La gatta (racconto)

DISCUSSIONE | 17 Interventi | Creata da Justhorses86 |
Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2012 | Iniziata: 22 novembre 2012
Justhorses86 Justhorses86 ha scritto: Buonasera a tutti! Mi chiamo Gloria e mi sono da poco aggiunta al gruppo, su invito di Carlo Menzinger, che ringrazio ancora. Per il momento mi sto dedicando principalmente a racconti brevi o brevissimi, per affilare le unghie in vista di qualcosa di più impegnativo. Vorrei sottoporre alla vostra revisione l'ultima delle mie "creazioni", molto liberamente ispirata a fatti realmente accaduti.
Ecco il racconto e grazie in anticipo per il vostro aiuto!

LA GATTA

Il salotto era immerso in un’aria grigia, resa densa da giorni di polvere accumulata. Dalle tapparelle abbassate filtrava solo qualche isolata striscia di luce, insufficiente a sciogliere il buio che regnava in tutta la casa. Anche i pochi raggi di sole che riuscivano a farsi strada fin sul pavimento, sui mobili e sui quadri appesi alle pareti erano velati e resi pallidi dalla trascuratezza generale. Un filo di ragnatela scendeva dal soffitto di fianco al lampadario, dondolando lentamente a destra e a sinistra. Tre pareti su quattro erano quasi del tutto occupate da mensole e librerie, da cui emanava un intenso e pungente odore di carta impolverata e ingiallita. Decine di manuali di medicina, ciascuno di mille e più pagine ormai logore e dimenticate erano allineati fermi uno di fianco all’altro, ad osservare severamente l’immobilità della stanza. Una bottiglia di cointreau se ne stava silenziosa e un po’ triste al centro di un tavolino da té, le cui gambe intarsiate non erano mai state pulite come si deve. Nessun bicchiere, fronzolo inutile per chi non sperava ormai più di ricevere ospiti, né d’altra parte lo desiderava. Solo la fotografia di un ragazzo biondo e sorridente che giocava sulla spiaggia, con in mano un pallone, sembrava disapprovare e tentare di contrastare la presenza del liquore, della polvere e della notte artificiale. Il suo potere però era troppo debole rispetto a quello della depressione: era solamente un’immagine su carta lucida, in fondo, anche se i suoi occhi avevano ancora un certo fascino. Ma chi fosse quel ragazzo così allegro e solare, questo era sempre rimasto un mistero per Chantal. Ogni tanto veniva chiamato “Paolo”, altre volte “Angelo mio” o anche soltanto “Amore”. Tutto quell’amore però non si era mai visto in giro, almeno non di recente.
Dal bagno venne un rumore come di sfregamento metallico che ruppe il silenzio innaturale dell’appartamento; la Signora si era evidentemente appena accesa la settima o ottava sigaretta della mattinata. Stava per perdere il conto, ma fumava decisamente troppo e la cosa non era piacevole, per l’atmosfera soffocante e irritante per il naso che si veniva a creare. Era strana, la Signora, parlava da sola e si arrabbiava senza motivo, con scoppi di urla e di pianto che facevano paura. A volte parlava anche con lei, Chantal, e con una specie di miagolio la chiamava “bambina mia” e le chiedeva ostinatamente “Come stai?”. Forse credeva che quel tono potesse farle piacere, ma in realtà non faceva altro che farla sentire derisa. Non era in grado in alcun modo di far capire alla Signora che lei, Chantal, non era la sua bambina e che tutto quello che desiderava era andarsene per un po’ da quella casa per respirare dell’aria fresca e sgranchirsi i muscoli.
La Signora ciabattò dal bagno al salotto attraverso il piccolo corridoio, trascinandosi come una vecchia anche se aveva solo quarant’anni. Si sedette sul bracciolo della poltrona occupata dalla sua scorbutica gatta e iniziò ad accarezzarle la schiena. Sentì i muscoli dell’animale irrigidirsi e capì che la stava infastidendo, ma in quel momento aveva troppo bisogno del contatto con un altro essere vivente. ‹‹Chantal, bimba, non fare così››, disse cercando di ammansirla, ma dopo un attimo la micia atterrò sul pavimento e andò a rintanarsi in un angolo della stanza, iniziando poi a leccarsi ossessivamente come per ripulirsi dal suo tocco. Cecilia si sentì offesa per quel gesto altezzoso, incapace di rendersi conto che si stava arrabbiando con un animale, e allungò la mano verso il cointreau, voltandosi poi dall’altra parte. C’era qualcosa che la stava facendo soffrire, che la tormentava senza pietà. Non riusciva a pensare ad altro, era una vera e propria ossessione. Avrebbe tanto voluto riuscire a liberarsene, ma sapeva che non ce l’avrebbe mai fatta: era più forte di lei, la controllava, scorreva dentro di lei al di là del suo volere, contro il suo permesso. Era un dolore troppo grande per lei. Non sapeva quando tutto fosse cominciato, non era assolutamente in grado di ricordarselo. Una volta si ricordava sempre tutto, ogni dettaglio, ogni particolare per lei era importante. Ricordava esattamente il nome, le inserzioni tendinee e la funzione di ciascun muscolo, il decorso di tutti i vasi sanguigni del corpo umano, aveva in mente in modo assolutamente preciso, come fossero state fotografie appese nel suo cervello, le più fini diramazioni nervose, serpeggianti fino a perdersi tra i vari tessuti. Non aveva mai dimenticato il nome di un principio attivo, né tanto meno una posologia, non se lo sarebbe mai perdonato. Per fortuna, non era mai successo. Tranne quella volta, le disse una voce nella testa, ma lei scacciò il pensiero immediatamente. Bevve un altro sorso per cercare di far scendere il groppo in gola. Una volta si ricordava sempre tutto, ma ultimamente l’alcol le aveva confuso la mente. In parte era stato un bene, l’aveva distratta, ma ora si ritrovava a chiedersi ripetutamente quando quell’ossessione fosse cominciata. Quella voce, quella erre così pronunciata le straziava l’anima, facendo riemergere quello che il liquore non era riuscito ad annegare ogni volta che la sentiva. Eccola ancora, non ne poteva più.
