In fatto di letture sto attraversando una fase un po’ strana. Non riesco più ad accontentarmi.
Mi spiego meglio. Fino a qualche anno fa, se l’autore del romanzo che avevo tra le mani metteva sul tavolo qualche buona idea, portata magari avanti con un trama passabile, tanto mi bastava. Ero soddisfat
... (continue)
In fatto di letture sto attraversando una fase un po’ strana. Non riesco più ad accontentarmi.
Mi spiego meglio. Fino a qualche anno fa, se l’autore del romanzo che avevo tra le mani metteva sul tavolo qualche buona idea, portata magari avanti con un trama passabile, tanto mi bastava. Ero soddisfatto.
Oggi? Oggi anche se l’autore tira fuori idee geniali e/o una bella trama... potrebbe non bastarmi. Sto cominciando ad avere un occhio di riguardo (forse anche due) verso lo stile dell’autore.
Prendiamo per esempio alcuni dei grandi autori classici della fantascienza. Pochi hanno saputo concepire idee della portata per esempio di un Clarke (2001 odissea nello spazio, incontro con Rama, le guide del tramonto) o di un Asimov (fondazione). Ma se osserviamo queste opere da un punto di vista puramente stilistico, di virtuosismo della scrittura... bè i due suddetti non è che fossero esattamente dei geni immortali. Ottimi scrittori, per carità, espongono le loro idee in modo pulitissimo e scorrevole, ma niente di più.
Quelli che cerco sono autori con uno stile distinto e caratteristico, un marchio di fabbrica, che riconosci dopo aver letto solo un paio di frasi. E non ce ne sono mica molti di autori così, soprattutto tra i contemporanei. Mi viene in mente giusto qualche nome: China Mièville, William Gibson, Neil Gaiman. E Warren Ellis.
Per chi non lo conoscesse, Ellis opera principalmente come sceneggiatore di graphic novels, ed è autore di quello che forse è il mio fumetto preferito, Transmetropolitan.
Il suo stile è, in una parola, eccessivo. Niente è troppo volgare, sfrontato, provocatorio, scandaloso per Ellis, che anzi pare godere un mondo nello sbattere in faccia al lettore le situazioni più oscene, improbabili ed inaudite. Ma non lo fa solo per il gusto di farlo. E’ il suo modo di parodiare la realtà, una satira feroce e spietata, il suo modo di provocare e dire al lettore “non fare il bacchettone, la realtà è questa e lo sai bene”. Non ha paura di dire, anzi urlare quello che pensa, Ellis.
Ammetto che non è un autore per tutti. Molte delle persone con cui discuto normalmente di libri, e con le quali ho una certa affinità di gusti, lo ritengono eccessivo, non lo apprezzano. Personalmente, le sue oscenità non mi danno affatto fastidio, perchè non sono mai fini a sè stesse. Hanno sempre una funzione narrativa precisa. Trovo più osceno e volgare un film di Vanzina o Studio Aperto.
Gun Machine è il secondo romanzo di Warren Ellis, dopo Crooked Little Vein, e rispetto a questo è decisamente più coi piedi per terra. Ma considerando che Crooked Little Vein parlava di un detective alla ricerca della Costituzione segreta americana (un misterioso tomo, realizzato dai padri fondatori, dai poteri mistici, rilegato in pelle di alieno e smarrito da Nixon in un bordello) forse non ci voleva molto.
Si tratta infatti di un poliziesco dall’inteccio abbastanza classico, ma dai toni decisamente splatter che spesso sconfinano nel surreale. E tutto ciò già dal primo paragrafo, nel quale la materia cerebrale del partner del protagonista viene splamata sul muro da un energumeno nudo armato di fucile a pompa. Il tutto descritto con dovizia di particolari più o meno rivoltanti.
Ellis vuole mettere le cose in chiaro fin da subito. Se non hai lo stomaco per questa roba, lascia stare.
Mentre indaga sulla morte del suo partner, il detective Tallow (questo il nome del protagonista) si imbatte in una misteriosa stanza contenente decine e decine di pistole di tutti i tipi, calibri, dimensioni ed epoche storiche. Tutte accuratamente diposte sulle pareti secondo un imperscrutabile schema.
Ma il bello viene quando gli esami balistici rivelano che ognuna di queste pistole è stata usata per uccidere, e tutti i casi in questione sono finiti tra i casi irrisolti nel corso degli ultimi vent’anni.
Tallow si trova dunque di punto in bianco sul groppone diverse dozzine di casi da risolvere.
