogliere e collocare nei suoi rapporti con il potere. Non finge di dissimularsi nelle masse disgraziate, nei popoli deformati, non si polverizza assieme alle vite fatte saltare in aria. Ma la contraddittorietà di cui è stato rimproverato da tanta critica, come se questa volesse dire necessariamente furbizia e viltà, è un giudizio che facilmente si è potuto emettere dietro scrivanie bonificate da assicurazioni politiche provvidenzialmente stipulate dall'intellighenzia postgramsciana, al riparo del nuovo arco costituzionale, dove preservarsi da qualche redivivo piovasco di merda sfuggito alle immani turbolenze da poco trascorse e lungi dall'esser placate. La sua astuzia è un'astuzia da Odisseo, in grado mediante la verità e la capacità di vedere dentro gli uomini, non solo di cavarsela tra i pericoli, ma del pericolo che l'uomo è per se stesso, cogliere l'aspetto profondamente infantile, e poiché questo è in fondo, sempre in vena di gioco, giocare con esso, con l'arma dell'ironia e della classe, per mostrarlo, come un bambino appena nato, nudo.
E' grazie a questa capacità psicologica e alla dote di sapersi offrire disarmato all'esperienza vissuta, che Malaparte riesce trasfigurare l'orrore nel sublime. Inteso proprio come il superamento di un limite, il limite dell'uomo che crede di ergersi al di sopra dei suoi simili mortificandoli, ma che così facendo piomba nella voragine che egli stesso ha aperto segando un cerchio sul lago ghiacciato del proprio cuore per gettare la lenza a un senso che è già morto. Nel fare ciò è abile ritrattista: gerarchi, principi, diplomatici e soldati, vengono colti ciascuno nella loro peculiare maniera di riflettere il fuoco delle armi e la luce del sole; un grande affresco dove tutti sono padri, fratelli e figli della guerra, rappresentata come una sorta di immensa famiglia i cui rami descrivono abiezioni e virtù deformate da coniugazione di consanguinei. Egli legge il fondo negli occhi dei gerarchi, delle vittime, dei soldati dal volto cancellato nell'accecante luce del nord, e in tutti trova le deformazioni della paura, unico autentico padrone delle azioni, della quale, non di meno, una tragica solidarietà riesce a volte, a romperne la corazza, come timide ma tenaci pianticelle che rompono l'asfalto su cui marciano, osti nati,i cingoli dell'abiezione. Tra escursioni di morte al fronte e sontuosi ricevimenti presso alti dignitari, la narrazione di Malaparte origina da madeleine immangiabili servite su vassoi che hanno recato i milioni di teste spiccate dall'Europa, madeleine, offerte a profusione dalla raffinata brutalità di padroni di casa e ospiti, braccato e ritrovato dal tempo perduto di tanta vita umiliata: ambasciatori, ministri, generali riuniti attorno a faraoniche portate di selvaggina, si rimpinzano di bestie i cui occhi somigliano a quelli delle vittime, docili e disperati, ma che con il loro sguardo suggellano con pietà ai carnefici di oggi il loro destino di vittime di domani. Se ciascun capitolo porta il nome di un animale, non è solo perché il regno animale fornisce un sistema di archetipi, ma perché l'imperscrutabilità dell'animale selvatico all'uomo, in particolare quando la somiglianza tra i due è più marcata, designa una sorta di punto zero della libertà nel mutamento antropologico che si è andato consumando in quegli anni. Come l'animale vissuto in cattività e poi liberato, libero è, tuttavia sgomento, disorientato e umile nella sua inadeguatezza, così il milite spinto ai lembi del mondo ritrova lo stato di natura, ma uno stato di natura completamente smantellato. I soldati tedeschi allo sbando nella tundra che fissano per giorni un lago ghiacciato per poi spararsi un colpo alla tempia, i tartari convertiti da secoli di vita a cavallo alla catena di montaggio, gli “occhi da renna” tumidi e disperati nel loro liquefarsi nell'inumano dei reduci invecchiati precocemente, sono tutti licantropi sdentati che si trasformano sotto la luna nuova di un destino bruciato. La natura, attonita, si esibisce nella sua grazia spietata, offendendo quasi l'uomo dedito all'abiezione con la propria bellezza inconsapevole e astorica. Sembra rimproverare, sventagliando il proprio incanto dagli squarci delle bombe, all'uomo la Storia stessa, e il tradimento con l'Utopia di cui questa è figlia illegittima. Non manca, in cotanta forza visionaria, il coraggio del colpo d'occhio netto e senza sconti a singoli e genti. Nei giudizi duri sul popolo italiano, proferiti con una smorfia deformata di tremenda ironia, si vede bene una delle forme della decadenza che tanto bene hanno trovato radici nel suolo italico, e che tanto hanno reso gli italiani alieni all'autentica libertà: il non saper concepire l'uomo se non come padrone o come servo. Cioè la morale del resséntiment che germoglia i suoi frutti passando direttamente dall'acerbo al marcio.
