Non mi è successo nulla di eclatante, davvero. Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa ch
... (continue)
Non mi è successo nulla di eclatante, davvero. Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa che ho fatto di nuovo è stato iniziare a guardarla, con il morale in attesa: la seguo, non mi vergogno a dirlo, se mi vede non importa. Mi metto di fronte alla finestra della sua classe con la macchina e guardo in su dal finestrino, al terzo piano. Fortuna che passeggia mentre spiega così ogni tanto la vedo passare; sfortuna quando invece è nell’altra classe, quella che dà sul cortile, e allora devo sgusciare tra le aiuole per arrivarci, tenendo la posizione rasente al muro altrimenti il bidello si accorge di me. Ha comprato una gonna nuova, una settimana fa, a righe rossa e verde, trama scozzese, lana pesante; la indossa quasi sempre con gli stivali e sembra più bassa, le si vede la metà delle cosce, tranne quando mette il cappotto, perché è lungo e non si vede niente, purtroppo. Fa l’insegnante di geografia in una scuola media, al mattino; al pomeriggio si occupa dell’archivio della biblioteca, ma lì non ci entro: è al pian terreno ed io mi siedo al bar di Alessandro, la guardo dal tavolo quattordici. Gli chiedo di tenermi sempre il solito tavolino, dalle quattro alle sei e mezza. Bevo un caffè, poi un tè, a volte un succo di frutta, mangio un pezzo di torta; Alessandro è bravissimo con le torte e le crostate. Poi vado a casa. Mi metto a leggere o ad ascoltare la sua voce di quando cantava, spesso m’addormento. Da quando ci siamo lasciati, se non la sogno, mi sveglio prima del solito. [...]
"(sembriamo due parentesi tonde con uno spazio in mezzo, la tensione che ci tiene lontani è la stessa che fa sfiorare i nostri limiti: le nostre mani si cercano i nostri piedi si cercano le nostre pance si sfuggono, sfioriscono, chissà che cosa c’è nella mia pancia, Lubitch, forse tuo figlio, nostro
... (continue)
"(sembriamo due parentesi tonde con uno spazio in mezzo, la tensione che ci tiene lontani è la stessa che fa sfiorare i nostri limiti: le nostre mani si cercano i nostri piedi si cercano le nostre pance si sfuggono, sfioriscono, chissà che cosa c’è nella mia pancia, Lubitch, forse tuo figlio, nostro figlio, forse io e te siamo come due calamite, uguali e neri e ci respingiamo, e Marta è il ferro, maledetta, Marta è il sangue e il coltello)"
"La seconda volta che trovo una stanza a Bologna è metà marzo, la settimana scorsa. Prezzo un po’ più alto, ma basso abbastanza, internet, una finestra che dà sul muro della casa di fronte. Bellissima, la prendo. Le coinquiline sono pulite, troppo pulite, pulitissime. Sono altoatesine."
"Il senso si arrende al suono, il senso di arrendersi al suono. Cerco il suono, ma più forte ancora cerco il ritmo, il passo, l’andatura. Le abitudini sono forme concrete del ritmo, sono la quota di ritmo che ci aiuta a vivere, e le cattive abitudini sono ritmi dispari che tolgono la voglia di ballare, e di capire. Ma che ne so io delle cattive abitudini, dei ritmi dispari, che ne so io di quello che mi aiuta a vivere, a me, a me che una volta mi è venuta la scabbia perché ho fatto l’amore con uno che non eri tu, e poi la scabbia è passata, ma il pizzicore no, e brucia come il sale."
"In una stanza piena di gente che parla, a un certo punto una ragazza si mette a suonare il pianoforte. E la gente sta zitta un attimo, ma poi sa che la ragazza sono io, sa che non voglio l’occhio di bue, sa che poi mi inciampano le dita se c’è troppo silenzio, e allora ricominciano a parlare con la radiolina in sottofondo, e se qualcuno a un certo punto si estrania dalla conversazione può sempre guardare la mia schiena, e nessuno gli chiederà più niente, perché sta ascoltando Chopin. Ecco, ricordo gli occhi di Franz Kafka piantati sulla mia schiena. "
La centoventotto rossa
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incipitNon mi è successo nulla di eclatante, davvero.continue)
Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo
stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho
continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa ch ... (
Non mi è successo nulla di eclatante, davvero.
