Ero deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto i
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Ero deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto il tema trattato mi è piaciuto e ho optato per questo (ma poi mi son trovato a maledire il giurista nerboruto). La scomparsa dell'Erebus (titolo originale: The Terror) riprende la vicenda storica della ricerca del passaggio a Nord-Ovest (per maggiori informazioni c'è Wikipedia). Partendo dai fatti reali, includendo personaggi realmente esistiti, il romanzo narra in sostanza il tentativo di risoluzione dell'impresa (storicamente la spedizione è andata perduta, sono state ritrovate solo le mummie congelate di alcuni membri dell'equipaggio sepolti dai compagni), nonché le dinamiche di sopravvivenza in condizioni estreme e i conflitti uomo/natura, uomo/suoi simili, uomo/sfide psicologiche nel panorama artico. L'elemento fantastico (la creatura dei ghiacci) è minore, sebbene sia sempre sullo sfondo e compaia a più riprese, ma direi che come sottogenere l'etichetta "horror" sia più che sufficiente. Quindi thriller storico, horror, horror-fantastico. A primo impatto il romanzo acchiappa. Lo stile è abbastanza buono e la narrazione accurata. Da questo lato non ci si può lamentare: l'autore si è documentato (nei ringraziamenti fa un elenco sterminato dei libri studiati) e nella narrazione si nota, talvolta anche troppo. I termini infatti spesso cadono nella specificità tecnica a cui l'utente medio è completamente estraneo. Con l'eReader ero costretto addirittura a cercarne il significato ricorrendo al dizionario, ma la comprensione di alcuni termini andava comunque oltre la loro semplice definizione (cioè sarebbe stato necessario ricorrere a un'immagine o un video esplicativo). Ad aggravare la situazione, poi, c'è la peculiarità che diversi termini sono obsoleti persino nella nautica moderna (parliamo pur sempre del XIX secolo). A parte questo, lo stile alterna la terza persona POV alla prima (diaristica), a seconda dei personaggi. Ci scappa spesso la digressione che dipinge il background praticamente di ogni personaggio POV: ciò, nel momento in cui approfondisce e concretizza l'aspetto di un personaggio protagonista è tollerabile, costituisce un problema invece laddove si sofferma su personaggi di importanza scarsa o comunque non preminente (leggasi: che faranno presto una brutta fine, o anche: che occuperanno uno spazio ristretto all'interno della storia). Altro punto a sfavore del romanzo è la ridondanza. Centinaia di parole che ricordano quanto faccia freddo, tanto freddo, freddissimo (ma sto tralasciando altri aspetti, come la stanchezza cronica dei personaggi, ricordata più e più volte senza apportare particolari benefici all'opera). Sì, è giusto non far cadere nel dimenticatoio determinate condizioni in cui si trovano i personaggi, è giusto riproporle più volte, ma dobbiamo ricordare che il romanzo conta ben 784 pagine! Oltre alle suddette ripetizioni, inoltre, il narratore ci tiene a raccontare con precisione gli spostamenti dell'equipaggio e altri dettagli che, se nel migliore dei casi potrebbero essere ridotti semplicemente con riassunti più concisi, nel peggiore andrebbero addirittura eliminati del tutto (a mio modesto avviso). Lo sbrodolamento narrativo risulta evidente nelle ultime pagine, che hanno l'infamia di ricucire pezzi di trama - tralasciati durante tutta l'opera senza fornire uno straccio di indizio - sotto forma di mega-infodump di poca se non nessuna utilità (come scrittore, [mini-spoiler alert] avrei sfruttato le caratteristiche peculiari, "pseudo-sovrannaturali", del protagonista principale, Crozier, per comunicare le stesse informazioni in una cartella o in un paio di cartelle a voler essere generosi [/fine mini-spoiler]. Tirando le somme, consiglierei questo romanzo? Sì, ma solo se si ha tanto tempo a disposizione (per esempio si è in vacanza) & il tema trattato è d'interesse. No, se il tema non interessa tanto il lettore & si vuol leggere una storia "veloce", ritmata. La scomparsa dell'Erebus si prende i suoi spazi per sviluppare gli eventi: ciò nonostante, tali spazi sono molto ampi e gli eventi si risolvono senza troppi conflitti a catena (conflitti e sotto-trame che si potrebbero leggere, per esempio, con Follett), di conseguenza potrebbero anche lasciare insoddisfatto il lettore in cerca del climax, o per così dire del classico dramma in tre-quattro atti.
