Mezzo sangue (fusione, giugno'14)

DISCUSSIONE | 7 Interventi | Creata da Marselus |
Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2015 | Iniziata: 05 dicembre 2014
Marselus Marselus ha scritto: Louisiana, Port Vincent, Tenuta Gordian, 60 miglia da New Orleans, 1895
- Hai venduto i campi e la casa? Sei proprio un idiota!
Il pugno di Mr. Gordian si abbatté sul tavolo coloniale e una risata catarrosa risuonò nel salone.
- Esiste altro oltre il cotone e lo zucchero.
Davanti a lui, Frank Jonsy se ne stava seduto, le gambe accavallate, sorseggiando un single malt.
- Si chiama spirito imprenditoriale, Gordian.
- Ah sì? Puttane e whisky annacquato? Che grande impresa.
- I tempi stanno cambiando, i margini sul cotone sono dimezzati, la canna va ancora peggio, e i negri non sono più schiavi. Perché dovevo starmene a guardare mentre i miei guadagni di trent’anni sparivano? Meglio tentare la fortuna. A Crescent City c’è posto anche per me. I locali sono sempre pieni. Alcol, puttane e musica ogni notte. Dovresti pensarci anche tu.
- Non mi trasferirò mai a New Orleans. Balordi, sanguisughe e puttane malate. Una palude di merda, l’anus mundi del nostro Paese.
- E’ una città con un sacco di soldi da spendere, Gordian, e bisogna saperli acchiappare.
- Preferisco il cotone. Preferisco i miei negri. Sono miei. Schiavi o no, da qui se ne vanno solo da sdraiati. Li ho allevati io. Gli ho insegnato io a stare al mondo. Non se la passano male, qui da me.
- Come credi, Gordian, fai come credi. – Jonsy poggiò il bicchiere sul tavolo con moderato disappunto e andò verso la vetrata, per ammirare le magnolie. Aprì la finestra. Pollini bianchi entrarono nella stanza solfeggiando lievi; dal fianco della casa proveniva un suono. Uno strumento a corde. Jonsy non lo riconobbe subito, e la cosa lo incuriosì ancora di più.
- Cosa fanno là fuori? Suonano?
- Cosa? Ah, sarà quello stupido negro. Un buono a nulla. Le ragazzine tirano su più cotone di lui. Passa la domenica con quella maledetta zucca vuota a corde. E gli altri gli stanno intorno a cantare e a battere le mani come scimmie. A volte dalla finestra gli lancio le noccioline. – Ancora la risata al catarro – Primitivi! Lavorassero con lo stesso impegno con cui cantano!
Uscirono sul pergolato, accendendosi i sigari. Con la coda dell’occhio Jonsy vide il ragazzo di spalle che suonava il suo strumento, vicino alle loro baracche, sotto un portico. Davanti a lui bambini e qualche donna battevano le mani cantando e muovendosi a tempo. Gordian accompagnò Jonsy al suo cavallo (amava trascorrere la domenica in sella a Barry, il suo mustang).
- Cerca di non farti attaccare qualche malattia dalle tue puttane.
- Ti preoccupi per me, Gordian? Da quando? Se sei invidioso vieni a trovarmi. Potrei trovarti da lavorare.
- Non lavorerò mai per te, culo bianco. Piuttosto vado a raccogliere il cotone nei campi con i negri.
- Sarebbe una scena imperdibile, Gordian. Stammi bene, schiavista. - E lanciò Barry.
Gordian si riavviò verso casa, calciando un sasso e ciondolando la testa, sbuffando. Arrivò ai gradini del portico, quando sentì un cavallo al galoppo avvicinarsi. Era Jonsy che ritornava.
- Senti Gordian – Jonsy non scese da Barry – quanto vuoi per il ragazzo?
Gli occhi di Gordian si strinsero, lame minacciose ma curiose.

New Orleans
Non era una città, ma un grasso e unto magnaccia che in un’osteria, ubriaco, si gongola dei proventi della sua merce di cosce aperte, e continua a mangiare e a bere oltre la misura, ruttando al cielo.
Uomini di ogni razza conosciuta che parlano un insieme di lingue triturate in un unico idioma.
Creoli, neri, bianchi e tutto ciò che è fra loro; ogni colore di pelle ha il proprio odore, e ogni odore è lezzo per chi non lo possiede.
L’ingresso del locale di Jonsy era riconoscibile solo per la scritta in corsivo nero dipinta sulla facciata di una struttura di case scrostate puntellate l’una all’altra: Hurricane. Integrato al resto della città, ribelle alle regole architettoniche. Una stretta scala di legno scendeva nel suolo, nelle calde viscere della città. Un orifizio. Scendendo, le pareti erano decorate da muffa multicolore, e l’aria puzzava di legno marcio. Radici sotterranee di una pianta trascurata. A New Orleans la linfa erano gli uomini del sottosuolo. Mentre il ragazzo scendeva, due grossi bianchi risalivano.
- Che cazzo fai, negro di merda? Dove cazzo vai?
Gli furono addosso e lo spinsero fuori buttandolo per terra, lui e il suo strumento, e continuarono la loro argomentazione fra le sue urla che chiedevano di fermarsi, che lui era lì per suonare, che era lì perché lo voleva Jonsy. Il nome del loro capo li fermò.
- Sei un cretino, negro. Ti farai ammazzare. Non puoi entrare dalla strada. Sei negro. Devi entrare dal retro. E a nessuno frega un cazzo se suoni. Resti negro. Entri da dietro.

