Racconta un libro rifugio, ricevi La locanda dell’Ultima Solitudine con i complimenti dell’autore

DISCUSSIONE | 22 Interventi | Creata da La Locanda dell’Ultima Solitudine |
Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2017 | Iniziata: 21 dicembre 2016
La Locanda dell’Ultima Solitudine La Locanda dell’Ultima Solitudine ha scritto: Ciao,
credo che tu sia d’accordo che con un libro non si è mai soli.
Anzi, alcuni libri ci restano nel cuore proprio perché ci sono stati vicini in un momento importante della nostra vita.
Sono un po’ i nostri libri rifugio.

Ci abbiamo pensato perché alla metà di gennaio uscirà La Locanda dell’Ultima Solitudine di Alessandro Barbaglia (Mondadori).
http://www.anobii.com/books/La_Locanda_dell'Ultima_Solitudine/9788804673149/0172b460855283e2f1
Una locanda che pochi raggiungono, ma che può cambiare la vita. O forse è il percorso per raggiungere la locanda che cambia la vita…

Comunque sia, ci piacerebbe che ci raccontassi, in un testo (di 600 battute come minimo e 1.000 come massimo), qual è per te il libro in cui hai trovato rifugio.

Lo dovresti postare in questa discussione su Anobii entro l’8 gennaio 2017.

I 10 contributi più belli e interessanti riceveranno in regalo una copia di La locanda dell’Ultima Solitudine, il romanzo di Alessandro Barbaglia, con una lettera dell’autore.

Si tratta del romanzo d’esordio di un libraio, che tra i libri ci sta sempre ma non ne ha mai abbastanza. E che scrive, fra l’altro, questa bellissima frase: “se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”.

Il libro esce il 17 gennaio e quindi potresti essere tra i primi a leggerlo, oltre che tra i primi a recensirlo.

Aspettiamo il tuo contributo!

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Regolamento dell'iniziativa:
http://www.anobii.com/blog/content/uploads/2016/12/Regolamento-Barbaglia-Locanda.pdf
Attenzione: Per partecipare devi prima iscriverti al gruppo. Per iscriverti clicca qui.
Ricevuto oggi, grazie! Un libro è sempre il regalo più bello che si possa ricevere!
Mi è arrivato il libro! Emozione!
Francesca 8 mesi fa
Libro arrivato, grazie! sarà la lettura del weekend!
Complimenti ai vincitori!
Dunque, dicevamo, siete stati tutti bravissimi ma di copie da regalare ne abbiamo solo 10 e Alessandro Barbaglia, l'autore del libro La Locanda dell'Ultima Solitudine (Mondadori) vorrebbe regalare una copia del suo romanzo a:
- Luca Viti
- Effimera
- Pulin
- Francesca
- Somb
- Tittirossa
- SeveMoiso
- Matteo Luca Greguoldo
- Jared Johnny Marcas
- Irina Ciortan

Questi anobiani possono inviarci un messaggio privato per dire a quale indirizzo spedire il libro.

L'invio avverrà per corriere espresso, quindi rapidamente, ma per favore dovreste scegliere un indirizzo postale adatto, dove il corriere possa trovar facilmente qualcuno (insomma se siete spesso fuori casa e non avete un portinaio e in casa non c'è quasi mai nessuno, be', forse è meglio indicare un indirizzo diverso da quello di casa).

:)

