from the other side of silence (grazie minimum fax!! questo libro mancava!!!)
Vedi era così quando siamo entrati sciolti in sto posto due fuori di testa ballavano una polka azteca E io faccio Bello mio meglio sbaraccare ma poi sta dama mi si avvicina alle spalle e mi fa Io e te potremmo esistere davvero Cazzarola faccio io Solo che poi il mattino dopo lei ha i denti marci e p
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Vedi era così quando siamo entrati sciolti in sto posto due fuori di testa ballavano una polka azteca E io faccio Bello mio meglio sbaraccare ma poi sta dama mi si avvicina alle spalle e mi fa Io e te potremmo esistere davvero Cazzarola faccio io Solo che poi il mattino dopo lei ha i denti marci e proprio non sopporta la poesia
Ho almeno una decina, ma proprio una decina, non scherzo, di libri sul comodino che aspettano di essere letti. Naturalmente tutti sono già stati più o meno assaggiati, sfogliati un po’, macchiati di caffè e poi riposti lì, in attesa del momento giusto per leggerli definitivamente. Allora perché ogni
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Ho almeno una decina, ma proprio una decina, non scherzo, di libri sul comodino che aspettano di essere letti. Naturalmente tutti sono già stati più o meno assaggiati, sfogliati un po’, macchiati di caffè e poi riposti lì, in attesa del momento giusto per leggerli definitivamente. Allora perché ogni tanto mi prende il bisogno di infilarmi in libreria e comprare altri libri, ancora libri? Non saprei dirlo. Quello che posso dire è che qualche mese fa avevo sentito su Fahrenheit l’intervista a Giulia Alberico (http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=277584 ) e dato che mi aveva molto colpito quello che aveva detto, mi ero riproposta di leggere il suo libro. Ecco e ieri, mentre camminavo in Corso Italia, ho sentito proprio il bisogno di leggere quel libro. Non so perché proprio ieri e perché proprio quel libro. Ma sentivo che ieri ero proprio motivata per quella e solo quella lettura. Sono entrata in libreria e il commesso mi ha detto che non tenevano libri in spagnolo, io ho cercato di spiegargli che solo il titolo era in spagnolo ma che il resto era in italiano, ma niente. Allora sono andata io a scartabellare tra gli scaffali e naturalmente l’ho trovato. L’ho letto tutto d’un fiato in quattro ore di treno.
L’ho trovato un libro molto interessante che ha confermato l’ottima opinione che mi ero fatta dell’autrice, sentendo l’intervista. È un resconto a tratti tenero, a tratti drammatico, di trentadue anni d’insegnamento nella scuola pubblica italiana. Un libro che a ben pensarci, potrebbe essere stato scritto anche da una o due delle mie professoresse del liceo, pieno di passione per la letteratura e soprattutto per l’insegnamento. Bellissimi racconti d’empatia e di aiuto reciproco fra studenti e professoressa, per gli amici professoré. Tragiche gallerie di altri personaggi inquietanti che popolano la scuola e stanno dalla parte della cattedra, presidi degne della Santa Inquisizione e presidi schizofreniche degne di Marilyn Monroe, bidelli forzuti e genitori insopportabili. Sono storie di alunni speciali, forse un po’ fuori dal comune, quelli più inquieti, quelli più difficili, quelli che poi rappresentano le storie di tutti. Particolarmente emozionante la storia di Jenny Joseph, e poi la storia degli attaccapanni, e quella di quella seconda B di buzzurri, burini scalmanati e future veline che alla fine si emozionano come bambini quando vedono la neve… Fanno per correre verso il balcone, quando una ragazzina mi chiede “Possiamo, prof?”. Sorrido e loro si affollano contro i vetri, sembrano uno stormo di passeri: ridono e danno esclamazioni di gioia stupita. Aprono le finestre, escono sul lungo balcone e con le mani acchiappano i fiocchi, li mangiano, ridono, saltano. Sono bellissimi. È stupefacente! Sembrano dei rozzi e poi si incantano per la neve. Resto in silenzio e li osservo, sono pieni di anima. Si vede. E io capisco che verso di loro insieme all’odio vero dei giorni andati ho pure questo moto d’amore altrettanto vero. E tengo insieme tutto.
