Raccontini carini-ini. Ma la vera cifra cialtrona del libro è nell'aver scelto di aggiungere alla fine della raccolta un racconto di David Foster Wallace, tratto da "La Scopa del Sistema", con la semplice dicitura Extra Fandango. Quindi? Cosa significa? DFW è il mio maestro? Maestro lontano e irragg
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Raccontini carini-ini. Ma la vera cifra cialtrona del libro è nell'aver scelto di aggiungere alla fine della raccolta un racconto di David Foster Wallace, tratto da "La Scopa del Sistema", con la semplice dicitura Extra Fandango. Quindi? Cosa significa? DFW è il mio maestro? Maestro lontano e irraggiungibile, a leggere il risultato. Oppure: Veronesi = DFW? Non mi stupirebbe, data l'evidente e compiaciuta egolatria dell'autore, discernibile in ogni dove nella sua prosa. Oppure: noi della Fandango siamo bravi, ché abbiamo pubblicato per primi Wallace? Questo è vero. Ma, ugualmente, cosa c'entra con i raccontini di Veronesi? Anche se è un titolo di merito, non è mica un bollino di garanzia qualità per tutta la propria produzione, l'aver pubblicato per primi Wallace. Si capisce che è un bullarsi di qualcosa, ma non si capisce di che cosa. Inoltre, citare l'origine bibliografica di ogni racconto sarebbe stato interessante (alcuni sono nati occasionalmente, come quello sull'accendino). Ma anche qui, si è preferito la sciatteria, l'insincerità, la leggerezza allusiva del nulla.
Comincia bene con un assassinio in piena regola e un caso di hoax letterario. Poi, di pagina in pagina, la noia, per la poca originalità e la faciloneria delle trovate narrative (Aomame = Lisbeth Salander, il titolo del primo volume di Stieg Larsson è anche citato; l'ossessione di Tengo per le tette
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Comincia bene con un assassinio in piena regola e un caso di hoax letterario. Poi, di pagina in pagina, la noia, per la poca originalità e la faciloneria delle trovate narrative (Aomame = Lisbeth Salander, il titolo del primo volume di Stieg Larsson è anche citato; l'ossessione di Tengo per le tette della minorenne, le trovatine fantasy infantili, i riempitivi - riassumendo Cechov o altro -, le ripetizioni senza aggiungere nulla). Alla fine mi sono sentita un po' umiliata, come lettrice, trattata da target di Twilight.
Se uno scrittore fa lo scrittore di professione, è normale che uno dei suoi pensieri dominanti sia: "E adesso che cosa scrivo?" Altrettanto normale, la voglia di smettere di lavorare o di andare in pensione, come un qualunque impiegato.
Questa è la storia. Poi Baricco ci mette quello che gli passa
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Se uno scrittore fa lo scrittore di professione, è normale che uno dei suoi pensieri dominanti sia: "E adesso che cosa scrivo?" Altrettanto normale, la voglia di smettere di lavorare o di andare in pensione, come un qualunque impiegato.
Questa è la storia. Poi Baricco ci mette quello che gli passa per la testa, il riferimento al Bartleby di Melville (vedi Oceano Mare), quindi lo scrittore farà il copista, no, farà il ritrattista, meglio, il ghostwriter, ah sì! allora mettiamoci anche un fantasma. Condiamo con il solito: un po' di sesso però evanescente, un po' di sentimento però malinconico.
Ok, ok. Ma ci sono cose che, non so, cose che non vanno. Per esempio, che brutto se c'è un enigma (per quanto piccolo e di poco interesse), e l'enigma, il lettore l'ha risolto prima del personaggio (ti rovina la scena in cui il personaggio ha la rivelazione). Oppure l'uso ripetuto della parola "eleganza" e derivati: non è elegante voler essere elegante. Poi, ci dovrebbe essere eleganza anche nei dettagli: che razza di gusto è voler comprare "un cavallo di una giostra del Settecento" per arredare il proprio studio! Ma comprati un flipper vintage e uno smeg pastello, che fai più colpo sulle tipe.
In realtà c'è un'assenza di umorismo e di distanza al punto di dare precise e "acritiche" indicazioni di "buon gusto": lo scrittore in cita Roth, scompare e si nasconde nell'anonimato di una località spagnola remota (come Houellebecq), ascolta Billie Holiday, legge Bolaño, il Discorso del Metodo e Paperino (però solo nell'originale versione di Carl Barks), non usa mai internet (per cui a un personaggio che cerca l'origine di un testo non viene nemmeno in mente google, bensì va a rompere le scatole a un inverosimile studioso-che-sa-tutto).