La trama da qui si sviluppa in modo abbastanza classico, e anche se all’inizio arranca un po’, da metà libro comincia ad ingranare bene.
Si tratta in ultima analisi di un romanzo che si fa apprezzare più per lo stile e per l il senso dell’umorismo dark che per la trama, che per carità qualche buono spunto ce l’ha, ma a conti fatto non è nulla di memorabile.
“Che cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione”. Se dovessimo seguire i canoni dettati dal sommo Melandri, allora Locke Lamora rientrerebbe a pieno merito nella categoria dei Geni della Menzogna.
Orfano fin dalla tenera età, accolto prima dal Forgialadri
... (continue)
“Che cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione”. Se dovessimo seguire i canoni dettati dal sommo Melandri, allora Locke Lamora rientrerebbe a pieno merito nella categoria dei Geni della Menzogna.
Orfano fin dalla tenera età, accolto prima dal Forgialadri e poi da Padre Catena, due dei più astuti farabutti della città di Camorr, Locke Lamora si mette subito in mostra per acume, scellerata sfrontatezza e raffinata astuzia. Caratteristiche che formano una miscela alquanto instabile, ma che inducono Padre Catena (finto sacerdote di Perelandro, in realtà abile truffatore), ad addestrarlo nella fine arte del raggiro. Nel giro di pochi anni, Locke diventa il leader della banda dei Bastardi Galantuomini, il cui scopo è quello di derubare ingenti somme ai nobili della città. Il tutto in barba alla Pace Segreta, il patto non scritto stipulato tra il regnante ufficiale della città, Duca Nicovante, ed il Capa della malavita Vencarlo Barsavi. Il patto proibisce agli uomini di Barsavi derubare i nobili, i quali in cambio chiudono un occhio sulle altre losche attività del Capa. Durante l’ennesimo ingegnoso raggiro ideato da Locke ai danni di uno dei facoltosi Don camorrani, i Bastardi Galantuomini si troveranno loro malgrado invischiati in una faccenda molto più grande di loro; da burattinai delle loro ignare vittime, si ritroveranno burattini nelle mani del Re Grigio, una misteriosa figura che sta lentamente eliminando tutti gli uomini più fidati di Capa Barsavi.
Era da un bel po’ che non tentavo la sorte con un fantasy, scoraggiato dalla qualità media delle produzioni odierne. Però questo romanzo va contro la Sacra Legge del fantasy: “ogni opera che scriverai sarà come minimo una trilogia, pena l’essere considerato un pezzente farabutto stupratore di bambini” o qualcosa del genere, credo. Quindi mi son detto, sia mai che questo tizio se ne sia fregato anche degli altri stereotipi del fantasy ed abbia tirato fuori qualcosa di decente. In effetti è proprio così. Forse non sarà quel capolavoro immortale come lo vedevo dipinto in varie recensioni, ma è comunque un romanzo più che dignitoso.
Innazitutto il background. La città di Camorr (nome di assonanza piuttosto infausta if you ask me, ma non stiamo a cavillare) è reminiscente della Repubblica di Venezia dei tempi d’oro, sia nei nomi di luoghi e persone, che nella topologia. Si tratta infatti di una città marittima, costituita da un fitto reticolo di canali e che basa la sua economia sul commercio. Quello che riesce meglio a Lynch è la ricostruzione degli equilibri di potere di Camorr; non c’è infatti un poco credibile monarca che fa il bello e il cattivo tempo, ma un delicato equilibrio di parti. Ci sono i nobili, i ricchi mercanti, i malavitosi, la gilda dei maghi e quella delle prostitute, le caste di sacerdoti dei 12 Dei (anzi, 13); tutti poteri con cui Locke si ritrova prima o poi a fare i conti.
Le azioni dei personaggi sono piuttosto verosimili e coerenti con ciò che accade loro intorno. Inizialmente ho avuto l’impressione che trattassero la morte (di amici o nemici che fosse) con eccessiva leggerezza. Ma poi mi sono accorto che tale leggerezza era solo apparente, una facciata, un modo per accettare il fatto che Camorr è una città estremamente pericolosa, che può regalarti un bel cappio attorno al collo in un batter d’occhio e magari solo per la semplice sfortuna di esserti trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La trama è piuttosto solida, anche se arrivati a 3/4 non si fa troppa fatica a capire come mettere insieme i restanti pezzi del puzzle. Ecco, se proprio dovessi muovere una critica, i pezzi alla fine vanno ad incastrarsi un po’ troppo bene per i miei gusti. Succede la cosa giusta al momento giusto, il tutto per portare ad una trama perfettamente conclusa e soddisfacente. Qualche sottotrama lasciata in sospeso o non perfettamente chiusa secondo me avrebbe reso il tutto più convincente.
