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non vorrei offendere nessuno, ma l'ho preso soltanto perchè vi compariva un racconto di Avoledo. Immagino però che altre persone avranno fatto lo stesso per gli altri scrittori che appaiono in questa antologia del crimine, per cui penso che siamo pari.
Nessun ricordo. -
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Oct 14, 2012 |
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L'isola del tesoro
No, mia moglie non c'è neanche questa sera. Deve essere alla secca, o agli scogli dall'altra parte dell'isola, a parlare con le sue amiche. Fanno sempre comunella quelle lì. Si, lo so che è freddo, ma che ci devo fare? Ci sono certe sere che lei di certo preferisce ghiacciarsi il sedere sopra un sas ... (continue)
No, mia moglie non c'è neanche questa sera. Deve essere alla secca, o agli scogli dall'altra parte dell'isola, a parlare con le sue amiche. Fanno sempre comunella quelle lì. Si, lo so che è freddo, ma che ci devo fare? Ci sono certe sere che lei di certo preferisce ghiacciarsi il sedere sopra un sasso umido piuttosto che aiutarmi al bar; e se la pensa così, io che ci posso fare? Se ci penso su credo che lei sia stata contraria a questo progetto fin dall'inizio: peggio per me che non me ne sono accorto. Ma no, non c'è problema: per il resto le cose vanno bene, tutto è tranquillo. Solo che io qui ci sono sempre stato e non mi secca rimanerci, mentre lei...Ma forse è meglio cominciare dall'inizio.
Arrivai a Tortuga che ero ancora un bambino, tenendo mio padre per la mano e guardandomi intorno con gli occhi sgranati. Mi padre era stato ferito ad un braccio, una palla inglese glielo aveva passato da parte a parte poco sopra il gomito, e lui e i suoi avevano veleggiato fino a lì scappando come indemoniati, forzando la nave fin sopra le sue possibilità, convinti di avere ancora la marina di sua maestà alle calcagna; e se gli inglesi avessero trovato la via d'accesso all'isola...questa volta non sarebbe bastato nessuno foglio di via, nessuna raccomandazione, nessuno permesso alla pirateria contro le navi spagnole e portoghesi a salvarsi dalla forca. Avrebbero distrutto tutto, dato fuoco a case e navi, ucciso chi si ribellava, catturato chi si arrendeva e messo alla forca tutti i sopravvissuti. O forse no, avrebbero ammazzato tutti lì, senza fare neppure la fatica di portarci via, fuoco e cenere a coprire ogni cosa, e tutto il male dimenticato per sempre.
Fu per questo motivo che il mio primo sbarco sull'isola fu tutto meno che tranquillo, tutto meno che allegro. Avrei dovuto odiarla dal primo momento, odiare Tortuga, mio padre che mi aveva portato lì e tutta quella maledetta situazione. Che cosa ci facevo io in quel posto dimenticato da Dio, con la testa bassa per schivare le pallottole e senza nessuna idea di quello che sarebbe successo domani? E invece, me ne innamorai.
Mio padre era sceso a prendermi in Inghilterra durante il viaggio di andata. Si era fermato un notte lungo le coste e mi aveva raccolto dalle braccia di una donna che diceva che fossi figlio suo, e almeno in quello doveva avere ragione visto che mio padre mi ha accolto sul serio. La donna invece disse che di me e di lui non voleva più sentire parlare, che io l'avevo stancata, che ero uno scansafatiche buono a nulla, e che era ora che il suo altro genitore si prendesse la sua parte di responsabilità. Ma forse è il contrario, forse fu mio padre che venne da lei portarmi via perchè rivoleva il suo figlio sconosciuto, voleva averlo con se per crescerlo ed avviarlo alla pirateria, farlo diventare il suo braccio destro, il suo uomo fidato, la persona alla quale trasmettere tutti i suoi insegnamenti e alla quale lasciare una nave in eredità insieme a tutti i suoi tesori. Almeno, questo mi diceva lui ogni volta che gli domandavo di mia madre. All'epoca avevo dieci anni, e non glielo chiesi molte altre volte. In fondo di quella donna, scusate se ve lo dico, non è che mi fosse mai importato molto. Era solamente la persona che ogni tanto mi dava da mangiare, che mi faceva andare a lavorare in posti umidi, e che alla fine della giornata mi picchiava per nessun motivo e si portava via quello che avevo guadagnato. Lo sa Dio come mio padre e lei riuscirono alla fine a mettersi in contatto e a decidere lo scambio, e mi chiedo perchè lei si convinse a farmi andare via: dopotutto, ero l'unico che portava qualche soldo a casa. Ma se mi sforzo di ricordare credo che la notte della mia partenza, tra le mani di uno degli uomini di mio padre, un negro enorme che lo accompagnò a bordo di una scialuppa, tintinnò per pochi istanti un sacchetto di pelle pieno di monete d'oro; giusto il tempo di uscire dalla sua manica e finire nella tasca del vestito della mia signora madre. Ma forse questa è solo un'invenzione che mi sono creato con l'andare degli anni, chissà per quel motivo, forse per sentirmi libero dai miei legami con lei. In fondo, chi può dire di voler bene ad una madre che ti butta fuori di casa per un sacchetto di monete? Non certo io!