Malaparte, tuttavia, resistendo ad ogni tentazione nichilistica, rende con la sua scrittura, visionaria e potente, onore all'umana capacità di sognare: cioè non di fuggire la realtà, bensì di accoglierla in quanto ha di più terribile e riconoscere la compartecipazione all'immaginario che l'ha portata ad essere ciò che è e che, tuttavia proprio da questo riconoscimento può essere trasformata. La forza trasfigurante di 'Kaputt' è una forza induttiva che tenuta ben salda la materia narrata, si eleva alla visione di un destino con una tensione etica accorata ma impregnata di un contegno virile che rifiuta l'aut-aut tra compassione e lucidità.
Per parecchie pagine verrebbe da chiedersi il perché del titolo, visto che l'iniziale spaesamento e la frequente necessità di rileggere un medesimo periodo, assestano al lettore confuso bordate di raffinatissima e debordante comicità. Ma, parafrasando Rilke, il ridicolo del tragico non è che il prin
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Per parecchie pagine verrebbe da chiedersi il perché del titolo, visto che l'iniziale spaesamento e la frequente necessità di rileggere un medesimo periodo, assestano al lettore confuso bordate di raffinatissima e debordante comicità. Ma, parafrasando Rilke, il ridicolo del tragico non è che il principio. La stretta connessione dei due termini è sperimentata e direi quasi dimostrata nell'uso straordinario che Gadda fa della lingua italiana, nella sua capacità di usarla come nessun altro, e al tempo stesso di trascenderla in una superlingua che attinge tanto al vernacolo quanto all'idioma straniero.
La parola è una cornucopia in piena, la lettura un'esperienza speleologica nella quale farsi ragni del linguaggio. Essa è, ne La Cognizione, un essere mostruoso, nel senso antico, di ciò che è capace di mostrare la volontà degli dei, divinità policefale di un culto sincretico che procede da paganesimi meticci coagulatisi dal crollo di un qualche impero sopravvissuto in qualche modo nellaìe fogne della modernità. C'è tuttavia, accanto all'esibizione del ridicolo e del grossolano, una struggente pietà, il giudizio spiazzante e la compassione che lo ingloba senza tuttavia digerirlo. Una compassione per l'odio stesso,che non compatisce, ma patisce la prigionia nella sua roccaforte inetta e permeabilissima agli spifferi poliglotti, agli odori selvatici, e al logorante umidore dei respiri sotto l'incerata che racchiude, come polli nel sacco, l'improbabile comunità madragalese. Nel bestiario umano, tormentato dalla miseria, materiale e da quella morale, a volte sovrapposte, a volte contigue, e altre ancora, intersecate, Gadda si fa largo per far brillare granate di prosa dal nitore abbacinante, epifanie che illuminano l'inferno alla luce di una chiarezza che permettendo di distinguerle in ogni particolare, conferisce loro la perfezione dell'esattezza, e con ciò le redime dall'intollerabilità dell'assurdo.
La massa dei peones, delle Beppe, le loro regalie, i pesci fetenti, somigliano ai mostriciattoli di Bosch, lanzichenecchi che fanno breccia nella solitudine di Gonzalo e la mettono al sacco, non vuotandola, bensì riempiendola dell'inane e del vano, provocando nell'hidalgo il dissaccordo con se stesso e quell'odio sordo e trasudante contro tutto ciò che semplicemente si accontenta di esistere. Il dolore è conosciuto attraverso le brutture accatastate e olezzanti della miseria, in cui il grossolano prospera là dove lo spirito diserta. La furia nichilista di Gonzalo, se fa sorridere nella sua cosmica enormità, spaventa eppur quasi quasi invoglia al tifo, alla complicità al grido liberatorio fantozziano contro la corazzata Potziomkin del consorzio umano e della sua sbuffante caldaia di mali; è un nuvolone nero che poi ricade in lacrime sulla sua rabbia affilata, affondata in fendenti a destra e a manca, e infine spezzata nel cuore dell'amore materno, reo, avendo generato, di aver imposto alla reciproca inadeguatezza il figlio e il mondo. Le pagine dedicate alla madre che, durante un temporale riceve la notizia della morte dell'altro figlio, sono quanto di più bello si possa leggere nella nostra lingua. La condizione della senilità e della frattura scomposta dell'affetto presa nella torsione della memoria è qui descritta con una verità quasi insostenibile, nella quale la cognizione del dolore si approfondisce, lacerandosi, in un arcipelago emotivo incapace di obliare lo struggente anelito all'unità. Essa si fa cognizione dell'irrimediabile separazione che si costituisce in seno alla promiscuità, coscienza precisa della solitudine e del suo carattere spurio di mistica collassata.