Lynch, pur non avendo uno stile particolarmente incisivo, si destreggia molto bene; non eccede con le descrizioni, ma fornisce la giusta quantità di informazioni senza mai sfociare nell’odioso infodump. Si riesce a dimenticarsi completamente dell’autore e ad immergersi pienamente nella storia, cosa che riesce solo ai veri scrittori, ma curiosamente non ai Grandi Fenomeni del fantasy odierno. Bizzarrie della moderna editoria.
Di solito non scrivo mai di un libro prima di averlo finito, ma questa volta voglio fare un'eccezione. Era da tempo che un libro non mi prendeva così. Dopo sole 20 pagine l'autore è già riuscito a dare una rappresentazione incredibilmente vivida dell'ambientazione e dei personaggi. Poche pennellate
... (continue)
Di solito non scrivo mai di un libro prima di averlo finito, ma questa volta voglio fare un'eccezione. Era da tempo che un libro non mi prendeva così. Dopo sole 20 pagine l'autore è già riuscito a dare una rappresentazione incredibilmente vivida dell'ambientazione e dei personaggi. Poche pennellate essenziali, ma concrete ed efficaci. Niente fronzoli, dritto al sodo come piace a me. Ciò che più mi ha colpito è l'efficacia con cui l'autore riesce a rappresentare il senso di oppressione e claustrofobia con cui gli abitanti del silo (il rifugio sotterraneo in cui sono costretti a vivere i protagonisti in seguito ad una non ben identificata apocalisse) convivono quotidianamente. Lo stile è un perfetto compromesso tra ricercatezza ed immediatezza, solo apparentemente lineare, ma che in realtà è frutto di una meticolosa attenzione al dettaglio. Ogni frase ha qualcosa di importante da dire, non ci sono righe buttate lì solo per riempire. La trama viene portata avanti con sapienza, dosando perfettamente gli avvenimenti e le rivelazioni. Nemmeno l'ombra di info dump, ogni dettaglio viene rivelato al momento giusto e nel giusto contesto. Non ho idea di chi sia questo autore, ma di certo andrò a caccia di altri suoi lavori.
** edit Ok non lo faccio più. Commentare prima di aver finito, dico. Nei racconti successivi non viene aggiunto niente di niente al background :-/
Raccolta di racconti sul tema della tortura. Senza nessuna pretesa di fare lezione sui diritti umani o simili scontate retoriche. Semplicemente, la descrizione spietata e senza mezze misure di ciò che si prova (o meglio, si dovrebbe provare) di fronte alla sofferenza di un'altra person
... (continue)
Raccolta di racconti sul tema della tortura. Senza nessuna pretesa di fare lezione sui diritti umani o simili scontate retoriche. Semplicemente, la descrizione spietata e senza mezze misure di ciò che si prova (o meglio, si dovrebbe provare) di fronte alla sofferenza di un'altra persona. Vorrei ridurre il suo dolore a qualcosa che io possa sopportare Questa frase (tratta dal primo racconto Il dolore del marmo) riassume perfettamente il concetto.
Nonostante sia fortemente romanzata, la ricostruzione storica mi è parsa curata e mai troppo invadente. <br />Lo stile di Altieri, fatto di periodi brevi e graffianti, si addice bene alle atmosfere cupe della germania del 1630. A volte però mi è sembrato un pochino eccessivo, col risultato di
... (continue)
Nonostante sia fortemente romanzata, la ricostruzione storica mi è parsa curata e mai troppo invadente. <br />Lo stile di Altieri, fatto di periodi brevi e graffianti, si addice bene alle atmosfere cupe della germania del 1630. A volte però mi è sembrato un pochino eccessivo, col risultato di ottenere situazioni e dialoghi un po' troppo spettacolarizzati e poco realistici (Wulfagar ad esempio sembra parlare unicamente tramite frasi prese dal manuale del piccolo monaco zen).<br />Per il resto la lettura è molto scorrevole e piacevole. Credo che continuerò la lettura di questa trilogia.
Gun Machine
In fatto di letture sto attraversando una fase un po’ strana. Non riesco più ad accontentarmi.