Ma non ce l'ho con lei, questo no. Spero che le monete ci siano state davvero, che lei se le sia bevute dalla prima all'ultima, e che sia infine morta in pace in un posto tranquillo e meno sudicio di casa nostra...anche perchè non vedo cosa avrebbe mai potuto combinare di meglio, soldi o non soldi. E questo è tutto. Senza rancore.
In quanto all'isola di Tortuga, come fare a non preferirla alla mia vecchia vita? Gli uomini di mio padre dicevano che era perchè io avevo il suo sangue nelle vene, sangue pirata, e mi ficcavano in testa uno dei loro cappelli a tre punte e lo schiacciavano bene, tanto che la mia testa quasi ci scompariva dentro. Ci volle ancora un bel po di tempo prima che avessi potuto indossare uno grande, ma nel frattempo ci fu qualcuno, non ricordo chi, che ne fece uno su misura per me e dal quale non mi sono mai separato. Ora lo tengo appeso dietro il bancone della mia taverna, logoro e sgualcito com'è. Lo vede? Eccolo lì.
Mio padre aveva una sua nave. Capite cosa sto dicendo? Una nave tutta per lui! Figuratevi cosa poteva significare per un bambino come me, che con i racconti di pirati ci era cresciuto! Immaginate di vivere in un piccolo villaggio di mare per dieci anni, ascoltando leggende sui filibustieri e giocando al corsaro...e un bel giorno scoprire che tuo padre lo è davvero, e che ora ti porterà con se! Diavolo, cos'altro avrei dovuto sentire se non gioia? Lui era un capitano, possedeva una nave grandissima con un demone come polena, e aveva per equipaggio un gruppo di delinquenti che avrebbe fatto svenire le signore bene di tutta Londra, da una riva all'altra del Tamigi, e giù fino alla provincia. Banditi, tagliagole e delinquenti della peggior specie, rissosi ed ubriaconi dai denti marci e dal corpo pieno di cicatrici, e a volte qualche pezzo che mancava. Tipi vestiti di abiti variopinti, carichi di spade e pistole, bravacci che tenevano solo a tre cose nella loro vita, ed è inutile che vi specifichi quali sono; ma anche perfetti uomini di mare, marinai esperti, combattenti instancabili, e soprattutto, cosa che mio padre non si stancava mai di ripetere, fedeli fino alla morte. Mai un ammutinamento nella sua nave, mai un litigio, mai tentativi di fregarsi il bottino o farsi a pezzi per una donna; non fino a che erano a bordo della Perla Nera. Mio padre rispettava loro, e loro rispettavano lui. Che altro c'era da dire?