Il ragazzo si avvicinò al palco zoppicando e tenendosi il fianco. Nei passi la consapevolezza di trovarsi al cospetto di una superiorità. Devoto che inspira l’incenso alle porte del tempio.
Il quartetto stava provando, e quando il contrabbassista lo vide, levò la destra, affettò l’aria e diede lo stop. Tutti si voltarono. Il ragazzo si pietrificò. Portò il suo umile strumento al petto, come fosse uno scudo e farfugliò le sue scuse per averli interrotti.
- Ecco il nostro negro, finalmente. – Era V.d. Djambe. Voodoo Djambe. – Il capo ci ha parlato di te. Inspirò rumorosamente, ed espirando sfiatò – Dimmi quello che sai sul blues.
Al ragazzo morì il respiro. Che cosa sapeva lui del blues? Gli piaceva ascoltarlo, e forse ne strimpellava qualche passaggio, ma non ne sapeva nulla.
- Allora negro? Cosa sai del blues? D’ora in poi dovrai suonare con noi.
Djambe sogghignò verso gli altri tre. Il pianista scrocchiò le nocche e suonò un accordo. Il batterista posò le bacchette sul rullante e sospirò, ciondolando la testa dubbioso. Il trombettista invece rise senza pudore.
- Vieni avanti, negro, dai. – Djambe lo invitò mollemente, con entrambe le braccia.
Il ragazzo si fece avanti. Ora poteva vederli meglio. Il trombettista stava pulendo il suo ottone con uno straccio. Il pianista era voltato di tre quarti, seduto al suo piano verticale, nero e segnato dall’usura, così come il legno del palco, di tutto il locale, e come tutti loro. Il batterista aveva il gomito poggiato al timpano, e faceva ruotare distrattamente il piatto sulla sua asta.
E ora, alla luce, la vedeva. La pelle sbiancata poco più in alto della caviglia di Djambe. La striscia bianca di chi ha avuto il metallo sulla pelle per anni. Sui neri è inconfondibile. Catene.
- Non sai un cazzo del blues giusto? – non ebbe bisogno di vedere il ragazzo annuire. Guardò il vuoto del locale, le sue vecchie assi polverose, dimore di tarli, il soffitto troppo basso per far circolare l’aria sudata nelle sere d’estate, i tavoli sfregiati da mille intagli, le sedie sghembe e scricchiolanti, il bancone che aveva sostenuto centinaia di uomini barcollanti che ne imploravano l’attenzione bisognosi, come fosse un amico, o un’acquasantiera. L’Hurricane.
– Il blues è mancanza. Ecco cos’è. E’ il primo uomo scacciato dall’Eden. E’ la donna che non avrai mai, quella che non vedrai più dopo quella notte. E’ la tua vita in mare aperto, su una nave senza un porto di destinazione. Sono i soldi che non avrai mai. E’ una nota giù sulla tastiera che non raggiungerai in tempo. E’ il treno che ha lasciato la città ieri. E’ l’Africa che si è scordata di te e ti ha lasciato qui come un negro bastardo nel Paese della libertà! Eccotela. – Indicò la propria caviglia. - Qui saremo sempre le loro puttane. Non saremo mai americani. Avremo sempre il loro ferro sulla pelle. Ma avremo il blues, la nostra goccia di veleno bevuta ogni giorno che ci impedisce di avvelenarci con mali peggiori.
Iniziò ad accarezzare il contrabbasso, salendo e scendendo lungo la grande cassa armonica, sul suo legno, fermandosi alle venature più accentuate; verso l’alto, verso il basso, con il palmo, con il dorso, con le dita, con le unghie, solleticandolo.
– Guarda bene ragazzo. Cos’è?
- E’ un contrabbasso. – Quasi lo chiese. Djambe chiuse gli occhi.
- No ragazzo, no. E’ Lucille. La mia Lucille. Quella che non riavrò mai più. Mancanza, mancanza. – Rimase con le palpebre abbassate e continuò a sfiorare il contrabbasso. La parte alta della cassa, le spalle; il suo restringimento, i fianchi; e giù, il bacino. – Questa è la prima e l’unica lezione di blues di cui avrai mai bisogno, ragazzo. Da oggi puoi suonare.
E indicò un banjo nell’angolo, perfettamente accordato, vicino al pianoforte.

Nel corso degli anni il ragazzo suonò ogni sera. L’Hurricane divenne uno dei locali di riferimento di New Orleans, insieme a un altro migliaio, ognuno legato alle proprie leggende che si disperdevano nella città come fogli di carta strappati in piccoli pezzi abbandonati al vento. Il respiro della città, il suo rumore mentre cresce.
Il ragazzo non ebbe mai partiture di rilievo. Semplici armoniche di accompagnamento per le melodie di piano e contrabbasso, che a loro volta riempivano ciò di cui la tromba non si preoccupava durante i suoi metallici scambi con la voce di Djambe.
Anche il blues stava saturando. Proposto in ogni angolo della città, la sua insistenza lasciava spazio agli sperimentatori, i pionieri del nuovo secolo, che per distinguersi dovettero inventare tempi, strumenti e scale, mescolando il passato con ciò che stava oltre la frontiera, così come la storia del loro Paese. Il gruppo fu per il ragazzo ciò che dovrebbe essere un padre. E lui ne carpiva segreti e insegnamenti. Regole e tempi. Stimoli e saggezze. Ogni sera mani bianche rendevano applausi, e fra queste ora vi erano anche quelle di Mr. Gordian. La fattoria era naufragata fra debiti e degrado, e venne accolto dal bancone dell’Hurricane, confessore dei falliti come ogni bancone. Jonsy era un vecchio amico e New Orleans poteva davvero accogliere un parassita in più. Ma se le sue mani applaudivano la sua vecchia proprietà, se il suo corpo approvava, i suoi occhi brillanti d’alcol non mentivano.