‹‹Basta! BASTA!›› urlò quasi singhiozzando. In risposta ottenne una risata appena attutita dalla sottile parete del corridoio e si chiese se l’avesse sentita, ma sembrava che fosse al telefono. Quel ragazzo, trasferitosi da qualche mese nell’appartamento di fianco al suo, l’avrebbe fatta impazzire. Parlava per così tante ore al giorno e aveva una voce così simile a quell’altra… All’inizio era stato quasi bello, quando aveva creduto per qualche giorno che suo fratello fosse davvero dall’altra parte del muro, e aveva teso le orecchie per cogliere ogni parola che usciva da quelle labbra, che lei immaginava rosa e sottili come quelle di Paolo. Poi però aveva visto il suo nuovo vicino di casa e non aveva più potuto farsi illusioni: era del tutto diverso dal suo angelo, l’esatto opposto, con i capelli neri e ricci e la bocca morbida. Da quel momento, non ricordava esattamente quando fosse successo, ogni volta che aveva risentito la sua voce era stato come se un coltello le si conficcasse nel petto, come se un velo venisse strappato mostrandole ancora e ancora che cosa aveva fatto. Da quel giorno la sua vita era diventata un tormento ancora maggiore da sopportare. Prese tra le mani la fotografia del fratello che tanto aveva amato e se la strinse al petto. ‹‹Che cosa ho fatto? Angelo mio, che cosa ti ho fatto?!›› disse piagnucolando. Stava così male, si sentiva così in colpa…
Un’altra risata provenne dalla gola del ragazzo che non era Paolo. A quel punto Cecilia aveva raggiunto il limite, non poteva sopportare oltre il senso di colpa e il dolore che quella voce le provocava. Andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua dal rubinetto; aveva deciso quale fosse l’unica cosa che poteva fare per far cessare quelle pugnalate che riceveva proprio al centro del petto. Improvvisamente si sentì molto più lucida di quanto non fosse stata da mesi. Entrò in bagno e aprì l’armadietto dei medicinali tirandone fuori una siringa e una fiala. Riempì totalmente il corpo della siringa con il liquido trasparente, doveva essere sicura che sarebbe stato abbastanza. Si guardò allo specchio e si sistemò i capelli per non sembrare troppo trasandata, poi sospirò e si preparò ad andare a bussare al suo vicino di casa.
Le aprì la porta il bel ragazzo moro che aveva preso a detestare tanto in quei mesi, con un ingenuo sorriso sul volto e un cellulare in mano. Cecilia gli chiese meccanicamente se poteva prestarle un cavatappi, rendendosi a malapena conto di quanto la sua scusa fosse ridicola. Teneva la mano destra appena dietro la schiena, attenta a non pungersi, ed era decisamente nervosa.
‹‹Ma certo, glielo prendo subito!›› si sentì rispondere e anche se il tono era gentile quelle parole furono l’ennesimo colpo al cuore. Lo seguì verso la cucina e aspettò che le voltasse le spalle. Non appena il ragazzo abbassò la guardia Cecilia sollevò la siringa e gli piantò l’ago nel collo, poi spinse lo stantuffo fino in fondo. Due occhi neri stupiti e spaventati si voltarono a guardarla, mentre il colore stava già abbandonando le guance di quel ragazzo colpevole solo di avere la stessa voce di suo fratello. Adesso sì che gli assomiglia, si sorprese a pensare Cecilia. Troppa insulina fa a tutti lo stesso effetto. Come quella volta, quella dell’incidente. Paolo era diabetico fin da bambino e Cecilia, essendo la sorella più grande, si era spesso occupata di fargli le iniezioni di insulina; lui era un ragazzino vivace e distratto e da solo finiva il più delle volte per dimenticarsene. Ma quella volta era stato diverso: non si era dimenticato di farsi l’iniezione, si era dimenticato di essersela fatta appena mezz’ora prima. Così quando Cecilia si era avvicinata con la siringa lui non aveva protestato e si era preso una dose di troppo. Cecilia all’epoca era giovane e insicura e quando suo fratello era impallidito e svenuto era stata colta dal panico e non aveva saputo fare niente. L’aveva guardato morire senza riuscire a fare niente. Come avrebbe mai potuto perdonarsi una cosa simile? Per qualche anno dopo la morte di Paolo le era sembrato di poter reagire e si era addirittura iscritta all’università, ma pian piano il senso di colpa l’aveva rosa, fino a mandare tutto in frantumi. Tutto. I suoi genitori non si erano più ripresi e se anche loro non l’avevano mai detto, Cecilia sapeva che in fondo non l’avrebbero mai perdonata. Così neppure lei poteva perdonarsi e l’unica strada era stata l’alcolismo.