Si tratta di un romanzo, come si intuisce, sci-fi post-apocaliptico. In realtà il disordine del dopo-bomba è piuttosto strutturato, non come spesso ce lo immaginiamo
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Si tratta di un romanzo, come si intuisce, sci-fi post-apocaliptico. In realtà il disordine del dopo-bomba è piuttosto strutturato, non come spesso ce lo immaginiamo noi, il mondo allo sbaraglio più completo. Articolato in diversi POV, il romanzo ha quello stile dickiano (o così mi pare, visto che non ho letto molto di Dick) che un po' mostra e un po' racconta e inferisce. Nel complesso però la narrazione è gradevole, si avverte bene l'importanza data allo sviluppo della storia piuttosto che ad allungamenti di brodo. Riesco a immaginare Dick che scrive come un forsennato, nello stato maniacale di una probabile psicosi maniaco-depressiva indotta dalle droghe, e ci tiene a non perdersi in chiacchiere. La storia non l'ho trovata particolarmente avvincente. Mi sono piaciute molto le idee, come Dangerfield nel satellite e gli animali mutanti dall'intelligenza superiore. Ma, a mio avviso, il punto forte del romanzo sono proprio le idee. Difatti il finale è più che altro un termine forzato alla storia, non una vera e propria risoluzione dei conflitti. Sono morto dentro sia per i riferimenti alla psicoanalisi, sia - soprattutto - nella scena (all'inizio del romanzo) in cui Bluthgeld va dallo psichiatra che è anche psicoanalista, e non appena inizia a parlare un po' di sé, ecco che lo psichiatra fa subito congetture diagnostiche. Questo è un po' il luogo comune del popolino, che crede che gli psicologi/psichiatri giudichino la gente non appena apre bocca, quando in realtà un colloquio di 45 minuti non basta nemmeno a conoscere la persona. Figuriamoci a fare diagnosi! E per giunta di schizofrenia! Ma capisco anche che la pubblicazione del romanzo risale 1965, mancavano 3 anni per la pubblicazione addirittura del DSM-II, e i primi DSM erano i più farlocchi, con malattie inventate e mazzette tra psichiatri e industrie del farmaco, per non parlare dell'abissale carenza clinica che sarebbe stata ovviata solo nel DSM-IV, se non addirittura nel DSM-IV-TR. Ad ogni modo, questo non giustifica l'inesattezza del metodo. Dick, potevi informarti meglio, mannaggia a te. Tralasciando le questioni cliniche, è una bella visione post-apocaliptica: non molto estesa, è vero, non molto approfondita, ok, ma ci sono idee accattivanti e idee bizzarre, e l'intreccio non manca. Ma come ho già detto, a mio avviso il punto forte del romanzo risiede più nelle idee che nella storia stessa.
Era una lettura che avevo lasciato in sospeso da tanto tempo, al punto da dimenticarmene. Alla fine ho preso e ho letto il primo libro della saga dall'avvincente tito
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Era una lettura che avevo lasciato in sospeso da tanto tempo, al punto da dimenticarmene. Alla fine ho preso e ho letto il primo libro della saga dall'avvincente titolo: "Le avventure del capitano Alatriste". Si tratta di una serie di romanzi di azione/avventura ambientati nella Spagna del '600. Sarò breve. Come ho già accennato, ho letto solo il primo romanzo e, sebbene adesso stia leggendo altro, sono sicuro che tornerò sulla saga. Ci sono due tipi di romanzi belli: quelli con una bella trama (e relativo sviluppo) e quelli con un bello stile. Quando becchi entrambe le cose sei a cavallo. Capitano Alatriste è del secondo tipo. Quello dello stile, intendo. Non che la trama sia scarsa; si tratta di una novella, la trama è semplice (Alatriste e Malatesta vengono ingaggiati per uccidere due forestieri in arrivo in città), ma è lo stile a farla da padrone. Il narratore è Iñigo, il ragazzo "adottato" da Alatriste, figlio di un defunto compagni d'armi, che quindi racconta in prima persona gli eventi. In realtà narra di Alatriste in terza, com'è ovvio, e questo se da un lato è ottimo per la caratterizzazione del personaggio di Alatriste (Iñigo lo mitizza, sia perché in effetti è un mito, sia perché lui all'epoca dei fatti è solo un ragazzino), dall'altro incorre in particolari "nodi" narrativi, del tipo che Iñigo racconta ciò che succede fuori dalla sua vista (e udito), con ricchezza di sentimenti e percezioni di Alatriste stesso, quasi sostituendosi con un narratore onnisciente. Ok, il Capitano gli avrà raccontato tutto in un secondo momento, o qualcosa di simile, o magari è Iñigo che sta inventando: a noi non sempre è dato saperlo. Non è una cosa che compromette seriamente la lettura, però boh, io ci ho fatto caso. Altra piccola pecca stilistica: le digressioni storiche. Per carità, di solito si tratta di "conferme" all'ambientazione, riferimenti a opere che testimoniano i luoghi o personaggi che compaiono nella storia, ma spesso diventano pesanti ed è lo stesso narratore a dire che se il lettore è interessato può approfondire altrove. Niente di troppo grave, comunque. Lo stile però è accattivante. L'unico motivo per cui ho dato 4 stelle su Anobii è a causa appunto delle digressioni (sono troppo frequenti, per i miei gusti), se si potesse gli darei 4 e mezzo su cinque. Il bello della narrazione in prima persona è che puoi colorarla con un tono preciso, in questo caso il blues dei "poveri diavoli" che campano a tirare alla buona a Madrid, tra una bevuta e un duello (o una coltellata). Questo primo romanzo è corto - una novella, insomma, non ho idea degli altri. Vale la pena dargli una chance, soprattutto se si apprezzano i romanzi storici, d'azione, cappa e spada, e chi più ne ha più ne metta.