Un pomeriggio Mr. Jonsy si avvicinò a Djambe, che stava provando da solo sul palco, in attesa degli altri. Dallo sguardo, Djambe capì che qualcosa non andava. Era qualcosa che riguardava il ragazzo, l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire.
Toccò al vecchio musicista aspettare il ragazzo fuori dalla sua stanza, al terzo piano di una pensione in mattoni rossi, di quelle con le scale in ferro esterne, affacciata su una traversa di Canal Street.
- Entriamo.
- Cosa c’è V.D.?
Il ragazzo espresse tutto lo stupore di vedere il vecchio torturare il cappello fra i pugni.
- Non so. Non ho le idee chiare, ma so che ti devo parlare, e volevo farlo da solo. Nessuno lo sa, tranne Mr. Jonsy.
- Mr. Jonsy? Non capisco. Voodoo, di cosa parli?
Entrarono e il ragazzo si sedette sul letto, le spalle al muro, puntellato sui gomiti. Djambe si lasciò cadere sull’unica sedia, che scricchiolò nel silenzio.
- Non sono bravo a parlare, non è il mio mondo. – Il suo sguardo vagò sui muri grigi e macchiati di muffa. Il banjo era su una piccola mensola storta.
- Ho settant’anni e ancora non so parlare. Facciamo che ti racconto una storia, ragazzo.
- Una storia?
- Sì. Me la raccontavano da bambino, nella piantagione. Mi ha aiutato da adulto. Parla di un gregge di capre, in cui le più anziane insegnano a quelle più giovani a non volere nulla più oltre l’erba per arrivare a fine giornata; il recinto della fattoria era grande abbastanza da sfamarle tutte. Ma una di queste non capiva: si sentiva, la sera, il rumore di un ruscello; nessuno desiderava berne l’acqua o assaggiare l’erba che cresceva sulle sue sponde? Oltre il recinto, si diceva, vi erano i lupi, e questo era sufficiente a non far sognare nessuno. La giovane capra, un giorno al tramonto scappò. La prima falcata oltre il recinto fu la prima della sua vita. Assaporò la libertà che non fa voltare, quella che ti fa ridere al vento. Il torrente esisteva davvero! La capra ne bevve la purissima acqua, già dimentica del mondo di prima. E lo vide. Stava al limitare del bosco. Grigio argento, petto e zampe bianche. I denti esposti, la stava guardando da un po’. La capra non ebbe paura. Doveva proteggere la sua libertà appena conquistata. Abbassò la testa e caricò. O lui o lei. Colto alla sprovvista, il lupo volse il fianco e accusò il colpo nel costato. Addirittura perse l’equilibrio e cadde. La capra preparò un’altra carica. Il lupo si rialzò, sperando di non esser stato visto da nessuno. Schivò la capra indemoniata e riuscì a graffiarla con una zampata. La capra inciampò ma subito si riebbe. Seguiva sempre lo stesso schema: carica, presa di posizione, carica. Presto si sfiancò e una strana idea la raggiunse: l’erba. Doveva mangiare. Ne strappò un ciuffo e lo masticò durante la rincorsa. Colpì in pieno il lupo con un ghigno di soddisfazione: era la migliore erba che avesse mai mangiato. Prima di ogni attacco strappava qualche filo. Il sole li trovò ancora in piedi, barcollanti in quella sfida contro natura. Ma anche il destino si risvegliò con il nuovo giorno. Il lupo colpì con un solo, unico attacco. La capra stramazzò a terra ed ebbe giusto il tempo per un ultimo fugace assaggio di erba. Ragazzo, oltre non so andare.
Djambe se ne andò, e quando fu solo, il ragazzo si sedette sul davanzale della finestra, le gambe nel vuoto. Un salto e sarebbe passata ogni paura. Un piccolo sforzo per una grande ricompensa. Le parole del vecchio lo lasciarono su quel bilico, su quella frontiera sospesa, in uno di quei momenti in cui il mondo di sotto emerge per prendere fiato, rubando l’aria al mondo dei vivi.

Quel sabato l’Hurricane creò la propria leggenda.
Da una semplice armonia, in una parte strumentale, Djambe applicò la sua intuizione pensata da tempo. Mentre il ragazzo era voltato verso un lato del locale, fece cenno agli altri di abbassare l’intensità e suonare più piano possibile, lasciando alto solo il banjo. Il ragazzo si voltò verso Djambe preoccupato, ma il vecchio lo rassicurò facendo cenno di proseguire, e liberò in volo il suo piccione negro. Il ragazzo iniziò a improvvisare a occhi chiusi, e fu trasportato in un altro luogo; lui e il banjo, un ponte fra sottofondo e mondo interiore, prima voce, intonata su corde libere.
La fusione fra note e vita, pochi secondi di tutto se stesso, la sua essenza, senza la paura di ciò che lo aspettava. Sgorgarono note che rimbalzando sulle pareti, sul soffitto, sui corpi umidi, tornavano all’Africa, stridevano nella parte bassa del manico come catene, si allungavano gravi, un’eco che non vuole spegnersi, che non vuole essere dimenticata; note eolie al limite del silenzio, suonate forse da mani future, che ti trascinano in giudizio dal tuo voodoo, il tuo brivido, prima di tornare accordi e riprendere il tema centrale, mentre gli altri strumenti ritrovano il loro volume. Fili d’erba strappata e assaporata.
