Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e
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Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e Nicola, vedovo di una moglie che non amava più da tempo. Si accomodano entrambi allo stesso tavolo del medesimo bistrot, solo in orari diversi, non incontrandosi mai. Tutto sotto gli occhi del barista, Pavel, che fa il tifo per lei, ma anche per lui. E alla fine per loro, perchè sarebbe bello si incontrassero, prima o poi.
E De Silva è lì, a raccontarci la storia semplice di due che potremmo essere noi, pure se l’impressione è di non riuscire a dimenticarsi completamente di lui anche se sappiamo quanto sia abile a celarsi bene dietro le parole, riemergendo solo quando vuole.
Si mancano Nicola e Irene perchè non si sono mai visti, certo, ma anche, e soprattutto, perchè mancano a loro stessi, prima di tutto. E questo lo si intuisce da subito, con le analessi cui l’autore costringe il racconto, mantenendo comunque viva l’attenzione, recuperando con le parole quando la storia langue o potrebbe apparire banale. L’epigrafe del libro, in tal senso è emblematica: “L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto” e da qui si dipana il passato dei due protagonisti. Fatto di inezie, di cassetti aperti e mai richiusi, di felicità e di sogni, ma anche di sottintesi che generano sofferenze. Come se mancarsi fosse più facile di parlarsi.
Nicola che “non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora” e Irene che “ha ricominciato a prendere la vita sul serio”. Entrambi ancora fratturati ed ingessati dalle esperienze passate, ma che da qualche parte vogliono ricominciare. Come tutti noi quando vengono schiacciati dalle proprie vicende.
Un buon libro, soprattutto per la scrittura di De Silva, coinvolgente, composta da periodi lunghi, spesso con incidentali che rallentano il ritmo, che ti avvolgono come il fumo denso di una cicca lasciata a morire nel portacenere. Che, prima o poi, non puoi fare a meno di fumare.
Se non fosse per il finale, scontato e banalissimo, questo sarebbe davvero un bel libro. Si corre anche tra una pagina e l'altra, senza sosta, è tutto davvero a perdifiato. Peccato davvero per la fine. Consigliato soprattutto a chi corre e sa cosa vuol dire.
L'artista
Il capolavoro di Gabriele Romagnoli!!!
Dentro
La vita di un uomo partendo dalla maturità ed arrivando all'infanzia. L'ultimo racconto, quello della bicicletta, è sublime.
Mancarsi
***This comment contains spoilers! ***
Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e ... (continue)
Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e Nicola, vedovo di una moglie che non amava più da tempo. Si accomodano entrambi allo stesso tavolo del medesimo bistrot, solo in orari diversi, non incontrandosi mai. Tutto sotto gli occhi del barista, Pavel, che fa il tifo per lei, ma anche per lui. E alla fine per loro, perchè sarebbe bello si incontrassero, prima o poi.
E De Silva è lì, a raccontarci la storia semplice di due che potremmo essere noi, pure se l’impressione è di non riuscire a dimenticarsi completamente di lui anche se sappiamo quanto sia abile a celarsi bene dietro le parole, riemergendo solo quando vuole.
Si mancano Nicola e Irene perchè non si sono mai visti, certo, ma anche, e soprattutto, perchè mancano a loro stessi, prima di tutto. E questo lo si intuisce da subito, con le analessi cui l’autore costringe il racconto, mantenendo comunque viva l’attenzione, recuperando con le parole quando la storia langue o potrebbe apparire banale. L’epigrafe del libro, in tal senso è emblematica: “L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto” e da qui si dipana il passato dei due protagonisti. Fatto di inezie, di cassetti aperti e mai richiusi, di felicità e di sogni, ma anche di sottintesi che generano sofferenze. Come se mancarsi fosse più facile di parlarsi.
Nicola che “non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora” e Irene che “ha ricominciato a prendere la vita sul serio”. Entrambi ancora fratturati ed ingessati dalle esperienze passate, ma che da qualche parte vogliono ricominciare. Come tutti noi quando vengono schiacciati dalle proprie vicende.
Un buon libro, soprattutto per la scrittura di De Silva, coinvolgente, composta da periodi lunghi, spesso con incidentali che rallentano il ritmo, che ti avvolgono come il fumo denso di una cicca lasciata a morire nel portacenere. Che, prima o poi, non puoi fare a meno di fumare.
A perdifiato
Se non fosse per il finale, scontato e banalissimo, questo sarebbe davvero un bel libro. Si corre anche tra una pagina e l'altra, senza sosta, è tutto davvero a perdifiato. Peccato davvero per la fine. Consigliato soprattutto a chi corre e sa cosa vuol dire.
I mari del sud
Non c'è una frase o un solo dialogo trascurabile in questa vicenda. Tutto assume il tono definitivo di un buon capolavoro.