Anno Dracula è un romanzo di Kim Newman del 1992. Ed è anche una serie - l'immancabile trilogia. Si tratta di un horror/storia alternativa/thriller, in cui Drac
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Anno Dracula è un romanzo di Kim Newman del 1992. Ed è anche una serie - l'immancabile trilogia. Si tratta di un horror/storia alternativa/thriller, in cui Dracula ha ucciso Van Helsing, ha sposato la regina Vittoria e agisce da despota, instaurando una specie di governo del terrore a partire da Londra, con un'ovvia predilezione verso i non-morti rispetto ai caldi. Nel romanzo compaiono diversi personaggi di finzione e non solo, come Jack lo Squartatore, il Dr. Jekyll, Oscar Wilde, e così via. Cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.
Mi è piaciuta l'ambientazione. Le esecuzioni (talvolta sommarie) per impalamento in piazza rendono bene la situazione, ovvero il contrasto tra una cultura (quella vittoriana, raffinata) e l'altra (quella dell'Europa orientale, col sapore medievale del secolare Vlad Tepes). Ancora, il vampirismo come trend, che da un lato porta evidenti vantaggi sociali e politici per gli aristocratici e i borghesi, dall'altro invece come pericoloso tentativo di rivincita per la classe disagiata. Il campo di concentramento di Devil's Dyke è un'altra idea brillante. Mi è piaciuta anche la gestione della discendenza vampirica, le differenze tra la progenie malata di Vlad Tepes e quella pura di Chandagnac, e la trasmissione dei ricordi e della personalità del padre-di-tenebra (ottima traduzione, questa, a mio avviso).
Non mi è piaciuta principalmente una cosa. Lo stile. A tratti riesce a emulare la narrazione vittoriana, a tratti la scimmiotta; nel complesso fa cadere le braccia. Avevo cominciato a leggere Anno Dracula in inglese, poi ho trovato la versione italiana e ho ricominciato con questa. Nella versione inglese avevo smesso di leggere nella scena in cui Penny e Beauregard annunciano il loro fidanzamento (notare che Kim Newman per me era una donna, non avevo nemmeno notato il Mr. nella copertina riportata sopra, e nella scena che ho appena citato ho avuto la conforma della genderizzazione della scrittura... che si è poi trasformata in un fail.). L'inizio era promettente, nella prima persona del Dr. Seward, piuttosto dinamico. Poi arriva la terza persona POV e piovono infodump. Non si tratta di informazioni impossibili da comunicare altrimenti. Talvolta invece troviamo l'accoppiata infodump+conferma della nozione appena comunicata attraverso dialoghi e azioni dei personaggi. In certi punti, poi, nonostante la netta distinzione di POV, indicata con la riga vuota e un nuovo paragrafo, il narratore comunica pensieri e/o intenzioni dei personaggi esterni al POV, così, come nulla fosse. Le brutture stilistiche si riferiscono inoltre a una vasta gamma di frasi. Per esempio, le non-azioni, che non hanno motivo di esistere. Talvolta scrivere ciò che non accade, nella narrazione, può essere indispensabile o comunque difficile da modificare in forma affermativa. Altre volte, invece, non ha alcun senso scrivere ciò che non succede, come che "le scale coperte dal tappeto non scricchiolarono." Sticazzi? Poi ci sono le descrizioni vaghe. Come "Qualcosa si avvicinava, emergendo dall'oscurità", e continuando così a narrare aria fritta, che nel cervello non si traduce in alcuna immagine, visto che ciò che si stava avvicinando non era, appunto, una cosa facilmente immaginabile. E vi do un indizio: non è una carrozza, o un uomo, o un canguro. Quindi magari quel "qualcosa" non ci sta bene, no? Magari sarebbe stato meglio - per esempio - delineare la forma di quel qualcosa, la sagoma dell'ombra o chessoìo. Altra (esemplificativa) vaghezza da nobel: "John, ancora interdetto, stava armeggiando con un arnese da medico". Un arnese da medico. Questo mi ricorda Parola di Giobbe, un libro di Giobbe Covatta, in cui c'è la seguente vignetta (e il senso è lo stesso per il fantomatico "arnese da medico" di Newman):
Gli infodump sono proprio nudi e crudi, volgari, irritanti nella loro banalità. In una scena, Geneviève (se non ricordo male era lei, mi sono segnato solo alcune frasi ma non il resto) sta affrontando una creatura cinese molto vecchia, e le parla in mandarino. Quella risponde telepaticamente, e il narratore prontamente ci informa: "Gli antichi non avevano la necessità di parlare."
