Liutaio d'anime (Settembre, divenire)

DISCUSSIONE | 6 Interventi | Creata da Marselus |
Ultimo aggiornamento: 12 ottobre 2015 | Iniziata: 13 settembre 2015
Marselus Marselus ha scritto:
Anche dopo molti anni, al solo ripensarci, l’odore del legno bagnato di resina trovava la via per presentarsi alle sue narici. E se chiudeva gli occhi vedeva quella figura, anziana già allora, china ad intagliare una piccola tavola di legno. Suo nonno nel suo grembiule blu macchiato di vernice, resina e polvere di legno. Anche quella stoffa, logora al tatto, ruvida come la sua pelle, come fosse carta stropicciata, tutto tornava alla mente.
- Non sono solo violini, questi.
E’ strano come una voce, anche dopo molti anni, mantenga il suo ricordo intatto dentro di noi; la memoria dei volti sbiadisce nei toni del grigio e del vago, ma il suono di una voce permane fedele.
Come nel grembo materno, dove i rumori arrivano prima delle immagini, quasi che la natura avesse dato loro la priorità.
- Qui dentro c’è di più.
Di solito avvicinava le due parti del violino, il fondo e la tavola armonica e chiedeva al bambino cosa mancasse lì in mezzo.
- L’anima! – Rispondeva prontamente il nipote, le corte gambe che non arrivavano a terra, ciondolanti dallo sgabello. – Esatto, piccolo. Bravo – e, deposta la tavola, la faccia del violino, prendeva un piccolo cilindretto di legno, l’anima appunto, e l’appoggiava verticale al fondo, per poi riassemblare il tutto.
- L’anima non si fissa allo strumento, si appoggia e basta. Trasmette la vibrazione fra le due facce ed è la parte più importante di tutte. Se si sposta, il violino suonerà diversamente, non sarà più se stesso, mentre se si rompe sarà tutto da buttare. Nessuno la vedrà mai, lì dentro, ma è lei che dà la voce. E’ l’equilibrio fra ciò che entra e ciò che esce. Ricordati che è appoggiata, in bilico fra il mondo di fuori e quello interno.
Il bambino annuiva, in quel piccolo sottoscala, fra tavole di acero, abete rosso, listelli d’ebano e profumi impregnanti di resine, ore d’infanzia ad ascoltare i suoni del passaggio da legno a note perfette, le più pure che la musica possa concepire.
- E l’anima dialoga con queste – diceva il nonno mentre intagliava le due effe, le incisioni frontali degli strumenti ad arco. – Sono le sue cicatrici. Basta tagliare un po’ troppo forte e il violino crack, si rompe, ma è sempre dalle cicatrici che si riconosce l’anima.
E a questo punto spesso i suoi occhi celesti fissavano il nipote da sotto i folti capelli bianchi, in mezzo ai quali il bambino notava anche piccoli trucioli di legno. Crescendo avrebbe dimenticato i trucioli, ma non gli occhi; porte aperte, guida e ancore sulla rotta del viaggio.
Quando un violino era ultimato, dopo l’accordatura il nonno si metteva in piedi nel centro del piccolo laboratorio e lo provava ad occhi chiusi. Il bambino ne aveva chiesto più volte il motivo, ma in risposta aveva sempre ottenuto un semplice movimento orizzontale dell’archetto: un invito al silenzio.
Come semi piantati e rimasti nel grembo della terra molti inverni, servirono molti anni per fondere insieme i momenti nel laboratorio e la vita del nipote. Servirono le cicatrici a forma di effe.
---------------------
L’uomo stava in piedi fra persone in silenzio. Di fronte a loro il feretro, dello stesso colore del violino nelle mani dell’uomo, che stava suonando lunghe note di addio, allungate nell’eco del tramonto di quell’umido pomeriggio d’ottobre. Avrebbe poi deposto il violino nella bara, consegnando entrambi allo stesso silenzio. Mentre ancora suonava, i suoi occhi chiusi vedevano un’immagine, un ricordo ultimo del nonno, chino su un violino quasi ultimato tenuto vicino al petto; forse il vecchio stava carpendo il segreto dello strumento, o forse vi stava deponendo la sua anima.


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Il nonno è tornato, ed è sempre bello accoglierlo a farci compagnia! Vien quasi da dire 'gioco facile', perché quest'uomo ci ha già affascinato in altri tuoi racconti con la sua presenza imponente e austera, toccante e significativa. Quando parli di lui i tuoi ricordi si mischiano al tuo presente, l'impronta del passato si appoggia pesante sul tuo cammino, appesantita forse dal rimpianto e dalla mancanza. Non è il tuo racconto più bello, a tratti mi sembra troppo 'controllato' e irrigidito nel linguaggio, pure questo violino e la sua anima con le indispensabili cicatrici me la porterò dietro, ci penserò ogni tanto, me la rivenderò nelle confidenze tra amiche, e inevitabilmente sentirò la mancanza di questo nonno immenso dagli occhi grigio-azzurri, forse anche perché un po' simile al mio che inondava la casa con i canti lirici e toglieva il sax dalla fondina per suonarlo in piazza, forse perché mi piace abbandonarmi alla nostalgia per quanto non ho mai conosciuto.
La metafora anima violino cicatrici è molto efficace, l'immagine è forte, immediata e stranamente non mi era mai capitato prima di incontrarla
L'associazione con il divenire è perfetta, e come nelle cose migliori vale tutto il non detto dietro al racconto. Il gioco è facile perché hai avuto a disposizione buon materiale, ma stava a te trovarlo e usarlo nel modo migliore
Marytarta 2 anni fa
Grazie Eudes, anche a me nell'insieme è piaciuto. L'uso delle metafore non appesantisce la lettura, anzi lo trovo appropriato al tema, coerente con i personaggi e la loro leggerezza

