Il libro, nello stesso tempo tragico e leggero, macabro ed ironico, narra sì la vita del protagonista Ivan ma le sue vicende sono talmente intrecciate con quelle storiche e drammatiche della sua terra che quelle pagine mi sono sembrate molto importanti e chiarificatrici di quella storia ancora oscu
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Il libro, nello stesso tempo tragico e leggero, macabro ed ironico, narra sì la vita del protagonista Ivan ma le sue vicende sono talmente intrecciate con quelle storiche e drammatiche della sua terra che quelle pagine mi sono sembrate molto importanti e chiarificatrici di quella storia ancora oscura che ha scosso la ex Iugoslavia. Il merito., a mio parere, di Novakovich è quello di aver saputo raccontare con un certo distacco vicende anche molto crude e drammatiche. Forse questo distacco è dovuto al fatto che l’autore ha scritto il libro in inglese, lingua del paese, gli U.S.A. che lo ha accolto profugo a vent’anni. Ciò non toglie che quanto raccontato abbia una sua forte valenza storica. Ma è il protagonista Ivan l’eroe, anzi l’antieroe delle vicende. Un uomo tutto sommato inetto , debole, che viene costantemente sorpreso impreparato dagli avvenimenti, fuori tempo, spesso frainteso ma mai in grado di imporsi o di prendere una decisione definitiva. Un antieroe, insomma. Ma la storia non gli passa davanti, anzi lo coinvolge in strette e pericolose maglie, ora col campo di prigionia, ora con l’arruolamento forzato, lui croato, nell’esercito dei Serbi, la guerra civile, il passaggio involontario nell’esercito dei Croati, la cattura, la marcia forzata… e poi l’insperata salvezza. Su tutto si spande un umorismo tragico, nero con quell’ironia che forse serve a difendersi dalla tragedia della guerra civile o dal disadattamento di fronte alla realtà e alla storia. Tralascio il commento sul finale, veramente surreale, inaspettato ma certamente coerente con il personaggio. Una “estraneità” alla Pirandello forse, prendendo le opportune e doverose distanze dal grande maestro italiano.
Un breve ma accattivante scritto dell’impareggiabile Vassalli sugli ultimi anni di vita di quel mito storico che fu Giovanni Casanova. Niente di romanzesco o di inventato in queste poche pagine, bensì una ricostruzione precisa ed efficace, basata soprattutto su reali documenti, in particolare, epis
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Un breve ma accattivante scritto dell’impareggiabile Vassalli sugli ultimi anni di vita di quel mito storico che fu Giovanni Casanova. Niente di romanzesco o di inventato in queste poche pagine, bensì una ricostruzione precisa ed efficace, basata soprattutto su reali documenti, in particolare, epistolari, lasciatici dallo stesso Casanova contro l’odiato maggiordomo Feltkircher, che tanto amareggiò le giornate da lui vissute nel castello di Dux, in Boemia. La lettura di questi fogli epistolari, in cui lo stesso Casanova registra le liti, le scaramucce, i dispetti, le provocazioni vere o false che siano ma che avviliscono ed amareggiano le sue giornate, mi hanno suscitato una certa malinconia. Un uomo come lui, che ha conosciuto e trattato con i più grandi uomini e donne della sua epoca, che ha vissuto avventure rocambolesche e amori memorabili, in quegli anni ha ancora la lucidità intellettuale e la forza di affrontare brillantemente qualsiasi argomento di conversazione, filosofico, letterario e politico. Invece si trova costretto a vivere insieme a gente meschina, intellettualmente inferiore ma che soprattutto non lo conosce, non parla la sua lingua e in parte lo disprezza! A volte le descrizioni di queste “liti”, di queste incomprensioni ha del tragicomico, ma Vassalli sa consegnarci un ritratto molto umano, anche spietato in certi momenti. In verità non sono forse solo le persone con le quali Casanova è costretto a vivere che lo offendono ma è il momento storico stesso. Il nuovo avanza, la rivoluzione è alle porte e per lui, uomo d’altri tempi, di altri sentimenti e di altre idee, non c’è più posto!!!