Ora la stessa scena si stava ripetendo sotto i suoi occhi, a distanza di più di vent’anni. Un altro ragazzo stava morendo per un’iniezione di insulina fatta dalle sue mani e lei non stava facendo niente. Credeva che il silenzio di quella voce che le ricordava ogni giorno la sua colpa le avrebbe finalmente dato un po’ di pace, quella voce che sembrava tanto la voce di Paolo. Ma si rese subito conto che non era così, che per lei la pace non era contemplata. Che cosa ho fatto?! Pensò lasciando di corsa quell’appartamento per tornare nel proprio. Si chiuse la porta alle spalle e vi si appoggiò priva di forze. Non riusciva a credere di essere stata capace di un simile gesto. Come aveva potuto commettere un delitto tanto orribile, che cosa diavolo l’aveva spinta? Stava per scoppiare a piangere per la disperazione. Non riusciva più a sopportare il proprio corpo, si mise le mani tra i capelli e andò in cucina in preda ad una sorta di delirio. Non sapeva esattamente cosa stesse facendo, ma si trovò tra le mani il coltello per la carne. Coltello per la CARNE. Si sedette sul pavimento e fissò incantata la lama, sottile e invitante. Le prudevano i polsi terribilmente, ma le sue unghie non bastavano a darle sollievo. Prese il coltello e iniziò ad usare quello. Un liquido rosso e caldo ora le colava lungo gi avambracci. Dei violenti singhiozzi la scossero, ma dagli occhi non le uscì neppure una lacrima. I vermi non piangono, disse una voce in lontananza. Era vero e lei, che era un verme, non avrebbe pianto. Nel frattempo Chantal l’aveva raggiunta dal soggiorno e le si era avvicinata facendo le fusa. Era la prima volta da quando l’aveva portata a casa, cinque anni prima. Sentì qualcosa di ruvido che le toccava delicatamente il gomito. La gatta stava leccando il suo sangue scivolato fin lì.
Aveva un sapore dolce e amaro allo stesso tempo, come quando le capitava di leccare la fibbia del collare mentre si puliva. Il sapore che adesso aveva sulla lingua però era molto meglio e la attirava come se fosse stata una mosca sul miele. Non immaginava che la Signora potesse essere così buona.
Il tremolio proveniente dalla gola di Chantal riusciva in qualche modo a confortare Cecilia, dopo tutta quella solitudine. Doveva essere stato l’odore dolciastro ad attirarla e a farla diventare quasi affettuosa. Ma non voleva pensarci. Le forze la stavano abbandonando e lei chiuse lentamente gli occhi. Finalmente la pace.
La pace la raggiunse con la lingua ruvida di un gatto.
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Io credo di aver riflettuto a sufficienza su quello che Tir Na Nog mi ha detto, naturalmente dopo aver tirato anch'io fuori tutto quello che mi passava per la testa, e quello che ne ho dedotto è sempre la solita solfa: non conta solo quello che si dice, ma anche e soprattutto come lo si dice e questo vale anche per chi fa critica...
Justhorses86 4 anni fa
Lo spirito della revisione on-line dei testi dovrebbe essere quello non di accettare ogni critica che ci viene rivolta (perché ogni autore è padrone dei suoi testi e sta a lui/lei decidere come modificarli), ma quello di riflettere sulle osservazioni altrui, interrogandoci senza preconcetti alla ricerca di un miglioramento possibile, anche se minore.
Se Tir Na Nog avesse fatto a me quelle stesse osservazioni, ne sarei stato contento, perché mi avrebbe fatto ragionare sul fatto che l'ambiente che stavo descrivendo a un lettore (ad almeno uno - e a me basta uno) non tornava, che ci trovava qualcosa di irreale.
Questo non vuol dire che avrei cambiato stile o modificato tutto, ma magari avrei ragionato diversamente sugli spazi che descrivevo, sui movimenti della "telecamera" e della luce.
Soprattutto non dovremmo offenderci per nessuna critica (non sto dicendo che qui qualcuno si sia offeso - parlo come concetto generale), anche se ci suona del tutto sbagliata. Siamo qui in "brain-storming", come si dice in altri contesti e ognuno deve sentirsi libero di dire tutto quello che gli passa per la testa. La scrittura (e l'arte) nascono da piccole intuizioni, dal sapere cogliere spunti ovunque (anche nelle critiche). Vorrei possa essere questo lo spirito del web-editing.
Carlo Menzinger 4 anni fa
Ma figurati, non l'ho presa sul personale, semplicemente mi sembrava superfluo fare un corso intero di fisica (ma magari anche solo ottica sarebbe bastata) a chi non riesce ad immaginare come lo sguardo di un osservatore possa muoversi dal pavimento alla superficie di un mobile ad un quadro appeso ad una parete, senza tirare in ballo una assurda distorsione spaziale. Se ci pensi, in una stanza in cui, in pieno giorno le persiane restino chiuse può capitare una cosa simile, mentre ci si abitua al buio grazie alla perfezione anatomofisiologica dell'occhio umano e della visione crepuscolare. Poi, forse ora avrai capito perché dico che i libri di medicina hanno tutti mille e più pagine: esperienza personale. Continuando, il mio salotto contiene ben quattro librerie e due finestre, per sole quattro pareti: miracolo o capacità organizzativa? Mah!
Per quanto riguarda le figure retoriche, le personificazioni (dei libri, ecc...), le sineddoche o le metonimie che mi sono volutamente (e mi pare strano che tu, così attento a ogni minuzia, non sia stato in grado di cogliere l'ironia) scivolate tra le dita, non hai certo bisogno che te le nomini io, con tutti gli ottimi manuali che hai a disposizione.
Non sei stato utile perché non hai avuto neppure la pazienza di leggere 2000 parole, per vedere se tutte le critiche che ti sono così diabolicamente cresciute dentro potevano essere giustificate da quello che veniva dopo. Mi dispiace, perché il racconto finiva bene, secondo me. Ma chi sono io per dirlo? Nessuno, mio caro Polifemo, Nessuno...
Justhorses86 4 anni fa
Spiace che tu la metta sul personale, e che non perda un po' di tempo a contestare le mie interpretazioni, ma se scrivi devi anche aspettarti reazioni negative, mi sembra di averle motivate e spiegate decentemente. Comunque visto il tuo racconto e la tua reazione mi sembra che tu non abbia passato la fase: ottusa, priva d'immaginazione e di senso pratico; per quella stupida lascio esprimersi chi ti conosce meglio, io non mi permetto di insultare persone che non conosco.