Mi spiego meglio. Fino a qualche anno fa, se l’autore del romanzo che avevo tra le mani metteva sul tavolo qualche buona idea, portata magari avanti con un trama passabile, tanto mi bastava. Ero soddisfat ... (continue)
In fatto di letture sto attraversando una fase un po’ strana. Non riesco più ad accontentarmi.
Mi spiego meglio. Fino a qualche anno fa, se l’autore del romanzo che avevo tra le mani metteva sul tavolo qualche buona idea, portata magari avanti con un trama passabile, tanto mi bastava. Ero soddisfatto.
Oggi? Oggi anche se l’autore tira fuori idee geniali e/o una bella trama... potrebbe non bastarmi. Sto cominciando ad avere un occhio di riguardo (forse anche due) verso lo stile dell’autore.
Prendiamo per esempio alcuni dei grandi autori classici della fantascienza. Pochi hanno saputo concepire idee della portata per esempio di un Clarke (2001 odissea nello spazio, incontro con Rama, le guide del tramonto) o di un Asimov (fondazione). Ma se osserviamo queste opere da un punto di vista puramente stilistico, di virtuosismo della scrittura... bè i due suddetti non è che fossero esattamente dei geni immortali. Ottimi scrittori, per carità, espongono le loro idee in modo pulitissimo e scorrevole, ma niente di più.
Quelli che cerco sono autori con uno stile distinto e caratteristico, un marchio di fabbrica, che riconosci dopo aver letto solo un paio di frasi. E non ce ne sono mica molti di autori così, soprattutto tra i contemporanei. Mi viene in mente giusto qualche nome: China Mièville, William Gibson, Neil Gaiman. E Warren Ellis.
Per chi non lo conoscesse, Ellis opera principalmente come sceneggiatore di graphic novels, ed è autore di quello che forse è il mio fumetto preferito, Transmetropolitan.
Il suo stile è, in una parola, eccessivo. Niente è troppo volgare, sfrontato, provocatorio, scandaloso per Ellis, che anzi pare godere un mondo nello sbattere in faccia al lettore le situazioni più oscene, improbabili ed inaudite. Ma non lo fa solo per il gusto di farlo. E’ il suo modo di parodiare la realtà, una satira feroce e spietata, il suo modo di provocare e dire al lettore “non fare il bacchettone, la realtà è questa e lo sai bene”. Non ha paura di dire, anzi urlare quello che pensa, Ellis.
Ammetto che non è un autore per tutti. Molte delle persone con cui discuto normalmente di libri, e con le quali ho una certa affinità di gusti, lo ritengono eccessivo, non lo apprezzano. Personalmente, le sue oscenità non mi danno affatto fastidio, perchè non sono mai fini a sè stesse. Hanno sempre una funzione narrativa precisa. Trovo più osceno e volgare un film di Vanzina o Studio Aperto.
Gun Machine è il secondo romanzo di Warren Ellis, dopo Crooked Little Vein, e rispetto a questo è decisamente più coi piedi per terra. Ma considerando che Crooked Little Vein parlava di un detective alla ricerca della Costituzione segreta americana (un misterioso tomo, realizzato dai padri fondatori, dai poteri mistici, rilegato in pelle di alieno e smarrito da Nixon in un bordello) forse non ci voleva molto.
Si tratta infatti di un poliziesco dall’inteccio abbastanza classico, ma dai toni decisamente splatter che spesso sconfinano nel surreale. E tutto ciò già dal primo paragrafo, nel quale la materia cerebrale del partner del protagonista viene splamata sul muro da un energumeno nudo armato di fucile a pompa. Il tutto descritto con dovizia di particolari più o meno rivoltanti.
Ellis vuole mettere le cose in chiaro fin da subito. Se non hai lo stomaco per questa roba, lascia stare.
Mentre indaga sulla morte del suo partner, il detective Tallow (questo il nome del protagonista) si imbatte in una misteriosa stanza contenente decine e decine di pistole di tutti i tipi, calibri, dimensioni ed epoche storiche. Tutte accuratamente diposte sulle pareti secondo un imperscrutabile schema.
Ma il bello viene quando gli esami balistici rivelano che ognuna di queste pistole è stata usata per uccidere, e tutti i casi in questione sono finiti tra i casi irrisolti nel corso degli ultimi vent’anni.
Tallow si trova dunque di punto in bianco sul groppone diverse dozzine di casi da risolvere.
La trama da qui si sviluppa in modo abbastanza classico, e anche se all’inizio arranca un po’, da metà libro comincia ad ingranare bene.