Chiaratosta 2 anni fa
grazie Eudes, grazie zombie
Marselus 2 anni fa
Sì, forse ci sono tante metafore, ma il racconto mi piace. Semplice e toccante.
zombie49 2 anni fa
L'unica cosa che non mi piace è in quelle metafore: porte aperte, guida e ancore sulla rotta del viaggio". Le porte aperte mal si conciliano col la guida, le ancore, la rotta e il viaggio.

Oppure in quella virgole a separare due coordinate già separate da un ma: "Il bambino ne aveva chiesto più volte il motivo, ma in risposta". ormai mi son convinto che farlo sia ridondante (anche se spesso scappano anche a me...anzi a me scappa ben di peggio).

Su tutto il resto, e sui contenuti soprattutto, non ho nulla da dire. Bel racconto.

Eudes 2 anni fa

Anche dopo molti anni, al solo ripensarci, l’odore del legno bagnato di resina trovava la via per presentarsi alle sue narici. E se chiudeva gli occhi vedeva quella figura, anziana già allora, china ad intagliare una piccola tavola di legno. Suo nonno nel suo grembiule blu macchiato di vernice, resina e polvere di legno. Anche quella stoffa, logora al tatto, ruvida come la sua pelle, come fosse carta stropicciata, tutto tornava alla mente.
- Non sono solo violini, questi.
E’ strano come una voce, anche dopo molti anni, mantenga il suo ricordo intatto dentro di noi; la memoria dei volti sbiadisce nei toni del grigio e del vago, ma il suono di una voce permane fedele.
Come nel grembo materno, dove i rumori arrivano prima delle immagini, quasi che la natura avesse dato loro la priorità.
- Qui dentro c’è di più.
Di solito avvicinava le due parti del violino, il fondo e la tavola armonica e chiedeva al bambino cosa mancasse lì in mezzo.
- L’anima! – Rispondeva prontamente il nipote, le corte gambe che non arrivavano a terra, ciondolanti dallo sgabello. – Esatto, piccolo. Bravo – e, deposta la tavola, la faccia del violino, prendeva un piccolo cilindretto di legno, l’anima appunto, e l’appoggiava verticale al fondo, per poi riassemblare il tutto.
- L’anima non si fissa allo strumento, si appoggia e basta. Trasmette la vibrazione fra le due facce ed è la parte più importante di tutte. Se si sposta, il violino suonerà diversamente, non sarà più se stesso, mentre se si rompe sarà tutto da buttare. Nessuno la vedrà mai, lì dentro, ma è lei che dà la voce. E’ l’equilibrio fra ciò che entra e ciò che esce. Ricordati che è appoggiata, in bilico fra il mondo di fuori e quello interno.
Il bambino annuiva, in quel piccolo sottoscala, fra tavole di acero, abete rosso, listelli d’ebano e profumi impregnanti di resine, ore d’infanzia ad ascoltare i suoni del passaggio da legno a note perfette, le più pure che la musica possa concepire.
- E l’anima dialoga con queste – diceva il nonno mentre intagliava le due effe, le incisioni frontali degli strumenti ad arco. – Sono le sue cicatrici. Basta tagliare un po’ troppo forte e il violino crack, si rompe, ma è sempre dalle cicatrici che si riconosce l’anima.
E a questo punto spesso i suoi occhi celesti fissavano il nipote da sotto i folti capelli bianchi, in mezzo ai quali il bambino notava anche piccoli trucioli di legno. Crescendo avrebbe dimenticato i trucioli, ma non gli occhi; porte aperte, guida e ancore sulla rotta del viaggio.
Quando un violino era ultimato, dopo l’accordatura il nonno si metteva in piedi nel centro del piccolo laboratorio e lo provava ad occhi chiusi. Il bambino ne aveva chiesto più volte il motivo, ma in risposta aveva sempre ottenuto un semplice movimento orizzontale dell’archetto: un invito al silenzio.
Come semi piantati e rimasti nel grembo della terra molti inverni, servirono molti anni per fondere insieme i momenti nel laboratorio e la vita del nipote. Servirono le cicatrici a forma di effe.
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L’uomo stava in piedi fra persone in silenzio. Di fronte a loro il feretro, dello stesso colore del violino nelle mani dell’uomo, che stava suonando lunghe note di addio, allungate nell’eco del tramonto di quell’umido pomeriggio d’ottobre. Avrebbe poi deposto il violino nella bara, consegnando entrambi allo stesso silenzio. Mentre ancora suonava, i suoi occhi chiusi vedevano un’immagine, un ricordo ultimo del nonno, chino su un violino quasi ultimato tenuto vicino al petto; forse il vecchio stava carpendo il segreto dello strumento, o forse vi stava deponendo la sua anima.


Marselus 2 anni fa