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A giustificazione delle cinque stelle, -
queste due note.
la prima per dire che per principio metto cinque stelle a tutti i libri che ho letto du principio (cominciamentu) alla fine (ca se termina). La seconda è in questa nota estratta dal libro che spiega perché questo libro è. effeffe
Nota di uno scrittore pre-postumo
Quando nel ... (
continue ) queste due note.
la prima per dire che per principio metto cinque stelle a tutti i libri che ho letto du principio (cominciamentu) alla fine (ca se termina). La seconda è in questa nota estratta dal libro che spiega perché questo libro è. effeffe
Nota di uno scrittore pre-postumo
Quando nel giugno del 2011 ho cominciato a raccontare
la storia della "Bête étrangère" avevo in mente una sola cosa:
scrivere. Perché, nel vagabondare per l’Europa in quei
mesi, la scrittura era la sola cosa che mi facesse da casa,
che mi offrisse un tetto, facendomi trovare ogni notte un
letto su cui riposarmi e un piatto a tavola che potesse sfamarmi.
Quando a novembre avevo finito il racconto, in
mente avevo una sola cosa: trasformare quella narrazione,
la mia personale guida sentimentale di Parigi, in qualcosa
di tangibile. Per una storia l’unico modo di trasformarsi
in una cosa tangibile è diventare libro. Un libro dal titolo
provvisorio Chiunque cerca chiunque. Dalle pagine di Nazione
Indiana, blog letterario di cui sono uno dei redattori,
avevo scritto che ne avrei stampate volentieri duecento copie
a condizione che duecento lettori le avessero prenotate,
manifestando con una mail il desiderio di averne una.
In poco meno di due settimane le duecento copie erano
state pagate e a fine novembre ho cominciato a distribuirle.
Per una minima parte le ho spedite, la maggioranza
le ho consegnate personalmente incrociando gli itinerari
del mio nomadismo, spesso incontrando i lettori nelle stazioni;
a Bologna e Firenze perfino sporgendomi dal treno,prendendo il traghetto per Ischia o intorno a un tavolo di
un pub, di una vineria. Chiunque cerca chiunque, grazie ai
duecento lettori, era diventato qualcosa di tangibile. Oggi,
in una versione diversa, è così come l’avete appena finita
di leggere (lapalissiano, no?). Della prima versione vorrei
però riprendere qui le righe del primo finale. Un modo di
dire ai lettori della prima ora, all’editore che lo ha voluto
in una collana che amo molto, e a te lettore giunto fin qui,
semplicemente: ce l’abbiamo fatta, cazzo.E così, prendendo alla lettera il consiglio della femmina
magrebina, a distanza di quindici anni da quell’incontro potrò
finalmente togliere questi cazzo di cerotti che ho sui palmi
di mano e lasciare che quanto ho raccolto da allora possa
volarsene via.
effeffe -
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Apr 2, 2013 |
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- La collera (27)
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By Andrea Di Consoli -
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A destra di Albert Camus: Andrea Di Consoli -
http://www.nazioneindiana.com/2012/11/20/a-destra-di-al…20 novembre 2012
La contradiction est celle-ci : l’homme refuse le monde tel qu’il est, et pourtant, il n’accepte pas de lui échapper. En fait les hommes tiennent au monde, et dans leur immense majorité, ils ne d ... (
continue )
http://www.nazioneindiana.com/2012/11/20/a-destra-di-al…20 novembre 2012
La contradiction est celle-ci : l’homme refuse le monde tel qu’il est, et pourtant, il n’accepte pas de lui échapper. En fait les hommes tiennent au monde, et dans leur immense majorité, ils ne désirent pas le quitter. Loin de vouloir le quitter, ils souffrent au contraire de ne pas le posséder assez, étranges citoyens du monde, exilés dans leur propre patrie.
Albert Camus, Roman et révolte, in L’homme revoltéIl verbo napoletano piglià (pigliare) sebbene abbia il medesimo etimo (lat. volg. piliare, dal class. pilare rubare, saccheggiare, sottrarre ) del corrispondente pigliare della lingua italiana, si differenzia da quest’ultimo per un molto più ampio ventaglio di significati; numerosa è infatti la fraseologia che in napoletano si può costruire con il verbo piglià; (…) – pigliarse collera = arrabbiarsi, dispiacersi; collera = collera, ira,dispiacere (dal lat. chòleram);
Raffaele Bracale – Napoli-Per raccontarvi le ragioni del mio interesse per l’ultimo romanzo di Andrea Di Consoli, La collera, edito da Rizzoli, vi anticipo che queste, in esergo, sono state le due suggestioni che mi hanno accompagnato lungo tutta la narrazione delle vicende di Pasquale Benassìa. Da una parte una fenomenologia della rivolta individuale sul modello di quella tentata da Albert Camus e dall’altra il paesaggio linguistico in cui la parola collera si distacca dalla sua prima e determinata accezione di rabbia per diventare molte altre cose. Prima di farlo occorre riassumere per chi non lo avesse ancora letto l’intera vicenda raccontata da Andrea Di Consoli.
La faccenda
Due enormi malintesi, faccende, consegnano Pasquale Benassia nelle mani di uno strano destino. La scoperta della coincidenza della sua data di nascita con quella della morte di Adolf Hitler e l’essere stato testimone di un miracolo vero e proprio a quasi dieci anni della nascita. Agli occhi di Pasquale bambino, appare infatti la visione: Il gregge di suo padre stremato, avvelenato, probabilmente da un pastore concorrente dopo l’apparizione di uno strano francescano, improvvisamente guarisce. Queste due faccende accompagnano l’esilio del giovane calabrese, un doppio esilio che si determina da una parte attraverso la partenza, necessaria, dalla Calabria verso l’operosa Torino e dall’altra il divampare del fuoco del sapere che ne farà un autodidatta tanto appassionato quanto irregolare e confuso. Come migliaia di suoi conterranei verrà accolto da madre Fiat benevolente nei confronti di quel giovane filosofo del Sud, che si professa anti comunista nel pieno degli anni sessanta, dei movimenti operai, delle manifestazioni. Come se non bastasse Pasquale trova anche l’amore tenero, educato di una giovane ragazza affascinata dal vitalismo disperato di quello strano operaio. Ecco però che quando ormai tutto lascia presagire ad un riscatto assoluto del nostro protagonista, il sogno si rompe, determinando un ritorno alla casella di partenza, all’odiato paesiello, che in un monopoli immaginario in luogo di diventare un nuovo via, una rpartenza si rivelerà una prigione che anno dopo anno innalzerà le proprie mura fino a togliergli ogni cosa, soffocarlo nella tosse maligna che lo accompagna dalla prima infanzia, dalla prima di infinite sigarette e che d’un colpo lascerà emergere dal fumo, ancora una volta, un piccolo miracolo.
L’ostile
Di Andrea Di Consoli ho sempre amato i racconti ed è stato proprio un suo racconto, che pubblicammo sulla rivista Sud a farmi conoscere un autore che rappresentava la parte più indomita, poetica della nouvelle vague dei narratori di quel crogiolo di sensibilità e lingue che è il meridione d’Italia. Pasquale Benassia – Be(ne)nasci sembra suggerirci il cognome aggiungendo al danno la beffa- è un personaggio che soprattutto nella prima parte del romanzo mi ha ricordato quello che considero un po’ come uno dei più bei libri dedicati alle vite minori, ovvero “Vite di uomini non illustri” di Giuseppe Pontiggia. Ecco che la forma racconto, micro narrazione in grado di portare seppure su brevi distanze temi anche gravissimi, in un tono sicuramente novecentesco, si ripete qui nella forma romanzo. In una successione di eventi, faccende, esperienze e soprattutto grazie alla ricca galleria di personaggi incontrati dal protagonista, La collera sembra mantenere dell’uno, del romanzo, il passo sicuro e il respiro, mentre del racconto, grazie allo stile scarno, diretto, di tanto in tanto attraversato da passaggi molto lirici, la densità, quella dimensione materica propria delle narrazioni brevi.