Dopo il mio arrivo, mio padre e la sua ciurma se ne stettero buoni per un po'. Lui in particolare corse a farsi curare da qualche dottoraccio dell'isola (ce n'erano molti, e facevano sempre grandi affari), dopodiché se me rimase nell'ombra, senza parlare con nessuno, con gli occhi bene aperti e le orecchie tese. Aveva ancora paura che gli inglesi lo avessero seguito...non l'ho detto? In pratica ce li ritrovammo addosso mentre rientravamo, e li avemmo dietro per quasi tutto il viaggio. Non arrivarono mai abbastanza vicini da attaccarci, e a noi interessava solo scappare, ma lo stesso ci toccò perdere un mucchio di tempo e fare un giro lunghissimo perchè non scoprissero dove eravamo diretti. Proprio di questo aveva paura: che gli fossero venuti dietro, e da un momento all'altro immaginava di vederli entrare nella baia e far fuoco su tutta la città. Quando non li vide arrivare subito si convinse che erano fuori dal golfo ad aspettarlo. Quando mandò fuori un tipo con una barchetta fare ricognizione ed egli riferì che nel golfo non c'era nessuno si convinse che erano solo fermi un pò più in là, magari ancorati in una cala più tranquilla, a decidere il da farsi. Tutti i giorni passava il tempo al porto, e per ogni nave che attraccava chiedeva notizie sul mare, se avessero visto navi sospette, magari un pò troppo vicine all'isola, senza però spiegare mai la vera ragione della sua preoccupazione. Quando dopo tre settimane capì che intorno all'isola non c'era nessuno, si convinse allora che gli inglesi dovevano essere tornati indietro a chiamare rinforzi e presto sarebbero tornati in grande stile. Non che avesse paura, non era certo un codardo: la sua unica preoccupazione era per Tortuga, il solo rifugio sicuro che i pirati avessero mai avuto, e lo terrorizzava l'idea che per colpa di una sua azione sbagliata si trovassero pagare tutti quanti. A quel punto sarebbe stato meglio morire, perchè chi lo avrebbe più salutato, chi si sarebbe più fidato di lui dopo quel fatto? Avrebbe perso la nave, i suoi uomini, le sue ricchezze, gli appoggi, la dignità, tutto quanto. Forse lo avrebbero ucciso i pirati stessi, o avrebbero deciso di consegnarlo agli inglesi in cambio della loro incolumità.
Ma passarono tre mesi, e della marina britannica nessuna traccia. Mio padre se ne restò ancora un poco seduto sui moli, appoggiato alle corde o con i piedi a penzoloni dai pontili, con la barba lunga e i vestiti sporchi e spiegazzati. Infine un giorno si alzò, si stiracchio tutto, ed entrò nella taverna più vicina. I suoi uomini che erano rimasti a bighellonare in giro, trovando scuse sempre più assurde per giustificare il fatto che non fossero ancora partiti dopo che la loro nave era stata già da molto riparata, tirarono tutti un sospiro di sollievo. Il resto dell'isola, che forse aveva iniziato a sospettare qualcosa, fece altrettanto. Io, che in quei giorni ero beatamente all'oscuro di tutto e semplicemente me ne andavo in giro per le vie o passavo il tempo a chiacchierare con la gente, mi limitai a seguirlo, e vedere cosa sarebbe successo. Egli ordinò da bere, si mise seduto in un angolo con la testa sopra il suo bicchiere, gli occhi fissi ad esplorarne il contenuto come se nel riflesso che ci vedeva dentro egli potesse osservare tutto ciò che lo opprimeva, infine chiamò a se con un gesto il suo secondo, il negro di cui vi ho parlato prima, e gli comandò di preparare la nave all'uscita. Obiettivo, qualche mercantile spagnolo. Oro, donne e rhum.
Naturalmente io andai con loro, con l'incarico di sotto mozzo (più che altro nel senso che al momento dei guai sarei dovuto restarmene sotto coperta), esentato dai lavori più difficili e pericolosi, mascotte e portafortuna ufficiale della nave ma non certo inutilizzato. Ricordo che a forza di spazzare pontili e lucidare legni mi vennero alle mani vesciche come mai non le avevo avute. Mio padre allora mi acchiappava per le braccia, mi sputava sui palmi e sentenziava che erano ancora mani da cittadino, troppo lisce e rosa, e che avrei fatto bene a farle diventare più simili a quelle di un uomo se avessi voluto evitare i guai. A quel motto di spirito ridevano tutti quanti, e ridevo anch'io, asciugandomi lo sputo sempre carico di tabacco o rhum sulle gambe dei pantaloni, dopodiché mi rimettevo al lavorare. L'acqua che usavamo era ovviamente acqua di mare, il sale mi entrava nei tagli e nelle ferite e me le faceva dolere ancora di più, ma non volevo che qualcuno dicesse che ero un piagnone, un cocco di mamma, un buono a nulla e scansafatiche. Ad un certo punto della giornata cascavo per terra addormentato, qualunque momento fosse, e non sentivo più niente, ma al risveglio riprendevo a lavorare come tutti, senza dire una parola, semplicemente unendomi al gruppo che si trovava più vicino. Un giorno qualche allegrone ebbe la bella pensata di portarmi in cima all'albero maestro e legarmi sul posto di vedetta mentre ancora dormivo. Immaginatevi il mio risveglio lassù, quando non riuscii assolutamente