Tre scrittori italiani contemporanei per l’ennesimo esperimento Einaudi. Cocaina è il nuovo libro edito nella collana Stile Libero BIG dell’Editore. Tre autori eccellenti per tre storie incentrate sul traffico e lo spaccio dello stupefacente che più va di moda in questo momento. La scelta editoriale
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Tre scrittori italiani contemporanei per l’ennesimo esperimento Einaudi. Cocaina è il nuovo libro edito nella collana Stile Libero BIG dell’Editore. Tre autori eccellenti per tre storie incentrate sul traffico e lo spaccio dello stupefacente che più va di moda in questo momento. La scelta editoriale della Casa dello struzzo è chiara: scandagliare il mondo del narcotraffico internazionale con tre episodi diversi, ma tra loro collegati e contigui. Non a caso due autori su tre sono, od erano, magistrati. Massimo Carlotto ci presenta il suo ispettore Campagna e la sua indagine nel nord-est italiano. Non è nuova per il pubblico Einaudi la figura del poliziotto (già incontrato in un’altra antologia) che si muove sempre sul filo del rasoio, spesso travalicando gli schemi, quando il fiuto lo indirizza sulla pista giusta. Egli si dovrà ricredere sul mondo della droga attuale e rendersi conto che occorre immergersi completamente in esso per sgominarlo. Gianrico Carofiglio sceglie invece l’intimità di un bar e il racconto di vita tra due personaggi, uno scrittore in ostaggio della pagina bianca ed una ex poliziotta. Il primo confessore, la seconda vera protagonista della vicenda che con le analessi create ad arte dall’autore ci narra una vicenda tramite il puro e semplice dialogo tra i due al tavolino del bar. La naturalezza e la splendida costruzione delle frasi del magistrato barese ci regalano il racconto più bello dei tre. Davvero intimo e ben orchestrato questo ‘La velocità dell’angelo’, una delle perle già indimenticabili di Carofiglio. Infine Giancarlo De Cataldo con ‘Ballo in polvere’. La scelta di raccontare tante piccole storie tra loro collegate non è delle più riuscite, a mio modesto avviso. Ne consegue infatti un racconto frammentato che prende le mosse dall’altra parte del mondo per continuare in una Milano nerissima. Come molti han sostenuto, si tratta di un libro spietato e crudo, che non lascia scampo a speranze di alcun tipo. Si mostra come ormai la droga non è più affar dei ricchi, ma può corrompere chiunque, poliziotti ed agenti insospettabili, fino a decimarli. Il risultato è un libro buono dove se dovessi stilare una classifica personale dei tre racconti porrei al primo posto la poesia intima di Carofiglio, proseguendo con l’indagine frenetica di De Cataldo fino a giungere alla prosa di Carlotto, nettamente un gradino inferiore agli altri due.
Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e
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Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e Nicola, vedovo di una moglie che non amava più da tempo. Si accomodano entrambi allo stesso tavolo del medesimo bistrot, solo in orari diversi, non incontrandosi mai. Tutto sotto gli occhi del barista, Pavel, che fa il tifo per lei, ma anche per lui. E alla fine per loro, perchè sarebbe bello si incontrassero, prima o poi.
E De Silva è lì, a raccontarci la storia semplice di due che potremmo essere noi, pure se l’impressione è di non riuscire a dimenticarsi completamente di lui anche se sappiamo quanto sia abile a celarsi bene dietro le parole, riemergendo solo quando vuole.
Si mancano Nicola e Irene perchè non si sono mai visti, certo, ma anche, e soprattutto, perchè mancano a loro stessi, prima di tutto. E questo lo si intuisce da subito, con le analessi cui l’autore costringe il racconto, mantenendo comunque viva l’attenzione, recuperando con le parole quando la storia langue o potrebbe apparire banale. L’epigrafe del libro, in tal senso è emblematica: “L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto” e da qui si dipana il passato dei due protagonisti. Fatto di inezie, di cassetti aperti e mai richiusi, di felicità e di sogni, ma anche di sottintesi che generano sofferenze. Come se mancarsi fosse più facile di parlarsi.
Nicola che “non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora” e Irene che “ha ricominciato a prendere la vita sul serio”. Entrambi ancora fratturati ed ingessati dalle esperienze passate, ma che da qualche parte vogliono ricominciare. Come tutti noi quando vengono schiacciati dalle proprie vicende.
Un buon libro, soprattutto per la scrittura di De Silva, coinvolgente, composta da periodi lunghi, spesso con incidentali che rallentano il ritmo, che ti avvolgono come il fumo denso di una cicca lasciata a morire nel portacenere. Che, prima o poi, non puoi fare a meno di fumare.
Nel vento
Intenso e suggestivo nella prima parte. Fumoso e confuso nell'ultima. Decisamente un libro a metà.
Dentro
La vita di un uomo partendo dalla maturità ed arrivando all'infanzia. L'ultimo racconto, quello della bicicletta, è sublime.