Pigliarse collera
In napoletano la collera si piglia, come una malattia e generalmente si usa nell’accezione di dispiacere. E in effetti è quello che provano coloro che amano Pasquale, dai genitori- molto riusciti come personaggi sia la madre che il padre, interpreti perfetti di quel pensiero meridiano evocato da Camus – alle due donne, Magda e Simona, che gli faranno sentire i due possibili profumi della felicità, dal caporeparto che lo accoglie in casa sua al dottor Anile, un medico che tenterà di fargli trovare una via d’uscita ma che verrà annientato dal suo nichilismo. Quella di Pasquale non è propriamente collera, per quanto i suoi tic, la foga, l’eccesso, lo sbatacchio, ci suggeriscano i sintomi dell’indolenza, dell’insofferenza. In realtà Pasquale Benassia è un uomo in rivolta, ovvero colui che, per riprendere la citazione di Albert Camus in apertura, ” rifiuta il mondo così com’è, ma non accetta l’idea di sfuggirgli”. Esule in patria, come ogni uomo in rivolta si rivela attraverso il suo dire: no. Semplicemente quasi, anzi soprattutto, per principio, ma non per rivoluzionare il mondo quanto per cambiare la vita, più dalla parte di Rimbaud che di Marx, per dirla ancora una volta con le parole di Albert Camus.Un uomo, in definitiva, che vorrebbe accedere a quel “Cogito ergo sum”, intravisto nelle sue disordinate letture e che più o meno consapevolmente trasforma, e dunque vince in qualche modo la propria battaglia, in un « Je me révolte donc nous sommes. »
§
Eccola lì, la sua Calabria, la terra che aveva provato a dimenticare, a rinnegare con il lavoro e con uno studio disordinato e matto. Eccolo lì il suo mare grigio, disteso nella calma, senza brillii, senza partenze, senza fortuna – sfortunato di bellezza, d’una bellezza feroce, da togliere il fiato. Eccole lì le case coloniche, i caselli ferroviari aggrediti dall’edera e dai fichi d’India, le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, i castelli diroccati di poveri principi depressi e crudeli e viziosi, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso. Eccola lì la sua Calabria di miserabili – il perenne fallimento, l’ignoranza, il disprezzo del progresso, la brutalità dei gesti, il fischio del padre che richiama all’ordine i figli come stesse richiamando pecore disobbedienti in fuga dal branco” (Andrea Di Consoli, La collera, p. 101).
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Dec 9, 2012 |
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- Dio è violent (58)
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By Luisa Muraro -
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Dio ti ma -
Dio ti ma
http://www.nazioneindiana.com/2012/11/02/dio-ti-ma/di
Francesco ForlaniHo letto l’ultimo libro di Luisa Muraro, pubblicato da nottetempo, Dio è violent.
Grazie a una mia amica italiana a Parigi avevo letto altre sue cose soprattutto nei quaderni di Diòtima, ovvero una splendida comuni ... (
continue ) Dio ti ma
http://www.nazioneindiana.com/2012/11/02/dio-ti-ma/di
Francesco ForlaniHo letto l’ultimo libro di Luisa Muraro, pubblicato da nottetempo, Dio è violent.
Grazie a una mia amica italiana a Parigi avevo letto altre sue cose soprattutto nei quaderni di Diòtima, ovvero una splendida comunità filosofica femminile nata in Italia negli anni ottanta intorno all’idea, al pensiero della differenza ( Vi segnalo il bell’articolo intervista di Beppe Sebaste a Luisa Muraro). Mi ha colpito l’immagine in copertina. Una scritta sul muro, “nomen omen”, avrò pure pensato, ma soprattutto, ancor prima di leggerlo, ero sicuro che mi avrebbe dato una risposta a una domanda che da circa un mese mi stava impegnando la capa. In effetti, cira un mese fa, tornando verso casa, su un muro di via Rossini qui a Torino, teatro di manifestazioni, più o meno violente, per il suo essere in bilico tra gli studi della Rai e Palazzo Nuovo, su un muro, dicevo, c’era una scritta particolarmente risolutiva. Del tipo, per intenderci, facciamo la rivoluzione, o bruciamo tutto, o qualcosa così. A rimanermi dentro non era tanto la violenza del proposito ma la sua forma. Lo slogan appariva scritto piccolo piccolo, forse con un tratto pen, ad altezza degli occhi, ed era proprio questo contrasto tra il proposito roboante e la timidezza della grafìa ad avermi intrigato. Del libro della Muraro vorrei poter dire che ha esercitato su di me lo stesso effetto di quella scritta sul muro. E non perché contenga il libro un’apologia della violenza, anzi direi che la disinnesca riportandola nel quadro più spinoziano della forza giusta (come viene ribadito nel video qui sopra). Diciamo allora che il breve saggio, l’essai, riproduceva non solo la timidezza della forma di quella scritta, un libro di piccolo formato, leggero, dove si parla di urla e furore sussurrandone le ragioni e le anti ragioni, ma la sua dimensione privata. Quella scritta piccola piccola si faceva leggere attraverso una dimensione dialogica, un face à face che è il solo modo di dire le cose in faccia. Qui di seguito l’ouverture così com’è possibile consultarla sul sito di nottetempo, Dio è violent.
Dio è violent
di
Luisa MuraroL’estate scorsa, nel centro storico di Lecce, sulla cinta esterna di un complesso in ristrutturazione, sopra la dorata pietra leccese è apparsa una scritta in nero che, quando la vidi, mi parve scritta da me in sogno. Suppongo che sia ancora là. Dice, in caratteri cubitali ma minuscoli, tolta l’iniziale che è maiuscola: “Dio è violent…!”. La frase non è interrotta ma mutilata, la lettera finale essendo coperta da una macchia bianca che si estende anche sul puntino del punto esclamativo, che però traspare. Subito sotto, sulla destra, un’altra mano ha aggiunto in lettere maiuscole, ma piú piccole e rossastre: “E mi molesta”. La duplice scritta solleva un gran numero di questioni in groppo fra loro e con il nostro tempo, come un nodo di questioni antiche dell’umanità arrivate al pettine.
La prima riguarda la cancellazione della lettera finale: è stata cancellata apposta e perché? La finale di quell’aggettivo ci direbbe di che genere è, -o = maschile, -a = femminile; il genere di un aggettivo, sempre secondo la nostra grammatica, si conforma a quello del nome e fa pensare al corrispondente genere sessuale. Dio, nella nostra lingua, sarebbe un nome di genere maschile ma la teologia femminista ci ha portati a interrogarci sul genere di Dio e sul rapporto che c’è tra Lui o Lei, e la differenza sessuale umana, cioè il nostro essere donne e uomini, differenza che si riverbera variamente in tutti i linguaggi, dalla danza allo sport, dalla moda al canto, e in molte lingue, direi tutte ma non le conosco tutte. Non solo, in molti ricordiamo quel papa che regnò un solo mese, Albino Luciani, il quale disse: “Dio è anche mamma”, attribuendo cosí alla divinità un genere femminile. Purtroppo, la lettera finale essendo illeggibile, l’intento di chi ha voluto cancellarla, uomo o donna, è doppiamente difficile da indovinare.
