-
Finished
-
-
-
- Morte di un apicultore (231)
-
By Lars Gustafsson -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Pianissimo (122)
-
By Camillo Sbarbaro -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Odi di Ricardo Reis (50)
- Testo portoghese a fronte
-
By Fernando Pessoa -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- L'identità (2867)
-
By Milan Kundera -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- L'uomo senza passato (94)
-
By Aki Kaurismäki -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Paradiso e inferno (405)
-
By Jón Kalman Stefánsson -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Animal Farm (5803)
-
By George Orwell -
Finished 




-
-
-
-
- I quaderni di Malte Laurids Brigge (871)
-
By Rainer Maria Rilke -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- The Body Artist (91)
- A Novel
-
By Don DeLillo -
Finished in 2013
-
-
-
-
- L'esistenzialismo è un umanismo (645)
-
By Jean-Paul Sartre -
Finished 




-
-
-
-
- Die Kapuzinergruft (29)
-
By Joseph Roth -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- The Complete Dramatic Works (60)
-
By Samuel Beckett -
Finished in 2013 




-
-
1 person find this helpful 



“They give birth astride of a grave, the light gleams an instant, then it's night once more.” -
Take Shakespeare’s enlightened, prophetic clarity of view and expression; Chekhov’s bleak humor; Joyce’s or Woolf’s gift of psychological deepness; the definitely disenchanted understanding of the world and yet the compassionate consideration of all human being that were common, for instance, to T.S ... (
continue ) -
—
Mar 24, 2013 |
Add your feedback
-
-
-
-
- Tonio Kroeger / Mario und der Zauberer (101)
-
By Thomas Mann -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Memorie del sottosuolo (8076)
-
By Fedor M. Dostoevskij -
Finished in 2013 




-
-
-
-
- Il peso falso (385)
-
By Joseph Roth -
Finished in 2013 




-
Paradiso e inferno
Mi viene in mente Calvino, che scriveva nelle sue Città invisibili, nel lontano 1972: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce ... (continue)
Mi viene in mente Calvino, che scriveva nelle sue Città invisibili, nel lontano 1972: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a tutti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
E mi viene un mente una frase di un regista giapponese che tanto mi colpì e che conservo, annotata a margine di un quaderno, dai giorni dell’università: “La vita è ciò che tu credi che sia, più o meno amara a seconda di come sei tu”. Non ricordo se venisse pronunciata da un personaggio o dal narratore o, magari, dallo stesso regista a proposito del film (dei primi anni ’50), il quale mi colpì però sicuramente per la rappresentazione realistica e antidrammatica del vivere quotidiano della povera gente, dei comuni operai nelle grandi città industriali, dove ogni angolo grigio, ogni muro sporco, ogni gruppo di ciminiere era uguale eppure appariva diverso se visto da un’altra angolatura…
Ebbene, anche in questo romanzo (di formazione, se si vuole, e scritto in una prosa tanto poetica quanto sincera e disillusa), non c’è nulla di hollywoodiano, nulla di patinato e di rassicurante, ma solo la vita così com’è e come uno vuole o deve prenderla, la vita coi suoi brevi momenti di sole e le sue lunghe, buie, fredde notti d’inverno… e se si nasce in Islanda, quasi sulla cornice di ghiaccio del mondo, e si cresce fra poveri pescatori, si impara ben presto che la vita bisogna guadagnarsela a fatica, e che non si ha molto altro da desiderare, alla fine di una giornata in mezzo al mare, al vento e al gelo, se non una tazza di caffè bollente, del pane di segale con del burro e paté di pecora, del tabacco e una birra quando va bene, e il corpo e il cuore di una donna quando va meglio. Si impara dai vecchi a fare il segno della croce su ogni lenza prima di buttarla in mare, si impara a farlo per abitudine, ma in fondo si sa che “le profondità del mare sono prive di ogni vizio, sono solo vita e morte, mentre ci vorrebbero certo non uno, ma almeno diecimila segni della croce, se calassimo le lenze negli abissi dell’animo umano”: perché no, la gente non è più vicina a Dio, o alla Natura o a chi per loro, se nasce lassù dove l’aria è più pura e la terra più selvaggia, dove i fiocchi di neve cadono abbondanti e “hanno la forma delle ali degli angeli”, dove “la vita è una brace che riscalda la terra e la rende abitabile”… no, anzi, anche là come ovunque la gente deve aggrapparsi a qualcosa, fingere d’aver trovato una risposta “in Dio, nella scienza, nella grappa, nell’elisir che viene dalla Cina”. E se il caso vuole che tu sia giovane e sia nato sensibile, vorrà dire che imparerai ancora prima cosa significhi sentirsi soli, cosa significhi trovare il calore di un’amicizia. E se il caso, crudele, vuole anche che tu perda quel che hai trovato, quel che hai di più caro, quel tiepido raggio di sole che trapassa la coltre delle nuvole e ti dà la forza di andare avanti, allora dovrai abbandonare anche i sogni e le poesie e metterti di nuovo a cercare, di nuovo in cammino, il più leggero possibile, il più forte possibile, contro il vento e la neve, lungo la strada del vivere.