“Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata dai genii; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. On l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole” (cap. 6). “A una cert
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“Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata dai genii; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. On l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole” (cap. 6). “A una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili. Anche tu, colonnello, un giorno, dovevi essere diverso” (cap. 12).
Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, il prendere a modello la purezza e l’innocenza dei bimbi per guardare, leggere e vivere il mondo scevri da corruzioni e sovrastrutture, è una faccia fondamentale di questo bellissimo racconto. Ed è proprio con gli occhi dei bimbi che Buzzati sembra suggerirci di avvicinarci alla natura, il personaggio principale di questa storia, e di ammirarla, scoprirla e saperne ascoltare il suo urlo anche disperato con cui chiede quanto di cui ogni essere vivente ha diritto: libertà e rispetto. Solo una grande amante delle montagne e della Natura in genere come questo immenso scrittore poteva concepire una parabola così efficace e universale.
Cerco di non farmi condizionare dalla prematura morte di Pancake e dalla tentazione di valutare le potenzialità che negli anni questo autore avrebbe potuto esprimere e che in “Trilobiti” soltanto si intravedono, sebbene con chiarezza. Di Pancake mi son piaciuti l’incisività del suo scrivere, l’eleg
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Cerco di non farmi condizionare dalla prematura morte di Pancake e dalla tentazione di valutare le potenzialità che negli anni questo autore avrebbe potuto esprimere e che in “Trilobiti” soltanto si intravedono, sebbene con chiarezza. Di Pancake mi son piaciuti l’incisività del suo scrivere, l’eleganza e l’efficacia delle descrizioni, la ricerca precisa del dettaglio, la capacità di rendere la natura che fa da cornice all’ambientazione assolutamente simbiotica con i personaggi che popolano le sue storie. Di Pancake non mi è piaciuta la monotonia della narrazione, delle atmosfere descritte, delle storie (spesso non-storie) e dei personaggi, il color grigio-seppia che appiattisce ogni racconto, l’acerbità con cui emerge il suo disincanto esistenzialista. Il dolore che trasuda dai suoi racconti, racconti amari e “senza speranze”, come affermano alcuni, sa di acerbo e post adolescenziale. Colpisce comunque la crudezza, la violenza nonché una certa grettezza del contesto rurale e un po’ proletario in cui, anche claustrofobicamente, sono inseriti i protagonisti: di tale contesto risultano ingabbiati e con rassegnazione lo accettano. Quasi, con disarmo, non si cerca un’alternativa o una fuga: forse in questo risiede il motivo del supposto suicidio dell’autore?
Il mio amico Fiorenzo ha circa trent’anni, progetta ponteggi, ha smesso di fare teatro, partorisce oniriche incisioni su lastra e trascorre i fine settimana dormendo nei più disparati ostelli d’Europa. Le sue mail, i suoi sms e le sue riflessioni sono, alternativamente o in variabilissimo cocktail,
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Il mio amico Fiorenzo ha circa trent’anni, progetta ponteggi, ha smesso di fare teatro, partorisce oniriche incisioni su lastra e trascorre i fine settimana dormendo nei più disparati ostelli d’Europa. Le sue mail, i suoi sms e le sue riflessioni sono, alternativamente o in variabilissimo cocktail, quanto di più immaginifico, surreale, poetico , metafisico, terragno io abbia potuto riscontrare in un essere umano. Spesso non si capisce cosa affermi, ma si intuisce tra le righe un mondo giocoso, affascinante, malinconico ed un po’ ingenuo che solo i bambini riescono sorprendentemente a proporci. Ecco, se non hai cuore, immaginazione e senso ludico, non puoi capire Fiorenzo. Se rinunci a un tocco di pragmatismo e quotidianità, non puoi non amarlo. Molte pagine di “La pesca della trota in America” potrebbe averle scritte Fiorenzo (che, in magro e con un cappellaccio in testa che non ha, potrebbe anche ricordare Brautigan). Alcuni capitoli (ognuno dei quali sono dei veri e propri siparietti) sono geniali, comici, gradevoli. Nella continuità mi stufa come mi stufano tutte le opere letterarie della Beat Generation. Ma nell’insieme resta la netta percezione di un qualcosa che va al di là dell’anticonvenzionalità in sé e la convinzione di una sincerità di fondo che in altri suoi colleghi della stessa corrente non sono riuscito a cogliere. Nella totale surrealità, spicca comunque un’attenta osservazione della civiltà in cui Brautigan era inserito, portandoci in maniera indiretta e metaforica alla riflessione e alla critica.