Grazie a tutti!
Bravissimi! L'autore del libro sta leggendo le vostre risposte, e al più presto ci farà sapere chi secondo lui sono i fortunati e meritevoli che riceveranno in regalo il libro. A prestissimo!
Harry potter e la pietra filosofale, anche se in realtà un po' tutta la saga di J.K.Rowling é il mio rifugio, fin da quando sono bambino, ancor prima di saper leggere.
Si, perché questo libro la prima volta me lo lesse mia mamma; ricordo ancora, come se fosse oggi, come facevo di fretta la strada e di come non mi lamentassi per fare i compiti, con il solo scopo di iniziare il prima possibile a farmi raccontare le avventure di Harry ed i suoi amici, nel lettone affianco a lei, sotto la copertina calda.
Quando finiva le pagine giornaliere io rimanevo lì a fantasticare su come sarebbe andata se ci fossi stato io al posto di Harry, perché io mi sentivo interessato a tutte quelle materie così strane, a quegli animali fantastici e si anche al quidditch, anche se avevo paura dell'altezza; ci ho sperato veramente per anni, in una lettera dalla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, ma non é mai arrivata.
Questo libro é stato ed é ancora adesso il rifugio dei momenti tristi, quando avrei voglia solo di scappare per un posto lontano e diverso da dove mi trovo, ed anche se non si avvera mai, é comunque in grado di regalarmi momenti di gioia ed allegria bambinesca, perché il solo aprire quel volume mi fa tornare un po', quel nanerottolo che non sapeva ancora leggere, ma che amava già la lettura come poche altre cose al mondo.
“Il nome del Vento” mi ha fatto subito sentire a casa. Adoro i paesaggi fantasy e questo libro è stata una vera e propria manna dal cielo. Il fatto che il protagonista racconti la sua storia mi ha fatto quasi credere di essere seduto attorno ad un fuoco, stile sere d’estate. Il racconto ripercorre la vita del protagonista, dall’infanzia all’adolescenza e mi sono facilmente immedesimato in lui essendo un ragazzo pur io in primis. Inoltre viveva le classiche avventure che vorrei intraprendere. A metà libro poi la narrazione si sposta sulle giornate tipo trascorse in un’Accademia: colpo di grazia! Era davvero come se il libro parlasse di me, di quello che vorrei vivere: quando il protagonista seguiva una lezione, ero io a seguirla fra i banchi della Scuola, quando si avventurava nelle segrete ero io a tenere la lanterna alimentata da una candela, attento a non far bruciare nessuno degli antichissimi libri lì contenuti. E’ un libro che tratta anche di magi: devo aggiungere altro?
Caro cacciatore dei rifugi,

probabilmente ti chiederai qual è l’ingrediente indispensabile di un rifugio.
Il libro “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel ti offrirà una mappa per la tua ricerca, divisa in dodici puntate con indizi forniti a piccole dosi, cosìcome i condimenti nelle ricette culinarie. Però, al di là delle grammature, per raggiungere la chiave devi aprire al massimo il rubinetto della tua sinestesia e fantasia, due imperativi nel realismo magico. Comincerai l'avventura nel Messico ottocentesco, con i protagonisti che anche loro cercano un rifugio, dove l’amore è un frutto proibito dalla tradizione e l’unico modo di vivere i sentimenti è di versarli nel cibo. Così le lacrime, la passione, la tristezza del protagonista-cuoco risvegliano le stesse emozioni in tutti coloro che assaggiano i suoi piatti. Perchè, se "nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, che non possiamo accenderli da soli”, un amore, per ardere a fiamma alta, deve essere innanzitutto viscerale. Partendo dal tuo cuore, lascia questo delizioso libro portarti come un bussola verso il tuo sollievo. Buona caccia!
Irina Ciortan 8 mesi fa
Non sempre rifugiarsi dalla solitudine vuol dire sentirsi davanti a un caldo focolare; alle volte abbiamo bisogno di vivere altre vite che non siano la nostra, in cui impera la solitudine. Vite a volte gioiose e a volte dolorose. Questo libro mi ha tenuto compagnia mentre facevo l'Erasmus; lontano da casa e solo.