Il libro si conclude poi con una disamina amara della situazione attuale della scuola pubblica e con un lungimirante discorso di Pietro Calamandrei dell’11 febbraio 1950 (!!) tuttora di sconcertante attualità. Per fortuna che esistono ancora i professori così, capaci di rendere le scuole dei veri luoghi di formazione, oltre che di informazione, capaci di far pensare, riflettere, creare un pensiero critico. Per fortuna che c’è ancora qualcuno in grado di non accettare le cose e di lottare contro questo stramaledetto e sempre più diffuso pensiero elementare.
Un bel romanzo, denso e circolare. Leggero ma sferzante, ti sembra di leggerlo senza che ti lasci nulla, la sera prima di dormire; poi ti scopri a leggerlo quando dovresti fare altre cose, continui a dirti che è un romanzetto, niente di più, eppure ti tira dentro, non ti lascia prendere fiato. E ti
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Un bel romanzo, denso e circolare. Leggero ma sferzante, ti sembra di leggerlo senza che ti lasci nulla, la sera prima di dormire; poi ti scopri a leggerlo quando dovresti fare altre cose, continui a dirti che è un romanzetto, niente di più, eppure ti tira dentro, non ti lascia prendere fiato. E ti fa pensare, che non è poco. Viene da una nuova e giovane voce brasiliana. E lo consiglio vivamente ai lusofoni! Speriamo che venga presto tradotto in italiano.
Una folgorazione, un misto fra Kerouac (per il ritmo, per il jazz, per le visioni), Perec (per le passaggiate notturne a Parigi, per la vita un po’ sbrindellata)… e Javier Marias, forse, peccato che anche lui non finisca per ‘c’, ma non saprei dire perché. E poi sarà Javier Marias che assomiglia a C
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Una folgorazione, un misto fra Kerouac (per il ritmo, per il jazz, per le visioni), Perec (per le passaggiate notturne a Parigi, per la vita un po’ sbrindellata)… e Javier Marias, forse, peccato che anche lui non finisca per ‘c’, ma non saprei dire perché. E poi sarà Javier Marias che assomiglia a Cortázar, non viceversa. In ogni caso.
Come si fa a non amare un romanzo che inizia dicendoti che questo libro si può leggere nell’ordine classico in cui si leggono i libri oppure si può leggere spulciando qua e là, seguendo il numero suggerito alla fine di ogni capitolo?
Impossibile dire quel che capita qui dentro, trama, una, forse mille... Impossibile anche raccontare quanto l’anima di uno scrittore che fa capolino fra le parole, possa arrivare a collimare perfettamente con l’anima del lettore, immerso nelle parole, in questo caso: io. Le avventure di Horacio e della Maga, tra Parigi e Buenos Aires, bevendo molto mate e con le scarpe perennemente inzuppate di pioggia. E poi Talita e Traveler e Morelli e la clinica e il gioco del mondo e il jazz il mate la filosofia… E che dire del meta-Cortázar e del meta-Rayuela che inonda il capitolo “Da altre parti”, in cui si possono seguire tutti i fili che reggono i dialoghi, i personaggi, i pensieri di ogni personaggio… è un po’ come fare un passo dietro le quinte, pur restando sul palcoscenico.