Altre domande spuntano se prendiamo in considerazione la scritta aggiunta: lo fu prima o dopo la cancellazione? Tendo a pensare che fu prima e che la cancellazione abbia a che fare proprio con la scritta aggiunta, come per contraccolpo.
In ogni caso, le due scritte insieme formano una breve, drammatica narrazione. Quella principale da sola, invece, sembra affermare un dogma circa il rapporto fra Dio e la violenza.
Non possiamo escludere una cancellazione di natura dotta, fatta cioè per insegnarci che Dio non ha un genere come noi. L’idea di un Dio né maschile né femminile, per quanto filosoficamente inoppugnabile, un Dio persona senza sesso, è piuttosto insulsa; per contro, l’immagine di una teologa femminista o di un dotto prete che nottetempo, secchiello di calce in mano, correggono l’errore sul muro, piace e fa ridere.Non possiamo escludere nemmeno il fatto accidentale: le apparenze lo escludono ma nelle cose umane non si può non lasciare una parte al caso e nelle divine pure, quando s’intromettono nel nostro mondo.
La questione maggiore che pone la duplice scritta è, chiaramente, che si predichi la violenza di Dio. Violenza in generale che la scritta minore interpreta in senso sessuale. C’è anche un significato metaforico del molestare ma oggigiorno quello prevalente riguarda i rapporti a sfondo sessuale, con un’implicita allusione ai rapporti dispari, di adulti con bambini o bambine, di capi con dipendenti ecc., una disparità che, trattandosi di Dio, di colpo diventa smisurata.
Associare la violenza a Dio non è una novità: siamo abituati ai discorsi sulle Crociate, l’Inquisizione, oppure l’11 settembre, il terrorismo islamista… Sono le risorse di una cultura dei luoghi comuni. Ma predicarla, cioè fare della violenza un predicato della divinità, è insolito e sfiora la bestemmia. La scritta di Lecce non ha niente di triviale e niente di blasfemo. Punta direttamente su Dio senza passare attraverso i suoi fedeli. Ma, pur mettendolo in una luce temibile, non ha accenti di protesta o di riprovazione: prevale la constatazione, inquietante ma distaccata. Io l’ho letta come un messaggio ispirato dalla divinità stessa che da quel muro si rivolge a noi umani.
Dio che scrive sui muri, è una novità ma non per chi conosce la Bibbia. Alla scritta di Lecce non ero preparata, ma vederla fu piú una conferma che una sorpresa. Conferma inattesa di pensieri suscitati dalla lettura di La passione secondo G.H. della scrittrice brasiliana di origine ebreo-ucraina Clarice Lispector (1920-1977). A un certo punto del suo itinerario G.H., la protagonista, parla di imparare a usare Dio il quale, per parte sua, non si fa scrupolo di usarci: “Egli ci usa e non impedisce che noi facciamo uso di Lui” e nota che noi siamo parecchio arretrati e “non abbiamo un’idea di come approfittare di Dio”.Facciamolo ricorrendo alla violenza se occorre, cosí come con le cose di questo mondo. “Anche con Dio ci si può aprire la strada mediante la violenza”. Lo fa anche Lui con noi: “Egli stesso, quando ha piú specificamente bisogno di uno di noi, ci sceglie e ci violenta”. (Non so il portoghese ma mi piace citare Lispector nella lingua originale, che è sorella della nostra: Ele mesmo, quando precisa mais especialmente de um de nós, Ele nos escolhe e nos violenta).
Che cosa significano queste parole? Credo che non chiedano di essere interpretate ma di essere prese alla lettera. E, da parte nostra, stare a quello che succede di conseguenza alle altre parole e alle cose.
Tirar fuori Dio in apertura di uno scritto laico di argomento politico non si usa e vorrei giustificarmi.
Non nominare il nome di Dio invano, dice il libro sacro degli ebrei e dei cristiani. Però, praticamente, che cosa vuole dire “invano”? Per molti ormai sarebbe sempre invano. A me nominarlo talvolta serve. Mi serve introdurlo nei ragionamenti che non lo prevedono per scavalcare certe divisioni fissate dal razionalismo borghese. Quello, per intenderci, che organizza l’enciclopedia dei saperi e lo fa in una maniera che certe volte è censura. Potrei portare degli esempi.Sono anch’io nemica dell’invadenza clericale, come può esserlo il piú laico degli intellettuali.
Ma Dio non è un prete (né un intellettuale) e non gli somiglia lontanamente. Vero è che si lascia usare dai preti per i loro scopi. Alla stessa stregua, replico, da me per i miei. “Ele deixa”, scrive Clarice Lispector nel testo già citato: ci lascia fare, ci lascia usarlo, approfittiamone. Se ci va, naturalmente, perché è un’opportunità offerta, non un obbligo, con Dio vige la libertà e ci sono persone da Lui o Lei amatissime che nascono, vivono e muoiono senza avere mai fatto il suo nome. Il mio scopo, nel portare questo o quel nome (ne ha tanti, di tanti generi e numeri, perfino tempi e coniugazioni) dove non era previsto, è di ingrandire le vedute e di far giocare qualcosa del molto che è fuori gioco dal regime storico della vita del pensiero. Qui si tratta di trovare vedute alte e larghe sull’uso della violenza. Si tenga conto che l’operazione di tirare in ballo Dio non ci fa uscire necessariamente dal razionale, anzi certe volte è il contrario: c’è infatti una ultragenerosità razionale di Dio, se cosí posso esprimermi. -
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Nov 5, 2012 |
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- Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi (112)
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By Gaetano Cappelli -
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Seghe e Saghe -
http://www.nazioneindiana.com/2012/11/03/seghe-e-saghe/ piccola nota critica con un'anteprima assai gustosa, ecco. effeffe Una nota quasi stonata di Francesco Forlani Da diverso tempo ci si interroga sul ruolo della critica letteraria in Italia. Sia sul versante nobile delle sue capacità esegetic ... (
continue ) http://www.nazioneindiana.com/2012/11/03/seghe-e-saghe/ piccola nota critica con un'anteprima assai gustosa, ecco. effeffe
Una nota quasi stonata
di
Francesco ForlaniDa diverso tempo ci si interroga sul ruolo della critica letteraria in Italia. Sia sul versante nobile delle sue capacità esegetiche dei testi che su quello più biecamente commerciale. Se da una parte, in molti, pensiamo che la buona critica sia sempre dalla parte della buona letteratura dall’altra ci si rende conto che sempre meno, così è in Italia, la stessa entra in risonanza con i lettori almeno fino al punto di spingerli a comprare e, si spera, leggere il romanzo che si è giudicato meritevole. Il discorso di certo non vale per i lettori forti, a loro modo anche critici e sicuramente in grado di orientare il passo di altri lettori in quella giungla complessa che è il paesaggio letterario. E allora la domanda da porsi a questo punto è: di chi si fida il lettore? Sempre che ancora si fidi delle terze pagine dei quotidiani che, va detto, poco possono rispetto ai potenti mezzi della televisione, quelli sì in grado di tradurre un passaggio di pochi minuti in una trasmissione di successo in migliaia di copie vendiute. Così mi sono fatto un’idea. In questa guerra delle letterature e dei letterati, e si smetta di parlare di guerra fra poveri visto che le guerre da che mondo è mondo vengono sempre combattute dai poveri, la critica letteraria somiglia un poco ai servizi segreti. In pratica si comportano con raffinate tecniche di spionaggio e controspionaggio, fanno credere una cosa e immediatamente dopo, l’esatto contrario. Può capitare per esempio che un critico come Andrea Cortellessa in grado di analisi testuali assolutamente mirabolanti e condivisibili quando poi indica le strade maestre mi trovi raramente d’accordo, o che Antonio D’Orrico, un critico in grado di decretare il “successo” di un autore proponga ai lettori dei titoli che lasciano davvero basiti. Eppure, come dicevo, alla stregua di un ottimo agente del controspionaggio può capitare che l’uno, Cortellessa, ti porga nella bella libreria di Mesagne, lettera 22, un piccolo capolavoro Europeana, o il D’Orrico ti convinca a leggere Gaetano Cappelli definito dallo stesso, “il nuovo maestro (in prosa) della vecchia commedia all’italiana.”. A D’Orrico io ho dato retta stavolta, proprio perché non mi fido e così vi dico, cari lettori, non fidatevi nemmeno voi e correte a leggere un romanzo che vi farà viaggiare in lungo e in largo attraverso ogni vostra più recondita passione.
