E' giusto che le case editrici italiane cambino i titoli dei libri ?
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Perchè modificare completamente uil titolo di un libro in traduzione? Kushiel's dart, in Italiano è diventato Il dardo e la rosa. The rest fall away, è diventato Cacciatori di vampiri...ma era veramente necessario? Io credo di no.
- Santippe82weirde | Dec 9, 2007 Report abuse
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Guarda, tendenzialmente sono d'accordo con te, anche a me dà fastidio quando il titolo viene stravolto, però capisco e posso concederlo in casi eccezionali, quando il titolo è intraducibile o non avrebbe senso in italiano: sto pensando per esempio al giovane holden/catcher in the rhye: "il ricevitore in mezzo alla segale" non avrebbe funzionato in italiano...
- onlykuopo | Dec 9, 2007 Report abuse
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Secondo me è sbagliato, il titolo spesso ha un significato non di poco conto, e poi, insomma, se è stato scelto, ci sarà un motivo.
Alle volte però serve, come hanno già detto il titolo originale di Holden in italiano sarebbe suonato malissimo.
Non parliamo di gialli, ché li cambiano SEMPRE, forse pensano che titoli con "sangue", "paura", "morte" faranno vendere di più.
Un esempio è il libro che sto leggendo ora, "Morte grezza" di Ian Rankin, in inglese "Black & Blue".
Oppure Shutter Island di Lehane che diventa L'isola della paura (qui ci sarebbe anche da fare un discorso sulle copertine Piemme che grondano sangue, orribili!). - Claire N. | Dec 9, 2007 Report abuse
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Mi viene in mente un vecchio libro di Robert Silverberg, "The book of skulls". Le prime edizioni italiane avevano il titolo "Vacanze nel deserto". Cos'è un film con Boldi e De Sica?
Fortunatamente le edizioni recenti hanno corretto questa oscenità.A volte ho l'impressione che questo fenomeno non sia tanto dovuto a problemi di intraducibilità dei titoli originali, quanto ad una bieca mossa commerciale. Probabilmente c'è chi pensa che con un titolo più d'effetto si vendono più copie. Tant'è che la cosa succede anche (e forse anche in modo più massiccio) con i titoli dei film.
Non tutti i mali vengono per nuocere, però. A ben vedere, è stato proprio per via delle traduzioni/doppiaggi spesso così approssimativi che ho iniziato a leggere libri/guardare film in lingua originale.
- figura4 | Dec 10, 2007 Report abuse
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A volte piuttosto che una pessima traduzione del titolo, o come spesso capita, uno stravolgimento del senso, sarebbe meglio mantenere il titolo originale... se l'autore lo ha scelto un motivo ci sarà, no? =^.^=
Perchè privarcene? - Lilithx77x | Dec 10, 2007 Report abuse
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Se il titolo in inglese è facile da comprendere anche in italiano (es: Meyer S. : twilight; new moon; ecc) è giusto lasciarlo, se invece sono troppo lunghi o complicati in inglese penso sia giusto tradurli ma abbstanza fedelmente, a volte ci sono traduzioni che chissà poi da dove saltano fuori!! (vedi L.K. Hamilton: Guilty Pleasures --> nodo di sangue O_o)
- Dark Amelia | Dec 17, 2007 Report abuse
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vogliamo parlare di Stephen King?
The Shining è diventato "Una splendida festa di morte"
"Thinner" addirittura "L'occhio del male"!!!!
il primo episodio del Miglio Verde, "The two dead girls" è diventato "Le due bambine scomparse", e "Christine" si è trasformato magicamente in "La macchina infernale", "Tommyknockers" è uscito come "Le creature del buio" e "Fire starter" è diventato "Poteri paranormali incontrollabili"non so, vedete voi se è accettabile...
>:o(((( - Dr. Russell (Sol) | Dec 17, 2007 Report abuse
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L'abitudine di cambiare titoli di libri e film l'ho sempre trovata disgustosa (con le dovute eccezioni, chiaro). La traduzione va benissimo, non dico che si dovrebbero lasciare i titoli originali, però che sia fedele.
Mi va benissimo che Hawkmistress venga tradotto con La donna del falco (La falconiera sarebbe stato orrido), ma perchè The bloody sun dovrebbe diventare L'esiliato di Darkover?
Poi c'è un caso veramente assurdo. Conoscete il film Amori e incantesimi (Nicole Kidman, Sandra Bullock...)? Il titolo originale è Practical Magic. Che è anche il titolo del romanzo da cui è tratto. Che è stato pubblicato in italia con il titolo Il giardino delle magie.
Uno come cavolo fa a capire che si tratta della stessa storia???
(a me è capitato per puro caso di prenderlo in biblioteca e ho scoperto che il film era tratto da quel libro :D) - Mag | Dec 17, 2007 Report abuse
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Titolo originale di "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop": "Fried Green Tomatoes at Whistle Stop Cafe" (sorvolando sull'errore di tradurre "Whistle Stop Cafe" con "Caffè di Whistle Stop", decente).