Per quanto riguarda manuali di retorica e di stilistica preferisco: "Dizionario di Retorica e di Stilistica" di Angelo Marchese (oramai difficile da reperire se non come prestito) ma semplice e di agevole consultazione o "Manuale di Retorica" di Bice Mortara Garavelli, disponibile e che costa non più di una decina di euro, sicuramente più complesso e non molto adatto a chi è totalmente digiuno dell'argomento. Studiali e vedrai che le figure retoriche non ti scivoleranno più tra le dita.

Almeno spero di essere stato utile a qualche altro/a aspirante scrittore/scrittrice.
Tír na nÓg 4 anni fa
Comunque, se vuoi sapere il nome di tutte le figure retoriche che possono essermi scivolate tra le dita, perché non spendi ottimamente 16 euro per un manuale intitolato "Viva le figure retoriche!"? Secondo me sarebbe un vero affare! ;)
Justhorses86 4 anni fa
Hai perfettamente ragione, essere cattivi è un duro lavoro che qualcuno deve pur prendersi la briga di fare. Un po' come essere stupidi, ottusi, privi di immaginazione e di senso pratico. Per fortuna io ormai ho superato tutte queste fasi.
Justhorses86 4 anni fa
Ciao, anch'io non ho letto tutto il tuo racconto, e c'è un motivo: scusami la critica ma è molto "pesante".
Inizia la mia lettura, sarà volutamente ironica.

"Il salotto era immerso in un’aria grigia, resa densa da giorni di polvere accumulata."

Immerso indica qualcosa dentro qualcos'altro qui il salotto è il contenitore e l'aria il contenuto: ok è una figura retorica, non c'ero arrivato subito, sai dirne il nome?
"Aria grigia/resa densa da giorni di polvere accumulata",
ho capito il concetto - la stanza era polverosa - ma non era meglio esprimerlo in modo diverso? La tua scrittura è distante, artificiosa, complessa e non serve mascherarsi dietro lo stile. Se la polvere si accumula perché gira nell'aria e la rende densa di che se non di polvere?

"Dalle tapparelle abbassate filtrava solo qualche isolata striscia di luce, insufficiente a sciogliere il buio che regnava in tutta la casa."
Sciogliere il buio? Mah!
Parli del salotto e il buio regna in tutta la casa? Una stanza per volta; grazie. Un' altra figura retorica?

"Anche i pochi raggi di sole che riuscivano a farsi strada fin sul pavimento, sui mobili e sui quadri appesi alle pareti erano velati e resi pallidi dalla trascuratezza generale": riuscivano a farsi strada? Arrivare, giungere colpire, riflettersi, rischiarare, lumeggiare, schiarire, strisciare ecc. ecc.
Mi spieghi come i POCHI raggi riuscivano a farsi strada tra le volute di polvere sul pavimento, sui mobili e sui quadri contemporaneamente? Due o tre soli? Pareti fortemente inclinate? Distorsione spaziale localizzata? Specchi? Relatività Quantica? Trascuratezza generale nella descrizione?

