Avevo da poche settimane pubblicato un romanzetto, ( http://www.luciosaviani.it/main/live/ls_dallafinestra.html ) e per annegare le mie paure, me n'ero andato per qualche giorno da mia sorella, a Sperlonga. C'era un giardino, recintato da una cancellata in ferro battuto che dava su una minuscola bai
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Avevo da poche settimane pubblicato un romanzetto, ( http://www.luciosaviani.it/main/live/ls_dallafinestra.html ) e per annegare le mie paure, me n'ero andato per qualche giorno da mia sorella, a Sperlonga. C'era un giardino, recintato da una cancellata in ferro battuto che dava su una minuscola baia e dove si poteva stare tranquilli a leggere e a bere aperitivi al sole. Quando la pelle bruciava si scendeva lungo una stradina di pietra e rocce, e l'acqua gelida, trasparente ti lasciava addosso una patina di fresco che durava altro tempo, fino a un nuovo tuffo. La profonda inquietudine dei vent'anni, peraltro assai sensibile alle gambe lunghissime di due vicine d'ombrellone, si lasciava cullare dalla frescura che veniva dalla baia e dalle minuscole correnti che facevano gli altri ospiti del giardino con i loro frequenti passaggi. tra le amiche di mia sorella c'era una signora non più giovane, che esibiva con naturalezza il corpo di settantenne appena coperto da un costume a due pezzi con i motivi pop di una stagione chiusa almeno vent'anni prima. Chiacchieravamo di tanto in tanto e mi raccontava di storie di scrittori e libri letti. Timidamente, un giorno, le avevo portato il mio, di libro, per avere un suo sincero giudizio. Nei giorni successivi alla consegna, seppure ansioso di sapere cosa ne pensasse, negli incontri che avvenivano ogni qualvolta andassi a trovarli, non le chiesi mai nulla. Alla fine d'agosto, quando ormai le giornate s'erano accorciate e i tramonti sembravano annunciare la necessaria fine del tempo dei giochi, fu proprio lei a parlarmene, in quell'ultimo incontro. Mi disse che le era piaciuto, Certo, era un'opera giovanile, ma ne riconosceva lo stile, che le ricordava inequivocabilmente quello di Heinrich Boll. Per me era la più bella delle invenzioni, una trovata che mi lasciava senza parole. Opinioni di un clown, rappresentava allora e ancora oggi, un capolavoro assoluto, di ambientazione e introspezione psicologica. Quando un personaggio si trascina non soltanto la propria storia ma quella di tutti, a partire da una sola domanda, una sola risposta che cerca di dare alla più nobile delle ragioni dell'esistenza. Amare. E subito dopo aggiunse. Tu però devi andare via, ora. lasciare la tua famiglia, il tuo paese, se vuoi trovare la voce che adesso stenti perfino a sentire. Non so quanto quelle parole risuonarono in me. Il fatto è che pochi mesi dopo partii per la Francia, destinazione, Parigi. Ci sono rimasto per più di quindici anni. Proprio pochi mesi prima di tornare in Italia, seppure in una città non mia, era scoppiato oltralpe il curioso caso di una scrittrice italiana ormai dimenticata: Goliarda Sapienza. Qualche tempo dopo trovai a casa di mia sorella l'edizione appena pubblicata dall'Adelphi. Le ho chiesto come mai ce l'avesse. E lei senza accennare all'opera mi rispose che sicuramente mi sarei ricordato di lei. Che veniva al giardino di Sperlonga. Con indosso il costume a due pezzi. Lo so che non è una vera e propria critica al libro di Boll, questa mia nota. Forse è qualcosa in più o in meno. Prendetela allora come una nota di un piccolo clown.
