Il caso Suzy Lee

DISCUSSIONE CHIUSA | 8 Interventi | Creata da Chiaratosta |
Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2012 | Iniziata: 02 dicembre 2012
Chiaratosta Chiaratosta ha scritto: Si tratta di un racconto lungo per il quale devo ancora trovare la fine. Di seguito ripoto la prima parte . Mi piacerebbe un votro giudizio
Scusate, sono di fretta. Ringrazio Carlo ho apportato quasi tutte le correzioni suggerite
Chiuderò questa discussione e ne aprirò un 'altra con la versione corretta.
Penso di lavoare a questo racconto e chiuderlo prima di riprendere in mano " Il gelo nel sangue".
Essendo più breve dovrebbe essere più semplice.
Chiaratosta 4 anni fa
Scusa ma Anobii fa le bizze, sto correggendo
Chiaratosta 4 anni fa
a incanalare la voglia di ascolto della mia segretaria in un eloquio dal ritmo non troppo incalzante, come a me piace: poco chiaro.
Chiaratosta | Dec 2, 2012
il seminario sulla rivoluzione sessuale (virgola) che avevo frequentato (durante) il primo anno di diritto (virgola) appena iscritto all’Università

Nel primo periodo ripeti: primo - primo, diritto - diritto, universitario - Università.

con poca fatica e punta applicazione: punta è un toscanismo. La prima volta che l'ho sentito non capivo!

alle quattordici in punto er(O) rincasato allo studio: rincasare non mi suona abbinato a uno studio.

a incanalare la voglia di ascolto della mia segretaria in un eloquio dal ritmo non troppo incalzante, come a me piace: poco chiaro.



Chiaratosta 4 anni fa
il seminario sulla rivoluzione sessuale (virgola) che avevo frequentato (durante) il primo anno di diritto (virgola) appena iscritto all’Università (corretta la punteggiatura)

Nel primo periodo ripeti: primo - primo, diritto - diritto, universitario - Università.Per ora corretto diritto diritto
con giurispruendenza diritto e primo primo togliendo il mio primo voto- Ora la frase è " e che mi aveva fatto guadagnare un bel ventotto tondo tondo".
punta corretto con scarsa
corretto era con ero
"
Chiaratosta 4 anni fa
Grazie, anche sotto le Feste!
Siccome l'appetito viene mangiando, ora provvedo a correggere.
Chiaratosta 4 anni fa
il seminario sulla rivoluzione sessuale (virgola) che avevo frequentato (durante) il primo anno di diritto (virgola) appena iscritto all’Università

Nel primo periodo ripeti: primo - primo, diritto - diritto, universitario - Università.

con poca fatica e punta applicazione: punta è un toscanismo. La prima volta che l'ho sentito non capivo!

alle quattordici in punto er(O) rincasato allo studio: rincasare non mi suona abbinato a uno studio.

a incanalare la voglia di ascolto della mia segretaria in un eloquio dal ritmo non troppo incalzante, come a me piace: poco chiaro.

Era buona norma tuttavia, una norma che Lucia si era autonomamente data, e che funzionava benissimo, tenere tutto pronto, alla bisogna, sulla scrivania, adiacente alla sua: forse ci sono un po' troppe incidentali.

Beh (virgola) ecco avvocato avevo cercato di parlargliene (e: toglierei) anche ieri sera al telefono (virgola) ma lei ha lasciato correre…

lasciare che mi deraglino il tempo a loro piacimento: deraglino?

“Certo, ma la signora non lo intende, si è messa in una poltrona, anche scomoda, ha tirato fuori un rosario e biascicato qualcosa, sostenendo che vuole essere ricevuta stasera stessa. Se crede di alzarsi può vederla anche lei.:
Non mi convincono "non lo intende" e "Se crede di alzarsi".

Una donna orientale con il rosario?

raccogliere le idee per la causa Meloni (virgola)

immersi in una luce falsa (virgola)

me ne uscii con una battuta non proprio felice e stizzosa: rovescerei l'ordine degli aggettivi, altrimenti sembra che la negazione si riferisca anche a stizzosa.