RECENSIONE DEL LIBRO: LA TRILOGIA DELLA CITTA DI K. – AGOTA KRISTOF

Permettetemi una piccola PREMESSA: non sarà una recensione come le altre (come d'altronde non si tratta di un libro come gli altri); questo libro contiene così tanti capovolgimenti, specialmente nelle ultime 50 pagine, che sarà molto difficile districarsi tra le possibili anticipazioni, che potrebbero disturbare il lettore, e periodi apparentemente sconnessi e provi di significato.
Il libro, come ci suggerisce il titolo, è diviso in tre racconti: "Il grande quaderno", "La Prova" e "La terza menzogna"; in origine questi tre racconti dovevano uscire separati ma all'uscita del terzo vennero pubblicati tutti insieme (il primo libro nelle prime edizioni riportava il titolo di "Quello che resta", tradotto in oltre trenta lingue, vincitore del premio Adelf nel 1986).
Anche io mi muoverò nella direzione di recensire un racconto per volta, volando da un racconto all'altro sperando di invogliarvi a leggere questo capolavoro.
Un modus scribendi unico, tagliente, preciso, glaciale e conciso. Sono, il più delle volte, singole frasi messe al posto e nel momento giusto, come un pendolo in una casa abbandonata che oscilla tra la verità e la menzogna capace di ipnotizzarti e non farti più capire quando è realtà e quando no.
Agota Kristof fugge, con il marito, dall'Ungheria post seconda guerra mondiale in Svizzera; pare abbia poi detto: "Avrei preferito cinque anni di dominazione sovietica a cinque anni di fabbrica svizzera".
Spesso la sua penna assomiglia a macigni tirati in faccia al lettore, ma riesce comunque a fissarlo lì, sulla sedia, le ore passano e le pagine corrono veloci. Difficile staccarsi.
Devo essere sincero: ero depresso mentre leggevo questo libro (storie triste, angoscianti e dolorose) ma, nella mia testa, si faceva largo a gran voce che quello era, forse, il libro meglio scritto che io abbia mai letto.
Il grande quaderno.
Qui domina la tecnica narrativa del "noi" narrante, un noi secco, asciutto e malato come avremo modo di vedere più avanti. I bombardamenti, ormai quotidiani nella grande città di K, portano la madre di due bambini a decidere di portare i suoi figli nella piccola città, dalla nonna. Questa nuova piccola città segnerà il passaggio di un confine, l'arrivo in un mondo ingiusto, crudo, violento dove non c'è spazio per l'infanzia, l'amore e altri sentimenti simili. O cresci o muori.
Klaus e Lucas sono i protagonisti di questo libro, gemelli inseparabili, legati da molte più cose che un semplice anagramma di nomi.
Decidono di imparare a leggere (approfittando dei libri che il diacono della chiesa della piccola città gli offre) e a scrivere (riportando su un grande quaderno ciò che vivono) ciò che è e non ciò che pare: "Il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.". Mantengono fede alla promessa, descrivendo stoicamente (fino al disturbo) quello che vedono e quello che gli succede dando così voce al primo racconto di questa trilogia nera.
L'elemento che più fa rabbrividire il lettore è la concretezza dei diversi personaggi che entrano in contatto con i protagonisti; vorremmo ad ogni modo che questi personaggi fossero frutto marcio della mente malsana dell'autrice ma in cuor nostro, purtroppo, sappiamo quanto può essere cattiva la realtà; la Kristof non fa altro che porcela davanti con estrema crudeltà e freddo cinismo.
La prova.
I due gemelli. Inscindibili. Si separano. Una separazione dolorosa ma necessaria e per questo si ricorrerà ad ogni mezzo (etico o no) pur di riuscire nell'impresa. Da qui prende il titolo del secondo racconto. Ed è qui che le menzogne cominciano a muovere i primi passi dettate da una realtà "insopportabile", tant'è che spesso l'io narrante (che si sostituisce al “noi” del primo libro) è costretto a cambiarla.