Lasciamo pure stare il filo di ragnatela e passiamo oltre:
"Tre pareti su quattro erano quasi del tutto occupate da mensole e librerie":
al che al povero lettore sorge dall'animo un grido di dolore:
LE FINESTRE! LE FINESTRE! Dove sono? Tre pareti piene di mensole e librerie e quadri (almeno un paio sembrerebbe) la quarta con la porta; una porta con le tapparelle? Geniale. Alternativamente si accede al salotto tramite botola sul soffitto o pavimento.

"Decine di manuali di medicina, ciascuno di mille e più pagine..." possibile che i manuali di medicina siano tutti enormi? Trenta, quaranta o forse più volumi di più di mille pagine fanno un'esagerazione e una scorciatoia per riempire librerie risparmiando parole. Ancora ma se ci sono: "pochi raggi di sole... in un’aria grigia... densa... velati e resi pallidi... insufficiente a sciogliere il buio" come cavolaccio si vedono tutti questi particolari?


..."erano allineati fermi uno di fianco all’altro, ad osservare severamente l’immobilità della stanza...": fermi.... ad osservare (la d eufonica va messa se abbiamo due vocali identiche), manca qualcosa, un "come tanti soldatini", normalmente a casa mia i libri non osservano e non si muovono autonomamente. "L'immobilità della stanza..." ritorniamo a quello che mi faceva dubitare prima, se la stanza era immobile (quindi niente terremoto), chi muove la polvere?
Più avanti si trova anche una bottiglia silenziosa, immagino perché avrà la bocca piena di polvere (naturalmente intendevo il collo).

"Più non vi leggemmo avante."

Scusa la cattiveria, ma mi è costato tanto diventare cattivo che cerco di non sprecare mai un'occasione.
Tír na nÓg 4 anni fa
Grazie a tutti! Mi avete dato dei consigli preziosi, ora mi metterò all'opera =)
Justhorses86 4 anni fa
Innanzitutto complimenti per il racconto, perché scorre bene, incuriosisce e prosegue altrettanto bene, facendosi leggere con piacere.
Siamo qui, però, per migliorarci, quindi ecco le mie osservazioni.


Cos'è che fa oscillare la ragnatela? Mi pare un ambiente piuttosto "statico" e senza vento.

ciascuno di mille e più pagine (virgola)

a(d) osservare severamente l’immobilità: la "d" eufonica va tra due vocali uguali (per esempio: ed ecco, ad ammirare)

Ma chi fosse quel ragazzo così allegro e solare: se possibile evitiamo congiunzioni a inizio frase. Qui il "Ma" non mi pare necessario.

Dal bagno venne un rumore come di sfregamento metallico (si potrebbe chiudere con una virgola, ma anche no).

la cosa non era piacevole, per l’atmosfera soffocante (qui invece la virgola la toglierei)

“Come stai?”. Troppa punteggiatura.

Non aveva mai dimenticato il nome di un principio attivo, né tanto meno una posologia, (qui forse staccherei con un punto)


Un’altra risata provenne dalla gola del ragazzo che non era Paolo. (non mi piace "provenne")

l’unica cosa che poteva fare per far cessare (fare far)

Entrò in bagno e aprì l’armadietto dei medicinali (virgola)

Cecilia all’epoca era giovane e insicura e quando suo fratello era impallidito e svenuto era stata colta dal panico e non aveva saputo fare niente. (troppe "e")

a(d) una sorta di delirio

iniziò a(d) usare quello. (iniziò a usarlo)

le si era avvicinata (virgola)





Carlo Menzinger 4 anni fa
Ciao, ho letto con piacere il tuo racconto. Scrivo alcune osservazioni dettate dal mio gusto personale di semplice lettore:
"sciogliere il buio" trovo questa immagine non troppo appropriata l'uso del verbo sciogliere si adatta a qualcosa di denso che si scioglie liquefandosi...
polvere impolverata, i termini ricorrono a poca distanza l'uno dall'altro
"Dal bagno venne un rumore come di sfregamento metallico che ruppe il silenzio innaturale dell’appartamento; la Signora si era evidentemente appena accesa la settima o ottava sigaretta della mattinata". Metterei un punto dopo appartamento.
"e la cosa non era piacevole, per l’atmosfera soffocante e irritante per il naso che si veniva a creare". Ho letto la frase con un po' di diffficoltà forse potresti rivoltarla : "e la cosa non era piacevole, per l’atmosfera che si veniva a creare soffocante e irritante per il naso ".
"ma in realtà non faceva altro che farla sentire derisa." Questo termine "derisa" non mi sembra si adatto al seguito della storia, al rapporto che tu descrivi tra Chantal e La Signora
Chiaratosta 4 anni fa
Jus, se hai tempo dài un'occhiata qui:

http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3211146#new_thread

Su USAM troverai parecchi lettori pronti a leggere, valutare e correggere i tuoi testi. A parte che tu li ripaghi con lo stesso favore.

