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Mar 29, 2013 |
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Apr 25, 2013 |
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Stile di vita e partecipazione sociale giovanile




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May 12, 2013 |
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Mar 23, 2013 |
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Mar 27, 2013 |
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Roma
Se esiste un caso in cui la titolazione corrisponde più che mai ai contenuti e alla tesi sostenuta nel libro, è proprio quello di questo saggio scritto da Francesco Erbani, che da anni lavora per la redazione culturale de La Rapubblica.continue)
Leggendo le quasi 200 pagine del libro scritto da questo inform ... (
Se esiste un caso in cui la titolazione corrisponde più che mai ai contenuti e alla tesi sostenuta nel libro, è proprio quello di questo saggio scritto da Francesco Erbani, che da anni lavora per la redazione culturale de La Rapubblica.
Leggendo le quasi 200 pagine del libro scritto da questo informatissimo giornalista ci si trova davanti alla prova schiacciante di come Roma sia passata dall’essere l’emblema della rappresentanza istituzionale (in quanto capitale d’Italia, sebbene il sacco di Roma sia cominciato proprio a partire dalla breccia di Porta Pia), all’essere la città dell’affarismo più losco e bieco. Una situazione che, con l’aumentare dell’indebitamento delle casse comunali, ha progressivamente e inesorabilmente messo la città nelle mani dei palazzinari. I nomi che tornano nel documentatissimo volume di Erbani sono sempre gli stessi: Caltagirone, Toti, Mezzaroma, Ligresti. Il meccanismo è sempre il medesimo: le amministrazioni comunali sperperano sfacciatamente denaro pubblico (il caso Alemanno legato allo scandalo ATAC è paradigmatico) e poi non hanno i soldi per gestire le opere pubbliche. Allora si fanno avanti i privati, palazzinari senza scrupoli ai quali, in cambio di qualche milioncino di euro, vengono concesse metrature sempre più ampie per costruire alloggi che sono il vero paradosso di questa città. Ne è conseguito che l’urbe si è espansa a dismisura, al punto che a segnalarne lo skyline, per chi arriva da Nord, non sono più i palazzi di Fidene e Castel Giubileo, come è stato per lunghissimo tempo, bensì quelli posticci e dai nomi inequivocabili di Porta di Roma, dati in pasto ai costruttori di mega centri commerciali (dove ci sono Ikea e Leroy Merlin esiste persino una piazza privata!!) in barba a qualsiasi piano regolatore. Il che, mentre si continua a parlare di housing sociale (che nella media europea copre il 15%, con punte del 30 in Germania, mentre da noi arriva soltanto al 6%), ossia «di una via intermedia fra la casa popolare […] e la casa a libero mercato» (p. 67), produce un enorme paradosso: crescono le case e aumentano le persone senza casa, con una bolla immobiliare che assomiglia sempre più a quella che ha provocato «la più acuta e lunga crisi in epoca capitalista e che, dagli Stati Uniti alla Spagna, è stata generata proprio da un eccesso di offerta immobiliare rispetto alla domanda» (p.40). Così a Roma spetta una serie di tristi primati: quello di essere stata, nell’ultimo decennio, la città con il maggior tasso di crescita dello stock edilizio in Italia (1,4%, il doppio di quello di Milano); quella con il maggior numero di veicoli pro capite (978 veicoli a motore ogni 1000 abitanti, compresi nel calcolo i neonati e gli ultranovantenni…); la capitale europea con la più corta rete metropolitana più una serie di altri record più o meno gravi che rendono sempre meno appetibile la vita nella città eterna.
All’abuso edilizio di una città nella quale, non potendo più stampare la lira, «stampiamo metri cubi» (p. 43) e congestionata dal traffico si aggiungono tutte le storture delle amministrazioni che si sono avvicendate negli anni e che soltanto sotto la gestione di Nathan, Argan e Petroselli hanno conosciuto momenti virtuosi: progetti come quello delle 18 centralità, ossia 18 città nella città (tra Porta di Roma, Ponte di Nona, Castellaccio, Magliana), nei quali smistare ministeri e uffici pubblici (qualcosa è già stato avviato nella zona dell’Eur-Torrino) senza preoccuparsi minimamente di creare una rete adeguata di servizi intorno, in modo da far respirare un po’ il centro, che continua a vedere un continuo deflusso degli autoctoni e un corrispondente afflusso di auto: basti pensare che «intorno a via Veneto abitano non più di 4 mila persone; ce n’erano 16 mila nel 1951» (p.150), con gli immigrati (a Roma sono circa il 9% della popolazione) a occupare alloggi malridotti e residenze assistenziali o di fortuna (basti pensare alla Caritas, presso la stazione Termini, alla zona di Piazza Vittorio Emanuele II o alla comunità di S.Egidio, sita a Trastevere).
Di questa valanga di cemento gettato sulla capitale, una valanga che ha finito per divorare gran parte dell’agro laziale, è largamente corresponsabile la Protezione Civile, che ha reso possibile la gestione di un sistema «che da L’Aquila alla Maddalena, passando per i mondiali [di nuoto] del 2009 e per le opere dei 150 anni dall’Unità, controllava appalti e commissionava lavori in un vortice di corruzioni» (p.46). Un fenomeno che ha reso possibile favorire i soliti nomi e assegnare loro spazi edificabili sempre più ampi, grazie anche a meccanismi complessi come quello della compensazione. In sostanza si tratta di questo: il Comune individua un’area e dice che lì è necessario riservarla a un parco o allestirvi servizi. Ma se in quel’area c’è qualche proprietario, il Comune non può espropriarlo. Allora che fa? Gli offre qualcos’altro, magari un po’ più periferico, ma più grande. Ma se l’area che il comune vuole gestire fosse stata edificabile? E se era dichiarata non edificabile in una data epoca ma edificabile in una successiva? Il principio diventa retroattivo? La questione giuridica è spinosa ma nonostante ciò è stata spesso risolta con generose concessioni, “compensazioni”, appunto, ai proprietari originali. Che hanno continuato a costruire in periferia.
Quella che Erbani racconta è dunque la storia - ricca di testimonianze raccolte di prima mano, documenti, analisi acute – di quanto un lettore mediamente attento può trovare seguendo nel tempo la cronaca locale capitolina. Una storia di speculazioni a gogò, smantellamento del territorio, condoni edilizi elargiti con la massima disponibilità, periferie senza servizi, brutte, degradate (Tor Bella Monaca, Laurentino 38, Corviale (i quartieri di edilizia pubblica sorti fra gli anni ’70 e ’80), senza mezzi di trasporto pubblici, senza veri luoghi di raduno, non-luoghi. Il tutto raccontato con il costante contrappunto di chi questa degenerazione l’aveva avvistata da tempo, gente come Antonio Cederna e Italo Insolera.
Roma: il tramonto della città pubblica è dunque un libro che può interessare non soltanto che nella capitale ci vive, ma anche chi volesse farsi un’idea dell’affarismo palazzinaro all’italiana, che qui come altrove ha trovato nella classe politica un complice senza scrupoli. Alla faccia dei cittadini.