“Non ricordo esattamente se ho iniziato a scrivere il romanzo a Parigi o a Buenos Aires. Quello che so per certo è che un giorno d’estate, con un caldo spaventoso (doveva essere Buenos Aires) ho visto dei personaggi impegnati in una serie di azioni totalmente assurde. Erano affacciati a due finestre divise da pochissimo spazio ma con quattro piani sotto e cercavano di passarsi un pacchetto di erba mate e dei chiodi. Ho iniziato a scrivere dettagliatamente tutte le idee che venivano loro in mente per costruire un ponte con una tavola, con la quale attraversare il vuoto da una finestra all’altra e passarsi così il mate e i chiodi. […] Ho scritto quel capitolo, e alla fine (dura circa quaranta pagine) mi sono reso conto che non era un racconto. Ma allora cos’era? Era in un certo senso un frammento, una specie di cucchiaiata di miele sulla quale poi si sarebbero venute a posare mosche e api.” E in effetti tutto il romanzo è un susseguirsi di azioni assurde, di personaggi alle prese con problemi surreali che forse non esistono e si creano loro per riempire dei vuoti che la vita si dimentica di riempire. Così all’inizio, leggendo di Horacio che cammina per le strade di Parigi in piena notte cercando di consolare una pianista fallita di musica dodecafonica, oppure vedendo lui e la Maga parlare in gliglico, all’inizio ci scappa pure un sorriso, un’alzata di spalle, un’esclamazione del tipo ‘ma che assurdità!’… invece, continuando a leggere, si arriva alla fine e ci si accorge che in fondo in fondo, le occupazioni che impegnano i nostri personaggi non sono poi più surreali delle nostre, che quello che fanno loro della loro vita non è, alla fine, più surreale di svegliarsi tutte le mattine alle sette, andare a lavorare, fare la spesa, eccetera eccetera eccetera…
Il Paese sotto la pelle, Gioconda Belli, trad. di Margherita D'Amico
Ho scoperto Gioconda Belli per caso, una volta che gironzolavo per poesie in internet e sono finita su questo sito http://amediavoz.com/belli.htm . Sono rimasta intrappolata per un pomeriggio intero nelle sue poesie. Pochi giorni dopo ero già alle prese coi suoi libri. Ora ho appena finito “Il paes
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Ho scoperto Gioconda Belli per caso, una volta che gironzolavo per poesie in internet e sono finita su questo sito http://amediavoz.com/belli.htm . Sono rimasta intrappolata per un pomeriggio intero nelle sue poesie. Pochi giorni dopo ero già alle prese coi suoi libri. Ora ho appena finito “Il paese sotto la pelle” e sono ancora frastornata e commossa; è già passata mezz’ora da quando ho chiuso l’ultima pagina e ancora non riesco a riprendermi. È uno di quei libri che ti tirano dentro alla storia per i capelli e che anche quando smetti di leggerli, continuano a fluttuarti negli occhi, a infestarti i pensieri.
È un’autobiografia di una vita incredibile che mescola vita privata a vita politica; l’autrice si racconta, lei che ha partecipato attivamente alla Rivoluzione del ’79 in Nicaragua e faceva parte del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. In queste pagine narra sofferte battaglie politiche, storie personali strampalate, vittorie e sconfitte. È infatti, in sostanza, la storia della traiettoria politica, ma soprattutto umana di una donna (molto tosta) con le sue debolezze e la sua tenacia, con la sua umanità e le sue utopie. Questo libro ha il pregio di restituirci la Storia e la politica come qualcosa di vicino a noi, finalmente si ha l’impressione che la Storia con esse maiuscola passi su di noi, dipenda da noi; finalmente tutto acquista un volto umano. Gli uomini e le donne che hanno fatto la Rivoluzione hanno una faccia, una vita, hanno dei difetti, si divertono, hanno i calzini che si sfilano… tutto sembra vicino, accessibile, comprensibile. E intanto la Storia si compie. E sono loro a compierla. Siamo noi. Camminiamo con loro per le strade di Managua, sentiamo i suoi odori, vediamo i suoi laghi e i suoi vulcani, partecipiamo alle sue lotte.
Non so se lo definirei un “libro impegnato”, non so bene quando la letteratura sia impegnata. Forse la letteratura è davvero impegnata non quando fa i nomi, non quando denuncia apertamente, ma semplicemente quando risveglia nel lettore un senso civico, quando accompagna silenziosamente una presa di coscienza; quando si ha la sensazione che si sta leggendo un libro che non astrae, che non ti porta in un mondo fatato, ma che ti riporta giù nel mondo reale, che t’infanga i piedi e che ti mostra cose straordinarie e cose di tutti i giorni con altri occhi. Allora sì, in questo senso sì, è un libro impegnatissimo.