Gargaros 4 anni fa
Grazie ad entrambi! =)
Justhorses86 4 anni fa
Innanzitutto, ben arrivata.
Cerco di leggerti quanto prima.
Ciao
Carlo Menzinger 4 anni fa
Puoi lasciare che i raggi sono velati. E' un'immagine già incisiva, si aggiunge all'altro e quindi il posto appare come trasandato.

Non sono contro le figure retoriche, ma in un racconto breve è consigliabile la concisione.

Appena ho tempo lo leggo tutto e ti dico.
Gargaros 4 anni fa
Grazie per i consigli, anche se "Non l'ho letto tutto" non mi sembra il miglior modo per iniziare l'editing di un racconto breve... Scherzi a parte, ho messo quella frase "di troppo" perché volevo rallentare ulteriormente il ritmo dell'inizio e il senso di immobilità, dal momento che nella prima parte l'osservatore è un gatto che sonnecchia su una poltrona. Comunque ragionerò sull'opportunità di toglierla. Un'ultima cosa, perché dici che i raggi solari possono essere solo "smorti" o "spenti"? Non è un'inutile autolimitazione? In fondo esistono anche le sinestesie...
Justhorses86 4 anni fa
Non l'ho letto tutto, ma posso dirti che toglierei questa frase:

Anche i pochi raggi di sole che riuscivano a farsi strada fin sul pavimento, sui mobili e sui quadri appesi alle pareti erano velati e resi pallidi dalla trascuratezza generale.

Non dire che c'è una trascuratezza generale, perché già la stai facendo vedere con la polvere e il grigio della stanza. I raggi solari possono essere solo "smorti" o "spenti".

Ricordati che un racconto brevissimo deve essere limato fino all'osso: se eppena inserisci una frase di troppo, lo rovini del tutto.
Gargaros 4 anni fa
Buonasera a tutti! Mi chiamo Gloria e mi sono da poco aggiunta al gruppo, su invito di Carlo Menzinger, che ringrazio ancora. Per il momento mi sto dedicando principalmente a racconti brevi o brevissimi, per affilare le unghie in vista di qualcosa di più impegnativo. Vorrei sottoporre alla vostra revisione l'ultima delle mie "creazioni", molto liberamente ispirata a fatti realmente accaduti.
Ecco il racconto e grazie in anticipo per il vostro aiuto!