Ritengo che per me sia un’impresa veramente ardua elaborare anche un commento di minima per questo “poderoso” libro, che ha appassionato migliaia di lettori. I motivi sono molto vari e diversi ma il più importante è che una sola lettura non è assolutamente sufficiente per capire molta della logica
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Ritengo che per me sia un’impresa veramente ardua elaborare anche un commento di minima per questo “poderoso” libro, che ha appassionato migliaia di lettori. I motivi sono molto vari e diversi ma il più importante è che una sola lettura non è assolutamente sufficiente per capire molta della logica che lega tra loro i vari personaggi. Si può banalmente fare un riassunto ( ma anche questo è piuttosto ostico!!), enumerando gli avvenimenti che interessano vari nuclei narrativi : per esempio l’ETA, cioè l’accademia del tennis, l’Ennet house, la casa per il recupero e il reinserimento dei tossicodipendenti, oppure l’AFR cioè gli Assassins en Feuteils Roulants, il sanguinoso e fanatico gruppo separatista quebechiano e via andare, ma tutto ciò banalizzerebbe enormemente il tessuto narrativo che Wallace ha sapientemente elaborato e che in maniera molto complessa ma anche estremamente logica si dipana attraverso le più di mille e pagine (senza dimenticare le note!!). Anche i personaggi sono moltissimi e non sempre sei pronto a riconoscere quel ragazzo o quella donna di cui hai già letto qualcosa magari un centinaio di pagine prima. Certo che , se dopo che hai terminata la lettura dell’ultima pagina e riprendi in mano i primi capitoli, ti accorgi che forse non hai capito molto di quello che hai letto o hai trascurato dei passaggi importanti. Io l’ho letto una sola volta e, per il momento, non è mia intenzione riprenderlo in mano, quindi il mio commento non può che essere molto modesto. Dunque devo dire che oltre alle numerose pagine noiosissime che ci sono , per esempio quelle che elencano la cinematografia di Incandenza, ce ne sono altre che sono veri capolavori di stile e vivacità. Mai letto descrizioni così vivide e brillanti di partite di tennis come quelle che qui sono raccolte. La partita di Eschaton poi è un capolavoro. Personaggi come Don Gately, o come Hal o come lo stesso Orin ti si evolvono tra le mani o meglio tra le pagine neanche fossimo in un “romanzo di formazione”. Ma il materiale è vasto e proteiforme, i temi trattati tutti interessanti e attuali: il tema della dipendenza da droghe o da alcool.., forse il più importante e centrale, quello della assoluta necessità di primeggiare, magari nel tennis(!), il lottare per un ideale politico, forse assolutamente incomprensibile, e poi soprattutto il dolore, la sofferenza, in famiglia, prima di tutto e poi nella società. Mai lette pagine più intense e umane sulla sofferenza disperata e sul desiderio di farla finita!! E forse molti argomenti toccano da vicino punti nevralgici della nostra società contemporanea, Chissà che in un futuro non ritenterò l’impresa!! Forse questo romanzo è come la cartuccia dell’Infinite Jest: crea dipendenza!!