La profonda depressione nella quale cade il bambino rimasto solo lo porta ha mischiare ciò che accade da ciò che vorrebbe accadesse, così i punti di vista cominciano a fare a pugni, a inseguirsi e a moltiplicarsi facendo entrare il lettore in un forte stato di confusione; confermando e (il più delle volte) disconfermando quella che fino a poche pagine prima sembrava essere una certezza inamovibile aprendo così la strada all'ultimo racconto, al finale (ovviamente) opprimente di questa favola nera.
La terza menzogna.
Sembra ormai impossibile che la situazione possa cambiare ancora e invece l'autrice prende il lettore e gli tira il brutto scherzo (eseguito magistralmente) di cambiare completamente... non le carte in tavola ma ti cambia proprio il mazzo di carte, il gioco e anche le regole che lei stessa aveva imposto a inizio libro. Disorientato e perso il lettore non può che aspettare inerme una fine dolorosa, spietata e violenta lasciando qualche dubbio che continua a tenere il lettore incollato su quella sedia.
Chi è chi? Cosa? Dove? Perché? Con molta calma e uno stile glaciale e tagliente la Kristof risponderà a tutti questi interrogativi negandovi fino all'ultimo raggio di sole.
Questo libro non è per chi vuole evadere dalla realtà verso un modo idilliaco che possa regalare una fugace distrazione felice, sinceramente non so a chi consiglierei questo libro. Forse a tutti perché la realtà va accettata, anche quando chi ce la pone sotto gli occhi non ha il tatto di ammorbidirla neanche un pochino.
Definita una favola nera, le parole sono come unghie laceranti che graffiano le schiena e causano urla strazianti dando vita a uno dei romanzi meglio scritti del secolo scorso. Assolutamente da non perdere, un capolavoro che suona la stessa musica di una marcia funebre.
SeveMoiso 8 mesi fa
C'è un libro per ogni stagione, ma quello che non dimentico, e che rileggo ancora, è solo uno: Il Giornalino di Giamburrasca.
Ricordo benissimo il giorno in cui mi è stato regalato, era la Befana dei miei 7 anni, era ricoperto di una carta verde con il marchio dorato della libreria. Ero già vestita per uscire, un cappottino rosso sciarpa-guanti-berretta (i miei genitori dovevano andare a un funerale, e io speravo di non doverli accompagnare), l'ho scartato in auto, ho iniziato a leggerlo, e non ho più smesso. Ho divorato le avventure di Giannino Stoppani e la sua infallibile capacità di cacciarsi nei guai. La sua abilità nel fare uscire dalle pagine le sorelle a caccia di marito, e i loro buffi fidanzati, la mamma e il babbo, la zia con il dittimo. Caro diario …. iniziano così tutti i capitoli (non sarà un caso se ho iniziato a tenere un diario a 7 anni). L'ho letto e riletto perché aveva, e ha ancora oggi, la capacità di farmi ridere, di catturarmi per tutto il tempo della lettura.
Avviso spoiler
La mia casa è sempre stata piena di libri ed io sono da sempre un'insaziabile lettrice. Tanti libri sono quindi stati il mio rifugio, ma quello che più mi è rimasto nel cuore è uno letto solo un paio di anni fa: Shantaram. Ci ho trovato l'India, uno dei (tanti) posti che sogno di visitare, prima o poi. Ci ho trovato il perdono, che è ciò che caratterizza la razza umana e la rende unica. Quel perdono all'apparenza facile ma che poi nei fatti si rivela spesso arduo, o almeno per me. Ci ho trovato la libertà; libertà di cambiare se stessi e la propria vita in qualsiasi momento, libertà di scegliere l'odio o il perdono. Ci ho trovato dei compagni. Ho pianto per la morte di Prabaker e il suo grande sorriso mi è mancato per il resto del libro. Ho imparato che gli uomini non sono buoni o cattivi, sono le loro azioni ad essere buone o cattive. È uno di quei libri che non smetti di leggere nemmeno la notte, perché nei sogni continui a pensarci e ad andare avanti con la storia. È uno di quei libri che ti lascia disorientato alla fine della lettura. Disorientato perché rimani solo, senza tutti quei personaggi che ti hanno fatto compagnia a lungo, per tutte le 1174 pagine. Senza le loro storie, che erano diventate un po' anche tue. Senza il tuo rifugio.