a capire dov'ero, se ero sopra il mare o sotto, e tutto intorno a me c'era solo il rumore del vento, il bianco delle vele spiegate e le risate di quelli che stavano sotto...e quanto sotto stavano, mamma mia! Da quel giorno sviluppai una certa diffidenza per l'albero maestro e per tutto quello che si trovava lassù, ci passavo vicino scansandomi per non doverlo toccare, facendo ancora ridere tutti ( e io a correre via col muso e gli occhi bassi e i pugni stretti). Ma ancora una volta fu mio padre a risolvere la situazione, prendendomi con se e portandomi di nuovo lassù. Quella volta fu tutta un'altra faccenda. Mi insegnò a fare la vedetta, cosa guardare e in che modo, come interpretare il mare, come prevedere il tempo dal colore di acqua e cielo, dal tipo di nuvole che avevo di fronte, dal volo degli uccelli. Mi diede anche un cannocchiale e sperò che fossi io il primo ad avvistare una nave spagnola da abbattere, perchè mi avrebbe portato grande fortuna, e buoni auspici a tutta la nave. Ma per quanto mi sforzassi gli occhi e rifiutassi di scendere quel giorno non vidi nulla, e neppure i giorni successivi. Il tempo si guastò, il vento si fece incostante, e dopo un'altra settimana ce ne tornammo indietro.
La mattina del quarto giorno dall'inversione di rotta, avvistai la mia prima nave. Si trattava di un trasporto spagnolo, lento lento e carico evidentemente fino all'inverosimile, che oltretutto si accorse di noi solo quando fu troppo tardi per fuggire.
Quando ci fummo avvicinati abbastanza mio padre mi baciò, mi sfregò ben bene in testa il cappellaccio da pirata che mi avevano cucito, e mi disse che cosa avrei dovuto fare da quel momento in poi; il posto che avrei dovuto occupare (all'interno, ben nascosto), e tutte le cose che non avrei dovuto neppure permettermi di pensare, tra cui avvicinarmi ai cannoni, oppure uscire sul ponte. Tanta premura vi sembra strana? Pensavate forse che mi avrebbe infilato un coltellaccio arrugginito fra i denti, mi avrebbe fatto aggrappare ad una corda e mi avrebbe spinto sulla murata spagnola come se fossi su un'altalena? Beh, ma a che scopo? cosa avrei potuto fare io se non finire calpestato in mezzo alla confusione? Mi sarei perso, forse mi sarei messo a piangere o sarei caduto in mare, e anche se fossi rimasto sulla nostra nave una palla sparata a casaccio avrebbe potuto portarmi via mezza testa. A che scopo sprecare così un bambino che non sapeva combattere e neppure ne aveva la forza, il portafortuna figlio del capitano, che un giorno avrebbe potuto diventare un pirata eccezionale? Per cui, sotto coperta senza fiatare, e occhio. Per buona misura, mio padre un coltellaccio me lo diede davvero; un coltello vero, non il piccolo che avevo sempre con me e mi serviva a tagliare la carne secca. Un'arma vera, buona a tagliare e ad uccidere, da usare solo in caso di estrema necessità, e solo, SOLO, dopo aver visto bene chi ti si parava davanti. Perchè niente poteva impedire ad una persona nervosa e spaventata di ammazzare per istinto il primo marinaio sceso sotto coperta per prendere altre munizioni. Poi: lontano dalle scale, lontano dai punti di passaggio, lontano dalla parte della nave che incrociava il trasporto spagnolo, lontano da questo quello e quell'altro. E io così feci, pressappoco. Diciamo, per essere brevi, che trovai una finestrella e ci ficcai la testa dentro, perchè non volevo perdermi proprio tutto lo spettacolo, e rimasi lì fino alla fine; ma di questo primo abbordaggio non è che ci capii molto. Ricordo solo un mucchio di urla, fino a che la nave non fu vicina, e il correre a tutta forza sul mare; e poi, una volta accostata la nave nemica il rombo dei cannoni, il suono degli spari, il fumo, urla e strepiti a non finire, e rumore di schianti e tonfi e chissà quante altre cose che non mi riuscì di identificare. Io sporgevo la testa il più possibile, ma ero troppo in basso e troppo indietro per poter vedere bene il campo di battaglia. Ricordo che sentii più volte mio padre gridare degli ordini, subito ripetuti da molte voci eccitate, e ad un certo punto la nave spagnola fu così vicina alla nostra che temetti che le saremmo andati contro. Ogni tanto sentivo il rumore di qualcosa che cadeva in acqua, e aspettavo fino a che non mi passava davanti. A volte era un pezzo staccato da una cannonata, a volte una parte del carico che si disperdeva, a volte però arrivava anche un uomo morto. Ne vidi uno senza testa, e uno senza un braccio che era ancora vivo e cercava in tutti i modi di tenersi a galla mentre le due navi in corsa lo lasciavano indietro; e gridava qualcosa nella sua lingua che non potevo capire. Quando è passato sotto di me e mi ha visto, mi ha fissato con uno sguardo di disperazione che mi ha fatto ghiacciare il sangue, letteralmente. Ha tentato di parlare ancora ma in quel momento è stato preso dalla scia che lasciava la nostra nave, l'acqua gli è entrata in bocca, è andato su e giù come un tappo di sughero, infine è stato trascinato sotto ed è scomparso.