Cocaina
***This comment contains spoilers! ***
Tre scrittori italiani contemporanei per l’ennesimo esperimento Einaudi. Cocaina è il nuovo libro edito nella collana Stile Libero BIG dell’Editore. Tre autori eccellenti per tre storie incentrate sul traffico e lo spaccio dello stupefacente che più va di moda in questo momento. La scelta editoriale ... (continue)
Tre scrittori italiani contemporanei per l’ennesimo esperimento Einaudi. Cocaina è il nuovo libro edito nella collana Stile Libero BIG dell’Editore. Tre autori eccellenti per tre storie incentrate sul traffico e lo spaccio dello stupefacente che più va di moda in questo momento. La scelta editoriale della Casa dello struzzo è chiara: scandagliare il mondo del narcotraffico internazionale con tre episodi diversi, ma tra loro collegati e contigui. Non a caso due autori su tre sono, od erano, magistrati.
Massimo Carlotto ci presenta il suo ispettore Campagna e la sua indagine nel nord-est italiano. Non è nuova per il pubblico Einaudi la figura del poliziotto (già incontrato in un’altra antologia) che si muove sempre sul filo del rasoio, spesso travalicando gli schemi, quando il fiuto lo indirizza sulla pista giusta. Egli si dovrà ricredere sul mondo della droga attuale e rendersi conto che occorre immergersi completamente in esso per sgominarlo.
Gianrico Carofiglio sceglie invece l’intimità di un bar e il racconto di vita tra due personaggi, uno scrittore in ostaggio della pagina bianca ed una ex poliziotta. Il primo confessore, la seconda vera protagonista della vicenda che con le analessi create ad arte dall’autore ci narra una vicenda tramite il puro e semplice dialogo tra i due al tavolino del bar. La naturalezza e la splendida costruzione delle frasi del magistrato barese ci regalano il racconto più bello dei tre. Davvero intimo e ben orchestrato questo ‘La velocità dell’angelo’, una delle perle già indimenticabili di Carofiglio.
Infine Giancarlo De Cataldo con ‘Ballo in polvere’. La scelta di raccontare tante piccole storie tra loro collegate non è delle più riuscite, a mio modesto avviso. Ne consegue infatti un racconto frammentato che prende le mosse dall’altra parte del mondo per continuare in una Milano nerissima.
Come molti han sostenuto, si tratta di un libro spietato e crudo, che non lascia scampo a speranze di alcun tipo. Si mostra come ormai la droga non è più affar dei ricchi, ma può corrompere chiunque, poliziotti ed agenti insospettabili, fino a decimarli.
Il risultato è un libro buono dove se dovessi stilare una classifica personale dei tre racconti porrei al primo posto la poesia intima di Carofiglio, proseguendo con l’indagine frenetica di De Cataldo fino a giungere alla prosa di Carlotto, nettamente un gradino inferiore agli altri due.
Mancarsi
***This comment contains spoilers! ***
Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e ... (continue)
Lo scrittore abbandona l’irriverenza amabile del suo personaggio più noto, l’Avv. Vincenzo Malinconico (Non avevo capito niente, 2007; Mia suocera beve, 2010; Sono contrario alle emozioni, 2011), per sedersi in un bistrot con due perfetti sconosciuti. Irene, fuggita via da un matrimonio infelice, e Nicola, vedovo di una moglie che non amava più da tempo. Si accomodano entrambi allo stesso tavolo del medesimo bistrot, solo in orari diversi, non incontrandosi mai. Tutto sotto gli occhi del barista, Pavel, che fa il tifo per lei, ma anche per lui. E alla fine per loro, perchè sarebbe bello si incontrassero, prima o poi.
E De Silva è lì, a raccontarci la storia semplice di due che potremmo essere noi, pure se l’impressione è di non riuscire a dimenticarsi completamente di lui anche se sappiamo quanto sia abile a celarsi bene dietro le parole, riemergendo solo quando vuole.
Si mancano Nicola e Irene perchè non si sono mai visti, certo, ma anche, e soprattutto, perchè mancano a loro stessi, prima di tutto. E questo lo si intuisce da subito, con le analessi cui l’autore costringe il racconto, mantenendo comunque viva l’attenzione, recuperando con le parole quando la storia langue o potrebbe apparire banale. L’epigrafe del libro, in tal senso è emblematica: “L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto” e da qui si dipana il passato dei due protagonisti. Fatto di inezie, di cassetti aperti e mai richiusi, di felicità e di sogni, ma anche di sottintesi che generano sofferenze. Come se mancarsi fosse più facile di parlarsi.
Nicola che “non riesce a soffrire completamente, né si sente sbagliato nell’uscire ogni giorno di casa con la speranza d’innamorarsi ancora” e Irene che “ha ricominciato a prendere la vita sul serio”. Entrambi ancora fratturati ed ingessati dalle esperienze passate, ma che da qualche parte vogliono ricominciare. Come tutti noi quando vengono schiacciati dalle proprie vicende.
Un buon libro, soprattutto per la scrittura di De Silva, coinvolgente, composta da periodi lunghi, spesso con incidentali che rallentano il ritmo, che ti avvolgono come il fumo denso di una cicca lasciata a morire nel portacenere. Che, prima o poi, non puoi fare a meno di fumare.
Il Tuttomio
Camilleri sa scrivere. Ha sempre saputo farlo. Peccato per il finale, davvero moscio!