La 'Cognizione' può dirsi libro faticoso, forse, ma che in verità richiede solo, poco o tanto che sia, che all'eccellenza della scrittura si dedichi l'eccellenza dell'attenzione. In verità la fatica è solo nelle prime pagine, come nell'esercizio fisico: ci si scalda, si va a regime, e poi finalmente si è nel flusso: dolore e sudore non sono che riflessi liquidi che scivolano via sulla cocciutaggine della materia inerte.
Lord Jim
L'Occidente ha addomesticato le sirene. Ha strappato loro le corde vocali, e ha infilato nella loro gola il grammofono col disco della voce del padrone. Sono sirene incatenate e con una protesi di voce registrata a rimorchiare i figli di Ulisse. Loro legate a terre sconosciute, gli altri a briglia s ... (continue)
L'Occidente ha addomesticato le sirene. Ha strappato loro le corde vocali, e ha infilato nella loro gola il grammofono col disco della voce del padrone. Sono sirene incatenate e con una protesi di voce registrata a rimorchiare i figli di Ulisse. Loro legate a terre sconosciute, gli altri a briglia sciolta lungo le acque di un mondo che avrebbe presto cessato di essere giovane.
Figliol prodigo di quell'Ulisse, Jim ha in sé la propria sirena, ne canta incessantemente le nenie. La sua sirena è la sua principessa, lui è il suo principe. Sovrani in un mondo giovane e forte, dove essere giovani e forti. È l'idea che egli ha di sé, fiera, semplice, eroica e gentile.
Ma l'idea che si ha di se stessi, come la nave Pathna di cui Jim è ufficiale, può urtare qualcosa, un relitto obliato nell'approssimarsi dell'abisso al livello della terra ferma, tutto ciò che si è preso sulle proprie spalle può annegare, e con esso, il proprio sguardo di sogni incartati in orizzonti, al rimorchio di un oriente a oriente dell'oriente, che mai faccia che si tocchi, avanzando in esso, l'occidente che ci si è lasciati alle spalle. È questione di un attimo, e la realtà stritola l'idea, e l'idea si dissolve, con la propria inefficacia, nella fiamma che della realtà, alimenta il divenire.
L'attimo ricapitola e scompagina ciò che si crede di sapere di sé. L'attimo ha in sé l'eternità, dice del destino, e dice della conoscenza di sé, li obbliga ad incontrarsi e costringe a vedere nell'esperienza ciò che di se era obliato, come la parte sommersa della nave sorpresa dall'intrusione di un elemento irriducibilmente solido nell'imperscrutabile mansuetudine dell'acqua.
Jim ne avrà onta e vergogna. L'orizzonte oltre il quale lanciava il proprio sguardo come ad avvolgere il mondo in un gomitolo d'infinito, diventerà una trincea da cui temere il lancio, da parte di chiunque, di ordigni di infamia.
A oriente dell'oriente, Jim infine approderà a una terra che non lo conobbe, e che per questo è pronto ad accoglierlo e a partorirlo come un essere nuovo, come un Adamo col popolo di Mosè.
Ma, libero, fuori, se non dentro, della viltà stagionata nella sua vita precedente come un legno troppo duro per essere lavorato, che al minimo tocco di una punta si spacca, si troverà ad essere, da meno che uomo a troppo più che uomo.