Nonostante il dolore di certi passaggi, la drammaticità della clandestinità e la perdita di molti compagni che hanno pagato col sangue la libertà; nonostante la tragicità dei conflitti interiori, degli amori turbolenti e della maternità non sempre facile, è sempre presente un’esuberante e irresistibile voglia di vivere che straripa da ogni parola di ogni pagina, che irrompe nelle sterminate gallerie di personaggi, che si fa quasi tangibile e che resta… resta anche dopo aver finito il capitolo. Anche dopo aver riposto il libro. Anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. Il tutto è naturalmente scritto in maniera magistrale. Penso che sia un libro da leggere assolutamente perché è una grande lezione, un grande esempio umano per tutte le persone e soprattutto per tutte le donne “in fieri”. In ogni caso, queste poche parole non riescono a restituire l’emozione e il turbamento che questo libro mi ha provocato; temo che non vi resti che leggerlo!
Effetti collaterali: 1) Viene voglia di fare un salto in Nicaragua o in California o dovunque lei sia, per dare un abbraccio a Gioconda. 2) Se lo si legge di sera prima di dormire, i sogni vengono immancabilmente invasi da bellissimi guerriglieri, imboscate, missioni pericolose, incontri con Fidel Castro.
Estratti:
“Avevo diciannove anni quando nacque mia figlia Maryam. Ricordo l’albero di caucciù che si ergeva rigoglioso di fronte al mio letto, nel reparto privato dell’ospedale Bautista. Le sue foglie lucide mandavano lampi verdi e viola sotto i raggi del sole vespertino e si muovevano nella brezza facendomi pensare alle orecchie di un animale preistorico. Ogni volta che mi torcevo per le contrazioni cercavo di rilassarmi contando le foglie, respirando profondamente. Opporre resistenza al dolore era controproducente, dicevano. Volevo essere stoica, un albero che sopportava gli assalti del vento e della pioggia. […] Non esisteva altro che il mio ventre pulsante. I medici e le infermiere che di tanto in tanto mi giravano attorno, facevano commenti sulla mia giovane età. Io, invece, mi sentivo antica; parte del molteplice corpo femminile che condivideva, con questo rito di passaggio, il potere delle violente scosse da cui erano emersi il mare, i continenti, la vita.”
“Eravamo folli tutti noi? Quale mistero genetico faceva sì che la specie umana superasse l’istinto di sopravvivenza individuale quando la tribù, la collettività si trovava in pericolo? Qual era la ragione per cui si era capaci di sacrificare la vita per un’idea, per la libertà altrui? Perché l’impulso eroico era tanto forte? Quel che a me sembrava più straordinario era la felicità, la pienezza che c’era nell’impegno. La vita acquistava un senso completo, una meta, uno scopo. Si provava una complicità assoluta, un legame viscerale con centinaia di volti anonimi, un’intimità collettiva nella quale scompariva qualsiasi sentimento di solitudine o di isolamento. Nel lottare per la felicità di tutti, si trovava prima di tutto la propria.”
“Mi rendo conto che la Rivoluzione non è stata per me una semplice escursione fuori dalla mia traiettoria, un viaggio all’altro lato del pianeta. È stata un fatto definitivo che mi ha cambiata per sempre. Allorché decisi di stare accanto a Carlos, venni tormentata più volte dall’idea di star diventando leggera, compiacente, di assumere un comportamento che si suole definire “realista”, di appendere i guantoni al chiodo e rassegnarmi ad accettare di aver perso la battaglia, o nel migliore dei casi, che toccherà ad altri lottare per le nuove utopie. Da questi pensieri, comunque, mi allontanò la realtà stessa della mia vita, che si assunse il compito di insegnarmi che l’impegno non si deve sempre pagare con il sangue, o non sempre richiede l’eroismo di morire sulla linea del fuoco. Esiste un eroismo della pace e dell’equilibrio, un eroismo accessibile e quotidiano che, sebbene non sfidi la morte, ci spinge a sfruttare tutte le possibilità della vita e a viverne non una, ma tante vite contemporaneamente.”