Quella notte Mr. Gordian portò a compimento il suo piano. Il ragazzo sparì per sempre.

...........

Il violento uragano stava abbandonando la città. In uno scantinato, fra gli ultimi ululati del vento un uomo al buio suonava il suo contrabbasso. Abbracciava lo strumento con il corpo, in una magnifica ma triste fusione, forse a imprimerselo nel petto, o forse per deporvi il proprio cuore.
Attenzione: Per partecipare devi prima iscriverti al gruppo. Per iscriverti clicca qui.
Mariella, a me il tuo commento piace tantissimo.
Grazie per l'estrema attenzione. Il predicozzo e la favola escono entrambe dalla bocca di uno che si chiama Voodoo. Ho voluto dargli le estreme caratteristiche del diavolo e dell'acquasanta, nel senso di uno che è passato dalle catene alla dedizione per la musica, ma capace di toccare anche le corde del racconto quasi per bambini. Forse ho preteso un po' troppo da me stesso nel senso che il personaggio rischia di peccare di credibilità, visto che ho avuto il dubbio della favola della capra fino alla fine....ci sta? non ci sta? troppo fuori tema? poco in linea con il resto? che cazzo c'entra il lupus in fabula con il blues? lascia stare, ti sputtaneranno tutti i 3600 appartenenti allo scrittorio......ma l'idea era proprio quella di rendere il personaggio così, e capace anche delle (forse) lacrime finali.
Perchè si spende così tanto, dici, visto che il ragazzo avrà un ruolo marginale? Considera che è vero che il ragazzo era un pivello a confronto degli altri, ma erano tutti neri arrivati alla fine: cioè oltre a suonare in un locale di bianchi non potevano fare nella loro vita; e la musica l'avevano imparata a orecchio, non sugli spartiti. Il ragazzo sarebbe diventato come loro. Il ragazzo era loro. Djambe vede in lui qualcosa, forse se stesso, visto che sa da dove veniva. E poi il banjo, comunque, non era marginale per quel periodo a New Orleans e, insieme al contrabbasso, è lo strumento che più si poteva adattare al passaggio dal blues (nel periodo del racconto) all'idea del jazz.....può sembrare una bestemmia, e in parte lo è, ma all'interno di un gruppo-standard-secondo copione, ovvio che fosse la tromba a svolgere i brevi fraseggi solisti previsti sui cambi di tempo, al massimo accompagnata dal contrabbasso e da passaggi alla batteria, ma non si andava oltre a questi tipi di protagonismo. Il banjo, usato tassativamente come accompagnamento era il più adatto a rompere questo schema, cioè era impensabile elevarlo a protagonista, ad un assolo (che ancora non esisteva così come lo conosciamo) e proprio da questa rottura dello schema classico era nato il jazz: con il protagonismo (per il virtuosismo era ancora presto). Nel racconto avrei voluto fargli attaccare un distorsore e dargli una telecaster e fargli fare l'assolo con una bottiglia di jack daniels spaccata e incendiata sul bancone, ma credo che sarei andato fuori tema. Il modesto e discreto banjo è bastato.
Perchè Gordian ha infierito? Pura e semplice invidia. Lui ha perso, il ragazzo ha vinto, il ragazzo era suo, il ragazzo non può vincere, lui doveva vimcere, il ragazzo deve sparire. Invidia.

Ancora grazie per la tua estrema attenzione e per le tue analisi sempre incisive.
Ciao
Marselus 2 anni fa
In molte sue parti è un racconto stupendo. A me l'inizio piace e , in questo prologo, trovo anche i dialoghi indovinati, come stile e come registro. Buone, in bocca ai due uomini, le frasi aride e sgraziate. Rozze come sono rozzi i due.
Bella anche la storia, la bellezza delle atmosfere blues, fatte di fumo, di degrado, di brandelli di sogni così nascosti anche agli stessi sognatori, da non "leggersi" bene. ("voleva essere libero"..."voleva suonare..." troppo banale sarebbe stato).
"Il ragazzo" è l'unico a non avere un nome proprio e quest'indeterminatezza aggiunge saudade alla figura. E' un artificio letterario non infrequente, sempre molto indovinato. "Il ragazzo" è un'ombra in cui ci si può calare comodi perché ombra che accoglie l'anima ( delle cose, delle persone...): entità che non necessita di un nome proprio, che non ha bisogno di diventare personaggio, ché, sennò, la circoscrivi troppo e non assolve più al suo ruolo "universalizzante"nella storia. Bene: queste sono pennellate riuscite, a mio parere.
Belle le descrizioni. Il bancone/confessionale...i membri della band, anch'essi non definiti come se- giustamente- la loro essenza, nella descrizione, è lo strumento e non la persona.
Mi piace molto la scena del ragazzo che scende--scende proprio, come la discesa in un infero--e i bianchi che salgono. La senti proprio, nelle parole di Marselus, l'arroganza della loro ascesa di servi, del ghigno dello scagnozzo, della baldanza ottusa degli sgherri. Mentre il ragazzo, invece umilmente non dice più di tanto, ma non passa da dietro perché l'arroganza di un "capo" lui l'accoglie come tutela.
Belle altre cose del racconto di Marselus, ma insomma...mi fermo.