In conclusione, per gli amanti sbavanti dei vampiri questo romanzo può andare più che bene. Di fatto, però, è scritto male. Ma proprio male. Le idee sono belle, forse le reputo tali perché non sono un fan sfegatato di vampirismo, licantropia e surrogati, ma le ho trovate avvincenti e interessanti. Purtroppo però le idee finiscono a metà romanzo. Quindi non c'è alcun motivo per continuare a leggere oltre quel punto, e se l'ho fatto è stato solo perché non mi va di scrivere post su romanzi letti a metà o peggio ancora, meno della metà. Poi i miei lettori cosa devono pensare? Che sono pigro? (sì) Se lo stile fosse stato un tantino migliore, lo avrei letto con maggiore voracità e probabilmente avrei scelto di continuare la serie. Ma mi fermo con questo e sto bene così.
Io con Palahniuk sono come Tapiro con Dick. Quindi abbiate pazienza. Gang bang è il titolo italiano di Snuff. Sinceramente: ottima scelta. I titoli sono una bru
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Io con Palahniuk sono come Tapiro con Dick. Quindi abbiate pazienza. Gang bang è il titolo italiano di Snuff. Sinceramente: ottima scelta. I titoli sono una brutta bestia: Gang bang ricorda il porno, è un titolo "coraggioso" (modalità aggettivi random per recensioni lettterarie: ON), nel senso che colpisce l'attenzione in maniera più adeguata rispetto a Snuff. Uno snuff movie è un filmato, di solito amatoriale, in cui viene ripresa la morte di una persona. Gang bang tratta di un film che sta girando Cassie Wright, regina del porno, che vede appunto le prestazioni di 600 uomini con una sola donna, al fine di stabilire un record storico. Vista l'entità dell'impresa, si teme che Cassie possa morire durante le riprese, e ciò nonostante tutti gli attori entrerebbero nella storia, il figlio segreto dell'attrice erediterebbe una fortuna e la stessa Cassie avrebbe la redenzione per il tipo di vita che ha avuto. La storia è situata in una salone d'attesa in cui si trovano i 600 uomini, ed è narrata nella solita prima persona, con quattro POV: il n° 600, il 72, il 137 e Sheila, la coordinatrice. Dei romanzi di Palahniuk che ho letto finora, mi sembra quello con più colpi di scena. Su Anobii l'ho votato 5 stelle, ma a metà romanzo lo stavo valutando 4 (è approssimativo dare un voto a un romanzo, ma se proprio si deve, preferirei farlo in decimi). Quello che "non mi piace" di Snuff è che lo stile di Palahniuk per questo romanzo è lo stesso degli altri. Mi spiego: i personaggi sono quattro, ma la differenza tra uno e l'altro è minima nello stile. Da un lato questo è giustificabile con l'Io sommerso di Palahniuk, che senza usare verbi di senso ficca dritto dritto nel cervello del lettore le immagini e le sensazioni del personaggio (lo stile quindi come mero veicolo del significato, e non come elemento formale a sé). Ad ogni modo, nella lettura riuscivo a identificare tutte le indicazioni che Chuck dà nei suoi saggi (come lo scandire il tempo con unità originali, per esempio il numero di film passati sugli schermi nello stanzone d'attesa o i fiocchetti di forfora caduti dalla testa di Sheila). Il che va bene, secondo me, quando il narratore non coincide col personaggio. Altra cosa che mi è piaciuta poco: le svariate informazioni. Anche questo fa parte del "vademecum" palahniukiano, e lo capisco. Si vede che Chuck si è informato non poco riguardo a tutto il mondo dell'industria pornografica. Ma, a mio avviso, per quanto ben presentate, certe informazioni costituiscono comunque un leggero infodump, e il romanzo sarebbe stato bello anche senza di esse, o almeno, in misura minore. Non fraintendetemi, Palahniuk non fa infodump gratuito. Qui intendo suggerire ipotetici "miglioramenti" a una narrazione di per sé perfetta. Cadiamo insomma nel gusto personale, in pratica (figuriamoci se vado a dire a Palahniuk come scrivere). Ad ogni modo: il ritmo è ottimo e il romanzo non si sbrodola. Sono 208 pagine (mi pare 150-180 secondo il mio lettore, mistero) che si leggono con grande interesse e senza annoiare. La "satira" c'è sempre, in Palahniuk, e come ho avuto modo di dire altrove - credo per Survivor -, il secondo fine "sociale" è una conseguenza, del romanzo, non il nucleo centrale, che rimane sempre e comunque la storia. Un romanzo deciso, una narrazione con carattere, un autore cazzuto. Palahniuk è sempre una garanzia.
La scomparsa dell'Erebus
Recensione presa dal mio blog. Link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2013/04/impressioni-l…
Ero deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto i ... (continue)
Recensione presa dal mio blog. Link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2013/04/impressioni-l…
Ero deciso a leggere Hyperion, dello stesso autore (tutt'altro genere), ma ho scoperto questo romanzo per puro caso mentre lurkavo la libreria anobii di Zwei, e visto il tema trattato mi è piaciuto e ho optato per questo (ma poi mi son trovato a maledire il giurista nerboruto).
La scomparsa dell'Erebus (titolo originale: The Terror) riprende la vicenda storica della ricerca del passaggio a Nord-Ovest (per maggiori informazioni c'è Wikipedia).