L'ho scoperto a Parigi grazie a una lettrice instancabile. Perché a differenza degli uomini che si stancano presto, le donne non si stancano mai, delle parole. L'ho letto in francese. La sensibilità di Paul Auster è del resto quella di un americano a Parigi. Come nella splendida musica di George Ger
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L'ho scoperto a Parigi grazie a una lettrice instancabile. Perché a differenza degli uomini che si stancano presto, le donne non si stancano mai, delle parole. L'ho letto in francese. La sensibilità di Paul Auster è del resto quella di un americano a Parigi. Come nella splendida musica di George Gershwin, ma più particolarmente Rhapsody in Blue ( http://www.youtube.com/watch?v=2RYRrz7dOt8v=2RYRrz7dOt8 ) l'universo magico di Paul Auster accoglie tutte le fobie, i tic, e le problematiche sociali della contemporaneità in una ballata che travolge il lettore, dale prime note. Perfino la gravità e drammaticità di certi destini lasciano tempo e spazio alla speranza. Una sensibilità tanto europea per un americano, probabilmente legata alla matrice ebraica del suo percorso esistenziale, che si declina secondo multipli registri: poetico descrittivo di luoghi e persone, introspettivo, (certe carrellate ricordano le migliori opere della nouvelle vague) comico. Traduttore dal francese (Mallarmé, Sartre, Simenon) riesce mimeticamente a raccontare con una sensibilità europea personaggi e mondi autenticamente newyorkesi. Una trilogia che è un crescendo di emozioni, con un attacco alla Gershwin, per l'appunto.
Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l'avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un'energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno,
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Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l'avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un'energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, come raggiungere qualcosa, qualcuno, o allontanarsi, fuggire da questi.
"(lei) non sta scappando. Corre e basta."
Ci sono certi libri che sono pesanti come il respiro di un corridore di fondo - per quanto la sua corsa si dipani e viva di superficie - e senti la fatica, l'incertezza, di chi potrebbe non farcela, ad arrivare alla fine. Il racconto è allora sospeso tra l'asfalto, pianeggiante, le sue linee tracciate verticali, e il resto che appare scivolamento in pendio, perdita di sé, perdita d'occhio. Perché se ciglio significa ciglia, la strada sarà per forza un occhio, una ferita. un taglio. Non sono tanti i personaggi di questo romanzo che ti si incolla addosso dalla prima pagina come una canottiera sudata, un abito quasi dismesso . E ogni personaggio racchiude in sé non una, ma cento almeno esistenze possibili, per tratti riconducibili ai grandi fatti della storia- vd la tragedia di Chernobyl- o alla vendita al ribasso dei sogni delle classi medie d'occidente.
Il ciglio di una strada è una metafora di per sé potente. E se la strada è una provinciale capisci che su quel tipo di asfalto c'è tutta la storia di un paese. Così, semplicemente. Oltre ai fari delle macchine che incroci - il passeggiatore prudente è quello che cammina nel senso inverso delle macchine ma il vero camminatore vuole godersi il brivido di vedersi arrivare da dietro il passato correndo il rischio di farsi travolgere - c'è una musica. Simona Vinci ne indica due, alla fine, come a dirti che se non era quella la musica che ti ha accompagnato nella lettura, hai sbagliato playlist, e meglio allora ricominciare da capo. Sono gli Unknown Prophets http://www.youtube.com/watch?v=jtderDA3rqU e l'immenso Nick Drake http://www.youtube.com/watch?v=P4D1a00cbFA (Io in verità avevo pensato ai Canned Heat http://www.youtube.com/watch?v=OrljWGIHB7c meno lirici, più nasali, impersonali.)
Perché la forza di questo romanzo è nella sua sospensione tra la neutralità dell'essere delle cose come sono e la violenza del loro essere altro, dalle prime pagine, per almeno cento e nelle finali. Come quando nella ricostruzione del fait divers, il diversamente fatto, di cronaca, scrive Simona Vinci: "La foto di una giovane donna con due bambini scattata lungo un sentiero di montagna . " Quando l'ha trovata, ha raccontato Roberto, "l'ha subito attaccata a quel pannello e quando le ho chiesto perché quell'immagine l'avesse colpita così tanto, lei mi ha risposto che quella donna poteva essere lei. Si, ha detto proprio così: potrei essere io". Milan Kundera, è tra i pochi scrittori contemporanei ad aver formulato nell'essenza il "gioco" (la corsa) di un romanziere.
"L'existence n'est pas ce qui s'est passé, l'existence est le champ des possibilités humaines, tout ce que l'homme peut devenir, tout ce dont il est capable. Les romanciers dessinent la carte de l'existence en découvrant telle ou telle possibilité humaine [...]. Le romancier n'est ni historien ni prophète : il est explorateur de l'existence."