Quello che mi "convince" Meno (non è che non mi piace...lo trovo solo meno credibile) è il predicozzo sul blues (stupendo anch'esso, peraltro) del vecchio al ragazzo. Troppo didascalico in bocca a lui: perché, nel momento che gli parla, dovrebbe tenere questa specie di relazione-da-convegno sul Blues...a un ragazzetto che deve fare da spalla alla band?Per dargli lo spleen?...e metterlo in condizione di suonare blues? Ma il ragazzo poi avra una funzione marginale, è per questa marginalità che lo assumono. Non cercano una star nell'Hurricane...
Le stesse cose bellissime (il blues è mancanza...ecc....) Marselus le dovrebbe conservare nel suo racconto, ma non come dialogo...non so: tipo voce narrante che tiene unito il filo...una specie di spirito raccontatore...non so.
E mi convince meno la storia della pecora che, improvvisamente fa acquisire al racconto "grattato" che parla di blues, un'aura mitologica. O "favolistica". Sai le favole di Esopo con la morale finale... Non ce la vedo.
In una storia blues, forse abusatamente d'accordo, a un certo punto deve spuntare un diavolo, che si vende l'anima o se la compra...insomma cose così. Vedo meno la morale della pecora che mi fa pensare al gabbiano Jonathan Livingstone...ma quella è una cosa orrenda che non c'entra col bel lavoro di Marselus. Una storia che mi ha, personalmente, rovinato l'adolescenza con la retorica della libertà possibile/impossibile tra i comuni mortali.
E...una domanda, Marselus. Perché Gordian, dopo tanto tempo e acqua sotto ai ponti, sente la necessità di una vendetta? Questo ci può stare, ma andava sviluppato di più...approfondendo lo spaccato dell'odio rispetto all'uomo che il ragazzo aveva "affrancato". Normalmente Gordian se lo sarebbe dimenticato...il ragazzo in sé.
Mi dispiace, Marselus, essere entrata a gamba tesa sul tuo racconto. Mary non mi bacchetti, ma io davvero lo trovo bellissimobellissimo, che manco a studiarlo come a scuola, personalmente, sarei riuscita a scriverlo. E' tutto ben fatto... discuto solo sulla "coerenza" un po' dello stile (dialogo tra il vecchio e il ragazzo) un po' della verosimiglianza del finale.Se Marselus leggerà questo sproloquio, mi smonti. Ho scritto, ma "traballo" nella convinzione :)
Mariella 2 anni fa
Forse la mia è stata una domanda troppo netta, mi riferivo solo al fatto che non capivo bene il commento...:)
Marytarta 2 anni fa
Non ho inteso criticare a tutti i costi Però qui non siamo tra professionisti. Il talento di Marselus in questo caso ha dato un'ottima prova di sé. Ciò non toglie che possa esserci qualche carenza su cui esercitarsi e acquistare mestiere
Secondo me nella seconda parte del testo la storia si eleva oltre la media e spicca il volo Nella prima parte ho percepito un impaccio, come dire, una minore scorrevolezza Forse, sbagliando, ho addebitato questa sensazione alla voce dei due protagonisti
Chiaratosta 2 anni fa
Bello, Marselus, gran bel pezzo. E non era facile, visto l'argomento, in fondo abbastanza noto e trito: di sono dette e si sono viste tante cose intorno ai neri, schiavitù, jazz, blues, New Orleans. Ho iniziato a leggere con una certa diffidenza. Però mi ha presa fino alla fine. Perché ci hai messo passione. E buona scrittura. Quindi ero lì, nel locale buio e sporco, insieme allo spaurito 'ragazzo.' Ed ero lì ancora prima, nella fattoria dell'Alabama, sul portico della veranda seduta sul dondolo a rimirar la scena. Mi sono piaciuti i dialoghi e le descrizioni (domanda per Chiaratosta: ma come fai a definire 'ottimo' un pezzo, per poi distruggerlo sui 'dialoghi piatti' e sul lavoro 'da rivedere'?). La descrizione di New Orleans è molto bella ma forse troppo ambiziosa: 'Non era una città, ma un grasso e unto magnaccia che in un’osteria, ubriaco, si gongola dei proventi della sua merce di cosce aperte, e continua a mangiare e a bere oltre la misura, ruttando al cielo.
Uomini di ogni razza conosciuta che parlano un insieme di lingue triturate in un unico idioma. ': la consecutio temporum non va, e il secondo paragrafo rimane, alla lettura, un po' appeso. Ma a parte questa piccola cosa, nel complesso mi è piaciuto molto, vivo e pulsante. Mi tocca dirti bravo, ma guarda un po'...:)
Marytarta 2 anni fa
Ottimo questo pezzo, salda la scansione dei tempi e delle vicende. Sicuro lo stile e ben strutturata l'ambientazione.
Soprattutto nella seconda parte s'intuisce la passione per il blues che regge tutta la storia
Se c' è qualcosa che non mi convince forse è la prima parte ambientata nella tenuta Gordian. Se ne comprende la necessità come un prologo. Però i dialoghi sono un po' piatti e le voci due personaggi poco diversificate. Forse meriterebbe lavorarci ancora un po' sopra
Chiaratosta 2 anni fa
Louisiana, Port Vincent, Tenuta Gordian, 60 miglia da New Orleans, 1895
- Hai venduto i campi e la casa? Sei proprio un idiota!
Il pugno di Mr. Gordian si abbatté sul tavolo coloniale e una risata catarrosa risuonò nel salone.
- Esiste altro oltre il cotone e lo zucchero.
Davanti a lui, Frank Jonsy se ne stava seduto, le gambe accavallate, sorseggiando un single malt.