Le rivolsi allora alcune domande più tecniche (virgola)

Anche se non lo esprimeva chiaramente (virgola)

le procurava ansia, (punto)

Quando arrivò il momento di salutarci (virgola)

agire alcunché,: dire "fare alcunché", non credo che agire possa reggere il complemento oggetto.

al momento (in cui) mi fossi deciso

togliersi di torno quella donna (virgola)

Bene. Mi piace questo racconto. Incuriosisce e i personaggi sono ben presentati, con i dettagli che arrivano un po' per volta, senza forzature. Devo dire che scorre meglio dell'altro, è più fluido e mi pare abbia anche un maggior potenziale narrativo.
Carlo Menzinger 4 anni fa
Il caso Suzy Lee

Quel caso mi aveva fatto tornare in mente il seminario sulla rivoluzione sessuale che avevo frequentato il primo anno di diritto appena iscritto all’Università e che mi aveva fatto guadagnare il mio primo voto : un bel ventotto tondo tondo, in filosofia del diritto sul libretto universitario.
Un risultato che andava al di là dei miei meriti, strappato con poca fatica e punta applicazione. Oggi, con venti anni e più di esperienza nell’esercizio della professione forense, devo dire che il tempo impiegato a studiare- quanto è stato è stato- per quell’esame - è sempre stato di troppo. Infatti, mai ho avuto la necessità di rispolverare il libro di W. Reich che avevo portato come testo base di quell’esame.
Tuttavia il caso di Suzy Lee Sintra sembrava fatto apposta per smentire questa mia pacifica conclusione.
Il giorno in cui ho fatto conoscenza con la signora Sintra era stato per me un giorno come tanti altri. Mi ero alzato la mattina al solito orario, la colazione era stata buona; l’odore del pane, tostato al punto giusto, si era sparso per la cucina e aveva insinuato nella mia mente che la giornata dovesse svilupparsi in modo coerente con quella bontà mattutina. Probabilmente avevo indugiato un po’ troppo su quest’idea e non ero riuscito a guadagnare il primo posto nell’infilarmi nel bagno che divido con mio figlio Damiano. Il particolare mi aveva fatto perdere una mezz’ora buona e fatto scalare di una marcia nel fronteggiare gli impegni della giornata. Avevo telefonato alla mia segretaria Lucia per annunciarle che rinunciavo a recarmi allo studio di prima mattina e che mi dirigevo direttamente a Prato per l’udienza al tribunale. A parte questo contrattempo iniziale, poi, il diario della giornata si era dipanato ordinatamente come da copione e alle quattordici in punto era rincasato allo studio, un po’ appesantito dal pranzo alla vicina trattoria del Bargello. In qualche maniera ero riuscito a ritagliarmi il tempo per un sonnellino pomeridiano e a incanalare la voglia di ascolto della mia segretaria in un eloquio dal ritmo non troppo incalzante, come a me piace. Avevo anche ritagliato uno scampolo di tempo per discutere con il mio giovane socio Alessandro dell’impostazione di una causa penale che a me interessava il giusto, ma che mi vedevo costretto a seguire per contenere l’ansia da prestazione del collega. E Lucia ci interruppe proprio nel bel mezzo di quella discussione. La scusa era di procurarmi il fascicolo Benedetti per l’udienza del giorno successivo. Era buona norma tuttavia, una norma che Lucia si era autonomamente data, e che funzionava benissimo, tenere tutto pronto, alla bisogna, sulla scrivania, adiacente alla sua. Così evitavo che le carte e le pratiche d’immediata scadenza invadessero tutto il mio piano di lavoro con una presenza, visiva e massiccia, che mi urtava i nervi. Oramai mi ero abituato e mi bastava gettare uno sguardo a quell’angolo in disparte e buio, nella stanza di passaggio tra la sala d’ingresso e gli studi, perché il tarlo della memoria e il senso del dovere funzionassero a puntino e mi dettassero i tempi e il ritmo del lavoro.
In ogni caso si vedeva benissimo che Lucia era imbarazzata e che non chiedeva altro che la mia attenzione si spostasse su di lei per toglierla non so da quali ambasce.
“Ebbene ! Che è questa novità ? Lo sai che non mi piace di essere sollecitato, il fascicolo Benedetti me lo porta a casa e lo rileggo stasera”.
Mi alzai dalla scrivania e riposi il fascicolo nella borsa ancora aperta sulla poltrona, senza aggiungere altro. Poi, quando mi sembrò di avere dato tempo al tempo e visto che Lucia non si decideva a parlare, l’apostrofai:
