[Citazioni] da La chiave a stella

DISCUSSIONE | 4 Interventi | Creata da La Donna Camèl |
Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2008 | Iniziata: 10 settembre 2008
La Donna Camèl La Donna Camèl ha scritto: Comincio con questa, ma ne avrei da parte altre...

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dallla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

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Nel ringraziare eleU per l'invito al gruppo, prontamente accettato, vorrei sottolineare come Levi abbia avuto per la propria professione di chimico un affetto intenso: per lui era il misurarsi stesso con la natura. Per formazione ed ambiente "piccolo borghese" (nel senso assolutamente buono del termine) in cui è vissuto negli anni della sua formazione, mi sembra naturale che abbia avuto una visione del lavoro come professione, più che come necessità.
Mi sembra quindi naturale che quando incontra qualcuno che, pur avendo una professione diversa, mostra la medesima affezione (cosa piuttosto diffusa tra Piemonte, Lombardia e Veneto - per quel che conosco), questo rafforzi la convinzione della funzione nobilitatrice del lavoro sull'uomo.
Ma da un punto di vista completamente opposto partirebbe un contadino scappato dalla propria terra che si ritrova alla FIAT degli anni '20.

Sull'uso del termine lager Levi mi ha insegnato ad avere una profonda consapevolezza che è riferibile solo ai KZ, solo del periodo '41-'45, solo in Europa: rifuggo da ogni altra qualificazione di lager, in quanto - come forse diceva lui - associare il lager a qualche altra situazione equivale a snaturarne il significato vero, che solo chi lo ha conosciuto da dentro ha ben presente.
Piuttosto, non è la fabbrica un lager, ma era il lager organizzato come una fabbrica.

Mauro Mussin 8 anni fa
Inoltre Levi non concordava affatto col definire, da parte di operai e organizzazioni sindacali, il lavoro in fabbrica come un lager. Gli pareva un paragone esagerato.
eleU 8 anni fa
E'un brano famoso, e ai tempi considerato polemico verso determinati movimenti di sinistra che sembravano vedere il lavoro solo come alienazione e sfruttamento.
In realtà è quello che è, un modo equilibrato ed umano di vedere il lavoro in tutte le sue implicazioni, senza preconcetti.
Ed è, come sempre, un pezzo di chiarezza lessicale, elegante, e intelligente, tipiche di Levi.
PatFumetto 8 anni fa
Comincio con questa, ma ne avrei da parte altre...

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio o altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena, ma l’amore o rispettivamente l’odio per l’opera sono un dato interno, originario, che dipende molto dallla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge.

La Donna Camèl 8 anni fa