Libro difficile da decifrare, certamente datato per contenuti e tecniche, e lontano da essere un vero capolavoro, ma è indubbiamente un testo, non dico imprescindibile ma certamente molto significativo per capire la cultura e l’atteggiamento degli artisti che operarono negli anni ’20 – ’30. Di fro
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Libro difficile da decifrare, certamente datato per contenuti e tecniche, e lontano da essere un vero capolavoro, ma è indubbiamente un testo, non dico imprescindibile ma certamente molto significativo per capire la cultura e l’atteggiamento degli artisti che operarono negli anni ’20 – ’30. Di fronte alla modernità che avanzava, alle metropoli che allungavano i loro tentacoli e si espandevano a vista d’occhio le reazioni furono molteplici: banalmente si va dall’esaltazioni dei “futuristi”, arrivando al senso di repulsione e di isolamento degli “espressionisti”, soprattutto quelli tedeschi. Döblin si inserisce appunto fra questi. Se in questo romanzo si vuole parlare di protagonisti ci si rende subito conto che più che Franz Biberkopf la vera protagonista è la città/Moloch : quella Berlino che irrompe nel testo, pronta a schiacciare il protagonista che, uscito dal carcere, passa dallo sbalordimento iniziale all’accettazione. Sarà proprio la città che determinerà la sua sorte: lei lo abbatte e lui si rialza tutte le volte, fino alla discesa nell’abisso della pazzia. Ma forse è proprio questo che ci dà fastidio della storia! Biberkopf non è un eroe, è il simbolo dell’uomo qualunque, anonimo e comune. Lui pensa di essere padrone del suo destino, di essere in grado di guidarlo e invece forze più grandi di lui, forze che hanno la potenza delle immagini bibliche, lo aggrediscono e lo annientano. La città : questa Babilonia dalle 7 teste, la “grande puttana”, e poi la Morte che avanza con la sua falce. E il ritornello si ripete ossessivo.……. Di fronte a questa prospettiva Döblin non può più essere un narratore in senso tradizionale ma diventare un “innovatore”. Con lui il romanzo tradizionale è morto! Lo scrittore non è più onnisciente, svanisce, non più regista ma “curatore del montaggio” delle varie parti della vicenda, un montatore che magari accompagna o sottolinea i vari pezzi con commenti o riflessioni, a dire il vero spesso stupefacenti o spiazzanti. La sua voce si è spezzata in tante voci diverse e in tanti punti di vista. Ed ecco allora lo sfoggio di stili e tecniche diverse : cinematografica, drammatica, documentaristica, lirica… Spesso il lettore si trova sommerso e frastornato da “ enumerazioni caotiche, scarti sintattici, rappresentazioni simboliche, frantumazione dei soggetti”, da reportage con inserzioni giornalistiche, slogan commerciali, canzonette alla moda. Il procedimento rende in tal modo faticosa la lettura di questo romanzo che è effettivamente troppo lungo, ma la ripetizione di tutti quegli elementi tecnicistici crea una specie di gorgo inarrestabile, che si rivela poi più forte della volontà del protagonista e a tratti anche della pazienza e del senso critico del lettore. L’autore si mette spesso sullo stesso piano del lettore, così come può essere un cantore “epico” ma senza l’onniscienza dio un romanziere dell’Ottocento. E dentro alla babele della grande metropoli berlinese Döblin accompagna il povero Biberkopf, attraverso tutte le sue avventure, i suoi propositi, gli orrori e le violenze che lo abbattono. La città sembra aver vinto, Franz dovrà vedere la Morte con i suoi occhi e ascoltare la sua canzone per prendere finalmente coscienza di sé: l’ultima pagina è chiarificatrice. Biberkopf, dal manicomio cui è stato ricoverato e dove ha cercato con tutti i mezzi di far valere l’ultimo atto di ribellione , cioè quello di voler “morire”, ritornato a Berlino, non ha più timore, si accorge di non essere solo, altri intorno a lui hanno gli stessi suoi problemi <<dappertutto, intorno a me, si combatte la mia battaglia>>. Anche nelle città si possono dunque intrecciare fili di solidarietà e di comunanza. Alla fine, dunque, dalla città, dalla tecnica, fagogitatrici delle vite umane, dal caos che ottenebra le coscienze proviene una lieve speranza, una luce che potrebbe illuminare tutti i molteplici fili che formano l’ordito e la trama della vita umana. Già il mio commento è piuttosto lungo ma non posso tacere che ci sono pagine di grande impatto, come quelle destinate alla descrizione dei lavori nella città (mi hanno fatto ricordare certi scritti di Marinetti!!!) o quella dell’organizzazione del lavoro nel mattatoio cittadino…