benedettamod 8 mesi fa
Il rifugio è un luogo sicuro dove sentirsi protetti. A volte è un angolo della casa, altre è un luogo affollato dove l’indifferenza forma uno scudo impenetrabile.
I treni.
Vedere il mondo da uno schermo trasparente.
Scorre. Indifferente.
Tra le urla dei viaggiatori, il mio mondo interiore trovava compagnia nelle pagine di un libro. Lo avevo comprato in stazione. L’ho amato dalla prima pagina. Avevo già letto quasi tutto di lei. Mancava il suo capolavoro. La signora Dalloway di Virginia Woolf scorre come se si fosse su un treno. Le persone arrivano, si fermano un attimo. Poi, come un pettirosso alla ricerca di briciole, se ne vanno.
Il treno arriva ad un nuovo paesaggio: un campo imbiancato dalla brina. Un personaggio cammina per le vie di Londra, vaneggia, ricorda, si posa.
Il treno riprende velocità, adesso stiamo per arrivare in una stazione. Il paesaggio più artificiale. Un dottore preso dalla smania dei soldi. Riflette. Pensa alla teoria delle proporzioni. Scende.
La signora è intenta a rammendare il suo vestito per la sera. Pensa alla vita, trascorsa in un lampo. Si chiede dove sia il marito. Ecco che arriva un vecchio amore, quasi sfocato nel suo andare. Si siede. Si abbandona. E ancora una volta esce nell’aria frizzante.
Il libro è come un treno che va: un rifugio nella folla.
SOMB 8 mesi fa
Da piccola leggevo poco, quasi esclusivamente i pochissimi libri che le maestre ci assegnavano alle elementari. Poi, iniziate le scuole medie, mia mamma mi ha regalato Harry Potter e il prigioniero di Azkaban di J.K. Rowling, che fosse il terzo della saga poco importava. L’ho divorato e tra quelle pagine ho scoperto la bellezza della lettura e da lì ho iniziato a leggere qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano. Ancora oggi, però, quando ho bisogno di trovare un po’ di conforto o di pace, ripenso e rileggo quella saga, ma soprattutto quel libro. Tra quelle pagine si può trovare la magia e la spensieratezza, ma anche la consapevolezza che anche quando nella vita si incontrano ostacoli si può sempre trovare una soluzione. Ritengo sia uno dei miei libri rifugio anche perché regala speranza laddove non la immagineresti mai. E così come Harry trova in Sirius Black un piccolo pezzo della sua famiglia, io qui trovo calma e tranquillità.
Elerien 8 mesi fa
Il mio rifugio sicuro è stato il mio primo romanzo.
Leggere è magia.
Magia per una bambina che si reca in libreria per scegliere il suo primo libro da “grandi”.
Nessuna figura, solo parole incatenate a parole per dar vita ad una splendida avventura.
Quella dei protagonisti de “La Vagabonda” di Sharon Creech che attraversano il mare aperto e tra le onde azzurre scopriranno sé stessi.
Un romanzo di formazione dove vengono affrontati temi importanti come quello del rapporto con sé stessi, con i propri genitori e con gli amici.
Per tutti i personaggi, dalla protagonista Sophie, a Brian e Cody per arrivare ai loro genitori e zii questo viaggio servirà per crescere, imparando ad affrontare il mare e le infinite onde tempestose che solcano i confini dei loro animi. Dei nostri animi.
E tra le acque solcate dagli occhi del lettore, pagina dopo pagina, vi troverete immersi nell'uragano più bello e pericoloso: quello della fantasia e della libertà che solo un buon libro può donare.
Arimi ♥ 8 mesi fa
Piccole donne di Louisa May Alcott