Infine ci sono le frasette a effetto (da slogan pubblicitari o semplici luoghi comuni) come: "la dolcezza semplice di un momento pulito" (p. 77), "siamo un sacco di cose, noi, e tutte insieme" (p. 156), "morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare" (p 56).
Ci sono due brutte cose di cui questo libro è totale sintomo:
1) hai delle idee a tavolino (esempio: scrivi una versione contemporanea della trama giovane-fanciulla-per-bene-deve-sistemarsi, chi-sposerà-tra-i-pretendenti, e la fai meta, la trama, ovvero la fanciulla in questione sta proprio scriven
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Ci sono due brutte cose di cui questo libro è totale sintomo:
1) hai delle idee a tavolino (esempio: scrivi una versione contemporanea della trama giovane-fanciulla-per-bene-deve-sistemarsi, chi-sposerà-tra-i-pretendenti, e la fai meta, la trama, ovvero la fanciulla in questione sta proprio scrivendo una tesi su quel tipo di trama), sono anche buone idee, ma, siccome dev'essere leggibile e comprensibile da tutti, il risultato è un bignami scheletrico e pure noioso perché ti dilunghi (con gran gomitate fastidiose "lettore, hai capito? hai capito bene quello che sto facendo?");
2) hai problemi di autostima e hai individuato il maschio alfa in un collega suicidatosi non molto tempo fa? ecco, non è invece una buona idea rivangare il livore e darti la vittoria facile, pur cercando di nascondere l'osceno trionfalismo ("ce l'ho fatta e tu no, gnegné").
Nelle duecento pagine lasciate in ordine con l'indicazione "Anticipo L[ittle] B[rown]?", non si sa, per adesso, cosa ci fosse (forse il lungo capitolo in cui un personaggio, Chris Fogle, racconta la sua vita negli anni Settanta, e come ha avuto la rivelazione dell’agente esattoriale quale vocazione)
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Nelle duecento pagine lasciate in ordine con l'indicazione "Anticipo L[ittle] B[rown]?", non si sa, per adesso, cosa ci fosse (forse il lungo capitolo in cui un personaggio, Chris Fogle, racconta la sua vita negli anni Settanta, e come ha avuto la rivelazione dell’agente esattoriale quale vocazione). Invece, si sa che in una fase dell’editing, si partiva con un capitolo da "gimmick lit" (come Wallace chiamava la letteratura à la Oulipo) che doveva stare al posto del disclaimer ("tutti i personaggi sono fittizi" ecc.) in cui un certo David Foster Wallace distillava il suo punto di vista sull'autobiografia come genere, fornendo allo stesso tempo un suo background autobiografico, una variante sul tema dell'impostura - tema d'altronde già tragicamente trattato in Good Old Neon.
Poi Michael Pietsch ha invece scelto un altro inizio (tra quelli indicati in margine). Una scelta sulla quale, nel mio piccolo, troverei da ridire.
L'altra idea, davvero fantastica, è stata quella della burocrazia tributaria come mondo narrativo. Non ci si annoia un istante a sentire gli aneddoti sulle tasse, tutt’altro. D’altronde, sin dal ’96, all’indomani dall’uscita di Infinite Jest, già Wallace stava preparandosi a seguire corsi di ragioneria e a intrattenere corrispondenze con gente addentro, gente capace di scrivere, a proposito di un comma del codice fiscale americano, cose come: “I find that although I can never quite understand what it says, after I read it several times and concentrate, I can actually get into a kind of weird Zen-type meditation high! (Then again sometimes it provokes a profound anxiety attack.)”
The Pale King somiglia a un Infinite Jest monco: invece di svolgersi qualche anno più in là, si svolge qualche anno più in qua, c'è una serie di personaggi disparati le cui storie si intrecciano, sta per succedere qualcosa ma non succede, ecc. Sarà dovuto all'editing, forse al fatto che quando qualcosa ti è venuto bene, tendi a replicarlo (ma questo forse è stato, alla lunga, un problemone).
La vedo così: è la seconda parte di un dittico, il cui primo elemento raccontava come gli uomini, per sconfiggere la noia, si rendevano schiavi dell’entertainment. Ora, l’antefatto: il mondo dominato dalla noia. Con sempre in mezzo Reagan (era Gentle in IJ; qui è l’elaboratore della riforma fiscale del 1985, al centro dei Reaganomics).