Ho chiesto a Marco Di Marco, editor alla Marsilio di mandarmi l’estratto che segue, in modo da offrirlo ai lettori di NI. E qui lo ringrazio. effeffeda Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi
e più straordinari sviluppi (Casa Editrice Marsilio)
di
Gaetano CappelliEggià, a pensarci bene… così al mio corso di scrittura – eccone un’altra di faccende che proprio non sopporto e in cui, dopo la mia caduta in disgrazia, mi trovo invece invischiato e per quattro lire – quando qualcuno di quei disgraziati che vengono a vedermi sbadigliare, mentre inciampo tra un concetto e l’altro – ma cosa mai potrò insegnargli?, penso sospetti la gran parte dei presenti – uno di loro, facendosi coraggio, mi ha chiesto: «Maestro» – i più rispettosi e timidi mi concedono questo titolo – «ma come si capisce se si ha davvero il talento dello scrittore?», io improvvisamente ho preso vita, mi sono risollevato con un ampio respiro dalla scrivania, e ridacchiando gli ho chiesto: «Senti ma tu da ragazzino, sempre che ora abbia smesso, come te le tiravi le seghe?» La classe anche si è rianimata: eccola finalmente di nuovo la zampata del leone; eccolo lo scrittore talmente fuori dal coro da perdere il Nobel pur ampiamente meritandoselo. Il tizio è arrossito – l’ho detto: è un timido. Ha chiesto anche più che da timido, da vero minchione: «In che senso Maestro? Che vuole sapere ehm… se con le mani… o cosa?»
Adesso il resto degli aspiranti scrittori stava proprio sbellicandosi dalle risate. Perfino il tipo che ogni tanto si fa vivo rimanendosene all’ultimo posto, impettito nei suoi completi, penso di Caraceni, a giudicare, più che dallo sfarzo dei tessuti, dall’importanza della spalla.
«No no, voglio dire» ho ripreso io, «durante l’atto avevi in mente un’immagine fissa, chessò una foto, un corpo nudo, due gambe accavallate o elaboravi una sceneggiatura?»
«Ah, capisco…»
Non è il solo. L’intera classe ha capito. Ma io la spiego lo stesso, la faccenda – bisogna pure che questa stramaledetta ora, in qualche modo, passi.
«Allora» continuo, «sega a immagine fissa: diciamo che è assai difficile che poi uno diventi scrittore, anche se non proprio impossibile» tocca non scoraggiarli del tutto prima che il corso finisca.
«Con sceneggiatura: in questo caso il talento, nella maggior parte, è addirittura misurabile in rapporto alla complessità del copione» e il mio talento con quel metro, questo lo penso ma non lo dico, be’, era grande; anzi grandissimo. Infatti nonostante zia Irma a quel punto – il punto del pellegrinaggio a Pompei – si fosse ormai sposata e fosse andata a vivere col marito in un’altra casa, continuava a restare nella mia testa l’imperturbabile ispiratrice delle più fantasiose ardenti pippe – ora era ai miei piedi che, insoddisfatta dal marito, mi pregava: «Giulìè dammelo, ti prego, dammelo!»; ora ero io a implorare lei che, assente il coniuge causa viaggio di lavoro, mi si concedesse per un ultimo infuocato amplesso a conclusione del quale, proprio come nel famoso film con Lisa Gastoni – di cui vivendo nel posto fuori dal mondo in cui vivevo avevo potuto solo vedere la meravigliosa locandina su un giornale – le sussurravo: «Grazie zia!» Solo che nel film Lisa Gastoni era la zia acquisita del protagonista. Zia Irma invece era mia zia carnale e cedere ai miei cattivi pensieri implicava ben due peccati mortali; e uno assai più mortale dell’altro dal momento che a masturbarsi pensando a lei – dico: la-sorella-di-mia-madre – si poteva ben parlare d’incesto: e c’è forse qualcosa di più peccaminoso, di più perverso?
Sebbene avessi preso a mettere in discussione l’esistenza stessa del Padreterno, non m’ero ancora liberato dal timore della sua vendetta – ammesso che ci si riesca mai del tutto – per cui mi dicevo: “Se fai peccato moriranno i tuoi genitori, moriranno le tue sorelle” – oddio, quelle erano così tante che magari una piccola sfoltitina – “né, peccando, sarai promosso, né soprattutto diventerai un pianista famoso come Arturo Benedetti Michelangeli e quindi…”
Quindi, ogni volta, dopo esser caduto in peccato iniziavo a sentirmi talmente oppresso da quel peso che sarei corso dritto dritto in chiesa a mondarmi dalla mie colpe, ma il problema era che don Liborio non è che si contentava della confessione semplice dei miei atti impuri. No, il maledetto, voleva anche i particolari, e a chi pensi e come ci pensi – era più porco di me insomma e io, io potevo mai raccontargli di zia Irma, proprio a lui che, essendo parente di mia madre, lo era anche di zia?Sì, quella mattina a Pompei me l’ero invece finalmente tolto quel grosso, immane peso e potevo ora godermi la mia sospirata vacanza. Una vacanza al mare, poi: ecchì ci andava al mare allora, in quegli anni, in un paesino dell’Appennino meridionale? Così, uscendo dalla chiesa nell’aria tersa di quella meravigliosa giornata di sole, ebbi come il presentimento che un avvenire altrettanto meraviglioso mi attendesse: finalmente libero dalla torbida passione incestuosa avrei trovato l’amore, quello puro di una ragazza bellissima, abitante magari in Roma zona centro, visto che ci andavamo vicino, la quale guardandomi intensamente negli occhi mi avrebbe rapito il cuore – in effetti, qualcosa di simile sarebbe presto successo; una volta al mare almeno, perché usciti dal santuario venni sì rapito, ma di nuovo dalla Santa Madre di Dio. Fu deciso infatti – sempre e come questa volta potemmo davvero ascoltare, all’unisono dalle tre infaticabili sorelle – di far visita all’annesso museo degli ex voto a lei dedicati.