Simona Vinci cartografa impietosamente il territorio delle possibilità umane dei suoi personaggi. E quando ti ritrovi quella carta tra le mani non puoi che dirti la stessa cosa della sua protagonista:
Perché non c'è un cazzo da fare, i libri, come il respiro hanno una misura precisa, sono disciplina atletica più che arte della meditazione - quella appartiene a chi i libri li legge non a chi li scrive. E l'atletica, si sa è regina della disciplina, contempla velocità, perduranza, agilità, ost
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Perché non c'è un cazzo da fare, i libri, come il respiro hanno una misura precisa, sono disciplina atletica più che arte della meditazione - quella appartiene a chi i libri li legge non a chi li scrive. E l'atletica, si sa è regina della disciplina, contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l'arte del romanzo è podistica, innanzitutto, e quella di un autore come un atleta consiste nel definire il proprio campo, duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri. Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l'unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l'esito, mai la stessa ti pare quella storia. La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l'oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l'unica città - ma è un'isola, un territorio, un'idea?- che comporta l'uso della maiuscola. E già. Nelle istruzioni per l'uso che l'autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come "noms propres", con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l'archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l'insonnia, i centri commerciali. Che non sono si badi bene l'unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città. Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta. (à suivre, Simona Vinci e Otto Gabos)
Ho sempre amato la parola contrappunto. Per come segue e accompagna un'altra a me cara: la fuga. Non c'è tema, idea fissa, che regga. Ed ogni azione è un superamento. E' una danza senza musica, una musica senza strumenti, note senza libro. Don Delillo possiede la vera e rara grazia di certe guide i
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Ho sempre amato la parola contrappunto. Per come segue e accompagna un'altra a me cara: la fuga. Non c'è tema, idea fissa, che regga. Ed ogni azione è un superamento. E' una danza senza musica, una musica senza strumenti, note senza libro. Don Delillo possiede la vera e rara grazia di certe guide involontarie, una vera e rara fede senza sete di rivelazione, svelamento. Così le vite e i veli di Thomas Bernhard, Glenn Gould e Thelonious Monk. Nonostante si sia appresa da tempo la lezione del più illuminato dei francofortesi, Walter Benjamin, sulle sorti dell'arte al tempo della sua riproducibilità all'infinito, De Lillo trova un varco e si infila. La sua fuga ci insegna che pur trattandosi di una pellicola, di una fotografia, di un libro, a volte lo sguardo può aprire un mondo unico ed irripetibile, offrire una visione. Un ascolto che può indurre al silenzio, alla costernazione di chi testimone (spettatore)involontario di un'esecuzione geniale decida altrimenti del proprio destino. E fare della fuga, dell'isolamento la propria carta di sopravvivenza.
Opinioni di un clown
Avevo da poche settimane pubblicato un romanzetto, ( http://www.luciosaviani.it/main/live/ls_dallafinestra.html ) e per annegare le mie paure, me n'ero andato per qualche giorno da mia sorella, a Sperlonga. C'era un giardino, recintato da una cancellata in ferro battuto che dava su una minuscola bai ... (continue)