LA GATTA

Il salotto era immerso in un’aria grigia, resa densa da giorni di polvere accumulata. Dalle tapparelle abbassate filtrava solo qualche isolata striscia di luce, insufficiente a sciogliere il buio che regnava in tutta la casa. Anche i pochi raggi di sole che riuscivano a farsi strada fin sul pavimento, sui mobili e sui quadri appesi alle pareti erano velati e resi pallidi dalla trascuratezza generale. Un filo di ragnatela scendeva dal soffitto di fianco al lampadario, dondolando lentamente a destra e a sinistra. Tre pareti su quattro erano quasi del tutto occupate da mensole e librerie, da cui emanava un intenso e pungente odore di carta impolverata e ingiallita. Decine di manuali di medicina, ciascuno di mille e più pagine ormai logore e dimenticate erano allineati fermi uno di fianco all’altro, ad osservare severamente l’immobilità della stanza. Una bottiglia di cointreau se ne stava silenziosa e un po’ triste al centro di un tavolino da té, le cui gambe intarsiate non erano mai state pulite come si deve. Nessun bicchiere, fronzolo inutile per chi non sperava ormai più di ricevere ospiti, né d’altra parte lo desiderava. Solo la fotografia di un ragazzo biondo e sorridente che giocava sulla spiaggia, con in mano un pallone, sembrava disapprovare e tentare di contrastare la presenza del liquore, della polvere e della notte artificiale. Il suo potere però era troppo debole rispetto a quello della depressione: era solamente un’immagine su carta lucida, in fondo, anche se i suoi occhi avevano ancora un certo fascino. Ma chi fosse quel ragazzo così allegro e solare, questo era sempre rimasto un mistero per Chantal. Ogni tanto veniva chiamato “Paolo”, altre volte “Angelo mio” o anche soltanto “Amore”. Tutto quell’amore però non si era mai visto in giro, almeno non di recente.
Dal bagno venne un rumore come di sfregamento metallico che ruppe il silenzio innaturale dell’appartamento; la Signora si era evidentemente appena accesa la settima o ottava sigaretta della mattinata. Stava per perdere il conto, ma fumava decisamente troppo e la cosa non era piacevole, per l’atmosfera soffocante e irritante per il naso che si veniva a creare. Era strana, la Signora, parlava da sola e si arrabbiava senza motivo, con scoppi di urla e di pianto che facevano paura. A volte parlava anche con lei, Chantal, e con una specie di miagolio la chiamava “bambina mia” e le chiedeva ostinatamente “Come stai?”. Forse credeva che quel tono potesse farle piacere, ma in realtà non faceva altro che farla sentire derisa. Non era in grado in alcun modo di far capire alla Signora che lei, Chantal, non era la sua bambina e che tutto quello che desiderava era andarsene per un po’ da quella casa per respirare dell’aria fresca e sgranchirsi i muscoli.
La Signora ciabattò dal bagno al salotto attraverso il piccolo corridoio, trascinandosi come una vecchia anche se aveva solo quarant’anni. Si sedette sul bracciolo della poltrona occupata dalla sua scorbutica gatta e iniziò ad accarezzarle la schiena. Sentì i muscoli dell’animale irrigidirsi e capì che la stava infastidendo, ma in quel momento aveva troppo bisogno del contatto con un altro essere vivente. ‹‹Chantal, bimba, non fare così››, disse cercando di ammansirla, ma dopo un attimo la micia atterrò sul pavimento e andò a rintanarsi in un angolo della stanza, iniziando poi a leccarsi ossessivamente come per ripulirsi dal suo tocco. Cecilia si sentì offesa per quel gesto altezzoso, incapace di rendersi conto che si stava arrabbiando con un animale, e allungò la mano verso il cointreau, voltandosi poi dall’altra parte. C’era qualcosa che la stava facendo soffrire, che la tormentava senza pietà. Non riusciva a pensare ad altro, era una vera e propria ossessione. Avrebbe tanto voluto riuscire a liberarsene, ma sapeva che non ce l’avrebbe mai fatta: era più forte di lei, la controllava, scorreva dentro di lei al di là del suo volere, contro il suo permesso. Era un dolore troppo grande per lei. Non sapeva quando tutto fosse cominciato, non era assolutamente in grado di ricordarselo. Una volta si ricordava sempre tutto, ogni dettaglio, ogni particolare per lei era importante. Ricordava esattamente il nome, le inserzioni tendinee e la funzione di ciascun muscolo, il decorso di tutti i vasi sanguigni del corpo umano, aveva in mente in modo assolutamente preciso, come fossero state fotografie appese nel suo cervello, le più fini diramazioni nervose, serpeggianti fino a perdersi tra i vari tessuti. Non aveva mai dimenticato il nome di un principio attivo, né tanto meno una posologia, non se lo sarebbe mai perdonato. Per fortuna, non era mai successo. Tranne quella volta, le disse una voce nella testa, ma lei scacciò il pensiero immediatamente. Bevve un altro sorso per cercare di far scendere il groppo in gola. Una volta si ricordava sempre tutto, ma ultimamente l’alcol le aveva confuso la mente. In parte era stato un bene, l’aveva distratta, ma ora si ritrovava a chiedersi ripetutamente quando quell’ossessione fosse cominciata. Quella voce, quella erre così pronunciata le straziava l’anima, facendo riemergere quello che il liquore non era riuscito ad annegare ogni volta che la sentiva. Eccola ancora, non ne poteva più.
‹‹Basta! BASTA!›› urlò quasi singhiozzando. In risposta ottenne una risata appena attutita dalla sottile parete del corridoio e si chiese se l’avesse sentita, ma sembrava che fosse al telefono. Quel ragazzo, trasferitosi da qualche mese nell’appartamento di fianco al suo, l’avrebbe fatta impazzire. Parlava per così tante ore al giorno e aveva una voce così simile a quell’altra… All’inizio era stato quasi bello, quando aveva creduto per qualche giorno che suo fratello fosse davvero dall’altra parte del muro, e aveva teso le orecchie per cogliere ogni parola che usciva da quelle labbra, che lei immaginava rosa e sottili come quelle di Paolo. Poi però aveva visto il suo nuovo vicino di casa e non aveva più potuto farsi illusioni: era del tutto diverso dal suo angelo, l’esatto opposto, con i capelli neri e ricci e la bocca morbida. Da quel momento, non ricordava esattamente quando fosse successo, ogni volta che aveva risentito la sua voce era stato come se un coltello le si conficcasse nel petto, come se un velo venisse strappato mostrandole ancora e ancora che cosa aveva fatto. Da quel giorno la sua vita era diventata un tormento ancora maggiore da sopportare. Prese tra le mani la fotografia del fratello che tanto aveva amato e se la strinse al petto. ‹‹Che cosa ho fatto? Angelo mio, che cosa ti ho fatto?!›› disse piagnucolando. Stava così male, si sentiva così in colpa…