E’ il primo romanzo della serie dei Rougon-Macquart che annovera fior di opere, portatrici di grande fama all’autore , e che hanno tracciato veramente una storia importante nella letteratura europea del secolo. Zola, come scrive chiaramente nella prefazione di questo suo romanzo, vuole studiare “
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E’ il primo romanzo della serie dei Rougon-Macquart che annovera fior di opere, portatrici di grande fama all’autore , e che hanno tracciato veramente una storia importante nella letteratura europea del secolo. Zola, come scrive chiaramente nella prefazione di questo suo romanzo, vuole studiare “la legge scientifica dell’ereditarietà”, attraverso lo studio dei vari membri di una stessa famiglia. In questo modo mostrerà come essa condizioni lo sviluppo dei caratteri, che unitisi alle condizioni ambientali e sociali possono sfociare in azioni che ben si integrano e riflettono un particolare periodo storico della società francese. Quindi, attraverso la storia di questa famiglia, il lettore troverà una chiave di lettura della storia francese del secondo Impero! Dato per scontato l’inquadramento storico-culturale di Zola nel movimento del positivismo e del Naturalismo francese, in questo romanzo Zola si calerà in quei drammi profondi della vita dove si rivelano i grandi vizi e le grandi virtù. Farà emergere dai meandri della psiche dei suoi personaggi quelle caratteristiche che si perpetueranno poi nei discendenti. Ma la sua analisi non si limita solo alla figura degli uomini, bensì investe anche la natura, perché la vita è una somma di ingranaggi, di forze visibili ed invisibili. Vita fisica e vita psichica si compenetrano con il soffio vitale che proviene dalla natura e li compenetra. Bellissimi sono proprio in questo romanzo i momenti di intimità e di libertà che vivono i due più giovani e innocenti protagonisti : Silvère e Miette. Indimenticabili sono gli incontri notturni nel vecchio cimitero abbandonato, dove ancora i sussurri dei defunti sembrano sottolineare e spingere il loro amore, oppure i loro giochi innocenti tra le acque della Vionne, le loro passeggiate attraverso i boschi e le distese prative! Ma la storia avanza insieme alla morte, al dolore, alla pazzia. I deboli, gli idealisti, i puri come loro soccombono! Vincono i furbi, quelli senza scrupoli, che calpestano tutto e tutti pur di raggiungere i loro scopi o di risalire la scala sociale cui ambiscono!
Vita fuori tempo di Ivan Dolinar
Il libro, nello stesso tempo tragico e leggero, macabro ed ironico, narra sì la vita del protagonista Ivan ma le sue vicende sono talmente intrecciate con quelle storiche e drammatiche della sua terra che quelle pagine mi sono sembrate molto importanti e chiarificatrici di quella storia ancora oscu ... (continue)
Il libro, nello stesso tempo tragico e leggero, macabro ed ironico, narra sì la vita del protagonista Ivan ma le sue vicende sono talmente intrecciate con quelle storiche e drammatiche della sua terra che quelle pagine mi sono sembrate molto importanti e chiarificatrici di quella storia ancora oscura che ha scosso la ex Iugoslavia. Il merito., a mio parere, di Novakovich è quello di aver saputo raccontare con un certo distacco vicende anche molto crude e drammatiche. Forse questo distacco è dovuto al fatto che l’autore ha scritto il libro in inglese, lingua del paese, gli U.S.A. che lo ha accolto profugo a vent’anni. Ciò non toglie che quanto raccontato abbia una sua forte valenza storica. Ma è il protagonista Ivan l’eroe, anzi l’antieroe delle vicende. Un uomo tutto sommato inetto , debole, che viene costantemente sorpreso impreparato dagli avvenimenti, fuori tempo, spesso frainteso ma mai in grado di imporsi o di prendere una decisione definitiva. Un antieroe, insomma. Ma la storia non gli passa davanti, anzi lo coinvolge in strette e pericolose maglie, ora col campo di prigionia, ora con l’arruolamento forzato, lui croato, nell’esercito dei Serbi, la guerra civile, il passaggio involontario nell’esercito dei Croati, la cattura, la marcia forzata… e poi l’insperata salvezza. Su tutto si spande un umorismo tragico, nero con quell’ironia che forse serve a difendersi dalla tragedia della guerra civile o dal disadattamento di fronte alla realtà e alla storia. Tralascio il commento sul finale, veramente surreale, inaspettato ma certamente coerente con il personaggio. Una “estraneità” alla Pirandello forse, prendendo le opportune e doverose distanze dal grande maestro italiano.