Partendo dai fatti reali, includendo personaggi realmente esistiti, il romanzo narra in sostanza il tentativo di risoluzione dell'impresa (storicamente la spedizione è andata perduta, sono state ritrovate solo le mummie congelate di alcuni membri dell'equipaggio sepolti dai compagni), nonché le dinamiche di sopravvivenza in condizioni estreme e i conflitti uomo/natura, uomo/suoi simili, uomo/sfide psicologiche nel panorama artico. L'elemento fantastico (la creatura dei ghiacci) è minore, sebbene sia sempre sullo sfondo e compaia a più riprese, ma direi che come sottogenere l'etichetta "horror" sia più che sufficiente. Quindi thriller storico, horror, horror-fantastico.
A primo impatto il romanzo acchiappa.
Lo stile è abbastanza buono e la narrazione accurata. Da questo lato non ci si può lamentare: l'autore si è documentato (nei ringraziamenti fa un elenco sterminato dei libri studiati) e nella narrazione si nota, talvolta anche troppo. I termini infatti spesso cadono nella specificità tecnica a cui l'utente medio è completamente estraneo. Con l'eReader ero costretto addirittura a cercarne il significato ricorrendo al dizionario, ma la comprensione di alcuni termini andava comunque oltre la loro semplice definizione (cioè sarebbe stato necessario ricorrere a un'immagine o un video esplicativo). Ad aggravare la situazione, poi, c'è la peculiarità che diversi termini sono obsoleti persino nella nautica moderna (parliamo pur sempre del XIX secolo).
A parte questo, lo stile alterna la terza persona POV alla prima (diaristica), a seconda dei personaggi. Ci scappa spesso la digressione che dipinge il background praticamente di ogni personaggio POV: ciò, nel momento in cui approfondisce e concretizza l'aspetto di un personaggio protagonista è tollerabile, costituisce un problema invece laddove si sofferma su personaggi di importanza scarsa o comunque non preminente (leggasi: che faranno presto una brutta fine, o anche: che occuperanno uno spazio ristretto all'interno della storia).
Altro punto a sfavore del romanzo è la ridondanza. Centinaia di parole che ricordano quanto faccia freddo, tanto freddo, freddissimo (ma sto tralasciando altri aspetti, come la stanchezza cronica dei personaggi, ricordata più e più volte senza apportare particolari benefici all'opera). Sì, è giusto non far cadere nel dimenticatoio determinate condizioni in cui si trovano i personaggi, è giusto riproporle più volte, ma dobbiamo ricordare che il romanzo conta ben 784 pagine! Oltre alle suddette ripetizioni, inoltre, il narratore ci tiene a raccontare con precisione gli spostamenti dell'equipaggio e altri dettagli che, se nel migliore dei casi potrebbero essere ridotti semplicemente con riassunti più concisi, nel peggiore andrebbero addirittura eliminati del tutto (a mio modesto avviso).
Lo sbrodolamento narrativo risulta evidente nelle ultime pagine, che hanno l'infamia di ricucire pezzi di trama - tralasciati durante tutta l'opera senza fornire uno straccio di indizio - sotto forma di mega-infodump di poca se non nessuna utilità (come scrittore, [mini-spoiler alert] avrei sfruttato le caratteristiche peculiari, "pseudo-sovrannaturali", del protagonista principale, Crozier, per comunicare le stesse informazioni in una cartella o in un paio di cartelle a voler essere generosi [/fine mini-spoiler].
Tirando le somme, consiglierei questo romanzo?
Sì, ma solo se si ha tanto tempo a disposizione (per esempio si è in vacanza) & il tema trattato è d'interesse.
No, se il tema non interessa tanto il lettore & si vuol leggere una storia "veloce", ritmata. La scomparsa dell'Erebus si prende i suoi spazi per sviluppare gli eventi: ciò nonostante, tali spazi sono molto ampi e gli eventi si risolvono senza troppi conflitti a catena (conflitti e sotto-trame che si potrebbero leggere, per esempio, con Follett), di conseguenza potrebbero anche lasciare insoddisfatto il lettore in cerca del climax, o per così dire del classico dramma in tre-quattro atti.
Cronache del Dopobomba
Recensione tratta dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/12/impressioni-f…
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Si tratta di un romanzo, come si intuisce, sci-fi post-apocaliptico. In realtà il disordine del dopo-bomba è piuttosto strutturato, non come spesso ce lo immaginiamo ... (continue)
Recensione tratta dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/12/impressioni-f…
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Si tratta di un romanzo, come si intuisce, sci-fi post-apocaliptico. In realtà il disordine del dopo-bomba è piuttosto strutturato, non come spesso ce lo immaginiamo noi, il mondo allo sbaraglio più completo.
Articolato in diversi POV, il romanzo ha quello stile dickiano (o così mi pare, visto che non ho letto molto di Dick) che un po' mostra e un po' racconta e inferisce. Nel complesso però la narrazione è gradevole, si avverte bene l'importanza data allo sviluppo della storia piuttosto che ad allungamenti di brodo. Riesco a immaginare Dick che scrive come un forsennato, nello stato maniacale di una probabile psicosi maniaco-depressiva indotta dalle droghe, e ci tiene a non perdersi in chiacchiere.
