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Piccolo testamento
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Ci sono ricordi che non puoi ammansire, parole che rumini e impasti di saliva per diluire. Ci sono incontri che sono preannuncio ed eco e incontri che sceglieresti di riannodare al bandolo con il fare assonnato dell'abitudine.
Ci sono storie che non vorresti raccontare, così come monologhi che vorre ... (continue)
Ci sono ricordi che non puoi ammansire, parole che rumini e impasti di saliva per diluire. Ci sono incontri che sono preannuncio ed eco e incontri che sceglieresti di riannodare al bandolo con il fare assonnato dell'abitudine.
Ci sono storie che non vorresti raccontare, così come monologhi che vorresti tornassero a farsi dialoghi...
“Piccolo testamento” parla anche di questo. Un dialogo reciso che si fa monologo coatto, appunto.
Gli eventi sono sgabro intessere di un dolore tagliente, di un abbandono silenzioso e denso.
Lo smarrimento è progressivo e alla fine, quando chiudi il libro, senti di aver bisogno di un bicchiere d'acqua. Un bicchiere che osservi chiedendoti quali labbra ha accolto, quali labbra ha dimenticato, quali labbra ha perso.
Perchè il tema del libro è esattamente questo. Perchè il ricordo persiste la contingenza. Perchè si può essere orfani senza essere figli. Perchè non c'è resistenza nell'implosione, non c'è regola, non c'è tregua.
È il binario tronco di ogni perdita, il luogo liminare dove cercare se stessi in una dimensione che non contempla l'alterità, il nostro osservatore, il nostro Maestro o Amore.
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