Dux
Un breve ma accattivante scritto dell’impareggiabile Vassalli sugli ultimi anni di vita di quel mito storico che fu Giovanni Casanova. Niente di romanzesco o di inventato in queste poche pagine, bensì una ricostruzione precisa ed efficace, basata soprattutto su reali documenti, in particolare, epis ... (continue)
Un breve ma accattivante scritto dell’impareggiabile Vassalli sugli ultimi anni di vita di quel mito storico che fu Giovanni Casanova. Niente di romanzesco o di inventato in queste poche pagine, bensì una ricostruzione precisa ed efficace, basata soprattutto su reali documenti, in particolare, epistolari, lasciatici dallo stesso Casanova contro l’odiato maggiordomo Feltkircher, che tanto amareggiò le giornate da lui vissute nel castello di Dux, in Boemia. La lettura di questi fogli epistolari, in cui lo stesso Casanova registra le liti, le scaramucce, i dispetti, le provocazioni vere o false che siano ma che avviliscono ed amareggiano le sue giornate, mi hanno suscitato una certa malinconia. Un uomo come lui, che ha conosciuto e trattato con i più grandi uomini e donne della sua epoca, che ha vissuto avventure rocambolesche e amori memorabili, in quegli anni ha ancora la lucidità intellettuale e la forza di affrontare brillantemente qualsiasi argomento di conversazione, filosofico, letterario e politico. Invece si trova costretto a vivere insieme a gente meschina, intellettualmente inferiore ma che soprattutto non lo conosce, non parla la sua lingua e in parte lo disprezza! A volte le descrizioni di queste “liti”, di queste incomprensioni ha del tragicomico, ma Vassalli sa consegnarci un ritratto molto umano, anche spietato in certi momenti. In verità non sono forse solo le persone con le quali Casanova è costretto a vivere che lo offendono ma è il momento storico stesso. Il nuovo avanza, la rivoluzione è alle porte e per lui, uomo d’altri tempi, di altri sentimenti e di altre idee, non c’è più posto!!!
Infinite Jest
Ritengo che per me sia un’impresa veramente ardua elaborare anche un commento di minima per questo “poderoso” libro, che ha appassionato migliaia di lettori. I motivi sono molto vari e diversi ma il più importante è che una sola lettura non è assolutamente sufficiente per capire molta della logica ... (continue)
Ritengo che per me sia un’impresa veramente ardua elaborare anche un commento di minima per questo “poderoso” libro, che ha appassionato migliaia di lettori. I motivi sono molto vari e diversi ma il più importante è che una sola lettura non è assolutamente sufficiente per capire molta della logica che lega tra loro i vari personaggi. Si può banalmente fare un riassunto ( ma anche questo è piuttosto ostico!!), enumerando gli avvenimenti che interessano vari nuclei narrativi : per esempio l’ETA, cioè l’accademia del tennis, l’Ennet house, la casa per il recupero e il reinserimento dei tossicodipendenti, oppure l’AFR cioè gli Assassins en Feuteils Roulants, il sanguinoso e fanatico gruppo separatista quebechiano e via andare, ma tutto ciò banalizzerebbe enormemente il tessuto narrativo che Wallace ha sapientemente elaborato e che in maniera molto complessa ma anche estremamente logica si dipana attraverso le più di mille e pagine (senza dimenticare le note!!). Anche i personaggi sono moltissimi e non sempre sei pronto a riconoscere quel ragazzo o quella donna di cui hai già letto qualcosa magari un centinaio di pagine prima. Certo che , se dopo che hai terminata la lettura dell’ultima pagina e riprendi in mano i primi capitoli, ti accorgi che forse non hai capito molto di quello che hai letto o hai trascurato dei passaggi importanti. Io l’ho letto una sola volta e, per il momento, non è mia intenzione riprenderlo in mano, quindi il mio commento non può che essere molto modesto. Dunque devo dire che oltre alle numerose pagine noiosissime che ci sono , per esempio quelle che elencano la cinematografia di Incandenza, ce ne sono altre che sono veri capolavori di stile e vivacità. Mai letto descrizioni così vivide e brillanti di partite di tennis come quelle che qui sono raccolte. La partita di Eschaton poi è un capolavoro. Personaggi come Don Gately, o come Hal o come lo stesso Orin ti si evolvono tra le mani o meglio tra le pagine neanche fossimo in un “romanzo di formazione”. Ma il materiale è vasto e proteiforme, i temi trattati tutti interessanti e attuali: il tema della dipendenza da droghe o da alcool.., forse il più importante e centrale, quello della assoluta necessità di primeggiare, magari nel tennis(!), il lottare per un ideale politico, forse assolutamente incomprensibile, e poi soprattutto il dolore, la sofferenza, in famiglia, prima di tutto e poi nella società. Mai lette pagine più intense e umane sulla sofferenza disperata e sul desiderio di farla finita!! E forse molti argomenti toccano da vicino punti nevralgici della nostra società contemporanea, Chissà che in un futuro non ritenterò l’impresa!! Forse questo romanzo è come la cartuccia dell’Infinite Jest: crea dipendenza!!