Un’altra risata provenne dalla gola del ragazzo che non era Paolo. A quel punto Cecilia aveva raggiunto il limite, non poteva sopportare oltre il senso di colpa e il dolore che quella voce le provocava. Andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua dal rubinetto; aveva deciso quale fosse l’unica cosa che poteva fare per far cessare quelle pugnalate che riceveva proprio al centro del petto. Improvvisamente si sentì molto più lucida di quanto non fosse stata da mesi. Entrò in bagno e aprì l’armadietto dei medicinali tirandone fuori una siringa e una fiala. Riempì totalmente il corpo della siringa con il liquido trasparente, doveva essere sicura che sarebbe stato abbastanza. Si guardò allo specchio e si sistemò i capelli per non sembrare troppo trasandata, poi sospirò e si preparò ad andare a bussare al suo vicino di casa.
Le aprì la porta il bel ragazzo moro che aveva preso a detestare tanto in quei mesi, con un ingenuo sorriso sul volto e un cellulare in mano. Cecilia gli chiese meccanicamente se poteva prestarle un cavatappi, rendendosi a malapena conto di quanto la sua scusa fosse ridicola. Teneva la mano destra appena dietro la schiena, attenta a non pungersi, ed era decisamente nervosa.
‹‹Ma certo, glielo prendo subito!›› si sentì rispondere e anche se il tono era gentile quelle parole furono l’ennesimo colpo al cuore. Lo seguì verso la cucina e aspettò che le voltasse le spalle. Non appena il ragazzo abbassò la guardia Cecilia sollevò la siringa e gli piantò l’ago nel collo, poi spinse lo stantuffo fino in fondo. Due occhi neri stupiti e spaventati si voltarono a guardarla, mentre il colore stava già abbandonando le guance di quel ragazzo colpevole solo di avere la stessa voce di suo fratello. Adesso sì che gli assomiglia, si sorprese a pensare Cecilia. Troppa insulina fa a tutti lo stesso effetto. Come quella volta, quella dell’incidente. Paolo era diabetico fin da bambino e Cecilia, essendo la sorella più grande, si era spesso occupata di fargli le iniezioni di insulina; lui era un ragazzino vivace e distratto e da solo finiva il più delle volte per dimenticarsene. Ma quella volta era stato diverso: non si era dimenticato di farsi l’iniezione, si era dimenticato di essersela fatta appena mezz’ora prima. Così quando Cecilia si era avvicinata con la siringa lui non aveva protestato e si era preso una dose di troppo. Cecilia all’epoca era giovane e insicura e quando suo fratello era impallidito e svenuto era stata colta dal panico e non aveva saputo fare niente. L’aveva guardato morire senza riuscire a fare niente. Come avrebbe mai potuto perdonarsi una cosa simile? Per qualche anno dopo la morte di Paolo le era sembrato di poter reagire e si era addirittura iscritta all’università, ma pian piano il senso di colpa l’aveva rosa, fino a mandare tutto in frantumi. Tutto. I suoi genitori non si erano più ripresi e se anche loro non l’avevano mai detto, Cecilia sapeva che in fondo non l’avrebbero mai perdonata. Così neppure lei poteva perdonarsi e l’unica strada era stata l’alcolismo.
Ora la stessa scena si stava ripetendo sotto i suoi occhi, a distanza di più di vent’anni. Un altro ragazzo stava morendo per un’iniezione di insulina fatta dalle sue mani e lei non stava facendo niente. Credeva che il silenzio di quella voce che le ricordava ogni giorno la sua colpa le avrebbe finalmente dato un po’ di pace, quella voce che sembrava tanto la voce di Paolo. Ma si rese subito conto che non era così, che per lei la pace non era contemplata. Che cosa ho fatto?! Pensò lasciando di corsa quell’appartamento per tornare nel proprio. Si chiuse la porta alle spalle e vi si appoggiò priva di forze. Non riusciva a credere di essere stata capace di un simile gesto. Come aveva potuto commettere un delitto tanto orribile, che cosa diavolo l’aveva spinta? Stava per scoppiare a piangere per la disperazione. Non riusciva più a sopportare il proprio corpo, si mise le mani tra i capelli e andò in cucina in preda ad una sorta di delirio. Non sapeva esattamente cosa stesse facendo, ma si trovò tra le mani il coltello per la carne. Coltello per la CARNE. Si sedette sul pavimento e fissò incantata la lama, sottile e invitante. Le prudevano i polsi terribilmente, ma le sue unghie non bastavano a darle sollievo. Prese il coltello e iniziò ad usare quello. Un liquido rosso e caldo ora le colava lungo gi avambracci. Dei violenti singhiozzi la scossero, ma dagli occhi non le uscì neppure una lacrima. I vermi non piangono, disse una voce in lontananza. Era vero e lei, che era un verme, non avrebbe pianto. Nel frattempo Chantal l’aveva raggiunta dal soggiorno e le si era avvicinata facendo le fusa. Era la prima volta da quando l’aveva portata a casa, cinque anni prima. Sentì qualcosa di ruvido che le toccava delicatamente il gomito. La gatta stava leccando il suo sangue scivolato fin lì.
Aveva un sapore dolce e amaro allo stesso tempo, come quando le capitava di leccare la fibbia del collare mentre si puliva. Il sapore che adesso aveva sulla lingua però era molto meglio e la attirava come se fosse stata una mosca sul miele. Non immaginava che la Signora potesse essere così buona.
Il tremolio proveniente dalla gola di Chantal riusciva in qualche modo a confortare Cecilia, dopo tutta quella solitudine. Doveva essere stato l’odore dolciastro ad attirarla e a farla diventare quasi affettuosa. Ma non voleva pensarci. Le forze la stavano abbandonando e lei chiuse lentamente gli occhi. Finalmente la pace.
La pace la raggiunse con la lingua ruvida di un gatto.
Justhorses86 4 anni fa