Sarà Tuan Jim, una guida, un semidio bianco, e anche un idolo. Ma ogni idolo non composto di materiale inerte, ma di carne viva, ha in fondo al proprio altare fiori marci. Il popolo di Patusan è un popolo infantile, la cui infanzia è la fresca promessa che Jim mantiene di poter essere all'altezza di se stesso, oltre l'infamia di cui è macchiato al cospetto della platea dell'occidente. Il passaggio, il suo doppiare il capo di Buona speranza dell'età adulta, condurrà infine Jim a una morte non solo metaforica.
Dalla rupe del proprio sogno, Jim scaraventerà giù se stesso, guardando rotolare e andare in pezzi la propria infanzia piena della forza dei propositi intatti, dell'innocenza eroica, della complicità tacita col mondo.
In Jim ho trovato la forza guida del bambino, la serietà assoluta del suo gioco, la piena responsabilità perché il gioco sia possibile, per tutti.
E ne ho trovato la perdita, la vergogna di farsi cogliere in flagranza di infanzia giocando a fare gli adulti
Quando non si è all'altezza del gioco, e la realtà con un'onda anomala bagna e manda in cortocircuito la mente che credeva il proprio sogno reale, si è precipitati, come sopra l'asse galleggiante di un relitto, nella condizione di adulto decaduto, che incerto della propria abilità di nuotatore, si aggrappa a quel legno fradicio affidando la propria fine o la fortuna che ne scampi al ritorno al mare immenso dell'onda che l'ha travolto.
C'è, allora, un breve e scuro gorgo. Poi la quiete. E l'orizzonte non ha allora, la forma di una linea dinanzi a una vista occipitale, ha tutte le forme e nessuna.
La camicia di ghiaccio
La terra ha una memoria. Conserva le radici degli uomini che la abitano, e che essi calpestano incuranti sotto asfalto e marciapiedi, insegne luminose e giardini di bifamiliari, fabbriche e uffici.continue)
Nessuno scopre terre nuove, sono le terre vecchie, vecchie come la Terra intera, a scoprire, fendendo ... (
La terra ha una memoria. Conserva le radici degli uomini che la abitano, e che essi calpestano incuranti sotto asfalto e marciapiedi, insegne luminose e giardini di bifamiliari, fabbriche e uffici.
Nessuno scopre terre nuove, sono le terre vecchie, vecchie come la Terra intera, a scoprire, fendendo le brume ghiacciate dei sogni, gli uomini nuovi.
Vinland la bella è emersa come un sogno nelle coscienze degli uomini del Nord, dalle maree di sangue versato nelle lotte fratricide, dove la morte e l'alternanza degli uomini tengono in vita divinità feroci, perché la polvere delle loro ossa scorra nella clessidra della loro inquieta eternità.
Incubi di buio e neve grigia, scheletri insepolti e ira atavica. Vendetta, odio e brama fanno rotolare il lettore in ruvide spelonche di violenza, nelle quali l'arcaico è una giostra di morte da cui rilucono in cocci nomi di re e principi ingannatori e ingannati ministri di morte.
È ancora l'era di un'umanità che partecipa all'indeterminato nel suo consolidarsi nell'identità e nel prestarsi alla metamorfosi lungo il crinale che separa e unisce gli opposti, costole che dipartono dalla spina dorsale del mito, a germogliare in corpi di eroi e di bestie, a intrecciarsi come ultime spine di un rovo in capostipiti ermafroditi.
I personaggi qui, sono le loro azioni; l'inconscio ancora non è stato inventato. Ci sono gli dèi che muovono le placche tettoniche delle comunità e delle singolarità umane, che faranno collidere Inuit, Vichinghi e Micmac. Demoni e dei sono prossimi, dietro la curva oltre la quale l'essere umano trova la propria bestialità i spaventevole e zannuto urlo da indossare, la camicia d'orso. Varie e di vari colori saranno le camicie che verranno indossate in queste pagine; perderanno il pelo nel somigliare sempre più ai colori del cielo, lavato dall'agonia del Valhalla, fino ad accogliere il Dio unico e solo, il Cristo Bianco, e inchiodarne sulla terra la volontà monolitica, catturarla e allevarla nel dominio.
Il primo dei sette sogni di Vollmann è, nel sonno profondo della coscienza collettiva e non, una crepa ancor più profonda, che si propaga oggi nelle rughe di una civiltà che nell'ossessione per l'attualità, è in realtà malata di Alzheimer che, incapace di elaborare il proprio passato, ne rigurgita irrequieta e pericolosa i frammenti.