Berlin Alexanderplatz
Libro difficile da decifrare, certamente datato per contenuti e tecniche, e lontano da essere un vero capolavoro, ma è indubbiamente un testo, non dico imprescindibile ma certamente molto significativo per capire la cultura e l’atteggiamento degli artisti che operarono negli anni ’20 – ’30. Di fro ... (
Libro difficile da decifrare, certamente datato per contenuti e tecniche, e lontano da essere un vero capolavoro, ma è indubbiamente un testo, non dico imprescindibile ma certamente molto significativo per capire la cultura e l’atteggiamento degli artisti che operarono negli anni ’20 – ’30. Di fronte alla modernità che avanzava, alle metropoli che allungavano i loro tentacoli e si espandevano a vista d’occhio le reazioni furono molteplici: banalmente si va dall’esaltazioni dei “futuristi”, arrivando al senso di repulsione e di isolamento degli “espressionisti”, soprattutto quelli tedeschi. Döblin si inserisce appunto fra questi. Se in questo romanzo si vuole parlare di protagonisti ci si rende subito conto che più che Franz Biberkopf la vera protagonista è la città/Moloch : quella Berlino che irrompe nel testo, pronta a schiacciare il protagonista che, uscito dal carcere, passa dallo sbalordimento iniziale all’accettazione. Sarà proprio la città che determinerà la sua sorte: lei lo abbatte e lui si rialza tutte le volte, fino alla discesa nell’abisso della pazzia. Ma forse è proprio questo che ci dà fastidio della storia! Biberkopf non è un eroe, è il simbolo dell’uomo qualunque, anonimo e comune. Lui pensa di essere padrone del suo destino, di essere in grado di guidarlo e invece forze più grandi di lui, forze che hanno la potenza delle immagini bibliche, lo aggrediscono e lo annientano. La città : questa Babilonia dalle 7 teste, la “grande puttana”, e poi la Morte che avanza con la sua falce. E il ritornello si ripete ossessivo.……. Di fronte a questa prospettiva Döblin non può più essere un narratore in senso tradizionale ma diventare un “innovatore”. Con lui il romanzo tradizionale è morto! Lo scrittore non è più onnisciente, svanisce, non più regista ma “curatore del montaggio” delle varie parti della vicenda, un montatore che magari accompagna o sottolinea i vari pezzi con commenti o riflessioni, a dire il vero spesso stupefacenti o spiazzanti. La sua voce si è spezzata in tante voci diverse e in tanti punti di vista. Ed ecco allora lo sfoggio di stili e tecniche diverse : cinematografica, drammatica, documentaristica, lirica… Spesso il lettore si trova sommerso e frastornato da “ enumerazioni caotiche, scarti sintattici, rappresentazioni simboliche, frantumazione dei soggetti”, da reportage con inserzioni giornalistiche, slogan commerciali, canzonette alla moda. Il procedimento rende in tal modo faticosa la lettura di questo romanzo che è effettivamente troppo lungo, ma la ripetizione di tutti quegli elementi tecnicistici crea una specie di gorgo inarrestabile, che si rivela poi più forte della volontà del protagonista e a tratti anche della pazienza e del senso critico del lettore. L’autore si mette spesso sullo stesso piano del lettore, così come può essere un cantore “epico” ma senza l’onniscienza dio un romanziere dell’Ottocento. E dentro alla babele della grande metropoli berlinese Döblin accompagna il povero Biberkopf, attraverso tutte le sue avventure, i suoi propositi, gli orrori e le violenze che lo abbattono. La città sembra aver vinto, Franz dovrà vedere la Morte con i suoi occhi e