La storia non l'ho trovata particolarmente avvincente. Mi sono piaciute molto le idee, come Dangerfield nel satellite e gli animali mutanti dall'intelligenza superiore. Ma, a mio avviso, il punto forte del romanzo sono proprio le idee. Difatti il finale è più che altro un termine forzato alla storia, non una vera e propria risoluzione dei conflitti.
Sono morto dentro sia per i riferimenti alla psicoanalisi, sia - soprattutto - nella scena (all'inizio del romanzo) in cui Bluthgeld va dallo psichiatra che è anche psicoanalista, e non appena inizia a parlare un po' di sé, ecco che lo psichiatra fa subito congetture diagnostiche. Questo è un po' il luogo comune del popolino, che crede che gli psicologi/psichiatri giudichino la gente non appena apre bocca, quando in realtà un colloquio di 45 minuti non basta nemmeno a conoscere la persona. Figuriamoci a fare diagnosi! E per giunta di schizofrenia!
Ma capisco anche che la pubblicazione del romanzo risale 1965, mancavano 3 anni per la pubblicazione addirittura del DSM-II, e i primi DSM erano i più farlocchi, con malattie inventate e mazzette tra psichiatri e industrie del farmaco, per non parlare dell'abissale carenza clinica che sarebbe stata ovviata solo nel DSM-IV, se non addirittura nel DSM-IV-TR. Ad ogni modo, questo non giustifica l'inesattezza del metodo. Dick, potevi informarti meglio, mannaggia a te.
Tralasciando le questioni cliniche, è una bella visione post-apocaliptica: non molto estesa, è vero, non molto approfondita, ok, ma ci sono idee accattivanti e idee bizzarre, e l'intreccio non manca.
Ma come ho già detto, a mio avviso il punto forte del romanzo risiede più nelle idee che nella storia stessa.
Capitano Alatriste
Recensione presa dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/11/impressioni-c…
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Era una lettura che avevo lasciato in sospeso da tanto tempo, al punto da dimenticarmene.continue)
Alla fine ho preso e ho letto il primo libro della saga dall'avvincente tito ... (
Recensione presa dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/11/impressioni-c…
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Era una lettura che avevo lasciato in sospeso da tanto tempo, al punto da dimenticarmene.
Alla fine ho preso e ho letto il primo libro della saga dall'avvincente titolo: "Le avventure del capitano Alatriste". Si tratta di una serie di romanzi di azione/avventura ambientati nella Spagna del '600.
Sarò breve.
Come ho già accennato, ho letto solo il primo romanzo e, sebbene adesso stia leggendo altro, sono sicuro che tornerò sulla saga.
Ci sono due tipi di romanzi belli: quelli con una bella trama (e relativo sviluppo) e quelli con un bello stile. Quando becchi entrambe le cose sei a cavallo.
Capitano Alatriste è del secondo tipo. Quello dello stile, intendo.
Non che la trama sia scarsa; si tratta di una novella, la trama è semplice (Alatriste e Malatesta vengono ingaggiati per uccidere due forestieri in arrivo in città), ma è lo stile a farla da padrone. Il narratore è Iñigo, il ragazzo "adottato" da Alatriste, figlio di un defunto compagni d'armi, che quindi racconta in prima persona gli eventi.
In realtà narra di Alatriste in terza, com'è ovvio, e questo se da un lato è ottimo per la caratterizzazione del personaggio di Alatriste (Iñigo lo mitizza, sia perché in effetti è un mito, sia perché lui all'epoca dei fatti è solo un ragazzino), dall'altro incorre in particolari "nodi" narrativi, del tipo che Iñigo racconta ciò che succede fuori dalla sua vista (e udito), con ricchezza di sentimenti e percezioni di Alatriste stesso, quasi sostituendosi con un narratore onnisciente. Ok, il Capitano gli avrà raccontato tutto in un secondo momento, o qualcosa di simile, o magari è Iñigo che sta inventando: a noi non sempre è dato saperlo. Non è una cosa che compromette seriamente la lettura, però boh, io ci ho fatto caso.
Altra piccola pecca stilistica: le digressioni storiche. Per carità, di solito si tratta di "conferme" all'ambientazione, riferimenti a opere che testimoniano i luoghi o personaggi che compaiono nella storia, ma spesso diventano pesanti ed è lo stesso narratore a dire che se il lettore è interessato può approfondire altrove. Niente di troppo grave, comunque.
Lo stile però è accattivante. L'unico motivo per cui ho dato 4 stelle su Anobii è a causa appunto delle digressioni (sono troppo frequenti, per i miei gusti), se si potesse gli darei 4 e mezzo su cinque. Il bello della narrazione in prima persona è che puoi colorarla con un tono preciso, in questo caso il blues dei "poveri diavoli" che campano a tirare alla buona a Madrid, tra una bevuta e un duello (o una coltellata).