Titolo originale di "Hamburger e miracoli sulle rive di Shell Beach": "Daisy Fay and the Miracle Man". Ma il primo aveva venduto tanto, vediamo di far vendere anche il secondo.
Titolo originale di "Pane cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Springs": "Welcome to the World, Baby Girl!" Si vede che con il secondo aveva funzionato. Ma se fossi Fannie Flagg gli farei causa.
Morale della favola: la logica è quella dei distributori di film. Pessima, quindi.
- Giulia Blasi | Dec 17, 2007 Report abuse
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Dark Amelia: secondo me, Twilight e New Moon sono rimasti così perché il pubblico di riferimento di questi libri ha familiarità con l'inglese e se ne sente attratto.
- Giulia Blasi | Dec 17, 2007 Report abuse
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e che vogliamo dire del povero Tom Clancy:
The hunt for Red October diventa "La grande fuga dell'Ottobre Rosso" con un sorprendente, quanto immotivato, passaggio da preda cacciata a preda in fuga?
In una personale classifica delle traduzioni idiote questa vince l'Oscar: non aggiunge nulla, non rende più comprensibile la vicenda, si limita a invertire le parti e a "ingrandire" le cose.
Clancy poi lo hanno castigato anche con Patriot Games diventato "Attentato alla corte d'Inghilterra" (evidentemente chi ha scelto il titolo il libro l'aveva al massimo scorso) e "Giochi di potere" nella versione cinematografica. Ma anche con "The Bear and the Dragon" dove la contrapposizione tra gli animali simbolo di, rispettivamente, Russia e Cina viene annullata dal titolo italiano "La mossa del Drago" forse più adatto a un documentario sul Kung-fu. E meno male che Rainbow Six non è diventato "I sei comandi dell'arcobaleno" o altra fesseria simile :-) - Carlo | Dec 18, 2007 Report abuse
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Ooops. Finisco ora di leggere 'The Innocent' di McEwan, che in italiano va sotto il titolo di 'Lettera a Berlino'. Ma perchè? Trovo che il titolo originale sia particolarmente importante per il romanzo, e non capisco come mai non abbiano mantenuto una traduzione letterale...
- grenadier | Feb 4, 2008 Report abuse
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La questione non è semplice come sembra.
Spesso il titolo originale è intraducibile, perché in italiano suonerebbe ridicolo ("Thinner", di Stephen King, sarebbe "Più magro": chi se lo compra un horror con un titolo così?) o senza senso ("The catcher in the rye" è un verso ben noto al lettore angolofono, ma per noi non ha nessun significato).
Resterebbe l'opzione di pubblicare il libro col titolo originale: rischiosetta, in un Paese notoriamente poco poliglotta come il nostro (anche se sul fronte delle lingue straniere siamo messi meno peggio di quanto si pensi).
In fondo, fermo restando che la letteratura è una cosa nobile e così via, gli editori devono pur sopravvivere, quindi vendere, quindi adattarsi almeno in parte alle vili leggi del marketing. Di qui la necessità di reintitolare libri stranieri in modo fantasioso e, almeno nelle intenzioni, accattivante.
A me, tutto sommato, sembra un problema marginale. Se un libro è valido, lo è a prescindere dal titolo, no?
- Darlene Alibigie | Feb 4, 2008 Report abuse
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No, no e poi no, se il titolo è semplice perchè cambiarlo? Se è più complesso vedi 'the catcher in the rye' ci si sforzerà un po' di più, il titolo è parte essenziale dell' opera, presenta il libro, ne svela i segreti cambiarlo, come caqmbiare i titoli dei film, è un'ingerenza troppo grande.
- Stringbeanjean♥♥ | Feb 5, 2008 Report abuse
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Sono decisamente d'accordo con Stringbeanjean.
E aggiungerei anche che il titolo è una delle prime cose che notiamo in un libro, se non conosciamo l'autore, e che una modifica può fare una grossa differenza (come non mi stancherò mai di ripetere, aver pubblicato "Respire" di Anne-Sophie Brasme con il titolo "La mia migliore amica" è praticamente un sacrilegio; sembra il titolo di un romanzo rosa o per ragazzine, e non è affatto così) - Mag | Feb 5, 2008 Report abuse
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Normalmente, no. Non sopporto modifiche e interpolazioni né nel titolo né in giro per il libro, se non sono necessarie.
A volte, però, sono appunto necessarie. The Deathly Hollows dell'ultimo libro della serie di Harry Potter non si sarebbe potuto tradurre in nessun modo. I Doni della Morte non è affatto il significato di quel titolo, tra l'altro, ma rende bene l'idea. Altrove, come nel caso "La Ragazza della Torre", che in inglese era "The Mute in the Tower", è una traduzione crudele ma difficilmente evitabile. Il libro gioca sull'incertezza dell'identità di un certo personaggio, mentre in italiano si capisce tutto già dal titolo.Soluzione: Per me ce n'è una sola. Leggo i libri in lingua originale (adoro l'inglese, tra l'altro, e ammetto con immodestia di saperlo parlare e leggere piuttosto bene).