A Coney Island of the Mind
Vedicontinue)
era così quando
siamo entrati sciolti in sto posto
due fuori di testa
ballavano una polka azteca
E io faccio
Bello mio meglio sbaraccare
ma poi sta dama
mi si avvicina alle spalle
e mi fa
Io e te potremmo esistere davvero
Cazzarola faccio io
Solo che poi il mattino dopo
lei ha i denti marci
e p ... (
Vedi
era così quando
siamo entrati sciolti in sto posto
due fuori di testa
ballavano una polka azteca
E io faccio
Bello mio meglio sbaraccare
ma poi sta dama
mi si avvicina alle spalle
e mi fa
Io e te potremmo esistere davvero
Cazzarola faccio io
Solo che poi il mattino dopo
lei ha i denti marci
e proprio non sopporta
la poesia
Cuanta pasion!
Ho almeno una decina, ma proprio una decina, non scherzo, di libri sul comodino che aspettano di essere letti. Naturalmente tutti sono già stati più o meno assaggiati, sfogliati un po’, macchiati di caffè e poi riposti lì, in attesa del momento giusto per leggerli definitivamente. Allora perché ogni ... (continue)
Ho almeno una decina, ma proprio una decina, non scherzo, di libri sul comodino che aspettano di essere letti. Naturalmente tutti sono già stati più o meno assaggiati, sfogliati un po’, macchiati di caffè e poi riposti lì, in attesa del momento giusto per leggerli definitivamente. Allora perché ogni tanto mi prende il bisogno di infilarmi in libreria e comprare altri libri, ancora libri? Non saprei dirlo. Quello che posso dire è che qualche mese fa avevo sentito su Fahrenheit l’intervista a Giulia Alberico (http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=277584 ) e dato che mi aveva molto colpito quello che aveva detto, mi ero riproposta di leggere il suo libro. Ecco e ieri, mentre camminavo in Corso Italia, ho sentito proprio il bisogno di leggere quel libro. Non so perché proprio ieri e perché proprio quel libro. Ma sentivo che ieri ero proprio motivata per quella e solo quella lettura. Sono entrata in libreria e il commesso mi ha detto che non tenevano libri in spagnolo, io ho cercato di spiegargli che solo il titolo era in spagnolo ma che il resto era in italiano, ma niente. Allora sono andata io a scartabellare tra gli scaffali e naturalmente l’ho trovato. L’ho letto tutto d’un fiato in quattro ore di treno.
L’ho trovato un libro molto interessante che ha confermato l’ottima opinione che mi ero fatta dell’autrice, sentendo l’intervista. È un resconto a tratti tenero, a tratti drammatico, di trentadue anni d’insegnamento nella scuola pubblica italiana. Un libro che a ben pensarci, potrebbe essere stato scritto anche da una o due delle mie professoresse del liceo, pieno di passione per la letteratura e soprattutto per l’insegnamento. Bellissimi racconti d’empatia e di aiuto reciproco fra studenti e professoressa, per gli amici professoré. Tragiche gallerie di altri personaggi inquietanti che popolano la scuola e stanno dalla parte della cattedra, presidi degne della Santa Inquisizione e presidi schizofreniche degne di Marilyn Monroe, bidelli forzuti e genitori insopportabili. Sono storie di alunni speciali, forse un po’ fuori dal comune, quelli più inquieti, quelli più difficili, quelli che poi rappresentano le storie di tutti.
Particolarmente emozionante la storia di Jenny Joseph, e poi la storia degli attaccapanni, e quella di quella seconda B di buzzurri, burini scalmanati e future veline che alla fine si emozionano come bambini quando vedono la neve… Fanno per correre verso il balcone, quando una ragazzina mi chiede “Possiamo, prof?”. Sorrido e loro si affollano contro i vetri, sembrano uno stormo di passeri: ridono e danno esclamazioni di gioia stupita. Aprono le finestre, escono sul lungo balcone e con le mani acchiappano i fiocchi, li mangiano, ridono, saltano. Sono bellissimi. È stupefacente! Sembrano dei rozzi e poi si incantano per la neve. Resto in silenzio e li osservo, sono pieni di anima. Si vede. E io capisco che verso di loro insieme all’odio vero dei giorni andati ho pure questo moto d’amore altrettanto vero. E tengo insieme tutto.