Alla fine, un uomo mi venne a prendere. La nave era stata abbordata, l'equipaggio ucciso, il mare sicuro, non c'era più alcun pericolo; mio padre mi voleva con se. Cercai di correre via all'istante, ma in nessun modo mi fu possibile: a furia di infilare la testa nella finestrella mi ci ero incastrato dentro senza accorgermene.
L'uomo venuto a cercarmi si piegò in due dalle risate, ma è stato lui che sempre ridendo come un matto riuscì a far leva quel tanto che bastava per tirarmi via. Ci ho rimediai un taglio sulla tempia che cercai inutilmente di nascondere a mio padre, ma mi rifiutai di dirgli come me lo ero procurato. Ci tenevo molto al mio onore, e non volevo fare una magra figura. Peccato per il tipo di prima, il mio salvatore, che continuò a ridere come un matto per tutto il tempo...Credo che a quel punto mio padre abbia capito se non il come, di certo il tipo di situazione in cui mi ero trovato coinvolto, e non volle indagare oltre. Mi spinse avanti, e mi portò con se sulla nave. I suoi erano già li, intenti a fracassare tutto e rubare tutto il rubabile. Avevano avvicinato la nave il più possibile, e steso ponti di legno tra le due paratie. In gran fretta trasportavano dall'altra parte tutto ciò che pareva avere un valore, a partire da acqua e cibo fino a certi grossi bauli caricati senza neppure aprirli per vedere cosa contenessero. Tanto, si faceva sempre in tempo a buttarli via in seguito. Qua e la rimaneva il corpo di uno spagnolo ucciso. Alcuni erano stati tenuti in vita, e il portammo con noi. A quel tempo non lo sapevo, ma vennero poi venduti come schiavi, a parte qualche eccezione tra cui un uomo che sapeva suonare e che rividi spesso a far spettacolo nelle locande di Tortuga. Fra tutti, credo sia stato il più fortunato, per non dire l'unico. Donne a bordo non ce n'erano, per cui da questo lato i nostri dovettero accontentarsi, e lo fecero facendo fare il giro di chiglia al comandante e a qualcuno del suo equipaggio, pochi, giusto per non sprecare del tutto la giornata. Sapete cos'è il giro di chiglia? Si prende una corda e la si fa passare tutt'intorno alla nave ,da un lato all'altro. Poi ci si lega il malcapitato mani e piedi, e si inizia a tirare dal lato opposto a cui viene calato. L'uomo va giù e viene passato fin dall'altra parte a forza di strattoni, immerso nell'acqua e con la schiena che gratta contro i fondo della nave stessa, che non si può certo dire liscio e morbido. Intanto, si scommette se l'uomo arriverà vivo o morto, e questo è quanto. Questa cosa però mio padre me la lasciò vedere, così come i morti e tutto il resto. Va bene evitare i pericoli, ma un vero pirata deve affrontare subito la morte e tutto ciò che gli gira intorno, altrimenti che uomo di mare può diventare? E comunque, non mi fece un grande effetto,a dire il vero...Ad un certo punto, mi diede anche il permesso di andarmene in giro da solo, e prendermi qualche ricordino. Come membro della ciurma avevo anch'io il diritto ad una parte del bottino, e ad un souvenir da portare con me. Io scelsi una enorme parruccona nera, che però di li a poco mi fu portata via da un colpo di vento, e un orologio d'argento che rubai dalle tasche di un morto dall'aria rispettabile. Ecco, è quello che porto anche ora. Si è scassato molto tempo fa, e qui non è che ci siano molti capaci di riparare un orologio simile..anzi, a dire la verità non ce n'è nessuno, come pochi sono quelli che sanno leggere le ore. Ma lo tengo per ricordo, no? I ricordi sono parte di noi, non è giusto liberarsene, neppure di quelli cattivi.