“Lucia perché te ne stai così imbambolata, si può sapere che cosa c’è?”.
“Beh ecco avvocato avevo cercato di parlargliene e anche ieri sera al telefono ma lei ha lasciato correre…”.
“Non mi sembra un delitto, continua”.
“ Si tratta di quella signora orientale”.
“Sì, ricordo, e allora ?”.
“Non vuole andarsene senza avere parlato con lei”.
“Che ti stai rincoglionendo? Qui ci sono delle regole. Gli appuntamenti li prendi tu come segretaria e, in genere, lo fai benissimo. Riesci anche a farti preannunciare il tipo di causa o di consulenza. Questa volta che c’è di tanto particolare?”.
“C’è che la signora non vuole parlare con me, insiste invece per parlare con lei”.
“ Le hai spiegato bene il mio metodo di lavoro? Non posso certo dare udienza a tutti quelli che passano di qui e lasciare che mi deraglino il tempo a loro piacimento”.
“Certo, ma la signora non lo intende, si è messa in una poltrona, anche scomoda, ha tirato fuori un rosario e biascicato qualcosa, sostenendo che vuole essere ricevuta stasera stessa. Se crede di alzarsi può vederla anche lei.”.
“ Lascia che attenda, io non la ricevo. Si vede cha ha tempo da perdere” .
Cercai di ricacciare il fastidio di questo comportamento indesiderato nei recessi della mente e per due ore buone ci riuscii. Decisi che era il momento per sgranchirsi le gambe e mi recai alla macchinetta del caffè, non senza avere coinvolto, come di consueto, Lucia: per scambiare con lei quattro chiacchiere, in un clima un po’ meno formale e teso, senza la mediazione della cornetta telefonica. Poi gettai uno sguardo alla sala d’ingresso e non potei fare a meno di stamparmi nella mente l’immagine della sua presenza lì. Una donna orientale, minuta e carca, con la testa incassata tra le spalle, una toilette curata ma scialba, come a volere passare inosservata e quelle curiose mani nodose, che sarebbero state giuste per un fisico più imponente, raccolte in grembo, a stringere il rosario, mi salutava con un impercettibile sollevarsi dello sguardo.
Tra me e me mi sorpresi a dirmi:
"Ma, … è ancora lì”.
Spesi ancora qualche minuto a spiegare a Lucia che ci saremmo dedicati a raccogliere le idee per la causa Meloni alla quale volevo introdurla con compiti non proprio di routine. E, infatti, lei mi raggiunse in stanza e così impiegammo le ultime due ore di tempo.
Intanto avevamo fatto le sette e, visto che ero soddisfatto dei risultati della giornata, decisi di licenziare Lucia con un po’ di anticipo sull’orario abituale .
Lucia se ne tornò a salutarmi poco dopo, già con il cappotto infilato e con in mano quel poco di cancelleria che le avevo richiesto.
“ Vai via, vai! Che stasera puoi fare contento Giuliano e dedicarti con un po’ più di calma a lui e alla cena”.
“ Ha visto vero, quella signora è sempre di là.”
“Ancora! Me lo immaginavo. Ora in qualche maniera me la sbrigo”.
Decisi di prendermela comoda. Telefonai a casa per assicurarmi che anche lì il tran tran andasse avanti senza scosse e per confermare che, come al solito, non sarei stato di ritorno prima delle nove. Feci una capatina nella stanza di Alessandro e ne ricevetti assicurazione che il suo lavoro si sarebbe protratto ancora per un bel po’ nella serata.
Poi con un fare indolente, anche abbastanza studiato, mi tolsi la giacca e mi accinsi a gettare uno sguardo nella sala d’ingresso che intanto si era svuotata. E finalmente, dondolando sulle anche e rincalzata la camicia nei pantaloni, le rivolsi la parola:
“Venga, si accomodi”.
Aprii la porta dello studio con fare amichevole, ma il mio sguardo era duro e supponente.
Quando ci trovammo l’uno di fronte all’altro, separati solo dal piano della scrivania e immersi in una luce falsa che tagliava di sbieco l’istantanea di questo nostro primo incontro, non potei fare a meno di soffermarmi sul fisico di quella donna, come se il fatto di impadronirmi della sua immagine, potesse rendermi un po’ meno ostico il dovermi occupare di lei.