Il libro si conclude poi con una disamina amara della situazione attuale della scuola pubblica e con un lungimirante discorso di Pietro Calamandrei dell’11 febbraio 1950 (!!) tuttora di sconcertante attualità.
Per fortuna che esistono ancora i professori così, capaci di rendere le scuole dei veri luoghi di formazione, oltre che di informazione, capaci di far pensare, riflettere, creare un pensiero critico. Per fortuna che c’è ancora qualcuno in grado di non accettare le cose e di lottare contro questo stramaledetto e sempre più diffuso pensiero elementare.
Dois Rios
Un bel romanzo, denso e circolare. Leggero ma sferzante, ti sembra di leggerlo senza che ti lasci nulla, la sera prima di dormire; poi ti scopri a leggerlo quando dovresti fare altre cose, continui a dirti che è un romanzetto, niente di più, eppure ti tira dentro, non ti lascia prendere fiato.continue)
E ti ... (
Un bel romanzo, denso e circolare. Leggero ma sferzante, ti sembra di leggerlo senza che ti lasci nulla, la sera prima di dormire; poi ti scopri a leggerlo quando dovresti fare altre cose, continui a dirti che è un romanzetto, niente di più, eppure ti tira dentro, non ti lascia prendere fiato.
E ti fa pensare, che non è poco.
Viene da una nuova e giovane voce brasiliana.
E lo consiglio vivamente ai lusofoni!
Speriamo che venga presto tradotto in italiano.
Il gioco del mondo
Una folgorazione, un misto fra Kerouac (per il ritmo, per il jazz, per le visioni), Perec (per le passaggiate notturne a Parigi, per la vita un po’ sbrindellata)… e Javier Marias, forse, peccato che anche lui non finisca per ‘c’, ma non saprei dire perché. E poi sarà Javier Marias che assomiglia a C ... (continue)
Una folgorazione, un misto fra Kerouac (per il ritmo, per il jazz, per le visioni), Perec (per le passaggiate notturne a Parigi, per la vita un po’ sbrindellata)… e Javier Marias, forse, peccato che anche lui non finisca per ‘c’, ma non saprei dire perché. E poi sarà Javier Marias che assomiglia a Cortázar, non viceversa. In ogni caso.
Come si fa a non amare un romanzo che inizia dicendoti che questo libro si può leggere nell’ordine classico in cui si leggono i libri oppure si può leggere spulciando qua e là, seguendo il numero suggerito alla fine di ogni capitolo?
Impossibile dire quel che capita qui dentro, trama, una, forse mille... Impossibile anche raccontare quanto l’anima di uno scrittore che fa capolino fra le parole, possa arrivare a collimare perfettamente con l’anima del lettore, immerso nelle parole, in questo caso: io.
Le avventure di Horacio e della Maga, tra Parigi e Buenos Aires, bevendo molto mate e con le scarpe perennemente inzuppate di pioggia. E poi Talita e Traveler e Morelli e la clinica e il gioco del mondo e il jazz il mate la filosofia…
E che dire del meta-Cortázar e del meta-Rayuela che inonda il capitolo “Da altre parti”, in cui si possono seguire tutti i fili che reggono i dialoghi, i personaggi, i pensieri di ogni personaggio… è un po’ come fare un passo dietro le quinte, pur restando sul palcoscenico.
“Non ricordo esattamente se ho iniziato a scrivere il romanzo a Parigi o a Buenos Aires. Quello che so per certo è che un giorno d’estate, con un caldo spaventoso (doveva essere Buenos Aires) ho visto dei personaggi impegnati in una serie di azioni totalmente assurde. Erano affacciati a due finestre divise da pochissimo spazio ma con quattro piani sotto e cercavano di passarsi un pacchetto di erba mate e dei chiodi. Ho iniziato a scrivere dettagliatamente tutte le idee che venivano loro in mente per costruire un ponte con una tavola, con la quale attraversare il vuoto da una finestra all’altra e passarsi così il mate e i chiodi. […] Ho scritto quel capitolo, e alla fine (dura circa quaranta pagine) mi sono reso conto che non era un racconto. Ma allora cos’era? Era in un certo senso un frammento, una specie di cucchiaiata di miele sulla quale poi si sarebbero venute a posare mosche e api.”