Si tratta in ultima analisi di un romanzo che si fa apprezzare più per lo stile e per l il senso dell’umorismo dark che per la trama, che per carità qualche buono spunto ce l’ha, ma a conti fatto non è nulla di memorabile.
http://figura4.com/recensioni/libri/125/gun-machine
Gli inganni di Locke Lamora
“Che cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione”. Se dovessimo seguire i canoni dettati dal sommo Melandri, allora Locke Lamora rientrerebbe a pieno merito nella categoria dei Geni della Menzogna.
Orfano fin dalla tenera età, accolto prima dal Forgialadri ... (continue)
“Che cos'è il Genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione”. Se dovessimo seguire i canoni dettati dal sommo Melandri, allora Locke Lamora rientrerebbe a pieno merito nella categoria dei Geni della Menzogna.
Orfano fin dalla tenera età, accolto prima dal Forgialadri e poi da Padre Catena, due dei più astuti farabutti della città di Camorr, Locke Lamora si mette subito in mostra per acume, scellerata sfrontatezza e raffinata astuzia. Caratteristiche che formano una miscela alquanto instabile, ma che inducono Padre Catena (finto sacerdote di Perelandro, in realtà abile truffatore), ad addestrarlo nella fine arte del raggiro.
Nel giro di pochi anni, Locke diventa il leader della banda dei Bastardi Galantuomini, il cui scopo è quello di derubare ingenti somme ai nobili della città. Il tutto in barba alla Pace Segreta, il patto non scritto stipulato tra il regnante ufficiale della città, Duca Nicovante, ed il Capa della malavita Vencarlo Barsavi. Il patto proibisce agli uomini di Barsavi derubare i nobili, i quali in cambio chiudono un occhio sulle altre losche attività del Capa.
Durante l’ennesimo ingegnoso raggiro ideato da Locke ai danni di uno dei facoltosi Don camorrani, i Bastardi Galantuomini si troveranno loro malgrado invischiati in una faccenda molto più grande di loro; da burattinai delle loro ignare vittime, si ritroveranno burattini nelle mani del Re Grigio, una misteriosa figura che sta lentamente eliminando tutti gli uomini più fidati di Capa Barsavi.
Era da un bel po’ che non tentavo la sorte con un fantasy, scoraggiato dalla qualità media delle produzioni odierne. Però questo romanzo va contro la Sacra Legge del fantasy: “ogni opera che scriverai sarà come minimo una trilogia, pena l’essere considerato un pezzente farabutto stupratore di bambini” o qualcosa del genere, credo. Quindi mi son detto, sia mai che questo tizio se ne sia fregato anche degli altri stereotipi del fantasy ed abbia tirato fuori qualcosa di decente.
In effetti è proprio così. Forse non sarà quel capolavoro immortale come lo vedevo dipinto in varie recensioni, ma è comunque un romanzo più che dignitoso.
Innazitutto il background. La città di Camorr (nome di assonanza piuttosto infausta if you ask me, ma non stiamo a cavillare) è reminiscente della Repubblica di Venezia dei tempi d’oro, sia nei nomi di luoghi e persone, che nella topologia. Si tratta infatti di una città marittima, costituita da un fitto reticolo di canali e che basa la sua economia sul commercio.
Quello che riesce meglio a Lynch è la ricostruzione degli equilibri di potere di Camorr; non c’è infatti un poco credibile monarca che fa il bello e il cattivo tempo, ma un delicato equilibrio di parti. Ci sono i nobili, i ricchi mercanti, i malavitosi, la gilda dei maghi e quella delle prostitute, le caste di sacerdoti dei 12 Dei (anzi, 13); tutti poteri con cui Locke si ritrova prima o poi a fare i conti.
Le azioni dei personaggi sono piuttosto verosimili e coerenti con ciò che accade loro intorno. Inizialmente ho avuto l’impressione che trattassero la morte (di amici o nemici che fosse) con eccessiva leggerezza. Ma poi mi sono accorto che tale leggerezza era solo apparente, una facciata, un modo per accettare il fatto che Camorr è una città estremamente pericolosa, che può regalarti un bel cappio attorno al collo in un batter d’occhio e magari solo per la semplice sfortuna di esserti trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La trama è piuttosto solida, anche se arrivati a 3/4 non si fa troppa fatica a capire come mettere insieme i restanti pezzi del puzzle. Ecco, se proprio dovessi muovere una critica, i pezzi alla fine vanno ad incastrarsi un po’ troppo bene per i miei gusti. Succede la cosa giusta al momento giusto, il tutto per portare ad una trama perfettamente conclusa e soddisfacente. Qualche sottotrama lasciata in sospeso o non perfettamente chiusa secondo me avrebbe reso il tutto più convincente.