L’effetto fu di tutt’altro genere. Ero giunto a quel punto della giornata in cui mi trovavo a fare il conto con le mie pulsioni ormonali, non certo soddisfatte dalla mia permanenza in quelle mura, con un surplus di energia a malincuore incanalata in un’attività intellettuale spesso grigia e sempre faticosa. E dentro di me si faceva strada il desiderio di un’improbabile via di fuga, di un surrogato orgiastico con cui allietare almeno il senso della vista. Lei, Suzy Lee, era invece quanto di più lontano ci si può immaginare rispetto a questo pio desiderio.
Non so se ci fosse stato qualche collegamento con i miei pensieri e con il subdolo fastidio che mi assaliva, comunque avevo spostato il peso non indifferente del mio corpo sul bordo della poltrona ed ero sbilanciato in avanti con un gomito puntato a sorreggere il nuovo baricentro della mia persona.
I miei occhi si sperdevano, ammantati, nel fondo scuro delle sue fessure orientali. La voce mi uscì con fatica e con suono un po’ gutturale.
“E ora mi spieghi perché si trova qui”.
Susy Lee rispose con un filo di voce in tono cantilenante che un po’ stonava con la rudezza dell’espressione che le uscì dalla bocca: “ Mia signora dice che lei è persona giusta per liberami di mio marito".
Fu così che le chiesi se aveva un documento di riconoscimento. La donna mi passò un passaporto filippino sul quale lessi le sue generalità. Non feci molto caso alla località di nascita. Annotai mentalmente i suoi due cognomi, ma la cosa non mi disturbò né mi sorprese poiché già avevo avuto a che fare con persone di origine filippina. La mia attenzione fu invece attratta dalla data di nascita 7 settembre 1960. Mi trovavo a discutere con una persona di quasi dieci anni più giovane di me. Invece, secondo i canoni della bellezza occidentale, quella donna non poteva avere meno di sessant’anni.
“ Signora Lee che cosa intende con più esattezza quando dice “ per liberarmi di mio marito?”.
“ Mi chiami pure signora Sintra. Sintra è il cognome di mia madre. Intendo dire che voglio il divorzio. Mia signora dice che lei anche è molto esperto e può aiutare me e vuole che io le porti i saluti di altro avvocato amico, un’amicizia che avete in comune”.
Dicendo così la donna mi passava un biglietto da visita. Finalmente cominciavo a capire come Suzy Lee avesse avuto il mio nominativo. E il nome di Rosalinda Britti, che leggevo stampato a chiare lettere, fu un viatico di non poco conto per consentirmi un maggiore agio nel condurre quella conversazione. Mi feci anche dire il nome della persona che Suzy definiva “mia padrona” e ne ravvisai la fisionomia: probabilmente si trattava di una parente prossima, moglie o sorella di qualche altro collega leguleio, anche se, in quel momento il collegamento mi sfuggiva. E annotai sull’agenda il suo indirizzo e riferimento telefonico, facendomi confermare che Susy Lee sarebbe stata rintracciabile a quel numero.
Poi aggiunsi:
“ Beh, il divorzio sì è qualcosa che ha a che fare con la mia professione di avvocato. Tuttavia lei non mi ha ancora offerto un motivo per provare meglio la sua volontà di dividersi da quest’uomo. Le faccio presente che il divorzio in Italia deve essere anticipato da un periodo di separazione e che se la separazione non è richiesta con il consenso di entrambi i coniugi, le cose si complicano e non di poco. Io devo valutare la serietà della causa che eventualmente potrei azionare per suo conto”.
“ Io, me, avvocato, non fretta. Io amicizia con il tempo. La vita per me con quest’uomo è impossibile. Questo so e questo basta”.
Ci stavamo avvicinando al nocciolo della questione ed io, paradossalmente, mi stavo rilassando, diventavo meno teso. La mia interlocutrice, invece, cominciava a ravvivarsi. Lo intuivo da quella strana luce che le trapassava lo sguardo e le dilatava le pupille.
“ Perché non continua e mi parla dei suoi problemi con suo marito. I giudici sono severi sulle motivazioni e taluno indaga anche oltre il necessario”.
“ Mio marito vuole obbligarmi a restare con lui, ad avere una vita sessuale. Io non voglio, non più.”
Dicendo così Suzy Lee scostò le mani, sino allora intrecciate e immobili nel suo grembo e le sollevò all’altezza dello scamiciato che indossava. Si sbottonò i primi due automatici sotto il colletto leggermente rialzato, alla moda orientale, voltò la testa di lato e con voce dura m’invitò a guardare:
“Guardi pure, guardi; questo è il segno che mi ha lasciato lui. “