Avevo da poche settimane pubblicato un romanzetto, ( http://www.luciosaviani.it/main/live/ls_dallafinestra.html ) e per annegare le mie paure, me n'ero andato per qualche giorno da mia sorella, a Sperlonga. C'era un giardino, recintato da una cancellata in ferro battuto che dava su una minuscola baia e dove si poteva stare tranquilli a leggere e a bere aperitivi al sole. Quando la pelle bruciava si scendeva lungo una stradina di pietra e rocce, e l'acqua gelida, trasparente ti lasciava addosso una patina di fresco che durava altro tempo, fino a un nuovo tuffo. La profonda inquietudine dei vent'anni, peraltro assai sensibile alle gambe lunghissime di due vicine d'ombrellone, si lasciava cullare dalla frescura che veniva dalla baia e dalle minuscole correnti che facevano gli altri ospiti del giardino con i loro frequenti passaggi. tra le amiche di mia sorella c'era una signora non più giovane, che esibiva con naturalezza il corpo di settantenne appena coperto da un costume a due pezzi con i motivi pop di una stagione chiusa almeno vent'anni prima. Chiacchieravamo di tanto in tanto e mi raccontava di storie di scrittori e libri letti. Timidamente, un giorno, le avevo portato il mio, di libro, per avere un suo sincero giudizio. Nei giorni successivi alla consegna, seppure ansioso di sapere cosa ne pensasse, negli incontri che avvenivano ogni qualvolta andassi a trovarli, non le chiesi mai nulla. Alla fine d'agosto, quando ormai le giornate s'erano accorciate e i tramonti sembravano annunciare la necessaria fine del tempo dei giochi, fu proprio lei a parlarmene, in quell'ultimo incontro. Mi disse che le era piaciuto, Certo, era un'opera giovanile, ma ne riconosceva lo stile, che le ricordava inequivocabilmente quello di Heinrich Boll. Per me era la più bella delle invenzioni, una trovata che mi lasciava senza parole. Opinioni di un clown, rappresentava allora e ancora oggi, un capolavoro assoluto, di ambientazione e introspezione psicologica. Quando un personaggio si trascina non soltanto la propria storia ma quella di tutti, a partire da una sola domanda, una sola risposta che cerca di dare alla più nobile delle ragioni dell'esistenza. Amare. E subito dopo aggiunse. Tu però devi andare via, ora. lasciare la tua famiglia, il tuo paese, se vuoi trovare la voce che adesso stenti perfino a sentire. Non so quanto quelle parole risuonarono in me. Il fatto è che pochi mesi dopo partii per la Francia, destinazione, Parigi. Ci sono rimasto per più di quindici anni. Proprio pochi mesi prima di tornare in Italia, seppure in una città non mia, era scoppiato oltralpe il curioso caso di una scrittrice italiana ormai dimenticata: Goliarda Sapienza. Qualche tempo dopo trovai a casa di mia sorella l'edizione appena pubblicata dall'Adelphi. Le ho chiesto come mai ce l'avesse. E lei senza accennare all'opera mi rispose che sicuramente mi sarei ricordato di lei. Che veniva al giardino di Sperlonga. Con indosso il costume a due pezzi. Lo so che non è una vera e propria critica al libro di Boll, questa mia nota. Forse è qualcosa in più o in meno. Prendetela allora come una nota di un piccolo clown.
Trilogia di New York
L'ho scoperto a Parigi grazie a una lettrice instancabile. Perché a differenza degli uomini che si stancano presto, le donne non si stancano mai, delle parole. L'ho letto in francese. La sensibilità di Paul Auster è del resto quella di un americano a Parigi. Come nella splendida musica di George Ger ... (continue)
L'ho scoperto a Parigi grazie a una lettrice instancabile. Perché a differenza degli uomini che si stancano presto, le donne non si stancano mai, delle parole. L'ho letto in francese. La sensibilità di Paul Auster è del resto quella di un americano a Parigi. Come nella splendida musica di George Gershwin, ma più particolarmente Rhapsody in Blue ( http://www.youtube.com/watch?v=2RYRrz7dOt8v=2RYRrz7dOt8 ) l'universo magico di Paul Auster accoglie tutte le fobie, i tic, e le problematiche sociali della contemporaneità in una ballata che travolge il lettore, dale prime note. Perfino la gravità e drammaticità di certi destini lasciano tempo e spazio alla speranza. Una sensibilità tanto europea per un americano, probabilmente legata alla matrice ebraica del suo percorso esistenziale, che si declina secondo multipli registri: poetico descrittivo di luoghi e persone, introspettivo, (certe carrellate ricordano le migliori opere della nouvelle vague) comico. Traduttore dal francese (Mallarmé, Sartre, Simenon) riesce mimeticamente a raccontare con una sensibilità europea personaggi e mondi autenticamente newyorkesi. Una trilogia che è un crescendo di emozioni, con un attacco alla Gershwin, per l'appunto.