- Si chiama spirito imprenditoriale, Gordian.
- Ah sì? Puttane e whisky annacquato? Che grande impresa.
- I tempi stanno cambiando, i margini sul cotone sono dimezzati, la canna va ancora peggio, e i negri non sono più schiavi. Perché dovevo starmene a guardare mentre i miei guadagni di trent’anni sparivano? Meglio tentare la fortuna. A Crescent City c’è posto anche per me. I locali sono sempre pieni. Alcol, puttane e musica ogni notte. Dovresti pensarci anche tu.
- Non mi trasferirò mai a New Orleans. Balordi, sanguisughe e puttane malate. Una palude di merda, l’anus mundi del nostro Paese.
- E’ una città con un sacco di soldi da spendere, Gordian, e bisogna saperli acchiappare.
- Preferisco il cotone. Preferisco i miei negri. Sono miei. Schiavi o no, da qui se ne vanno solo da sdraiati. Li ho allevati io. Gli ho insegnato io a stare al mondo. Non se la passano male, qui da me.
- Come credi, Gordian, fai come credi. – Jonsy poggiò il bicchiere sul tavolo con moderato disappunto e andò verso la vetrata, per ammirare le magnolie. Aprì la finestra. Pollini bianchi entrarono nella stanza solfeggiando lievi; dal fianco della casa proveniva un suono. Uno strumento a corde. Jonsy non lo riconobbe subito, e la cosa lo incuriosì ancora di più.
- Cosa fanno là fuori? Suonano?
- Cosa? Ah, sarà quello stupido negro. Un buono a nulla. Le ragazzine tirano su più cotone di lui. Passa la domenica con quella maledetta zucca vuota a corde. E gli altri gli stanno intorno a cantare e a battere le mani come scimmie. A volte dalla finestra gli lancio le noccioline. – Ancora la risata al catarro – Primitivi! Lavorassero con lo stesso impegno con cui cantano!
Uscirono sul pergolato, accendendosi i sigari. Con la coda dell’occhio Jonsy vide il ragazzo di spalle che suonava il suo strumento, vicino alle loro baracche, sotto un portico. Davanti a lui bambini e qualche donna battevano le mani cantando e muovendosi a tempo. Gordian accompagnò Jonsy al suo cavallo (amava trascorrere la domenica in sella a Barry, il suo mustang).
- Cerca di non farti attaccare qualche malattia dalle tue puttane.
- Ti preoccupi per me, Gordian? Da quando? Se sei invidioso vieni a trovarmi. Potrei trovarti da lavorare.
- Non lavorerò mai per te, culo bianco. Piuttosto vado a raccogliere il cotone nei campi con i negri.
- Sarebbe una scena imperdibile, Gordian. Stammi bene, schiavista. - E lanciò Barry.
Gordian si riavviò verso casa, calciando un sasso e ciondolando la testa, sbuffando. Arrivò ai gradini del portico, quando sentì un cavallo al galoppo avvicinarsi. Era Jonsy che ritornava.
- Senti Gordian – Jonsy non scese da Barry – quanto vuoi per il ragazzo?
Gli occhi di Gordian si strinsero, lame minacciose ma curiose.

New Orleans
Non era una città, ma un grasso e unto magnaccia che in un’osteria, ubriaco, si gongola dei proventi della sua merce di cosce aperte, e continua a mangiare e a bere oltre la misura, ruttando al cielo.
Uomini di ogni razza conosciuta che parlano un insieme di lingue triturate in un unico idioma.
Creoli, neri, bianchi e tutto ciò che è fra loro; ogni colore di pelle ha il proprio odore, e ogni odore è lezzo per chi non lo possiede.
L’ingresso del locale di Jonsy era riconoscibile solo per la scritta in corsivo nero dipinta sulla facciata di una struttura di case scrostate puntellate l’una all’altra: Hurricane. Integrato al resto della città, ribelle alle regole architettoniche. Una stretta scala di legno scendeva nel suolo, nelle calde viscere della città. Un orifizio. Scendendo, le pareti erano decorate da muffa multicolore, e l’aria puzzava di legno marcio. Radici sotterranee di una pianta trascurata. A New Orleans la linfa erano gli uomini del sottosuolo. Mentre il ragazzo scendeva, due grossi bianchi risalivano.
- Che cazzo fai, negro di merda? Dove cazzo vai?
Gli furono addosso e lo spinsero fuori buttandolo per terra, lui e il suo strumento, e continuarono la loro argomentazione fra le sue urla che chiedevano di fermarsi, che lui era lì per suonare, che era lì perché lo voleva Jonsy. Il nome del loro capo li fermò.
- Sei un cretino, negro. Ti farai ammazzare. Non puoi entrare dalla strada. Sei negro. Devi entrare dal retro. E a nessuno frega un cazzo se suoni. Resti negro. Entri da dietro.

Il ragazzo si avvicinò al palco zoppicando e tenendosi il fianco. Nei passi la consapevolezza di trovarsi al cospetto di una superiorità. Devoto che inspira l’incenso alle porte del tempio.
Il quartetto stava provando, e quando il contrabbassista lo vide, levò la destra, affettò l’aria e diede lo stop. Tutti si voltarono. Il ragazzo si pietrificò. Portò il suo umile strumento al petto, come fosse uno scudo e farfugliò le sue scuse per averli interrotti.
- Ecco il nostro negro, finalmente. – Era V.d. Djambe. Voodoo Djambe. – Il capo ci ha parlato di te. Inspirò rumorosamente, ed espirando sfiatò – Dimmi quello che sai sul blues.