Lynch, pur non avendo uno stile particolarmente incisivo, si destreggia molto bene; non eccede con le descrizioni, ma fornisce la giusta quantità di informazioni senza mai sfociare nell’odioso infodump. Si riesce a dimenticarsi completamente dell’autore e ad immergersi pienamente nella storia, cosa che riesce solo ai veri scrittori, ma curiosamente non ai Grandi Fenomeni del fantasy odierno. Bizzarrie della moderna editoria.
http://figura4.com/recensioni/libri/124/gli-inganni-di-…
Wool
Di solito non scrivo mai di un libro prima di averlo finito, ma questa volta voglio fare un'eccezione.continue)
Era da tempo che un libro non mi prendeva così. Dopo sole 20 pagine l'autore è già riuscito a dare una rappresentazione incredibilmente vivida dell'ambientazione e dei personaggi. Poche pennellate ... (
Di solito non scrivo mai di un libro prima di averlo finito, ma questa volta voglio fare un'eccezione.
Era da tempo che un libro non mi prendeva così. Dopo sole 20 pagine l'autore è già riuscito a dare una rappresentazione incredibilmente vivida dell'ambientazione e dei personaggi. Poche pennellate essenziali, ma concrete ed efficaci. Niente fronzoli, dritto al sodo come piace a me.
Ciò che più mi ha colpito è l'efficacia con cui l'autore riesce a rappresentare il senso di oppressione e claustrofobia con cui gli abitanti del silo (il rifugio sotterraneo in cui sono costretti a vivere i protagonisti in seguito ad una non ben identificata apocalisse) convivono quotidianamente. Lo stile è un perfetto compromesso tra ricercatezza ed immediatezza, solo apparentemente lineare, ma che in realtà è frutto di una meticolosa attenzione al dettaglio. Ogni frase ha qualcosa di importante da dire, non ci sono righe buttate lì solo per riempire.
La trama viene portata avanti con sapienza, dosando perfettamente gli avvenimenti e le rivelazioni. Nemmeno l'ombra di info dump, ogni dettaglio viene rivelato al momento giusto e nel giusto contesto.
Non ho idea di chi sia questo autore, ma di certo andrò a caccia di altri suoi lavori.
** edit
Ok non lo faccio più. Commentare prima di aver finito, dico. Nei racconti successivi non viene aggiunto niente di niente al background :-/
Nessuna giustificazione
Raccolta di racconti sul tema della tortura. Senza nessuna pretesa di fare lezione sui diritti umani o simili scontate retoriche. Semplicemente, la descrizione spietata e senza mezze misure di ciò che si prova (o meglio, si dovrebbe provare) di fronte alla sofferenza di un'altra person ... (continue)
Raccolta di racconti sul tema della tortura. Senza nessuna pretesa di fare lezione sui diritti umani o simili scontate retoriche. Semplicemente, la descrizione spietata e senza mezze misure di ciò che si prova (o meglio, si dovrebbe provare) di fronte alla sofferenza di un'altra persona.
Vorrei ridurre il suo dolore a qualcosa che io possa sopportare
Questa frase (tratta dal primo racconto Il dolore del marmo) riassume perfettamente il concetto.
L'eretico
Nonostante sia fortemente romanzata, la ricostruzione storica mi è parsa curata e mai troppo invadente. <br />Lo stile di Altieri, fatto di periodi brevi e graffianti, si addice bene alle atmosfere cupe della germania del 1630. A volte però mi è sembrato un pochino eccessivo, col risultato di ... (continue)
Nonostante sia fortemente romanzata, la ricostruzione storica mi è parsa curata e mai troppo invadente. <br />Lo stile di Altieri, fatto di periodi brevi e graffianti, si addice bene alle atmosfere cupe della germania del 1630. A volte però mi è sembrato un pochino eccessivo, col risultato di ottenere situazioni e dialoghi un po' troppo spettacolarizzati e poco realistici (Wulfagar ad esempio sembra parlare unicamente tramite frasi prese dal manuale del piccolo monaco zen).<br />Per il resto la lettura è molto scorrevole e piacevole. Credo che continuerò la lettura di questa trilogia.