Strada Provinciale Tre
Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l'avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un'energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, ... (continue)
Solo i maratoneti corrono appoggiandosi al bordo della strada, da cui si allontanano solo per superare l'avversario, per il sorpasso. Una forza centrifuga li spinge ai margini, un'energia a correre in un senso preciso. Resta il dubbio che il senso, la direzione presa facciano parte di un disegno, come raggiungere qualcosa, qualcuno, o allontanarsi, fuggire da questi.
"(lei) non sta scappando. Corre e basta."
Ci sono certi libri che sono pesanti come il respiro di un corridore di fondo - per quanto la sua corsa si dipani e viva di superficie - e senti la fatica, l'incertezza, di chi potrebbe non farcela, ad arrivare alla fine.
Il racconto è allora sospeso tra l'asfalto, pianeggiante, le sue linee tracciate verticali, e il resto che appare scivolamento in pendio, perdita di sé, perdita d'occhio. Perché se ciglio significa ciglia, la strada sarà per forza un occhio, una ferita. un taglio.
Non sono tanti i personaggi di questo romanzo che ti si incolla addosso dalla prima pagina come una canottiera sudata, un abito quasi dismesso . E ogni personaggio racchiude in sé non una, ma cento almeno esistenze possibili, per tratti riconducibili ai grandi fatti della storia- vd la tragedia di Chernobyl- o alla vendita al ribasso dei sogni delle classi medie d'occidente.
Il ciglio di una strada è una metafora di per sé potente. E se la strada è una provinciale capisci che su quel tipo di asfalto c'è tutta la storia di un paese. Così, semplicemente.
Oltre ai fari delle macchine che incroci - il passeggiatore prudente è quello che cammina nel senso inverso delle macchine ma il vero camminatore vuole godersi il brivido di vedersi arrivare da dietro il passato correndo il rischio di farsi travolgere - c'è una musica. Simona Vinci ne indica due, alla fine, come a dirti che se non era quella la musica che ti ha accompagnato nella lettura, hai sbagliato playlist, e meglio allora ricominciare da capo.
Sono gli Unknown Prophets http://www.youtube.com/watch?v=jtderDA3rqU
e l'immenso Nick Drake
http://www.youtube.com/watch?v=P4D1a00cbFA
(Io in verità avevo pensato ai Canned Heat http://www.youtube.com/watch?v=OrljWGIHB7c
meno lirici, più nasali, impersonali.)
Perché la forza di questo romanzo è nella sua sospensione tra la neutralità dell'essere delle cose come sono e la violenza del loro essere altro, dalle prime pagine, per almeno cento e nelle finali.
Come quando nella ricostruzione del fait divers, il diversamente fatto, di cronaca, scrive Simona Vinci:
"La foto di una giovane donna con due bambini scattata lungo un sentiero di montagna . " Quando l'ha trovata, ha raccontato Roberto, "l'ha subito attaccata a quel pannello e quando le ho chiesto perché quell'immagine l'avesse colpita così tanto, lei mi ha risposto che quella donna poteva essere lei. Si, ha detto proprio così: potrei essere io".
Milan Kundera, è tra i pochi scrittori contemporanei ad aver formulato nell'essenza il "gioco" (la corsa) di un romanziere.
"L'existence n'est pas ce qui s'est passé, l'existence est le champ des possibilités humaines, tout ce que l'homme peut devenir, tout ce dont il est capable. Les romanciers dessinent la carte de l'existence en découvrant telle ou telle possibilité humaine [...]. Le romancier n'est ni historien ni prophète : il est explorateur de l'existence."
Simona Vinci cartografa impietosamente il territorio delle possibilità umane dei suoi personaggi. E quando ti ritrovi quella carta tra le mani non puoi che dirti la stessa cosa della sua protagonista:
"Potrei essere io".
"But this was the time of no reply. "
Esperia
Perché non c'è un cazzo da fare, i libri, come il respiro hanno una misura precisa, sono disciplina atletica più che arte della meditazione - quella appartiene a chi i libri li legge non a chi li scrive.continue)
E l'atletica, si sa è regina della disciplina, contempla velocità, perduranza, agilità, ost ... (
Perché non c'è un cazzo da fare, i libri, come il respiro hanno una misura precisa, sono disciplina atletica più che arte della meditazione - quella appartiene a chi i libri li legge non a chi li scrive.