Una visita che, voglio dirlo, si rivelò faticosa ma anche strabiliante mentre davanti ai nostri occhi si dispiegava, insieme alla miriade di manine e braccini e gambette e pieducci e piccoli cuori e occhi di argento istoriato, tutt’intera la varietà delle sventure umane. Dalle avversità pastorali più modeste con dediche tipo:Zucca Pasquale ringrazia assaie per la guariggione della vacca prediletta
a quelle più spaventevoli con carri di buoi imbizzarriti che si capovolgevano sul conducente o su piccole folle agresti o del ladro di angurie che, raggiunto agli zebedei da una fucilata, fissa atterrito il fiotto di sangue che ne scaturisce, dello stesso rosso scarlatto del frutto rubato frantumatosi a terra. Fiotti di sangue che, del resto, zampillavano con la veemenza del getto di una fontana da ogni altra parte del corpo e da ogni genere di ferite; da quelle inferte in terribili combattimenti all’arma bianca o da zuffe con inferocite tribù di negri cannibali o dagli artigli di leoni e infide tigri del Bengala – chi avrebbe mai immaginato che, nei paesi circostanti, ci fosse stata una tale schiera di indomiti esploratori con tanto di casco e sahariana! – tutto meticolosamente riprodotto in quel profluvio di miniature: immagini assai spesso appena degne della mano di un bambino, magari della stessa età di quello che, precipitando da un balcone sotto gli occhi disperati della mamma, veniva raccolto poi, incolume, nel velo celeste della Madonna; o si salvava dal pauroso incidente d’auto in cui dieci altri suoi amichetti perivano tritati tra le lamiere o ghermiti dalle fiamme. E fiamme ecco, un’infinità di fiamme che sembravano propagarsi da un ex voto all’altro attraverso le fabbriche e i caseggiati delle città di ogni continente, o dalle foreste e i campi di grano di ogni emisfero, o dai transatlantici ai magnifici velieri dispersi in ogni oceano, alcuni di loro tranciati in due dalle onde gigantesche di terribili tempeste – come “nell’immane tragedia del Conte Rosso” – sulla cui cresta le scialuppe già disseminavano manciate di naufraghi nell’acqua scura di nafta, pronti a essere abbrancati dai tentacoli di un’immensa piovra, o dalle livide acuminate dentature di mostruosi squali, mentre in alto, lì in un angolo, sospesa tra lingue vermiglie di fuoco, dense cortine di fumo e nubi procellose, appariva, come in una campana di purissimo cristallo di Rocca, la Santa Vergine Maria arrivata proprio in quel momento a salvare uno e uno solo tra quella torma brulicante di disperati; lo stesso che col suo ex voto – non di rado, in questi casi, un dipinto della potenza e della bellezza di un’antica leggenda marinara – avrebbe poi testimoniato, ce ne fosse stato bisogno, dell’inevitabile disparità nella sorte degli umani – altro che cazzi e studi e ricerche sull’inesistenza del destino!
Man mano che si andava avanti in quella galleria, perfino le mie garrule zie, che all’inizio salutavano ogni salvamento con urletti di mistico stupore, si zittirono e tutti noi, sopraffatti da quell’infinito catalogo di prodigi, ce ne restammo silenziosi, come fossimo immersi nella visione di una pellicola il cui regista, tagliando ogni inutile prologo, si fosse divertito a mettere insieme solo le scene madri di tutti i più terribili film del mondo. Finché non ci trovammo davanti invece quest’ultimo e grande quadro: un cielo con un’immensa nuvola a forma di balena che allagava di pioggia la campagna sottostante, cosparsa di case di cui si vedevano solo uno spicchio o un angolo di tetto, come fossero navigli d’una flotta colata a picco, tranne per la fattoria protetta dalla veste della Signora Celeste, nel cui cono d’ombra splendeva invece il sole e il cielo era azzurro, sereno, scintillante. La dedica diceva:
Case e podere di Ruminiello Amilcare miracolosamente sottratti alla catastrofica alluvione della Balena Volante in Vallo di Diano anno 1653.
«Capito la Madonna! Gli ha protetto il podere dalla Balena Volante», «E perché quello… quello che addirittura è caduto da un grattacielo senza farsi nu graffio!», «E quella signora di Milano che non poteva ave’ figli e grazie alla Madonna ne ha poi avuti dieci»: ripresero così a cianciare sull’uscita le tre sorelle. «Pregatela sempre alla Santa Vergine, anzi facciamoci n’altro bel rosario prima d’andà e chiediamoci una grazia in ginocchio che Ella non ci abbandona.»
Quando finalmente riuscimmo ad abbandonarla noi, la Madonna – non senza che perfino io, giacché c’ero, gliela chiedessi, una grazia, una cosa assai semplice intendiamoci, cioè la prima scopata, visto che a sentir le canzoni alla radio e i racconti dei più grandi, tutti, ma proprio tutti, al mare se la facevano – quando finalmente venimmo fuori da quel benedetto tempio, dicevo, mio zio Ilario, in qualità di maestro elementare assurto al ruolo di intellettuale di famiglia, pretese a sua volta la sosta doverosa agli scavi cosicché noi ragazzi apprendessimo della gloria passata “dei nostri antichi e nobili antenati”.
“Macché brutta stirpe avevano però generato” pensai guardando i turisti italici che, appena vomitati dai torpedoni, sciatti, grassi e sudati razzolavano tra quelle antiche vestigia – era la prima volta che vedevo tanti individui assieme, certo se si eccettuano le feste patronali al paese, ma lì conoscevo già tutti e non mi avevano mai così impressionato – “o è la razza umana, nel suo insieme e magari proprio dalla notte dei tempi, a essere brutta e volgare visto che i turisti stranieri erano, se possibile, pure peggio?” pensai pisciando dietro un’antica colonna essendo anche i cessi, per coerenza, appropriatamente ributtanti. -
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Nov 5, 2012 |
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- Mabel dice sì (74)
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By Luca Ricci -
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Un libro che sa di cose -
http://www.nazioneindiana.com/2012/10/12/una-critica-in… Una critica in diretta : Luca Ricci, Mabel dice sì 12 ottobre 2012 Pubblicato da francesco forlani di Francesco Forlani Sono le 16 e 30 e alle 20 ho appuntamento con Giulia. Diciamo allora che mi rimangono p ... (
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Una critica in diretta : Luca Ricci, Mabel dice sì
12 ottobre 2012
Pubblicato da francesco forlanidi Francesco Forlani
Sono le 16 e 30 e alle 20 ho appuntamento con Giulia. Diciamo allora che mi rimangono poco più di tre ore per scegliere un libro, leggerlo e recensirlo qui su Nazione Indiana. Non me lo ha ordinato il dottore né commissionato un giornale ma devo dire che molte delle cose che faccio, per fortuna, non mi sono né ordinate né tanto meno commissionate. Entro alla Mood di Piazza Carignano, saluto Monica e Laura, e faccio un giro lungo i quattro lati del tavolo su cui sono esposte le novità. Tre titoli attirano la mia attenzione ma alla fine scelgo il romanzo di Luca Ricci, per tre ragioni: la prima è che si tratta di un volume di 137 pagine e dunque, tre ore dovrebbero bastare, la seconda è che costa 12 euro e 50 e in questo momento è una spesa sostenibile e la terza, non inessenziale, perché Luca Ricci è uno scrittore che mi piace. C’è anche una quarta ragione. Il libro comincia con la celebre frase, la formula secondo Gilles Deleuze, di Bartleby lo scrivano, di Melville: ” I would prefer not to “. Ed è curioso leggere incolonnati come sono, titolo ed esergo: Mabel dice sì, Bartleby, preferirebbe di no.