Baci scagliati altrove
Raccontini carini-ini. Ma la vera cifra cialtrona del libro è nell'aver scelto di aggiungere alla fine della raccolta un racconto di David Foster Wallace, tratto da "La Scopa del Sistema", con la semplice dicitura Extra Fandango. Quindi? Cosa significa? DFW è il mio maestro? Maestro lontano e irragg ... (continue)
Raccontini carini-ini. Ma la vera cifra cialtrona del libro è nell'aver scelto di aggiungere alla fine della raccolta un racconto di David Foster Wallace, tratto da "La Scopa del Sistema", con la semplice dicitura Extra Fandango. Quindi? Cosa significa? DFW è il mio maestro? Maestro lontano e irraggiungibile, a leggere il risultato. Oppure: Veronesi = DFW? Non mi stupirebbe, data l'evidente e compiaciuta egolatria dell'autore, discernibile in ogni dove nella sua prosa. Oppure: noi della Fandango siamo bravi, ché abbiamo pubblicato per primi Wallace? Questo è vero. Ma, ugualmente, cosa c'entra con i raccontini di Veronesi? Anche se è un titolo di merito, non è mica un bollino di garanzia qualità per tutta la propria produzione, l'aver pubblicato per primi Wallace.
Si capisce che è un bullarsi di qualcosa, ma non si capisce di che cosa. Inoltre, citare l'origine bibliografica di ogni racconto sarebbe stato interessante (alcuni sono nati occasionalmente, come quello sull'accendino). Ma anche qui, si è preferito la sciatteria, l'insincerità, la leggerezza allusiva del nulla.
1Q84
***This comment contains spoilers! ***
Comincia bene con un assassinio in piena regola e un caso di hoax letterario. Poi, di pagina in pagina, la noia, per la poca originalità e la faciloneria delle trovate narrative (Aomame = Lisbeth Salander, il titolo del primo volume di Stieg Larsson è anche citato; l'ossessione di Tengo per le tette ... (continue)
Comincia bene con un assassinio in piena regola e un caso di hoax letterario. Poi, di pagina in pagina, la noia, per la poca originalità e la faciloneria delle trovate narrative (Aomame = Lisbeth Salander, il titolo del primo volume di Stieg Larsson è anche citato; l'ossessione di Tengo per le tette della minorenne, le trovatine fantasy infantili, i riempitivi - riassumendo Cechov o altro -, le ripetizioni senza aggiungere nulla). Alla fine mi sono sentita un po' umiliata, come lettrice, trattata da target di Twilight.
Mr Gwyn
Se uno scrittore fa lo scrittore di professione, è normale che uno dei suoi pensieri dominanti sia: "E adesso che cosa scrivo?" Altrettanto normale, la voglia di smettere di lavorare o di andare in pensione, come un qualunque impiegato.
Questa è la storia. Poi Baricco ci mette quello che gli passa ... (continue)
Se uno scrittore fa lo scrittore di professione, è normale che uno dei suoi pensieri dominanti sia: "E adesso che cosa scrivo?" Altrettanto normale, la voglia di smettere di lavorare o di andare in pensione, come un qualunque impiegato.
Questa è la storia. Poi Baricco ci mette quello che gli passa per la testa, il riferimento al Bartleby di Melville (vedi Oceano Mare), quindi lo scrittore farà il copista, no, farà il ritrattista, meglio, il ghostwriter, ah sì! allora mettiamoci anche un fantasma. Condiamo con il solito: un po' di sesso però evanescente, un po' di sentimento però malinconico.
Ok, ok. Ma ci sono cose che, non so, cose che non vanno. Per esempio, che brutto se c'è un enigma (per quanto piccolo e di poco interesse), e l'enigma, il lettore l'ha risolto prima del personaggio (ti rovina la scena in cui il personaggio ha la rivelazione). Oppure l'uso ripetuto della parola "eleganza" e derivati: non è elegante voler essere elegante. Poi, ci dovrebbe essere eleganza anche nei dettagli: che razza di gusto è voler comprare "un cavallo di una giostra del Settecento" per arredare il proprio studio! Ma comprati un flipper vintage e uno smeg pastello, che fai più colpo sulle tipe.
In realtà c'è un'assenza di umorismo e di distanza al punto di dare precise e "acritiche" indicazioni di "buon gusto": lo scrittore in cita Roth, scompare e si nasconde nell'anonimato di una località spagnola remota (come Houellebecq), ascolta Billie Holiday, legge Bolaño, il Discorso del Metodo e Paperino (però solo nell'originale versione di Carl Barks), non usa mai internet (per cui a un personaggio che cerca l'origine di un testo non viene nemmeno in mente google, bensì va a rompere le scatole a un inverosimile studioso-che-sa-tutto).
