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Scacco alla torre
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Al cuor non si comandaUn mio amico livornese dice che quelli come me sono peggiori dei pisani. Il pisano nasce tale e quindi, tutto sommato, non ne ha colpa. Chi invece a Pisa sceglie di andarci a vivere non ha scusanti.
Non abito più a Pisa da anni, ma non si può essere vissuti in posto per un quarto del “cammin di nost ... (continue)
Un mio amico livornese dice che quelli come me sono peggiori dei pisani. Il pisano nasce tale e quindi, tutto sommato, non ne ha colpa. Chi invece a Pisa sceglie di andarci a vivere non ha scusanti.
Non abito più a Pisa da anni, ma non si può essere vissuti in posto per un quarto del “cammin di nostra vita” senza esserne comunque segnati. Forse per questa ragione non sono la persona più adeguata a recensire questo libro.
Eppure, proprio l’aver vissuto a lungo nella città toscana spiega perché ho comprato questo volumetto e, più in generale, perché sono diventato un lettore dei libri di Malvaldi. Mi sono imbattuto nel suo primo romanzo – La briscola in cinque – lo stesso giorno della pubblicazione o, al massimo, pochi giorni dopo. L’acquisto di quel libro fu il risultato della convergenza di tanti fattori. Che fosse pubblicato da Sellerio e fosse un giallo erano già primi (ma insufficienti) motivi. Poi c’era il titolo accattivante; sono diventato, durante il mio soggiorno pisano, un giocatore (mediocre) di briscola in cinque che resta, tra i giochi di carte, il mio preferito. Forse però neppure questa sarebbe stata una ragione sufficiente. I motivi principali sono stati altri due: era ambientato in un paesino (immaginario) tra Pisa e Livorno - e quindi a pochi chilometri da dove ero vissuto tanti anni - ed era scritto da un assegnista di ricerca. Ed assegnista di ricerca lo ero stato anch’io fino a pochi anni prima. Può sembrare assurdo, ma mi sono detto che avrei anche contribuito, sia pure pro parte, a far contenta una persona ricca di entusiasmo e speranze, ma che doveva confrontarsi quotidianamente con mille difficoltà. Motivi dunque tutt’altro che razionali, ma di solito i libri li acquisto per ragioni che di razionale hanno ben poco.
Malvaldi mi ripagò con qualche ora di piacevole lettura. Probabilmente non finirà mai nelle antologie della letteratura italiana, ma se scrivessi un romanzo sarei contento di sapere che chi mi legge si diverte.
Sono poi seguiti gli altri tre romanzi pubblicati da Sellerio. Amo i suoi terribili vecchietti (anche Rimediotti, nonostante sia di destra), ma credo altresì che Odore di chiuso sia finora la sua migliore prova narrativa. Potevo quindi farmi sfuggire questo agile libretto su Pisa? Non potevo.
Come recensore sarò anche poco attendibile, ma qualcosa sul libro è pur necessario che dica. Non si tratta di una guida e Malvaldi ci tiene a precisarlo subito. Diciamo che è una passeggiata per quella che è la sua città e, da questo punto di vista, devo dire che la sua Pisa è molto simile alla mia. I luoghi che lui descrive coincidono spesso con quelli di cui avrei parlato io. Non ama, come me, il gioco del ponte ed è singolare che lui preferirebbe si trasformasse in una battaglia a colpi di targone (una sorta di randello piatto che viene esibito dai concorrenti), mentre io ho sempre auspicato che il carrello venisse ruotato di 90 gradi in modo che almeno una delle due squadre finisse nel fiume. E come non condividere le parole di biasimo per le bancarelle che deturpano Piazza dei miracoli? Ha poi forse poco a che fare con Pisa, ma devo concordare con Malvaldi anche quando imputa alla riforma Berlinguer (Luigi) l’inizio della rovinosa china dell’università italiana.
Non so se questo libro possa piacere a chi non conosce la città o l’ha visitata solo come turista. A me è piaciuto e tanto basta.
Infine, poiché pignoli si nasce – e per questo mi scuso con i miei 25 lettori (non credo di essere Manzoni, semplicemente tengo conto di oltre un secolo e mezzo di inflazione) –, devo segnalare un paio di refusi. La via alla fine di Borgo stretto di cui si parla a p. 34 non è via dei Mille ma via Ulisse Dini; così come l’aula sulla parte posteriore del palazzo della Sapienza in cui è presente la statua di Galileo è l’aula magna storica e non l’aula magna nuova (p.79). In quell’aula, oltre a Malvaldi, mi sono laureato anch’io.
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