E in effetti tutto il romanzo è un susseguirsi di azioni assurde, di personaggi alle prese con problemi surreali che forse non esistono e si creano loro per riempire dei vuoti che la vita si dimentica di riempire.
Così all’inizio, leggendo di Horacio che cammina per le strade di Parigi in piena notte cercando di consolare una pianista fallita di musica dodecafonica, oppure vedendo lui e la Maga parlare in gliglico, all’inizio ci scappa pure un sorriso, un’alzata di spalle, un’esclamazione del tipo ‘ma che assurdità!’… invece, continuando a leggere, si arriva alla fine e ci si accorge che in fondo in fondo, le occupazioni che impegnano i nostri personaggi non sono poi più surreali delle nostre, che quello che fanno loro della loro vita non è, alla fine, più surreale di svegliarsi tutte le mattine alle sette, andare a lavorare, fare la spesa, eccetera eccetera eccetera…
Il paese sotto la pelle
***This comment contains spoilers! ***
Ho scoperto Gioconda Belli per caso, una volta che gironzolavo per poesie in internet e sono finita su questo sito http://amediavoz.com/belli.htm . Sono rimasta intrappolata per un pomeriggio intero nelle sue poesie. Pochi giorni dopo ero già alle prese coi suoi libri.continue)
Ora ho appena finito “Il paes ... (
Ho scoperto Gioconda Belli per caso, una volta che gironzolavo per poesie in internet e sono finita su questo sito http://amediavoz.com/belli.htm . Sono rimasta intrappolata per un pomeriggio intero nelle sue poesie. Pochi giorni dopo ero già alle prese coi suoi libri.
Ora ho appena finito “Il paese sotto la pelle” e sono ancora frastornata e commossa; è già passata mezz’ora da quando ho chiuso l’ultima pagina e ancora non riesco a riprendermi. È uno di quei libri che ti tirano dentro alla storia per i capelli e che anche quando smetti di leggerli, continuano a fluttuarti negli occhi, a infestarti i pensieri.
È un’autobiografia di una vita incredibile che mescola vita privata a vita politica; l’autrice si racconta, lei che ha partecipato attivamente alla Rivoluzione del ’79 in Nicaragua e faceva parte del Fronte Sandinista contro la dittatura di Somoza. In queste pagine narra sofferte battaglie politiche, storie personali strampalate, vittorie e sconfitte. È infatti, in sostanza, la storia della traiettoria politica, ma soprattutto umana di una donna (molto tosta) con le sue debolezze e la sua tenacia, con la sua umanità e le sue utopie.
Questo libro ha il pregio di restituirci la Storia e la politica come qualcosa di vicino a noi, finalmente si ha l’impressione che la Storia con esse maiuscola passi su di noi, dipenda da noi; finalmente tutto acquista un volto umano. Gli uomini e le donne che hanno fatto la Rivoluzione hanno una faccia, una vita, hanno dei difetti, si divertono, hanno i calzini che si sfilano… tutto sembra vicino, accessibile, comprensibile. E intanto la Storia si compie. E sono loro a compierla. Siamo noi. Camminiamo con loro per le strade di Managua, sentiamo i suoi odori, vediamo i suoi laghi e i suoi vulcani, partecipiamo alle sue lotte.
Non so se lo definirei un “libro impegnato”, non so bene quando la letteratura sia impegnata.
Forse la letteratura è davvero impegnata non quando fa i nomi, non quando denuncia apertamente, ma semplicemente quando risveglia nel lettore un senso civico, quando accompagna silenziosamente una presa di coscienza; quando si ha la sensazione che si sta leggendo un libro che non astrae, che non ti porta in un mondo fatato, ma che ti riporta giù nel mondo reale, che t’infanga i piedi e che ti mostra cose straordinarie e cose di tutti i giorni con altri occhi. Allora sì, in questo senso sì, è un libro impegnatissimo.