Questa fu la mia prima avventura marinara. La nave spagnola trasportava merci di uso comune, che avrebbero dovuto essere vendute nei mercati della zona. Ovviamente c'era anche del liquore e dei vini pregiati, per cui quella sera si brindò e ci si ubriacò tutti. Anch'io, logico, anche se a me ne bastò molto poco, e poi mi persi il resto dei brindisi. Si festeggiò anche me e la fortuna che avevo attirato sulla Perla Nera, e i futuri abbordaggi e i futuri bottini. Come mia prima missione non poteva essere andata in modo migliore, e da lì iniziò la mia carriera, prima a fianco di mio padre, poi da solo. Ovviamente ce ne furono altre che andarono peggio, e almeno un paio che definirei disastrose. Ma oggi non sono qui per occuparmi dei ricordi brutti, anche se li conservo tutti, come ho detto, nel mio cuore. Potrei raccontare di come perdemmo la Perla Nera scontrandoci di nuovo con gli Inglesi, e della morte di mio padre, che vidi con i miei occhi cadere in mare ed affondare nell'acqua gelida senza più tornare a galla; oppure della mia prima moglie morta di malattia, e di tutti gli amici che ho perso nei miei viaggi. La vita di un pirata non è fatta solo di avventure e belle donne, no? Una volta sulla mia nave scoppiò un'epidemia a causa di un barile andato a male, un'altra ci fu un incendio a bordo, ci fu la volta che mi toccò amputare una gamba che si era infettata e stava andando in cancrena...amputare senza averlo mai fatto prima, intendiamoci, e con solo del liquore per stordire il marinaio ferito e del fuoco per chiudere il moncone...o ancora di come persi quest'occhio qui, e ci mancò poco che perdessi tutta la testa. Quella volta degli squali, la più terribile tempesta della mia vita sullo stretto, con le onde alte trenta metri...e ancora le fughe precipitose, con dietro navi più veloci e meglio armate, e questo e quello e quell'altro ancora ma...ci siamo capiti,no?
Alla fine, mi sono ritirato. Gran parte dei pirati muore in mare, così come mio padre, oppure su una forca, e credo che molti non considerino nemmeno che ci siano altri modi di andarsene. Ma per me le cose sono andate diversamente; arrivato ad un certo punto ho deciso di smettere di rischiare, e anche se il mare ce l'ho ancora nel sangue, e so bene che non mi lascerà mai, ho mollato tutto e ora sono qui, a gestire questa locanda nel posto che amo di più. Sto qui, ascolto le storie dei pirati di ritorno e in un certo modo mi convinco di essere ancora tra loro, e in certo modo posso davvero dire che lo sono. Non si sta male, anzi i momenti di divertimento non mancano mai. Beh, non si può dire che Tortuga sia un posto tranquillo, abbiamo una rissa ogni sera, la gente litiga e si ammazza lungo le strade come se niente fosse (e che importanza può avere, ad ogni modo?) e non passa momento senza che mi tocchi buttare fuori qualcuno o ricomprare la roba che mi è stata rubata o rotta dagli ubriachi. Ho assunto anche un paio di persone con il compito di fermare i più esaltati prima che creino troppa confusione, e devo dire che questo metodo ha funzionato, la mia locanda è una delle più tranquille e ben tenute del circondario. Uno di loro gira sempre con un grosso bastone, lo sbatte da una mano all'altra e ogni tanto contro i tavolini, facendo saltare via tutti i bicchieri. E' un moro, un turco rinnegato o qualcosa del genere, alto due metri e passa. E' arrivato un giorno non so da dove ed è voluto rimanere. E' buono, basta solo non infastidirlo. E' la persona giusta per questo lavoro, e in cambio vuole solo vitto e alloggio, più un poco di cure anche per il suo cane. All'inizio avevo anche uno specchio, sai? Proprio qui sopra. Ma dopo averne cambiati dieci in un mese ho deciso che era meglio non provarci più, e l'ultimo che ho comprato l'ho messo in camera mia. Così al massimo possiamo spaccarlo io e mia moglie quando litighiamo. Si, perchè lei è stanca di starsene qui, non ci ha vissuto tanto quanto me, e non è certo la figlia di un pirata. In realtà era parte di un bottino, la figlia di certi ricchi in viaggio premio per visitare la sorella lontana, a bordo di una nave che il mio equipaggio ha messo a ferro e a fuoco; e il destino ha voluto che fossi proprio io a salvarla da un suo marinaio che stava per ucciderla. Avere donne a bordo porta sfortuna, no? E quello pensava di salvarsi ammazzando lei, pensa un pò.