Infine ci sono le frasette a effetto (da slogan pubblicitari o semplici luoghi comuni) come: "la dolcezza semplice di un momento pulito" (p. 77), "siamo un sacco di cose, noi, e tutte insieme" (p. 156), "morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare" (p 56).
The Marriage Plot
Ci sono due brutte cose di cui questo libro è totale sintomo:
1) hai delle idee a tavolino (esempio: scrivi una versione contemporanea della trama giovane-fanciulla-per-bene-deve-sistemarsi, chi-sposerà-tra-i-pretendenti, e la fai meta, la trama, ovvero la fanciulla in questione sta proprio scriven ... (continue)
Ci sono due brutte cose di cui questo libro è totale sintomo:
1) hai delle idee a tavolino (esempio: scrivi una versione contemporanea della trama giovane-fanciulla-per-bene-deve-sistemarsi, chi-sposerà-tra-i-pretendenti, e la fai meta, la trama, ovvero la fanciulla in questione sta proprio scrivendo una tesi su quel tipo di trama), sono anche buone idee, ma, siccome dev'essere leggibile e comprensibile da tutti, il risultato è un bignami scheletrico e pure noioso perché ti dilunghi (con gran gomitate fastidiose "lettore, hai capito? hai capito bene quello che sto facendo?");
2) hai problemi di autostima e hai individuato il maschio alfa in un collega suicidatosi non molto tempo fa? ecco, non è invece una buona idea rivangare il livore e darti la vittoria facile, pur cercando di nascondere l'osceno trionfalismo ("ce l'ho fatta e tu no, gnegné").
The Pale King
Nelle duecento pagine lasciate in ordine con l'indicazione "Anticipo L[ittle] B[rown]?", non si sa, per adesso, cosa ci fosse (forse il lungo capitolo in cui un personaggio, Chris Fogle, racconta la sua vita negli anni Settanta, e come ha avuto la rivelazione dell’agente esattoriale quale vocazione) ... (continue)
Nelle duecento pagine lasciate in ordine con l'indicazione "Anticipo L[ittle] B[rown]?", non si sa, per adesso, cosa ci fosse (forse il lungo capitolo in cui un personaggio, Chris Fogle, racconta la sua vita negli anni Settanta, e come ha avuto la rivelazione dell’agente esattoriale quale vocazione). Invece, si sa che in una fase dell’editing, si partiva con un capitolo da "gimmick lit" (come Wallace chiamava la letteratura à la Oulipo) che doveva stare al posto del disclaimer ("tutti i personaggi sono fittizi" ecc.) in cui un certo David Foster Wallace distillava il suo punto di vista sull'autobiografia come genere, fornendo allo stesso tempo un suo background autobiografico, una variante sul tema dell'impostura - tema d'altronde già tragicamente trattato in Good Old Neon.
Poi Michael Pietsch ha invece scelto un altro inizio (tra quelli indicati in margine). Una scelta sulla quale, nel mio piccolo, troverei da ridire.
L'altra idea, davvero fantastica, è stata quella della burocrazia tributaria come mondo narrativo. Non ci si annoia un istante a sentire gli aneddoti sulle tasse, tutt’altro. D’altronde, sin dal ’96, all’indomani dall’uscita di Infinite Jest, già Wallace stava preparandosi a seguire corsi di ragioneria e a intrattenere corrispondenze con gente addentro, gente capace di scrivere, a proposito di un comma del codice fiscale americano, cose come: “I find that although I can never quite understand what it says, after I read it several times and concentrate, I can actually get into a kind of weird Zen-type meditation high! (Then again sometimes it provokes a profound anxiety attack.)”
The Pale King somiglia a un Infinite Jest monco: invece di svolgersi qualche anno più in là, si svolge qualche anno più in qua, c'è una serie di personaggi disparati le cui storie si intrecciano, sta per succedere qualcosa ma non succede, ecc. Sarà dovuto all'editing, forse al fatto che quando qualcosa ti è venuto bene, tendi a replicarlo (ma questo forse è stato, alla lunga, un problemone).
La vedo così: è la seconda parte di un dittico, il cui primo elemento raccontava come gli uomini, per sconfiggere la noia, si rendevano schiavi dell’entertainment. Ora, l’antefatto: il mondo dominato dalla noia. Con sempre in mezzo Reagan (era Gentle in IJ; qui è l’elaboratore della riforma fiscale del 1985, al centro dei Reaganomics).