Credo sia stato il mio primo rifugio di carta. Ho amato quelle donne così diverse.
Volevo essere ognuna di loro...coraggiosa e ribelle come Giò, dolce come Meg, vanitosa come Amy, e volevo suonare il piano come Beth.
E' uno dei pochissimi libri che ho riletto e non mi ha deluso. Ho ritrovato le emozioni di una ragazzina alle prese col suo primo vero romanzo, incapace di staccarsi dalle pagine e da quella realtà di carta così rassicurante.
Francesca 9 mesi fa
Se è vero che ogni libro che leggiamo deve essere uno spazio in cui rifugiarsi, allora facile rispondere alla domanda: quello in cui mi sono più rifugiata è quello che mi è piaciuto più di tutti in assoluto. E tra l'altro è stato abbastanza comodo rifugiarcisi dentro, trattandosi di tre tomoni bei corposi: "Il Mulino del Po" di Bacchelli.

Correva l'inverno del 2008, avevo iniziato il libro da poco tempo. Proprio la sera dell'antivigilia una scossa di terremoto aveva squassato tutto il nord Italia, e l'epicentro era - quasi - esattamente sotto la sedia su cui sedevo io. Pochi danni ma una paura da non dirsi. E così per alcune settimane il mio rifugio in senso materiale è stato il vano della finestra della cucina: in piedi accanto al termosifone, tra due poderosi spicchi di muro in sasso, con la giusta luce e con un davanzalone della giusta altezza per trasformarsi in leggìo, ho trascorso ore e ore leggendo in quella nicchia da cui, all'occorrenza, era cosa molto veloce e semplice infilare la porta.

Parallelamente, mi sono rifugiata nel San Michele, tra le assi di legno lavorate dai maestri calafati, la polvere e il profumo della farina, i rumori degli ingranaggi che piano piano lavorano anche di notte. Nei miei ricordi lo ho trasformato in un ricovero prettamente notturno e invernale.
E poi, come già mi son trovata a scrivere più volte tra i miei appunti e recensioni, impossibile non innamorarsi di uno come Lazzaro Scacerni, uno che quando si affaccia alla porta della stanza, la paura scappa fuori dalla finestra; uno che se dovesse esser mai condannato per qualche crimine, pretende di essere capace di leggere da sé l'atto della sua condanna.
Aspetto non secondario, mi piace rifugiarmi nelle storie del passato più che nei racconti avveniristici o completamente fantasiosi: sono storie più avvolgenti ed ho come la sensazione di riuscire ad orientarmici meglio.

Il ricordo stesso è già di per sé un rifugio, ora che il mulino se l'è portato via la piena (piena del Po, piena del tempo…) e anche il vano di quella finestra è stato venduto, insieme con il resto della casa. Gli anni sono passati eppure a volte sono ancora alle prese con gli stessi dilemmi. Ed in effetti, il vizio di rintanarmi in un libro, nelle giornate luminose come nelle giornate buie, non lo perderò mai.
Sono tanti i libri nei quali mi sono rifugiata, libri che mi hanno coinvolta così tanto da credere di vivere davvero quelle storie, libri che non vedi l'ora di riaprire la sera e lasciare fuori la tua vita. Libri che vorresti non finissero mai e quando vedi che sono poche le pagine non lette inizi a star male.
Il mio primo libro è stato così : "vacanze nell'isola dei gabbiani " , correvo anche io sugli scogli sotto la pioggia con Ciorven! E poi la saga delle "piccole donne", Jo ero proprio io! Crescendo è stato più difficile, forse perché gli autori moderni descrivono mediamente meno gli ambienti o perché si sogna meno, ma il romanzo che fra tutti vorrei segnalare è "l'eleganza del riccio". Forse non è il romanzo più bello che abbia letto anzi sicuramente non lo è, ma ho abitato a Parigi qualche giorno leggendolo!
Pulin 9 mesi fa
Ha fatto nascere in me l'amore per la lettura, quella spontanea e non coatta dei banchi di scuola. Dopo di lui non mi sono più fermata. Ma il primo amore si sa, non si scorda mai.
Un libro a volte lento, a volte frenetico. Che ha dentro l'umanità tutta.
Sprigiona aromi intensi e olezzi nauseabondi: mescola con poesia gas di scarico e curry, merda e incensi.
E' caldo come il sole inclemente in un periodo di siccità, è violento come il monsone che tutto travolge e muta.
E' un disegno colorato di rosso rubino e ocra.
Parla di vite che nascono e vite che muoiono.
Parla di quei sorrisi che cambiano la vita.
Parla di India.