Testo crudele e violento in cui si mette in scena il potere, inteso come il primato delle istituzioni sull’individuo, vittima di sopraffazioni e inganni. Il contenuto è ispirato da Kafka, la scrittura drammaturgica è una splendida sintesi tra l’incisiva essenzialità di Pinter e la surreale amara ir
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Testo crudele e violento in cui si mette in scena il potere, inteso come il primato delle istituzioni sull’individuo, vittima di sopraffazioni e inganni. Il contenuto è ispirato da Kafka, la scrittura drammaturgica è una splendida sintesi tra l’incisiva essenzialità di Pinter e la surreale amara ironia di Beckett. Vidi la messa in scena de “La Busta” un paio d’anni fa (a cura dello stesso Scimone insieme all’inseparabile Sframeli) e mi piacque. La lettura del copione però riesce addirittura a vincere in efficacia e profondità. Scimone, credo, sia uno dei massimi esempi viventi di scrittore di teatro.
Raccolta di tredici racconti di dolente solitudine di persone (ebree) comuni alla ricerca vaga e indefinita di una via d’uscita dal proprio stallo. Ho apprezzato maggiormente il Malamud dei romanzi rispetto a questo delle short stories (pur di qualità notevole), tuttavia sono stato molto colpito da
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Raccolta di tredici racconti di dolente solitudine di persone (ebree) comuni alla ricerca vaga e indefinita di una via d’uscita dal proprio stallo. Ho apprezzato maggiormente il Malamud dei romanzi rispetto a questo delle short stories (pur di qualità notevole), tuttavia sono stato molto colpito da due aspetti. Il primo concerne lo stile, che lascia la storia sempre sospesa rispetto alla realtà. Pur descrivendo situazioni quotidiane, lo scrittore mantiene un distacco glaciale facendo esprimere i propri personaggi quasi come si trovassero sul set di un film di Kaurismaki col risultato di portare il lettore sempre verso uno stato di vera e propria ansia. Il secondo aspetto deriva dall’ambientazione di più situazioni in località italiane e dallo scostarsi dagli stereotipi tipici del Bel Paese, tutto simpatia giovialità e spensieratezza. Qui luoghi e persone rispecchiano l’Italia d’oggi, un paese cupo e inospitale, dove tutto è complicato e nel tuo vicino si può sempre nascondere l’anima viscida e subdola dell’insidia.
Il segreto del Bosco Vecchio
“Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata dai genii; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. On l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole” (cap. 6).continue)
“A una cert ... (
“Solo i bimbi, ancor liberi da pregiudizi, si accorgevano che la foresta era popolata dai genii; e ne parlavano spesso, benché ne avessero una conoscenza molto sommaria. On l’andar degli anni però anch’essi cambiavano d’avviso, lasciandosi imbevere dai genitori di stolte fole” (cap. 6).
“A una certa età tutti voi, uomini, cambiate. Non rimane più niente di quello che eravate da piccoli. Diventate irriconoscibili. Anche tu, colonnello, un giorno, dovevi essere diverso” (cap. 12).
Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, il prendere a modello la purezza e l’innocenza dei bimbi per guardare, leggere e vivere il mondo scevri da corruzioni e sovrastrutture, è una faccia fondamentale di questo bellissimo racconto. Ed è proprio con gli occhi dei bimbi che Buzzati sembra suggerirci di avvicinarci alla natura, il personaggio principale di questa storia, e di ammirarla, scoprirla e saperne ascoltare il suo urlo anche disperato con cui chiede quanto di cui ogni essere vivente ha diritto: libertà e rispetto.
Solo una grande amante delle montagne e della Natura in genere come questo immenso scrittore poteva concepire una parabola così efficace e universale.
Trilobiti
Cerco di non farmi condizionare dalla prematura morte di Pancake e dalla tentazione di valutare le potenzialità che negli anni questo autore avrebbe potuto esprimere e che in “Trilobiti” soltanto si intravedono, sebbene con chiarezza.continue)
Di Pancake mi son piaciuti l’incisività del suo scrivere, l’eleg ... (
Cerco di non farmi condizionare dalla prematura morte di Pancake e dalla tentazione di valutare le potenzialità che negli anni questo autore avrebbe potuto esprimere e che in “Trilobiti” soltanto si intravedono, sebbene con chiarezza.
Di Pancake mi son piaciuti l’incisività del suo scrivere, l’eleganza e l’efficacia delle descrizioni, la ricerca precisa del dettaglio, la capacità di rendere la natura che fa da cornice all’ambientazione assolutamente simbiotica con i personaggi che popolano le sue storie.
Di Pancake non mi è piaciuta la monotonia della narrazione, delle atmosfere descritte, delle storie (spesso non-storie) e dei personaggi, il color grigio-seppia che appiattisce ogni racconto, l’acerbità con cui emerge il suo disincanto esistenzialista.