Sentii che, con moto involontario, la mia schiena s’inarcava scostandosi dalla pelle della poltrona e cercai di assumere un atteggiamento professionale senza fare troppo trapelare la sorpresa che quella svolta imprevista della conversazione mi aveva procurato.
Quello che vidi mi lasciò abbastanza indifferente. Due, tre segni violacei sul collo. Mi sorpresi a pensare che si trattava di pratiche non sempre violente, spesso connesse a entusiasmi giovanili. Era vero però che l’espressione del volto di Suzy mi coinvolgeva con un’ambiguità che non sapevo misurare. Era qualcosa di stridente appunto con i suoi capelli bianchi, schiacciati sulla testa, con il pallore del suo volto così spudoratamente naturale, con la sua palese volontà di non agire la parte corporea, femminile e suadente del suo sé. C’era anche un rifiuto nel suo sguardo e agli angoli della sua bocca, un leggero tremolio all’altezza degli zigomi, che si trasmetteva nella sporgenza dei suoi globi oculari e che non sapevo se attribuire a rabbia o a disgusto.
Probabilmente, non sapendo come meglio padroneggiare la situazione, me ne uscii con una battuta non proprio felice e stizzosa:
“ L’importante è che lei sia consapevole che si è rivolta a un avvocato e non a uno psicanalista”.
Suzy Lee non rispose, mi guardò però fisso negli occhi senza imbarazzo e senza esitazione, come se avesse una meta da perseguire e non volesse farsi distrarre da particolari irrilevanti.
Le rivolsi allora alcune domande più tecniche dirette a sincerarmi che il matrimonio fosse valido in Italia e che quindi fosse necessario agire legalmente per una separazione e in seguito per il divorzio. E ricevetti conferme circostanziate di questa necessità.
Poi fu Suzy Lee a chiedere a sua volta spiegazioni:
“ Ho un’idea ancora abbastanza confusa della sua situazione dal punto di vista legale e non potrebbe essere altrimenti, visto che ci conosciamo appena. Mi sembra di capire che la volontà di separarsi è solo da parte sua. La sua motivazione, che pure ha significato per lei, non so se e come possa tenere dal punto di vista legale. Neanche so misurarne la serietà. Per questo non posso dirle se accetterò o meno di assisterla in questa causa. Ho necessità di ulteriori informazioni e lei non può darmele. Non posso assisterla prima di essermi fatto un’opinione al riguardo della vita che lei fa accanto a quest’uomo. Le sue domande sulla questione economica sono premature, io mi devo ancora decidere e lei non è ancora una mia cliente”.
Suzy Lee tenne a precisare che non avrebbe potuto anticiparmi le spese di causa se non con la mensilità di dicembre quando avrebbe riscosso la tredicesima.
E aggiunse:
“Voglio che sappia questo perché piace me comportarmi come persona precisa e per me è importante conoscere in anticipo miei impegni. Mia signora dice che anche lei garantisce per queste spese”.
Anche se non lo esprimeva chiaramente la questione finanziaria, le procurava ansia, probabilmente sospettava, a torto, che quella fosse la motivazione principale della mia esitazione.
Suzy Lee cominciava a piacermi. Non per questo però potevo dismettere la mia veste professionale. Tuttavia mi sentivo più sciolto nei movimenti e assumevo nelle posizioni e nell’impostazione della voce un tono meno formale.
Quando arrivò il momento di salutarci mi ero spiegato bene con Suzy Lee sul fatto che lei ora non doveva preoccuparsi o agire alcunché, in quanto l’avrei ricercata io se e al momento che mi fossi deciso.
Tuttavia in cuor mio ero certo che se fosse stato necessario togliersi di torno quella donna il compito non sarebbe stato per nulla facile.
L’accompagnai all’uscita e benché non le stringessi la mano, mi trattenni sulla porta senza frapporre una significativa distanza tra me e lei, con un fare formale, ma pur sempre gentile. Probabilmente la lasciai nella convinzione che ci saremmo rivisti a breve e che la mia risposta sarebbe stata positiva.
Nei giorni a venire, mi occupai, compatibilmente con gli impegni già assunti, del caso di Suzy Lee.
***
Chiaratosta 4 anni fa
Si tratta di un racconto lungo per il quale devo ancora trovare la fine. Di seguito ripoto la prima parte . Mi piacerebbe un votro giudizio
Chiaratosta 4 anni fa