Al ragazzo morì il respiro. Che cosa sapeva lui del blues? Gli piaceva ascoltarlo, e forse ne strimpellava qualche passaggio, ma non ne sapeva nulla.
- Allora negro? Cosa sai del blues? D’ora in poi dovrai suonare con noi.
Djambe sogghignò verso gli altri tre. Il pianista scrocchiò le nocche e suonò un accordo. Il batterista posò le bacchette sul rullante e sospirò, ciondolando la testa dubbioso. Il trombettista invece rise senza pudore.
- Vieni avanti, negro, dai. – Djambe lo invitò mollemente, con entrambe le braccia.
Il ragazzo si fece avanti. Ora poteva vederli meglio. Il trombettista stava pulendo il suo ottone con uno straccio. Il pianista era voltato di tre quarti, seduto al suo piano verticale, nero e segnato dall’usura, così come il legno del palco, di tutto il locale, e come tutti loro. Il batterista aveva il gomito poggiato al timpano, e faceva ruotare distrattamente il piatto sulla sua asta.
E ora, alla luce, la vedeva. La pelle sbiancata poco più in alto della caviglia di Djambe. La striscia bianca di chi ha avuto il metallo sulla pelle per anni. Sui neri è inconfondibile. Catene.
- Non sai un cazzo del blues giusto? – non ebbe bisogno di vedere il ragazzo annuire. Guardò il vuoto del locale, le sue vecchie assi polverose, dimore di tarli, il soffitto troppo basso per far circolare l’aria sudata nelle sere d’estate, i tavoli sfregiati da mille intagli, le sedie sghembe e scricchiolanti, il bancone che aveva sostenuto centinaia di uomini barcollanti che ne imploravano l’attenzione bisognosi, come fosse un amico, o un’acquasantiera. L’Hurricane.
– Il blues è mancanza. Ecco cos’è. E’ il primo uomo scacciato dall’Eden. E’ la donna che non avrai mai, quella che non vedrai più dopo quella notte. E’ la tua vita in mare aperto, su una nave senza un porto di destinazione. Sono i soldi che non avrai mai. E’ una nota giù sulla tastiera che non raggiungerai in tempo. E’ il treno che ha lasciato la città ieri. E’ l’Africa che si è scordata di te e ti ha lasciato qui come un negro bastardo nel Paese della libertà! Eccotela. – Indicò la propria caviglia. - Qui saremo sempre le loro puttane. Non saremo mai americani. Avremo sempre il loro ferro sulla pelle. Ma avremo il blues, la nostra goccia di veleno bevuta ogni giorno che ci impedisce di avvelenarci con mali peggiori.
Iniziò ad accarezzare il contrabbasso, salendo e scendendo lungo la grande cassa armonica, sul suo legno, fermandosi alle venature più accentuate; verso l’alto, verso il basso, con il palmo, con il dorso, con le dita, con le unghie, solleticandolo.
– Guarda bene ragazzo. Cos’è?
- E’ un contrabbasso. – Quasi lo chiese. Djambe chiuse gli occhi.
- No ragazzo, no. E’ Lucille. La mia Lucille. Quella che non riavrò mai più. Mancanza, mancanza. – Rimase con le palpebre abbassate e continuò a sfiorare il contrabbasso. La parte alta della cassa, le spalle; il suo restringimento, i fianchi; e giù, il bacino. – Questa è la prima e l’unica lezione di blues di cui avrai mai bisogno, ragazzo. Da oggi puoi suonare.
E indicò un banjo nell’angolo, perfettamente accordato, vicino al pianoforte.

Nel corso degli anni il ragazzo suonò ogni sera. L’Hurricane divenne uno dei locali di riferimento di New Orleans, insieme a un altro migliaio, ognuno legato alle proprie leggende che si disperdevano nella città come fogli di carta strappati in piccoli pezzi abbandonati al vento. Il respiro della città, il suo rumore mentre cresce.
Il ragazzo non ebbe mai partiture di rilievo. Semplici armoniche di accompagnamento per le melodie di piano e contrabbasso, che a loro volta riempivano ciò di cui la tromba non si preoccupava durante i suoi metallici scambi con la voce di Djambe.
Anche il blues stava saturando. Proposto in ogni angolo della città, la sua insistenza lasciava spazio agli sperimentatori, i pionieri del nuovo secolo, che per distinguersi dovettero inventare tempi, strumenti e scale, mescolando il passato con ciò che stava oltre la frontiera, così come la storia del loro Paese. Il gruppo fu per il ragazzo ciò che dovrebbe essere un padre. E lui ne carpiva segreti e insegnamenti. Regole e tempi. Stimoli e saggezze. Ogni sera mani bianche rendevano applausi, e fra queste ora vi erano anche quelle di Mr. Gordian. La fattoria era naufragata fra debiti e degrado, e venne accolto dal bancone dell’Hurricane, confessore dei falliti come ogni bancone. Jonsy era un vecchio amico e New Orleans poteva davvero accogliere un parassita in più. Ma se le sue mani applaudivano la sua vecchia proprietà, se il suo corpo approvava, i suoi occhi brillanti d’alcol non mentivano.
Un pomeriggio Mr. Jonsy si avvicinò a Djambe, che stava provando da solo sul palco, in attesa degli altri. Dallo sguardo, Djambe capì che qualcosa non andava. Era qualcosa che riguardava il ragazzo, l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire.