Ci siamo visti, ci siamo piaciuti, e ho deciso di tenermela con me. Ci siamo anche sposati, pressappoco. Non so se il nostro matrimonio avrebbe validità nel resto del mondo, credo proprio di no, ma a chi importa questo? L'importante è volersi bene, no?
Ma beh, con gli anni passano tante cose, e a lei è passato l'innamoramento per la vita che facciamo qui alla locanda (se mai lo abbia avuto), soprattutto ora che abbiamo smesso di andare per mari. Il romantico pirata non vive più qui, e neppure nella sua testa, e credo senta anche nostalgia di casa. Beh, non posso biasimarla: uno immagina tante belle cose quando è giovane, io facevo lo stesso, ma poi ad un certo punto bisogna venire a patti con la vita di tutti i giorni, e fare la cuoca in mezzo ai marinai non è proprio la stessa cosa di cercare tesori, rubare e divertirsi. Oddio, fino a che io ero in mare le cose erano diverse. Ho trattato lei come mio padre ha trattato me, e non può negare di essersela spassata. L'ho vista personalmente infilzare più di un uomo, anche suoi compatrioti, e a nessuno di loro ha mai chiesto notizie di casa o dei suoi genitori. Saliva sull'albero maestro meglio di quanto potessi fare io, con addosso i pantaloni che si cuciva da sola, e andava in visibilio quando le portavo cofanetti di gioielli e glieli rovesciavo addosso ricoprendola d'oro. Aveva quest'abitudine....venga più vicino, non vorrei che mi sentisse...di accogliermi a letto nuda, con addosso solo i gioielli che avevamo rubato, l'oro e le perle, le collane e i bracciali e i diademi e gli orecchini e le file di perle...non so se mi capisce...Quel corpo nudo, quei suoi lunghi capelli neri, le candele tutt'intorno (ce le metteva lei) e i riflessi del fuoco sugli ori e sulla sua pelle scura... Insomma, abbiamo avuto i nostri bei momenti.
Ecco, credo che il problema sia Tortuga. Non mi ha perdonato di essermi ritirato, anche se lei per prima era stanca; e la locanda, le risse, il pulire il vomito e cacciare gli ubriachi l'hanno stancata ben presto. Oramai mi aiuta sempre meno, passa il tempo con le altre donne dall'altra parte dell'isola, a parlare di chissà che. No, certo: lei mi vuole ancora bene ,questo lo so: è questa vita così diversa che non riesce ad accettare, e tutti questi caproni puzzolenti che sono i miei amici. In mare si può sempre girare la testa controvento e guardare le onde, ma qui no, non si può davvero. Comunque non ce l'ho con lei, questo voglio dirlo. Del resto, neppure io avevo l'idea che sarei sopravvissuto a questa vita così a lungo, e men che meno che arrivassi all'età adatta per ritirarmi senza sapere cosa fare. In questo senso per me la locanda è servita per non sentirmi proprio inutile, ma lei...chissà? Poverina, ha fatto fin troppo per me, e non pretendo mica che stia qui ad aspettarmi! A volte mi viene da pensare che lei e le altre donne in realtà si riuniscano così spesso con un obiettivo, che magari stiano costruendo una nave tutta per loro e se ne vogliano servire per scappare via da qui,con il rischio del mare e degli altri pirati e degli inglesi che danno la caccia a tutto ciò che vedono e le tempeste e tutto il resto; magari solo per vedere se io e gli altri ci metteremmo ad inseguirle.
Oh, si: credo che la mia donna sarebbe davvero capace di farlo. E io di inseguirla, se è per questo. Anzi, sapete che vi dico? Che se davvero è lì fuori a gelarsi per costruire quella sua maledettissima nave...è meglio che si muova, prima che io sia troppo vecchio per inseguirla e lei troppo vecchia per salpare!
Ancora un bicchiere?