Le notti bianche
Nelle notti bianche, i sogni svaporano sopra il capo del sognatore, come fumetti lasciati in bianco da un narratore indolente, che di buon grado egli riempirà, si addensano in nubi screziate dei mille colori che il gioco di un amore apolide combinerà nell'incertezza dei contorni. Ma al mattino, essi ... (continue)
Nelle notti bianche, i sogni svaporano sopra il capo del sognatore, come fumetti lasciati in bianco da un narratore indolente, che di buon grado egli riempirà, si addensano in nubi screziate dei mille colori che il gioco di un amore apolide combinerà nell'incertezza dei contorni. Ma al mattino, essi ricadranno su di lui come pioggia fitta e sottile, lasciandolo intirizzito e malconcio come un cane chiuso fuori.
Cos'è tutto quel sognare, se non un amore cresciuto sotterraneo come un tartufo?
Ci sono molte specie di sogni, ad ogni modo.
Ci sono sogni autarchici, che producono da se stessi il proprio nutrimento, estenuano come vizi e deliziano come l'innocenza stessa, per la quale qualunque abitudine è un vizio.
Esiste poi una specie di sogni che colgono fiori selvatici dai campi della realtà e li intrecciano in ghirlande da gettare al collo del primo venuto, ma se nessuno arriva, quei fiori possono diventare sordidi motivi di tappezzerie in cui ci si impacchetta la vita come un regalo che vien voglia di buttar via.
Il sognatore che si concede alla realtà da cui era solito discostarsi come da un piatto insipido nei tremori della febbre, perdonerà a se stesso il non aver saputo e voluto esserne stato all'altezza, o a quella di non esser stata all'altezza del proprio sogno, il che è lo stesso. Perdonerà cioè quella ferita d'amore provocata dall'amore stesso, dal suo trovarsi inadeguato alla propria natura, imbarazzato e afono nelle cose del mondo come un selvaggio in gabbia ad una fiera campestre.
Perché il difficile dell'amore, è lasciare che l'amore sia ciò che sia, cioè incondizionato, ma se di ciò si è capaci, nulla sarà più facile della gratitudine, per quell' “intero minuto di felicità” che si è avuto il coraggio e l'umiltà di lasciarsi donare.
Un racconto grazioso, cioè pieno di grazia, nel quale l'ingenuità del protagonista desta sorrisi impastati di commozione
Kaputt
Diplomatico, capitano degli alpini, reporter di guerra, Malaparte è personaggio complesso. Il suo presentarsi ambiguamente in vesti ufficiali o ufficiose tra alti gradi delle gerarchie europee e in primis tedesche, a darsi del tu con alcuni tra i peggiori carnefici e guerrafondai della seconda guerr ... (continue)
Diplomatico, capitano degli alpini, reporter di guerra, Malaparte è personaggio complesso. Il suo presentarsi ambiguamente in vesti ufficiali o ufficiose tra alti gradi delle gerarchie europee e in primis tedesche, a darsi del tu con alcuni tra i peggiori carnefici e guerrafondai della seconda guerra mondiale, lo rende difficile da cogliere e collocare nei suoi rapporti con il potere. Non finge di dissimularsi nelle masse disgraziate, nei popoli deformati, non si polverizza assieme alle vite fatte saltare in aria. Ma la contraddittorietà di cui è stato rimproverato da tanta critica, come se questa volesse dire necessariamente furbizia e viltà, è un giudizio che facilmente si è potuto emettere dietro scrivanie bonificate da assicurazioni politiche provvidenzialmente stipulate dall'intellighenzia postgramsciana, al riparo del nuovo arco costituzionale, dove preservarsi da qualche redivivo piovasco di merda sfuggito alle immani turbolenze da poco trascorse e lungi dall'esser placate.
La sua astuzia è un'astuzia da Odisseo, in grado mediante la verità e la capacità di vedere dentro gli uomini, non solo di cavarsela tra i pericoli, ma del pericolo che l'uomo è per se stesso, cogliere l'aspetto profondamente infantile, e poiché questo è in fondo, sempre in vena di gioco, giocare con esso, con l'arma dell'ironia e della classe, per mostrarlo, come un bambino appena nato, nudo.