Nonostante il dolore di certi passaggi, la drammaticità della clandestinità e la perdita di molti compagni che hanno pagato col sangue la libertà; nonostante la tragicità dei conflitti interiori, degli amori turbolenti e della maternità non sempre facile, è sempre presente un’esuberante e irresistibile voglia di vivere che straripa da ogni parola di ogni pagina, che irrompe nelle sterminate gallerie di personaggi, che si fa quasi tangibile e che resta… resta anche dopo aver finito il capitolo. Anche dopo aver riposto il libro. Anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.
Il tutto è naturalmente scritto in maniera magistrale.
Penso che sia un libro da leggere assolutamente perché è una grande lezione, un grande esempio umano per tutte le persone e soprattutto per tutte le donne “in fieri”. In ogni caso, queste poche parole non riescono a restituire l’emozione e il turbamento che questo libro mi ha provocato; temo che non vi resti che leggerlo!
Effetti collaterali:
1) Viene voglia di fare un salto in Nicaragua o in California o dovunque lei sia, per dare un abbraccio a Gioconda.
2) Se lo si legge di sera prima di dormire, i sogni vengono immancabilmente invasi da bellissimi guerriglieri, imboscate, missioni pericolose, incontri con Fidel Castro.
Estratti:
“Avevo diciannove anni quando nacque mia figlia Maryam. Ricordo l’albero di caucciù che si ergeva rigoglioso di fronte al mio letto, nel reparto privato dell’ospedale Bautista. Le sue foglie lucide mandavano lampi verdi e viola sotto i raggi del sole vespertino e si muovevano nella brezza facendomi pensare alle orecchie di un animale preistorico. Ogni volta che mi torcevo per le contrazioni cercavo di rilassarmi contando le foglie, respirando profondamente. Opporre resistenza al dolore era controproducente, dicevano. Volevo essere stoica, un albero che sopportava gli assalti del vento e della pioggia. […]
Non esisteva altro che il mio ventre pulsante.
I medici e le infermiere che di tanto in tanto mi giravano attorno, facevano commenti sulla mia giovane età. Io, invece, mi sentivo antica; parte del molteplice corpo femminile che condivideva, con questo rito di passaggio, il potere delle violente scosse da cui erano emersi il mare, i continenti, la vita.”
“Eravamo folli tutti noi? Quale mistero genetico faceva sì che la specie umana superasse l’istinto di sopravvivenza individuale quando la tribù, la collettività si trovava in pericolo? Qual era la ragione per cui si era capaci di sacrificare la vita per un’idea, per la libertà altrui? Perché l’impulso eroico era tanto forte? Quel che a me sembrava più straordinario era la felicità, la pienezza che c’era nell’impegno. La vita acquistava un senso completo, una meta, uno scopo. Si provava una complicità assoluta, un legame viscerale con centinaia di volti anonimi, un’intimità collettiva nella quale scompariva qualsiasi sentimento di solitudine o di isolamento. Nel lottare per la felicità di tutti, si trovava prima di tutto la propria.”
“Mi rendo conto che la Rivoluzione non è stata per me una semplice escursione fuori dalla mia traiettoria, un viaggio all’altro lato del pianeta. È stata un fatto definitivo che mi ha cambiata per sempre. Allorché decisi di stare accanto a Carlos, venni tormentata più volte dall’idea di star diventando leggera, compiacente, di assumere un comportamento che si suole definire “realista”, di appendere i guantoni al chiodo e rassegnarmi ad accettare di aver perso la battaglia, o nel migliore dei casi, che toccherà ad altri lottare per le nuove utopie. Da questi pensieri, comunque, mi allontanò la realtà stessa della mia vita, che si assunse il compito di insegnarmi che l’impegno non si deve sempre pagare con il sangue, o non sempre richiede l’eroismo di morire sulla linea del fuoco. Esiste un eroismo della pace e dell’equilibrio, un eroismo accessibile e quotidiano che, sebbene non sfidi la morte, ci spinge a sfruttare tutte le possibilità della vita e a viverne non una, ma tante vite contemporaneamente.”