E l'atletica, si sa è regina della disciplina, contempla velocità, perduranza, agilità, ostacoli. In ogni caso comporta armonia di piedi e mente. Ecco perché l'arte del romanzo è podistica, innanzitutto, e quella di un autore come un atleta consiste nel definire il proprio campo, duecento, quattrocento, ottocento fino agli ottomila metri.
Graziano Graziani mette su, con Esperia, un dispositivo narrativo complesso, in cui si articolano sprint, respiro, fatica, percezione del mondo. In genere chi corre non si guarda attorno, e la mascella del velocista è l'unica a tremare in terraferma. Eppure, un atleta trascina con sé ogni mondo possibile, ogni esperienza vissuta. da come corre sai che cosa ha visto, cosa rende quella sua corsa unica, irripetibile. Così ogni volta che leggi un capitolo, che poi è una storia, una corsa contro il tempo in cui ogni incipit rimbomba nel lettore come un colpo di pistola dello start, è sempre diverso l'esito, mai la stessa ti pare quella storia. La cartografia che tenta di disegnare Graziano sembra inafferrabile quanto l'oggetto che si vorrebbe decifrare: Esperia appunto, che è l'unica città - ma è un'isola, un territorio, un'idea?- che comporta l'uso della maiuscola. E già. Nelle istruzioni per l'uso che l'autore offre in seconda di copertina viene indicata come scelta quella di non rendere i nomi delle città come "noms propres", con la maiuscola appunto. Perché in tutto il libro, che è romanzo, raccolta di racconti, di poesie, guida e diario, allo stesso tempo quelli che mancano sono i nomi. Dei personaggi innanzitutto. Come gli atleti che portano sulla pettorina solo un numero qui i protagonisti si identificano a una funzione, a una professione, l'archivista, il mistico, il collezionista, e appaiono solo a metà del libro, dopo che attraverso una complessa e riuscita operazione da travelling, Graziano ha tracciato segni e simboli di questa ignota terra: le lingue parlate, la metropolitana, il museo, l'insonnia, i centri commerciali. Che non sono si badi bene l'unico non luogo della modernità, il non luogo è il mondo, in tutte le sue sfaccettature, e non sai, alla fine, se è sempre stato così o qualcosa è accaduto, magari nemmeno tanto tempo fa perché le cose perdessero il loro nome e la parola diventasse un urlo disperato come di chi chiama, per nome, una persona cara, un luogo, una città.
Libro che risuona delle opere di grandi maestri, più Kafka che Calvino, più Boris Vian che Borges, in una corsa, o maratona, che nel momento stesso in cui è cominciata, è una gara già vinta.
(à suivre, Simona Vinci e Otto Gabos)
Contrappunto
Ho sempre amato la parola contrappunto. Per come segue e accompagna un'altra a me cara: la fuga. Non c'è tema, idea fissa, che regga. Ed ogni azione è un superamento. E' una danza senza musica, una musica senza strumenti, note senza libro. Don Delillo possiede la vera e rara grazia di certe guide i ... (continue)
Ho sempre amato la parola contrappunto. Per come segue e accompagna un'altra a me cara: la fuga. Non c'è tema, idea fissa, che regga. Ed ogni azione è un superamento. E' una danza senza musica, una musica senza strumenti, note senza libro. Don Delillo possiede la vera e rara grazia di certe guide involontarie, una vera e rara fede senza sete di rivelazione, svelamento. Così le vite e i veli di Thomas Bernhard, Glenn Gould e Thelonious Monk. Nonostante si sia appresa da tempo la lezione del più illuminato dei francofortesi, Walter Benjamin, sulle sorti dell'arte al tempo della sua riproducibilità all'infinito, De Lillo trova un varco e si infila. La sua fuga ci insegna che pur trattandosi di una pellicola, di una fotografia, di un libro, a volte lo sguardo può aprire un mondo unico ed irripetibile, offrire una visione. Un ascolto che può indurre al silenzio, alla costernazione di chi testimone (spettatore)involontario di un'esecuzione geniale decida altrimenti del proprio destino. E fare della fuga, dell'isolamento la propria carta di sopravvivenza.