ascoltare la sua canzone per prendere finalmente coscienza di sé: l’ultima pagina è chiarificatrice. Biberkopf, dal manicomio cui è stato ricoverato e dove ha cercato con tutti i mezzi di far valere l’ultimo atto di ribellione , cioè quello di voler “morire”, ritornato a Berlino, non ha più timore, si accorge di non essere solo, altri intorno a lui hanno gli stessi suoi problemi <<dappertutto, intorno a me, si combatte la mia battaglia>>. Anche nelle città si possono dunque intrecciare fili di solidarietà e di comunanza. Alla fine, dunque, dalla città, dalla tecnica, fagogitatrici delle vite umane, dal caos che ottenebra le coscienze proviene una lieve speranza, una luce che potrebbe illuminare tutti i molteplici fili che formano l’ordito e la trama della vita umana. Già il mio commento è piuttosto lungo ma non posso tacere che ci sono pagine di grande impatto, come quelle destinate alla descrizione dei lavori nella città (mi hanno fatto ricordare certi scritti di Marinetti!!!) o quella dell’organizzazione del lavoro nel mattatoio cittadino…
La fortuna dei Rougon
E’ il primo romanzo della serie dei Rougon-Macquart che annovera fior di opere, portatrici di grande fama all’autore , e che hanno tracciato veramente una storia importante nella letteratura europea del secolo. Zola, come scrive chiaramente nella prefazione di questo suo romanzo, vuole studiare “ ... (continue)
E’ il primo romanzo della serie dei Rougon-Macquart che annovera fior di opere, portatrici di grande fama all’autore , e che hanno tracciato veramente una storia importante nella letteratura europea del secolo. Zola, come scrive chiaramente nella prefazione di questo suo romanzo, vuole studiare “la legge scientifica dell’ereditarietà”, attraverso lo studio dei vari membri di una stessa famiglia. In questo modo mostrerà come essa condizioni lo sviluppo dei caratteri, che unitisi alle condizioni ambientali e sociali possono sfociare in azioni che ben si integrano e riflettono un particolare periodo storico della società francese. Quindi, attraverso la storia di questa famiglia, il lettore troverà una chiave di lettura della storia francese del secondo Impero! Dato per scontato l’inquadramento storico-culturale di Zola nel movimento del positivismo e del Naturalismo francese, in questo romanzo Zola si calerà in quei drammi profondi della vita dove si rivelano i grandi vizi e le grandi virtù. Farà emergere dai meandri della psiche dei suoi personaggi quelle caratteristiche che si perpetueranno poi nei discendenti. Ma la sua analisi non si limita solo alla figura degli uomini, bensì investe anche la natura, perché la vita è una somma di ingranaggi, di forze visibili ed invisibili. Vita fisica e vita psichica si compenetrano con il soffio vitale che proviene dalla natura e li compenetra. Bellissimi sono proprio in questo romanzo i momenti di intimità e di libertà che vivono i due più giovani e innocenti protagonisti : Silvère e Miette. Indimenticabili sono gli incontri notturni nel vecchio cimitero abbandonato, dove ancora i sussurri dei defunti sembrano sottolineare e spingere il loro amore, oppure i loro giochi innocenti tra le acque della Vionne, le loro passeggiate attraverso i boschi e le distese prative! Ma la storia avanza insieme alla morte, al dolore, alla pazzia. I deboli, gli idealisti, i puri come loro soccombono! Vincono i furbi, quelli senza scrupoli, che calpestano tutto e tutti pur di raggiungere i loro scopi o di risalire la scala sociale cui ambiscono!