Ore 17:00
Sono a pagina 24. Il protagonista della storia, portiere di notte, pianista di giorno si sta raccontando per quello che era. Il secondo capitolo che si intitola Ieri attacca dopo le prime quattro pagine del primo, intitolato, Oggi. Nelle prime pagine sentiamo che qualcosa è svanito, si sente tra le righe un vuoto incolmabile. Il fraseggio è scarno, quasi ossuto, che se tocchi la pagina ti punge, e si ha come l’impressione che la voce narrante sia precipitata in quel vuoto. A un certo punto lui, che non ha ancora un nome, evoca le Variazioni Goldberg di Glenn Gould, come l’unico momento di vitalità, di vita della vita, di esperienza del ricordo, di memoria in un orizzonte percettivo interamente dominato dall’esercizio e dalla tecnica dell’oblio. Quello che è accaduto ieri ha un altro passo e l’unico nome che leggiamo “veramente” è quello della ragazza che lavorava con lui: Mabel. Dei colleghi sappiamo sì che uno si chiama Nicola, ma potrebbe chiamarsi anche Pietro, Mario, il suo nome è inessenziale. Non sappiamo invece il nome della città, il nome dell’albergo e soprattutto quello del protagonista. E non sappiamo ancora come va a finire.
Bella la considerazione che fa a un certo punto: ognuno finisce con l’assomigliare al lavoro che svolge. In una bella intervista sulla collaborazione con Lucio Battisti il maestro Pasquale Panella scriveva “È il come che arresta il lettore per furto di similitudine… come fosse una mela che somiglia a una guancia, e quello che tu figuri ha sfigurato un viso
(continua nei commenti)Questo articolo è stato pubblicato il 12 ottobre 2012 alle17:06
francesco forlani il 12 ottobre 2012 alle 17:10 (Modifica)
(pausa sigaretta)
effeffefrancesco forlani il 12 ottobre 2012 alle 17:43 (Modifica)
ore 17:40
Sono a pagina 57. La storia, un plot assolutamente chiaro si apre come su un’arborescenza. Ogni ramo ha un nome, ogni nome è un profilo professionale, uno stato civile, un desiderio e quasi tutti i desideri sembrano trarre linfa vitale proprio da Mabel. Si diceva della formula iniziale, quella del Bartleby ma ritroviamo proprio in pagina 57 quella del nostro protagonista. Si tratta di un motto, di un’ ambizione che recita le seguenti parole: Fare di sé un’opera d’arte”. la formula l’avevamo letta all’inizio e ora sembra svanire su una serie di passaggi che oltre a trasformare il protagonista, perfino fisicamente, come quando ci descrive la legnosità delle dita, le dita che furono di un pianista, capovolge i rapporti che intercorrono tra tutti, le gerarchie che li collega. Il passo è coinvolgente, lo stile assolutamente in fase con quanto si sta raccontando
francesco forlani il 12 ottobre 2012 alle 19:16 (Modifica)
ore 19:15
Sono a pagina 125. Della città sapevamo soltanto che non avesse il mare e intanto si precisa di più al punto da contaminare la vita stessa dell’autore. Quasi sicuramente si tratta della città in cui è nato e lo sappiamo per un dettaglio, anzi il dettaglio che rappresenta una città, un monumento, ovvero ciò che non si deve dimenticare. Eppure ognuno dei personaggi comincia a partire da una disparizione non solo a mantenere vivo il ricordo ma a tentare di ri comporre pezzo dopo pezzo la presenza dell’unica ragione di vita, vitalità che vale la pena di essere vissuta. C’è una sorta di avvitamento come quando si sale su una torre dall’interno e non sai se quello è un salire verso qualcosa che ci fa migliori o semplicemente la preparazione di un salto nel vuoto.francesco forlani il 12 ottobre 2012 alle 19:27 (Modifica)
ore 19:30
Quando arrivi alla fine non te l’aspetti di essere giunto alla fine. Viviamo un’epoca in cui le narrazioni si vogliono aperte, incerto il finale, sospesa la vita dei personaggi,in una continua reversibilità dei ruoli e dei mondi che loro, i personaggi percepiscono e costruiscono sentendoli, e di noi lettori che in quelle esistenze possibili troviamo una parte del nostro possibile il più delle volte quello che ci è più necessario. In un moto che ha in sé qualcosa di sismico seppure impercettibile si compie quel tipo di rivoluzione così macroscopica, si pensi alla rotazione terrestre, che il micro-esistente nemmeno, quasi mai, se ne accorge. Così il romanzo si chiude con un bello e inaspettato colpo di scena, una volta e per tutte, su una favola che sembra scomparire nel momento esatto in cui la sua morale viene a piena consapevolezza. Bravo Luca. effeffe -
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Oct 19, 2012 |
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By Silvia Longo -
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Ex ordres littéraires : Silvia Longo -
23 settembre 2012
Pubblicato da francesco forlani
su Nazione Indiana
http://www.nazioneindiana.com/2012/09/23/ex-ordres-litt…Questo libro sarà tra tre giorni in libreria. E’ un romanzo che vale per almeno tre ragioni. La prima è perché in Italia pochi scrittori affidano la pro ... (
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23 settembre 2012
Pubblicato da francesco forlani
su Nazione Indiana
http://www.nazioneindiana.com/2012/09/23/ex-ordres-litt…Questo libro sarà tra tre giorni in libreria. E’ un romanzo che vale per almeno tre ragioni. La prima è perché in Italia pochi scrittori affidano la propria arte del romanzo ai dialoghi e Silvia Longo lo fa e in modo eccellente. La seconda è perché raramente mi è capitato di trovare in un libro quello che nella vita mi è successo di cogliere in molti destini di uomini e donne, ovvero una incommensurabile fragilità in grado di orientare il senso delle cose oltre ad averne colto il significato più profondo di esse. La terza è perchè me lo sento che vale, e le righe che seguono spero possano rendere a questo sentire la capacità di farsi ascoltare.
La storia.
Viola, che ha una quarantina d’anni, ha da poco perduto il marito, acclamato direttore d’orchestra, brillante al punto di riuscire perfino nella propria morte, d’infarto nell’atto di dirigere la sua orchestra. Viola, si è lasciata condurre tutta l’esistenza senza avere veramente deciso nè la partitura né il tempo di una vita familiare tutto sommato ordinaria, scandita dalla propria totale dedizione al marito e alla figlia. Durante una manifestazione organizzata in memoria del marito, incontra un musicista. Per andarsene, mettere fine all’esperienza di profondo disagio che sta vivendo, chiede al misterioso ospite di portarla via. In questa fuga, resa rocambolesca dal maltempo, il racconto delle rispettive vite ma soprattutto l’ascolto delle loro voci, li guida versa una nuova e creatrice forma di consapevolezza.Ricercare in origine era il nome della forma musicale che oggi chiamiamo fuga.
Così si apre il romanzo di Silvia Longo e non poteva essere altrimenti non solo perché la storia che vi si narra si svolge in un ambiente di musicisti, compositori, direttori d’orchestra, ma soprattutto per la composizione, il tempo, variabile da capitolo a capitolo con continui rimandi dal significato di durata, esistenziale e storica, a quello apparentemente più innocente della meteo.Ecco perchè ogni capitolo riporta perentorie le scansioni climatiche dal secondo capitolo che si apre con Cielo sereno e temperature al di sopra della media stagionale. al penultimo, il diciannovesimo che recita: Nonostante il persistere di piovaschi diffusi, si prevedono schiarite nel corso della notte. Per poi risolversi, il tempo, in quel tempo interiore da cui eravamo partiti.