E' grazie a questa capacità psicologica e alla dote di sapersi offrire disarmato all'esperienza vissuta, che Malaparte riesce trasfigurare l'orrore nel sublime. Inteso proprio come il superamento di un limite, il limite dell'uomo che crede di ergersi al di sopra dei suoi simili mortificandoli, ma che così facendo piomba nella voragine che egli stesso ha aperto segando un cerchio sul lago ghiacciato del proprio cuore per gettare la lenza a un senso che è già morto. Nel fare ciò è abile ritrattista: gerarchi, principi, diplomatici e soldati, vengono colti ciascuno nella loro peculiare maniera di riflettere il fuoco delle armi e la luce del sole; un grande affresco dove tutti sono padri, fratelli e figli della guerra, rappresentata come una sorta di immensa famiglia i cui rami descrivono abiezioni e virtù deformate da coniugazione di consanguinei.
Egli legge il fondo negli occhi dei gerarchi, delle vittime, dei soldati dal volto cancellato nell'accecante luce del nord, e in tutti trova le deformazioni della paura, unico autentico padrone delle azioni, della quale, non di meno, una tragica solidarietà riesce a volte, a romperne la corazza, come timide ma tenaci pianticelle che rompono l'asfalto su cui marciano, osti nati,i cingoli dell'abiezione.
Tra escursioni di morte al fronte e sontuosi ricevimenti presso alti dignitari, la narrazione di Malaparte origina da madeleine immangiabili servite su vassoi che hanno recato i milioni di teste spiccate dall'Europa, madeleine, offerte a profusione dalla raffinata brutalità di padroni di casa e ospiti, braccato e ritrovato dal tempo perduto di tanta vita umiliata: ambasciatori, ministri, generali riuniti attorno a faraoniche portate di selvaggina, si rimpinzano di bestie i cui occhi somigliano a quelli delle vittime, docili e disperati, ma che con il loro sguardo suggellano con pietà ai carnefici di oggi il loro destino di vittime di domani.
Se ciascun capitolo porta il nome di un animale, non è solo perché il regno animale fornisce un sistema di archetipi, ma perché l'imperscrutabilità dell'animale selvatico all'uomo, in particolare quando la somiglianza tra i due è più marcata, designa una sorta di punto zero della libertà nel mutamento antropologico che si è andato consumando in quegli anni. Come l'animale vissuto in cattività e poi liberato, libero è, tuttavia sgomento, disorientato e umile nella sua inadeguatezza, così il milite spinto ai lembi del mondo ritrova lo stato di natura, ma uno stato di natura completamente smantellato. I soldati tedeschi allo sbando nella tundra che fissano per giorni un lago ghiacciato per poi spararsi un colpo alla tempia, i tartari convertiti da secoli di vita a cavallo alla catena di montaggio, gli “occhi da renna” tumidi e disperati nel loro liquefarsi nell'inumano dei reduci invecchiati precocemente, sono tutti licantropi sdentati che si trasformano sotto la luna nuova di un destino bruciato.
La natura, attonita, si esibisce nella sua grazia spietata, offendendo quasi l'uomo dedito all'abiezione con la propria bellezza inconsapevole e astorica. Sembra rimproverare, sventagliando il proprio incanto dagli squarci delle bombe, all'uomo la Storia stessa, e il tradimento con l'Utopia di cui questa è figlia illegittima.
Non manca, in cotanta forza visionaria, il coraggio del colpo d'occhio netto e senza sconti a singoli e genti.
Nei giudizi duri sul popolo italiano, proferiti con una smorfia deformata di tremenda ironia, si vede bene una delle forme della decadenza che tanto bene hanno trovato radici nel suolo italico, e che tanto hanno reso gli italiani alieni all'autentica libertà: il non saper concepire l'uomo se non come padrone o come servo. Cioè la morale del resséntiment che germoglia i suoi frutti passando direttamente dall'acerbo al marcio.
Malaparte, tuttavia, resistendo ad ogni tentazione nichilistica, rende con la sua scrittura, visionaria e potente, onore all'umana capacità di sognare: cioè non di fuggire la realtà, bensì di accoglierla in quanto ha di più terribile e riconoscere la compartecipazione all'immaginario che l'ha portata ad essere ciò che è e che, tuttavia proprio da questo riconoscimento può essere trasformata.