Non mi sono fatto crescere la barba né ho dato fuoco al materasso, ho continuato a dormire dallo
stesso lato e messo a posto poco, come prima. Prendevo il caffè con lo zucchero di canna e ho
continuato, tra l’altro mi ci ha abituato lei. L’unica cosa che ho fatto di nuovo è stato iniziare a
guardarla, con il morale in attesa: la seguo, non mi vergogno a dirlo, se mi vede non importa.
Mi metto di fronte alla finestra della sua classe con la macchina e guardo in su dal finestrino, al
terzo piano. Fortuna che passeggia mentre spiega così ogni tanto la vedo passare; sfortuna quando
invece è nell’altra classe, quella che dà sul cortile, e allora devo sgusciare tra le aiuole per arrivarci,
tenendo la posizione rasente al muro altrimenti il bidello si accorge di me.
Ha comprato una gonna nuova, una settimana fa, a righe rossa e verde, trama scozzese, lana
pesante; la indossa quasi sempre con gli stivali e sembra più bassa, le si vede la metà delle cosce,
tranne quando mette il cappotto, perché è lungo e non si vede niente, purtroppo.
Fa l’insegnante di geografia in una scuola media, al mattino; al pomeriggio si occupa dell’archivio
della biblioteca, ma lì non ci entro: è al pian terreno ed io mi siedo al bar di Alessandro, la guardo
dal tavolo quattordici. Gli chiedo di tenermi sempre il solito tavolino, dalle quattro alle sei e mezza.
Bevo un caffè, poi un tè, a volte un succo di frutta, mangio un pezzo di torta; Alessandro è
bravissimo con le torte e le crostate. Poi vado a casa. Mi metto a leggere o ad ascoltare la sua voce
di quando cantava, spesso m’addormento.
Da quando ci siamo lasciati, se non la sogno, mi sveglio prima del solito.
[...]
Sbriciolu(na)glio
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"(sembriamo due parentesi tonde con uno spazio in mezzo, la tensione che ci tiene lontani è la stessa che fa sfiorare i nostri limiti: le nostre mani si cercano i nostri piedi si cercano le nostre pance si sfuggono, sfioriscono, chissà che cosa c’è nella mia pancia, Lubitch, forse tuo figlio, nostro ... (continue)
"(sembriamo due parentesi tonde con uno spazio in mezzo, la tensione che ci tiene lontani è la stessa che fa sfiorare i nostri limiti: le nostre mani si cercano i nostri piedi si cercano le nostre pance si sfuggono, sfioriscono, chissà che cosa c’è nella mia pancia, Lubitch, forse tuo figlio, nostro figlio, forse io e te siamo come due calamite, uguali e neri e ci respingiamo, e Marta è il ferro, maledetta, Marta è il sangue e il coltello)"
"La seconda volta che trovo una stanza a Bologna è metà marzo, la settimana scorsa. Prezzo un po’ più alto, ma basso abbastanza, internet, una finestra che dà sul muro della casa di fronte. Bellissima, la prendo.
Le coinquiline sono pulite, troppo pulite, pulitissime. Sono altoatesine."
"Il senso si arrende al suono, il senso di arrendersi al suono. Cerco il suono, ma più forte ancora cerco il ritmo, il passo, l’andatura. Le abitudini sono forme concrete del ritmo, sono la quota di ritmo che ci aiuta a vivere, e le cattive abitudini sono ritmi dispari che tolgono la voglia di ballare, e di capire. Ma che ne so io delle cattive abitudini, dei ritmi dispari, che ne so io di quello che mi aiuta a vivere, a me, a me che una volta mi è venuta la scabbia perché ho fatto l’amore con uno che non eri tu, e poi la scabbia è passata, ma il pizzicore no, e brucia come il sale."
"In una stanza piena di gente che parla, a un certo punto una ragazza si mette a suonare il pianoforte. E la gente sta zitta un attimo, ma poi sa che la ragazza sono io, sa che non voglio l’occhio di bue, sa che poi mi inciampano le dita se c’è troppo silenzio, e allora ricominciano a parlare con la radiolina in sottofondo, e se qualcuno a un certo punto si estrania dalla conversazione può sempre guardare la mia schiena, e nessuno gli chiederà più niente, perché sta ascoltando Chopin. Ecco, ricordo gli occhi di Franz Kafka piantati sulla mia schiena. "