“”Ma, sai, il mio unico problema quando, da ragazzo, mangiavo un gelato era: How long is it going to last?”, quanto a lungo durerà – scriveva Cesare Pavese a Constance Dowling, l’amore di tutta la vita, ovvero colei che aveva suscitato in lui insieme la più profonda esperienza dell’amore e della sua fine. Senza fine non c’è durata ma che cosa ci indica l’intensità di quel tempo? I due personaggi devono elaborare un lutto, quello del padre lui, e lei dell’uomo che ha amato o pensato di amare per tutta la vita. Solo in uno spazio esterno, in un fuori-tempo è possibile osservare meglio quello che è accaduto veramente. Nessuna affabulazione, menzogna è tale tra sconosciuti, le cose che si dicono sono quelle che sono, e solo in questo autentico dialogo, il cordoglio del lutto può trasformarsi nelle doglie di una nascita. Come è possibile far perdurare l’amore?
Non ci sono durate se non c’è ascolto. C’è una parola-concetto, mot-valise, usata dal filosofo Peter Szendy che secondo me descrive meglio di chiunque altra il risuonare in una storia attraverso un’esperienza in grado di contenere insieme il sentire che poi equivale a un esperire con tutto il proprio corpo e l’ascoltare: « inthymnité » ovvero “una specie di Marsigliese della psiche, intima,” come ci dice il suo autore in questa intervista.
Milan Kundera aveva scritto nel romanzo Il valzer degli addii “un amore eccessivo è un amore colpevole”, ed è proprio attraverso quella fenditura, in francese coupable si può assimilare a coupe, coupure, ferita, taglio, che i due personaggi si appartengono, come se fossero entrambi sull’orlo dello stesso precipizio. Lo stile, la scrittura, la delicatezza con cui l’autrice ha accompagnato, qui nel senso proprio musicale, ogni frase del fitto dialogo che si instaura tra di loro, è realista senza però rinunciare a dei passaggi lirici mai ridondanti.
Il flusso di ricordi che anticipa le reazioni dell’uno o dell’altra, in contrappunto, fa “sentire” al lettore, uno dopo l’altro tutti i toni della ballata, di un movimento a due in cui potrebbe realizzarsi la loro intimità.
C’è un momento, verso la fine, in cui questa esperienza di inthymnité pare compiersi ed è quando i due protagonisti si ritrovano a raccontare il passaggio da un tempo a un altro: « Il mare e` ancora molto mosso. C’e` vento. » Socchiude un’anta. « Lo senti? » chiede lui a lei. Lei ascolta, sente, e perché il mare risuoni in loro, produca in loro Un suono di onnipotenza. poco dopo intonano Moonlight in Vermont di Ella Fitzgerald.
As they travel each bend in the road, ci verrebbe, da lettori, di cantare, a questo punto. -
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Sep 25, 2012 |
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Europeana, Ferrini, Diderot e forse non tutti sanno che -
26 agosto 2012
Pubblicato da francesco forlani
su Nazione IndianaEuropeana è un libro uscito per la prima volta nel 2005 e riproposto un anno fa in una nuova edizione dalla siciliana duepunti. Se ne parlo oggi, in questa fine estate del 2012 è perchè la sensazione che ho, avendolo acquistato a Mes ... (
continue ) 26 agosto 2012
Pubblicato da francesco forlani
su Nazione IndianaEuropeana è un libro uscito per la prima volta nel 2005 e riproposto un anno fa in una nuova edizione dalla siciliana duepunti. Se ne parlo oggi, in questa fine estate del 2012 è perchè la sensazione che ho, avendolo acquistato a Mesagne, alla libreria del mio amico Domenico Pinto, la Lettera 22, è che il libro sia effettivamente uscito nel momento in cui, su consiglio di un amico critico con cui sono spesso in disaccordo, l’ho comprato. Sensazione, per certi versi, verificata quando parlandone in giro, certo non con addetti ai lavori , nessuno ne sapeva niente.
Nel 2007, proprio su Nazione Indiana, Giorgio Vasta pubblicava un’interessante intervista all’autore di Europeana, Patrik Ourednik, facendola seguire a una bella recensione del libro pubblicata sempre qui. Europeana è in verità un libro la cui prima edizione è del 2001: “Europeana. Stručné dějiny dvacáteho věku”, Rep. Ceca. Dunque, ricapitolando, noi oggi, domenica 26 agosto 2012, parleremo di un libro scritto presumibilmente prima del 2000, pubblicato in Repubblica Ceca nel 2001 e in Italia, una prima volta nel 2005, una seconda nel 2011 e che ha tutta l’aria di essere non solo appena stato pubblicato ma, mo mo, scritto dal suo autore. Prima di entrare nel vivo di questa mirabolante Breve storia del XX secolo proporrei a chi non avesse ancora letto il libro, la fulminante e precisa sintesi che ne ha fatto The New York Times Book Review, sottoscrivendola in pieno,.
« Toccando temi ed eventi diversi tra loro come l’invenzione del reggiseno, delle bambole Barbie, Scientology, l’eugenetica, Internet, la guerra, il genocidio e i campi di concentramento, scandisce un ritmo implacabile che diventa inaspettatamente coinvolgente, addirittura toccante. »
Regolata, se così si può dire, la mise en claire delle ragioni per cui vale la pena leggere, presumibilmente acquistare, questo libro, anche perchè è bello, attuale nella sua inattualità, sperimentale nella forma, godibile, edito da una valorosa e indipendente casa editrice siciliana, proposto da critici letterari autorevoli, posso finalmente parlarvi di un percorso di lettura un po’ particolare con la speranza che la cosa faccia conquistare altri lettori al libro, certo che altri lettori, Europeana, ne conquisterà a prescindere.
Forse non tutti sanno che
Bene. La prima cosa a cui ho pensato, a lettura ultimata, è stata la Settimana Enigmistica. Ma non il mirabolante mondo dei rebus, o i giochi di logica a incastro, le parole crociate quanto la storica rubrica del “forse non tutti sanno che“. Leggendo infatti una dopo l’altra e in rapida successione tipografica e non affatto cronologica, le notizie allestite dall’autore, vuoi per la lunghezza dei paragrafi più o meno dello stesso numero di battute, vuoi per la mancanza di una logica compositiva tra un fatto e l’altro, è a quel fortunato cabinet des curiosités che ho pensato. Ovvero agli “studioli” del Rinascimento italiano, in cui vi si trovavano raccolte d’arte e di oggetti rari, collezioni enciclopediche di oggetti preziosi o semplicemente insoliti, noti anche come Wunderkammer.
Più particolarmente, la domanda che mi sono posto era: cosa spinge un lettore in quel buco nero dell’aneddoto storico, in quelle Wunderkammer verbali, cosa lo fa rimanere incollato a informazioni che riguardano l’invenzione della cerniera lampo o dell’uso presso i romani di un tale abito in determinate circostanze.La risposta, ancora una volta, è nella filosofia, nella sua storia. Ha senso immaginare una storia della filosofia senza gli aneddoti che l’attraversano? Per quanto il rischio sia che ci si ricordi del fatto che gli abitanti di Königsberg regolassero i loro orologi quando vedevano passare il filosofo Immanuel Kant nelle sue passeggiate, dimenticando il resto. Certo ci sono aneddoti e aneddoti, e infatti Deleuze descriveva l’ «anecdote philosophique», quello che permetteva di cogliere quel misterioso punto “segreto” in cui “la même chose est anecdote de la vie et aphorisme de la pensée”.