Il dolore che trasuda dai suoi racconti, racconti amari e “senza speranze”, come affermano alcuni, sa di acerbo e post adolescenziale. Colpisce comunque la crudezza, la violenza nonché una certa grettezza del contesto rurale e un po’ proletario in cui, anche claustrofobicamente, sono inseriti i protagonisti: di tale contesto risultano ingabbiati e con rassegnazione lo accettano. Quasi, con disarmo, non si cerca un’alternativa o una fuga: forse in questo risiede il motivo del supposto suicidio dell’autore?
Pesca alla trota in America
Il mio amico Fiorenzo ha circa trent’anni, progetta ponteggi, ha smesso di fare teatro, partorisce oniriche incisioni su lastra e trascorre i fine settimana dormendo nei più disparati ostelli d’Europa. Le sue mail, i suoi sms e le sue riflessioni sono, alternativamente o in variabilissimo cocktail, ... (continue)
Il mio amico Fiorenzo ha circa trent’anni, progetta ponteggi, ha smesso di fare teatro, partorisce oniriche incisioni su lastra e trascorre i fine settimana dormendo nei più disparati ostelli d’Europa. Le sue mail, i suoi sms e le sue riflessioni sono, alternativamente o in variabilissimo cocktail, quanto di più immaginifico, surreale, poetico , metafisico, terragno io abbia potuto riscontrare in un essere umano. Spesso non si capisce cosa affermi, ma si intuisce tra le righe un mondo giocoso, affascinante, malinconico ed un po’ ingenuo che solo i bambini riescono sorprendentemente a proporci. Ecco, se non hai cuore, immaginazione e senso ludico, non puoi capire Fiorenzo. Se rinunci a un tocco di pragmatismo e quotidianità, non puoi non amarlo.
Molte pagine di “La pesca della trota in America” potrebbe averle scritte Fiorenzo (che, in magro e con un cappellaccio in testa che non ha, potrebbe anche ricordare Brautigan). Alcuni capitoli (ognuno dei quali sono dei veri e propri siparietti) sono geniali, comici, gradevoli. Nella continuità mi stufa come mi stufano tutte le opere letterarie della Beat Generation. Ma nell’insieme resta la netta percezione di un qualcosa che va al di là dell’anticonvenzionalità in sé e la convinzione di una sincerità di fondo che in altri suoi colleghi della stessa corrente non sono riuscito a cogliere. Nella totale surrealità, spicca comunque un’attenta osservazione della civiltà in cui Brautigan era inserito, portandoci in maniera indiretta e metaforica alla riflessione e alla critica.
La busta
Testo crudele e violento in cui si mette in scena il potere, inteso come il primato delle istituzioni sull’individuo, vittima di sopraffazioni e inganni.continue)
Il contenuto è ispirato da Kafka, la scrittura drammaturgica è una splendida sintesi tra l’incisiva essenzialità di Pinter e la surreale amara ir ... (
Testo crudele e violento in cui si mette in scena il potere, inteso come il primato delle istituzioni sull’individuo, vittima di sopraffazioni e inganni.
Il contenuto è ispirato da Kafka, la scrittura drammaturgica è una splendida sintesi tra l’incisiva essenzialità di Pinter e la surreale amara ironia di Beckett.
Vidi la messa in scena de “La Busta” un paio d’anni fa (a cura dello stesso Scimone insieme all’inseparabile Sframeli) e mi piacque. La lettura del copione però riesce addirittura a vincere in efficacia e profondità. Scimone, credo, sia uno dei massimi esempi viventi di scrittore di teatro.
Il barile magico
Raccolta di tredici racconti di dolente solitudine di persone (ebree) comuni alla ricerca vaga e indefinita di una via d’uscita dal proprio stallo.continue)
Ho apprezzato maggiormente il Malamud dei romanzi rispetto a questo delle short stories (pur di qualità notevole), tuttavia sono stato molto colpito da ... (
Raccolta di tredici racconti di dolente solitudine di persone (ebree) comuni alla ricerca vaga e indefinita di una via d’uscita dal proprio stallo.
Ho apprezzato maggiormente il Malamud dei romanzi rispetto a questo delle short stories (pur di qualità notevole), tuttavia sono stato molto colpito da due aspetti. Il primo concerne lo stile, che lascia la storia sempre sospesa rispetto alla realtà. Pur descrivendo situazioni quotidiane, lo scrittore mantiene un distacco glaciale facendo esprimere i propri personaggi quasi come si trovassero sul set di un film di Kaurismaki col risultato di portare il lettore sempre verso uno stato di vera e propria ansia.
Il secondo aspetto deriva dall’ambientazione di più situazioni in località italiane e dallo scostarsi dagli stereotipi tipici del Bel Paese, tutto simpatia giovialità e spensieratezza. Qui luoghi e persone rispecchiano l’Italia d’oggi, un paese cupo e inospitale, dove tutto è complicato e nel tuo vicino si può sempre nascondere l’anima viscida e subdola dell’insidia.