Shantaram, Gregory David Roberts
È il primo libro comprato di mia sponte,
il primo amore, la mia grande consolazione.
È un'edizione bur del duemilaequattro, ha la copertina flessibile, blu, e le pagine color camoscio.
- quando lo si schiude, avvolge con un caldissimo profumo di mandorla acerba.
È l'unico libro sopra il quale io ci abbia mai scritto, due poesie, nella sezione "note".
Una recita (sottraendolo dalla libreria, ora, ho accarezzato via un velo di polvere)

"... i suoi petali, color della notte,
volgono al mio cuore
come se da secoli lo conoscessero"

Avevo quindici anni.
E volevo volare.
E allora ho letto la terza poesia (quarta, se contiamo l'incipit al lettore) - e mi sono trovato come Mastroianni, al principio d'otto e mezzo, fuori dal traffico, a volare, a elevarmi, fino al cielo, sopra la rena, e al principio dell'infinito.
Poi mi ci hanno strappato, come a Mastroianni, per tornare a fare altro.
Ma io ho cominciato a indagare il linguaggio delle cose mute.

Quale libro?
Per i 1000 caratteri:
i Fiori del Male, Baudelaire
Luca Viti 9 mesi fa
Senza andare troppo a rivangare le letture di una vita, mi limito alla mia attualità: sto rileggendo i romanzi di Pennac. Io di norma non rileggo mai i libri, perchè ritengo la lettura un'esperienza di vita che si consuma una volta sola. Ma ora sento la mancanza del calore di quei personaggi. Con la famiglia Malaussène è impossibile sentirsi solo, non importa come sei, da dove vieni, quali difetti hai. Anche la creaturina più infernale ci trova un cuore caldo che la saprà cullare. E in quell'abbraccio di umanità sbilenca e vibrante si trova il coraggio per affrontare ciò che ci spaventa.
Effimera 9 mesi fa
Ciao,
credo che tu sia d’accordo che con un libro non si è mai soli.
Anzi, alcuni libri ci restano nel cuore proprio perché ci sono stati vicini in un momento importante della nostra vita.
Sono un po’ i nostri libri rifugio.

Ci abbiamo pensato perché alla metà di gennaio uscirà La Locanda dell’Ultima Solitudine di Alessandro Barbaglia (Mondadori).
http://www.anobii.com/books/La_Locanda_dell'Ultima_Solitudine/9788804673149/0172b460855283e2f1
Una locanda che pochi raggiungono, ma che può cambiare la vita. O forse è il percorso per raggiungere la locanda che cambia la vita…

Comunque sia, ci piacerebbe che ci raccontassi, in un testo (di 600 battute come minimo e 1.000 come massimo), qual è per te il libro in cui hai trovato rifugio.

Lo dovresti postare in questa discussione su Anobii entro l’8 gennaio 2017.

I 10 contributi più belli e interessanti riceveranno in regalo una copia di La locanda dell’Ultima Solitudine, il romanzo di Alessandro Barbaglia, con una lettera dell’autore.

Si tratta del romanzo d’esordio di un libraio, che tra i libri ci sta sempre ma non ne ha mai abbastanza. E che scrive, fra l’altro, questa bellissima frase: “se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”.

Il libro esce il 17 gennaio e quindi potresti essere tra i primi a leggerlo, oltre che tra i primi a recensirlo.

Aspettiamo il tuo contributo!

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Regolamento dell'iniziativa:
http://www.anobii.com/blog/content/uploads/2016/12/Regolamento-Barbaglia-Locanda.pdf