A parer mio in un rovesciamento continuo della frontiera di senso, in Europeana, tra storia bassa e storia alta, tra fatti minimi e grandi narrazioni nella storia, il lettore trova in ognuno dei passaggi come una “casa di risonanza”, una casa che non c’è più ma da cui, in qualche modo, si provenga, come una casa dell’origine di cui sappiamo il nome ed è novecento. Un Novecento che si ripete, esattamente come certi rimandi che ritroviamo alla fine del libro, oltre il novecento alla soglia del 2000.Ma cosa c’entra Ferrini, mo?
Per quei lettori la cui giovane età non ha permesso di “vivere” un importante momento della televisione italiana, ovvero il programma “Quelli della notte” creato da Renzo Arbore, Ferrini era un comico che faceva la parodia del militante comunista romagnolo che presentava la propria visione del mondo spesso citando, tra le proprie fonti, gli incontrovertibili documenti “documenti eh!” della settimana enigmistica. All’epoca, ancora vivevo a Caserta, ricordo che ogni qualvolta a tavola qualcuno se ne uscisse con un aneddoto storico particolarmente strano, strano ma vero, una curiosità inedita e speciale, tutti si pensava che la fonte fosse non tanto una voce tratta dal Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri o dalle milioni di enciclopedie vendute agli italiani, a rate, negli anni settanta e ottanta ma proprio « alLa rivista che vanta innumerevoli tentativi d’imitazione! » .Un finale europeano
In epoche come la nostra, di accessibilità in rete immediata e portatile a tutti i saperi possibili, lasciandomi prendere la mano, come al solito, dalla curiosità, quando ho letto che La Settimana Enigmistica inventata dal Dottor Ingegner Giorgio Sisini, sul primo numero pubblicato il 23 gennaio 1932 al costo di 50 centesimi di lire recava in copertina l’immagine dell’attrice messicana Lupe Vélez, non so perchè, sono andato a cercarmi notizie su di lei. E allora?
Forse non tutti sanno che The Mexican Spitfire” (“La Lanciafiamme Messicana “) fu una delle prime star maledette, dalla vita tormentata, sposata una prima volta con l’attore Johnny Weissmuller, leggendario Tarzan del primo cinema, e che Il 13 dicembre 1944, dopo un’“ultima cena ” con le sue migliori amiche si suicidò. La filosofia dell’amore di Lupe Velez, si può riassumere con uno dei suoi più fulminanti aforismi “The first time you buy a house you think how pretty it is and sign the check. The second time you look to see if the basement has termites. It`s the same with men.” Un altro aneddoto riguarda il ritrovamento del cadavere. Pare che non ci fossero foto di Lupe sul letto di morte a commento dell’elogio funebre della Parsons, celebre cronista della vita hollywoodiana e voci più credibili, testimonianze più o meno dirette raccontavano “che in un impeto estremo si fosse svegliata durante la notte per vomitare e che, scivolando nel bagno fosse caduta battendo la testa nella tazza del water. Solo i grandi hanno diritto a una morte ridicola, credo abbia scritto Milan Kundera da qualche parte.
L’Insostenibile leggerezza dell’essere, che inaugurò la collana Fabula della casa editrice Adelphi fu pubblicato nell’ottobre del 1984 ma fu solo nella primavera del 1985 grazie al programma Quelli della notte, e al “tormentone” dell’inventore dell’Edonismo Reaganiano, Roberto D’Agostino che lo citava in ogni puntata che se ne decretò il grande successo di pubblico.
All’attrice messicana Andy Warhol dedicò Il cortometraggio “Lupe”(1965) interpretato da Edie Sedgwick e che ripercorre gli avvenimenti accaduti la notte del suo suicidio. Nell’agosto del 1969, nel reparto psichiatrico del Cottage Hospital, Edie Sedgwick conobbe Michael Post; si sposarono il 24 luglio 1971. Venne trovata morta dal marito a causa di un’overdose di barbiturici la mattina del 16 novembre 1971. A Edie Sedgwick, Bob Dylan che ebbe una breve e tormentata storia con la “bellissima” ragazza della Factory, dedicò la canzone, Just like a woman . “Femme fatale” dei Velvet Underground sembra cucitale addosso.
Nonostante la pubblicazione del libro “La fine della Storia” dello storico post-moderno Fukuyama, Patrik Ourednik, conclude scrivendo che « beaucoup de gens ne connaissaient pas cette théorie et continuaient à faire de l’histoire comme si de rien n’était. » (p. 151).
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Aug 27, 2012 |
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Parole sante
C'è in Eva Clesis una tale naturalezza nello stile, nella frase, nella sequenza che mi sono a lungo chiesto se in lei la narrazione, ogni tipo di narrazione si "facesse" con la scrittura, attraverso le parole si verificasero i fatti. Qualcosa dell'ordine della stregoneria, di uno sciamanesimo però d ... (continue)
C'è in Eva Clesis una tale naturalezza nello stile, nella frase, nella sequenza che mi sono a lungo chiesto se in lei la narrazione, ogni tipo di narrazione si "facesse" con la scrittura, attraverso le parole si verificasero i fatti. Qualcosa dell'ordine della stregoneria, di uno sciamanesimo però di tipo pop, non esoterico, in qualche modo disponibile, alla portata di tutti. Le cose, insomma. è come se si parlassero prima fra loro, prima di rivelarsi al narratore, al lettore, e pre esistessero all'uno, all'altro. C'è nelle "parole sante" di Eva Clesis, un'inversione sintattica imprescindibile, perché ci si possa salvare, in qualche modo, bisogna dapprima "intendere" la parola, poi si vedrà se, insomma sono sante o meno. Si tratta di un polar? di un noir? L'intrigo è solido, i colpi di scena non mancano certo, e sempre al tempo giusto, nel ritmo che conviene a quegli strani paesaggi del Sud Italia in cui perfino quando le strade evaporano al sole, e il calore appesantisce i passi, la parola è nervosa, rapida, veloce come una fucilata. Quasi il contrario di quanto accade al nord, dove il passo è veloce, il movimento, ma non la parola, rarefatta, che nelle conversazioni sembra evaporare insieme al vino, al respiro. La dimensione del racconto è meridiana. Per quanto lo spessore del volume superi le duecento pagine l'architettura è quella del racconto, più che del romanzo, i capitoli compiuti, mano a mano, rendendo la lettura agile, accattivante (e cattiva). Meridiana è la dimensione perché è una narrazione che può esistere solo attraverso l'esperienza comune e comunitaria. La lingua madre, locale, scàlpita in tensione continua con quella matrigna, globale, standardizzata. Una storia venata, anzi svenata, di credenze, è "Parole sante", abitata, anzi domiciliata da mostruosità più o meno taciute, segreti più o meno confessati, che quando sembra arrecare sollievo, " in fondo qui siamo una grande famiglia" in un tempo che atomizza ogni cosa, di colpo, ma non all'improvviso, ti vomita addosso il male, la condanna di essere una terra, una cultura incapace di raccontarsi come altro, da una grande famiglia.