Questo primo romanzo è corto - una novella, insomma, non ho idea degli altri. Vale la pena dargli una chance, soprattutto se si apprezzano i romanzi storici, d'azione, cappa e spada, e chi più ne ha più ne metta.
Anno Dracula
Recensione tratta dal mio blog, link diretto:
http://federico-russo.blogspot.it/2012/10/impressioni-a…
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Anno Dracula è un romanzo di Kim Newman del 1992. Ed è anche una serie - l'immancabile trilogia.continue)
Si tratta di un horror/storia alternativa/thriller, in cui Drac ... (
Recensione tratta dal mio blog, link diretto:
http://federico-russo.blogspot.it/2012/10/impressioni-a…
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Anno Dracula è un romanzo di Kim Newman del 1992. Ed è anche una serie - l'immancabile trilogia.
Si tratta di un horror/storia alternativa/thriller, in cui Dracula ha ucciso Van Helsing, ha sposato la regina Vittoria e agisce da despota, instaurando una specie di governo del terrore a partire da Londra, con un'ovvia predilezione verso i non-morti rispetto ai caldi.
Nel romanzo compaiono diversi personaggi di finzione e non solo, come Jack lo Squartatore, il Dr. Jekyll, Oscar Wilde, e così via.
Cosa mi è piaciuto e cosa non mi è piaciuto.
Mi è piaciuta l'ambientazione. Le esecuzioni (talvolta sommarie) per impalamento in piazza rendono bene la situazione, ovvero il contrasto tra una cultura (quella vittoriana, raffinata) e l'altra (quella dell'Europa orientale, col sapore medievale del secolare Vlad Tepes).
Ancora, il vampirismo come trend, che da un lato porta evidenti vantaggi sociali e politici per gli aristocratici e i borghesi, dall'altro invece come pericoloso tentativo di rivincita per la classe disagiata.
Il campo di concentramento di Devil's Dyke è un'altra idea brillante.
Mi è piaciuta anche la gestione della discendenza vampirica, le differenze tra la progenie malata di Vlad Tepes e quella pura di Chandagnac, e la trasmissione dei ricordi e della personalità del padre-di-tenebra (ottima traduzione, questa, a mio avviso).
Non mi è piaciuta principalmente una cosa.
Lo stile. A tratti riesce a emulare la narrazione vittoriana, a tratti la scimmiotta; nel complesso fa cadere le braccia. Avevo cominciato a leggere Anno Dracula in inglese, poi ho trovato la versione italiana e ho ricominciato con questa. Nella versione inglese avevo smesso di leggere nella scena in cui Penny e Beauregard annunciano il loro fidanzamento (notare che Kim Newman per me era una donna, non avevo nemmeno notato il Mr. nella copertina riportata sopra, e nella scena che ho appena citato ho avuto la conforma della genderizzazione della scrittura... che si è poi trasformata in un fail.). L'inizio era promettente, nella prima persona del Dr. Seward, piuttosto dinamico. Poi arriva la terza persona POV e piovono infodump. Non si tratta di informazioni impossibili da comunicare altrimenti. Talvolta invece troviamo l'accoppiata infodump+conferma della nozione appena comunicata attraverso dialoghi e azioni dei personaggi.
In certi punti, poi, nonostante la netta distinzione di POV, indicata con la riga vuota e un nuovo paragrafo, il narratore comunica pensieri e/o intenzioni dei personaggi esterni al POV, così, come nulla fosse.
Le brutture stilistiche si riferiscono inoltre a una vasta gamma di frasi.
Per esempio, le non-azioni, che non hanno motivo di esistere. Talvolta scrivere ciò che non accade, nella narrazione, può essere indispensabile o comunque difficile da modificare in forma affermativa. Altre volte, invece, non ha alcun senso scrivere ciò che non succede, come che "le scale coperte dal tappeto non scricchiolarono." Sticazzi?
Poi ci sono le descrizioni vaghe. Come "Qualcosa si avvicinava, emergendo dall'oscurità", e continuando così a narrare aria fritta, che nel cervello non si traduce in alcuna immagine, visto che ciò che si stava avvicinando non era, appunto, una cosa facilmente immaginabile. E vi do un indizio: non è una carrozza, o un uomo, o un canguro. Quindi magari quel "qualcosa" non ci sta bene, no? Magari sarebbe stato meglio - per esempio - delineare la forma di quel qualcosa, la sagoma dell'ombra o chessoìo.
Altra (esemplificativa) vaghezza da nobel: "John, ancora interdetto, stava armeggiando con un arnese da medico". Un arnese da medico.
Questo mi ricorda Parola di Giobbe, un libro di Giobbe Covatta, in cui c'è la seguente vignetta (e il senso è lo stesso per il fantomatico "arnese da medico" di Newman):
Gli infodump sono proprio nudi e crudi, volgari, irritanti nella loro banalità. In una scena, Geneviève (se non ricordo male era lei, mi sono segnato solo alcune frasi ma non il resto) sta affrontando una creatura cinese molto vecchia, e le parla in mandarino. Quella risponde telepaticamente, e il narratore prontamente ci informa: "Gli antichi non avevano la necessità di parlare."