Toccò al vecchio musicista aspettare il ragazzo fuori dalla sua stanza, al terzo piano di una pensione in mattoni rossi, di quelle con le scale in ferro esterne, affacciata su una traversa di Canal Street.
- Entriamo.
- Cosa c’è V.D.?
Il ragazzo espresse tutto lo stupore di vedere il vecchio torturare il cappello fra i pugni.
- Non so. Non ho le idee chiare, ma so che ti devo parlare, e volevo farlo da solo. Nessuno lo sa, tranne Mr. Jonsy.
- Mr. Jonsy? Non capisco. Voodoo, di cosa parli?
Entrarono e il ragazzo si sedette sul letto, le spalle al muro, puntellato sui gomiti. Djambe si lasciò cadere sull’unica sedia, che scricchiolò nel silenzio.
- Non sono bravo a parlare, non è il mio mondo. – Il suo sguardo vagò sui muri grigi e macchiati di muffa. Il banjo era su una piccola mensola storta.
- Ho settant’anni e ancora non so parlare. Facciamo che ti racconto una storia, ragazzo.
- Una storia?
- Sì. Me la raccontavano da bambino, nella piantagione. Mi ha aiutato da adulto. Parla di un gregge di capre, in cui le più anziane insegnano a quelle più giovani a non volere nulla più oltre l’erba per arrivare a fine giornata; il recinto della fattoria era grande abbastanza da sfamarle tutte. Ma una di queste non capiva: si sentiva, la sera, il rumore di un ruscello; nessuno desiderava berne l’acqua o assaggiare l’erba che cresceva sulle sue sponde? Oltre il recinto, si diceva, vi erano i lupi, e questo era sufficiente a non far sognare nessuno. La giovane capra, un giorno al tramonto scappò. La prima falcata oltre il recinto fu la prima della sua vita. Assaporò la libertà che non fa voltare, quella che ti fa ridere al vento. Il torrente esisteva davvero! La capra ne bevve la purissima acqua, già dimentica del mondo di prima. E lo vide. Stava al limitare del bosco. Grigio argento, petto e zampe bianche. I denti esposti, la stava guardando da un po’. La capra non ebbe paura. Doveva proteggere la sua libertà appena conquistata. Abbassò la testa e caricò. O lui o lei. Colto alla sprovvista, il lupo volse il fianco e accusò il colpo nel costato. Addirittura perse l’equilibrio e cadde. La capra preparò un’altra carica. Il lupo si rialzò, sperando di non esser stato visto da nessuno. Schivò la capra indemoniata e riuscì a graffiarla con una zampata. La capra inciampò ma subito si riebbe. Seguiva sempre lo stesso schema: carica, presa di posizione, carica. Presto si sfiancò e una strana idea la raggiunse: l’erba. Doveva mangiare. Ne strappò un ciuffo e lo masticò durante la rincorsa. Colpì in pieno il lupo con un ghigno di soddisfazione: era la migliore erba che avesse mai mangiato. Prima di ogni attacco strappava qualche filo. Il sole li trovò ancora in piedi, barcollanti in quella sfida contro natura. Ma anche il destino si risvegliò con il nuovo giorno. Il lupo colpì con un solo, unico attacco. La capra stramazzò a terra ed ebbe giusto il tempo per un ultimo fugace assaggio di erba. Ragazzo, oltre non so andare.
Djambe se ne andò, e quando fu solo, il ragazzo si sedette sul davanzale della finestra, le gambe nel vuoto. Un salto e sarebbe passata ogni paura. Un piccolo sforzo per una grande ricompensa. Le parole del vecchio lo lasciarono su quel bilico, su quella frontiera sospesa, in uno di quei momenti in cui il mondo di sotto emerge per prendere fiato, rubando l’aria al mondo dei vivi.

Quel sabato l’Hurricane creò la propria leggenda.
Da una semplice armonia, in una parte strumentale, Djambe applicò la sua intuizione pensata da tempo. Mentre il ragazzo era voltato verso un lato del locale, fece cenno agli altri di abbassare l’intensità e suonare più piano possibile, lasciando alto solo il banjo. Il ragazzo si voltò verso Djambe preoccupato, ma il vecchio lo rassicurò facendo cenno di proseguire, e liberò in volo il suo piccione negro. Il ragazzo iniziò a improvvisare a occhi chiusi, e fu trasportato in un altro luogo; lui e il banjo, un ponte fra sottofondo e mondo interiore, prima voce, intonata su corde libere.
La fusione fra note e vita, pochi secondi di tutto se stesso, la sua essenza, senza la paura di ciò che lo aspettava. Sgorgarono note che rimbalzando sulle pareti, sul soffitto, sui corpi umidi, tornavano all’Africa, stridevano nella parte bassa del manico come catene, si allungavano gravi, un’eco che non vuole spegnersi, che non vuole essere dimenticata; note eolie al limite del silenzio, suonate forse da mani future, che ti trascinano in giudizio dal tuo voodoo, il tuo brivido, prima di tornare accordi e riprendere il tema centrale, mentre gli altri strumenti ritrovano il loro volume. Fili d’erba strappata e assaporata.
Quella notte Mr. Gordian portò a compimento il suo piano. Il ragazzo sparì per sempre.

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Il violento uragano stava abbandonando la città. In uno scantinato, fra gli ultimi ululati del vento un uomo al buio suonava il suo contrabbasso. Abbracciava lo strumento con il corpo, in una magnifica ma triste fusione, forse a imprimerselo nel petto, o forse per deporvi il proprio cuore.
Marselus 2 anni fa