La forza trasfigurante di 'Kaputt' è una forza induttiva che tenuta ben salda la materia narrata, si eleva alla visione di un destino con una tensione etica accorata ma impregnata di un contegno virile che rifiuta l'aut-aut tra compassione e lucidità.
http://youtu.be/mS3GAZT3_38
La cognizione del dolore
Per parecchie pagine verrebbe da chiedersi il perché del titolo, visto che l'iniziale spaesamento e la frequente necessità di rileggere un medesimo periodo, assestano al lettore confuso bordate di raffinatissima e debordante comicità.continue)
Ma, parafrasando Rilke, il ridicolo del tragico non è che il prin ... (
Per parecchie pagine verrebbe da chiedersi il perché del titolo, visto che l'iniziale spaesamento e la frequente necessità di rileggere un medesimo periodo, assestano al lettore confuso bordate di raffinatissima e debordante comicità.
Ma, parafrasando Rilke, il ridicolo del tragico non è che il principio.
La stretta connessione dei due termini è sperimentata e direi quasi dimostrata nell'uso straordinario che Gadda fa della lingua italiana, nella sua capacità di usarla come nessun altro, e al tempo stesso di trascenderla in una superlingua che attinge tanto al vernacolo quanto all'idioma straniero.
La parola è una cornucopia in piena, la lettura un'esperienza speleologica nella quale farsi ragni del linguaggio. Essa è, ne La Cognizione, un essere mostruoso, nel senso antico, di ciò che è capace di mostrare la volontà degli dei, divinità policefale di un culto sincretico che procede da paganesimi meticci coagulatisi dal crollo di un qualche impero sopravvissuto in qualche modo nellaìe fogne della modernità.
C'è tuttavia, accanto all'esibizione del ridicolo e del grossolano, una struggente pietà, il giudizio spiazzante e la compassione che lo ingloba senza tuttavia digerirlo.
Una compassione per l'odio stesso,che non compatisce, ma patisce la prigionia nella sua roccaforte inetta e permeabilissima agli spifferi poliglotti, agli odori selvatici, e al logorante umidore dei respiri sotto l'incerata che racchiude, come polli nel sacco, l'improbabile comunità madragalese.
Nel bestiario umano, tormentato dalla miseria, materiale e da quella morale, a volte sovrapposte, a volte contigue, e altre ancora, intersecate, Gadda si fa largo per far brillare granate di prosa dal nitore abbacinante, epifanie che illuminano l'inferno alla luce di una chiarezza che permettendo di distinguerle in ogni particolare, conferisce loro la perfezione dell'esattezza, e con ciò le redime dall'intollerabilità dell'assurdo.
La massa dei peones, delle Beppe, le loro regalie, i pesci fetenti, somigliano ai mostriciattoli di Bosch, lanzichenecchi che fanno breccia nella solitudine di Gonzalo e la mettono al sacco, non vuotandola, bensì riempiendola dell'inane e del vano, provocando nell'hidalgo il dissaccordo con se stesso e quell'odio sordo e trasudante contro tutto ciò che semplicemente si accontenta di esistere.
Il dolore è conosciuto attraverso le brutture accatastate e olezzanti della miseria, in cui il grossolano prospera là dove lo spirito diserta. La furia nichilista di Gonzalo, se fa sorridere nella sua cosmica enormità, spaventa eppur quasi quasi invoglia al tifo, alla complicità al grido liberatorio fantozziano contro la corazzata Potziomkin del consorzio umano e della sua sbuffante caldaia di mali; è un nuvolone nero che poi ricade in lacrime sulla sua rabbia affilata, affondata in fendenti a destra e a manca, e infine spezzata nel cuore dell'amore materno, reo, avendo generato, di aver imposto alla reciproca inadeguatezza il figlio e il mondo. Le pagine dedicate alla madre che, durante un temporale riceve la notizia della morte dell'altro figlio, sono quanto di più bello si possa leggere nella nostra lingua.
La condizione della senilità e della frattura scomposta dell'affetto presa nella torsione della memoria è qui descritta con una verità quasi insostenibile, nella quale la cognizione del dolore si approfondisce, lacerandosi, in un arcipelago emotivo incapace di obliare lo struggente anelito all'unità.
Essa si fa cognizione dell'irrimediabile separazione che si costituisce in seno alla promiscuità, coscienza precisa della solitudine e del suo carattere spurio di mistica collassata.
La 'Cognizione' può dirsi libro faticoso, forse, ma che in verità richiede solo, poco o tanto che sia, che all'eccellenza della scrittura si dedichi l'eccellenza dell'attenzione. In verità la fatica è solo nelle prime pagine, come nell'esercizio fisico: ci si scalda, si va a regime, e poi finalmente si è nel flusso: dolore e sudore non sono che riflessi liquidi che scivolano via sulla cocciutaggine della materia inerte.