In conclusione, per gli amanti sbavanti dei vampiri questo romanzo può andare più che bene. Di fatto, però, è scritto male. Ma proprio male. Le idee sono belle, forse le reputo tali perché non sono un fan sfegatato di vampirismo, licantropia e surrogati, ma le ho trovate avvincenti e interessanti.
Purtroppo però le idee finiscono a metà romanzo. Quindi non c'è alcun motivo per continuare a leggere oltre quel punto, e se l'ho fatto è stato solo perché non mi va di scrivere post su romanzi letti a metà o peggio ancora, meno della metà. Poi i miei lettori cosa devono pensare? Che sono pigro? (sì)
Se lo stile fosse stato un tantino migliore, lo avrei letto con maggiore voracità e probabilmente avrei scelto di continuare la serie.
Ma mi fermo con questo e sto bene così.
Gang bang
Recensione tratta dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/10/impressioni-g…
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Io con Palahniuk sono come Tapiro con Dick. Quindi abbiate pazienza.continue)
Gang bang è il titolo italiano di Snuff. Sinceramente: ottima scelta. I titoli sono una bru ... (
Recensione tratta dal mio blog, link diretto: http://federico-russo.blogspot.it/2012/10/impressioni-g…
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Io con Palahniuk sono come Tapiro con Dick. Quindi abbiate pazienza.
Gang bang è il titolo italiano di Snuff. Sinceramente: ottima scelta. I titoli sono una brutta bestia: Gang bang ricorda il porno, è un titolo "coraggioso" (modalità aggettivi random per recensioni lettterarie: ON), nel senso che colpisce l'attenzione in maniera più adeguata rispetto a Snuff.
Uno snuff movie è un filmato, di solito amatoriale, in cui viene ripresa la morte di una persona.
Gang bang tratta di un film che sta girando Cassie Wright, regina del porno, che vede appunto le prestazioni di 600 uomini con una sola donna, al fine di stabilire un record storico. Vista l'entità dell'impresa, si teme che Cassie possa morire durante le riprese, e ciò nonostante tutti gli attori entrerebbero nella storia, il figlio segreto dell'attrice erediterebbe una fortuna e la stessa Cassie avrebbe la redenzione per il tipo di vita che ha avuto. La storia è situata in una salone d'attesa in cui si trovano i 600 uomini, ed è narrata nella solita prima persona, con quattro POV: il n° 600, il 72, il 137 e Sheila, la coordinatrice.
Dei romanzi di Palahniuk che ho letto finora, mi sembra quello con più colpi di scena.
Su Anobii l'ho votato 5 stelle, ma a metà romanzo lo stavo valutando 4 (è approssimativo dare un voto a un romanzo, ma se proprio si deve, preferirei farlo in decimi).
Quello che "non mi piace" di Snuff è che lo stile di Palahniuk per questo romanzo è lo stesso degli altri. Mi spiego: i personaggi sono quattro, ma la differenza tra uno e l'altro è minima nello stile. Da un lato questo è giustificabile con l'Io sommerso di Palahniuk, che senza usare verbi di senso ficca dritto dritto nel cervello del lettore le immagini e le sensazioni del personaggio (lo stile quindi come mero veicolo del significato, e non come elemento formale a sé). Ad ogni modo, nella lettura riuscivo a identificare tutte le indicazioni che Chuck dà nei suoi saggi (come lo scandire il tempo con unità originali, per esempio il numero di film passati sugli schermi nello stanzone d'attesa o i fiocchetti di forfora caduti dalla testa di Sheila). Il che va bene, secondo me, quando il narratore non coincide col personaggio.
Altra cosa che mi è piaciuta poco: le svariate informazioni. Anche questo fa parte del "vademecum" palahniukiano, e lo capisco. Si vede che Chuck si è informato non poco riguardo a tutto il mondo dell'industria pornografica. Ma, a mio avviso, per quanto ben presentate, certe informazioni costituiscono comunque un leggero infodump, e il romanzo sarebbe stato bello anche senza di esse, o almeno, in misura minore.
Non fraintendetemi, Palahniuk non fa infodump gratuito. Qui intendo suggerire ipotetici "miglioramenti" a una narrazione di per sé perfetta. Cadiamo insomma nel gusto personale, in pratica (figuriamoci se vado a dire a Palahniuk come scrivere).
Ad ogni modo: il ritmo è ottimo e il romanzo non si sbrodola. Sono 208 pagine (mi pare 150-180 secondo il mio lettore, mistero) che si leggono con grande interesse e senza annoiare.
La "satira" c'è sempre, in Palahniuk, e come ho avuto modo di dire altrove - credo per Survivor -, il secondo fine "sociale" è una conseguenza, del romanzo, non il nucleo centrale, che rimane sempre e comunque la storia.
Un romanzo deciso, una narrazione con carattere, un autore cazzuto. Palahniuk è sempre una garanzia.