- Maximus Kuseikos | Feb 6, 2008 Report abuse
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Beh, 'Harry potter e le reliquie della morte' non era poi così difficile dato che la stessa rowlings aveva detto che ad hallows si poteva sostituire relics ;)
- Stringbeanjean♥♥ | Feb 6, 2008 Report abuse
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Tradurre significa comunque "trasportare", portare da una parte a un'altra. È quindi necessario concedere un certo margine a chi lo fa.
Tra l'altro l'idea che esista una "traduzione fedele" o una "traduzione giusta" è estremamente elusiva.Per due motivi:
1. Lo stesso autore cambia idea su quel che ha scritto, applicherebbe correzioni a posteriori oppure, in molti casi, non ha il totale controllo delle possibili sfumature di significato delle sue parole;
2. Se il testo originale, una volta pubblicato, è fissato per sempre, la lingua di destinazione si evolve nel tempo. Perché accettiamo che una traduzione di Shakespeare fatta nel 1950 sia diversa da una traduzione fatta nel 2008? Perché la lingua è un fatto fluido, nel tempo e nello spazio.
Ecco perché non ci troveremo mai d'accordo sulla "traduzione giusta", a partire dal titolo :-)
- Yogasadhaka | Mar 8, 2008 Report abuse
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Il titolo è un pezzo del libro, presumo che l'autore lo abbia scelto perchè voleva dire esattamente quella cosa (magari glielo ha imposto l'editore, ma questo è un altro discorso). Quindi stravolgerlo con la traduzione è più o meno una violenza. A volte con esiti felici, altri meno. Sui gialli lo scempio è totale, me ne accorsi anni fa quando cercavo di completare le mie raccolte di Stout e Woolrich, e gli stessi libri erano stati pubblicati con 2-3 titoli diversi, nessuno minimamente aderente all'originale. Spesso c'è una trama dietro i titoli dei gialli, che viene uccisa dalla traduzione.
I romanzi vanno con le mode del momento, e soprattutto con l'idea che gli editor hanno dei lettori: dei decerebrati che - chissà perchè - piuttosto che guardare la tv leggono! - Tittirossa | Mar 8, 2008 Report abuse
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scusate ma allora mi lagno sul titolo di un libro di uno dei miei scrittori contemporanei preferiti. No, non l'avrete mai visto in una libreria italiana perché vende pochissimo.
CI CREDO.
In italiano il libro si chiama "Un ragazzo a pezzi".
A me viene in mente qualche storia di povero giovane con Asperger o similia, stile Mark Haddon.
Invece è un giallo, tiratissimo e iper-dinamico.
Come capire che è un giallo da un titolo così e con una copertina del genere?
http://www.bol.it/remainders/scheda/ea978887684636.html…In questo caso non capisco quale strategia commercialmente suicida abbia portato la casa editrice alla scelta di questo titolo e di questa grafica.
- Paola | Mar 8, 2008 Report abuse
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Attenzione, non sempre sono gli autori o i traduttori a scegliere i titoli. Certo, se sei Umberto Eco hai il potere di deciderlo tu il titolo, e anche le sue traduzioni... ma tante volte è l'editore che decide il titolo, e se quello proposto dall'autore - o dal traduttore - non sembra adatto al mercato, voilà si cambia. Non sono molti gli autori che hanno il potere contrattuale di opporsi, o la voglia (se ti dicono che con quel titolo si vende di più, perchè opporsi?).
Con risultati a volte improponibili :-((( Solo per citare a memoria gli scempi sul mio scrittore preferito Jostein Gaarder:
* "Il mistero di Natale" è diventato "Il viaggio di Elizabeth"; il libro verte su un calendario dell'avvento, tipico del nord Europa
* "La figlia del direttore del circo" è diventato "Il venditore di storie"; la figlia del direttore del circo, Panina Manina, è il personaggio che appare e riappare nel corso del libro, e che si materializzerà alla fine... ma ai lettori italiani forse questo legame sfugge, perchè il direttore del circo per loro è il venditore di storie
* "I bambini di Sukhavati" è diventato "Cosa c'è dietro le stelle?"; eppure il libro parla di due gemelli che arrivano da un pianeta chiamato Sukhavati... - ary29 | Mar 8, 2008 Report abuse
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In linea di massima assolutamente no.
Che poi se l'autore dà al suo libro quel determinato titolo, un motivo pure ci sarà.
Si può capire la cosa solo in determinate eccezioni. - Yelle86 | Mar 8, 2008 Report abuse
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Personalmente preferirei che i titoli venissero rispettiati così come dovrebbe esserlo tutto il libro nel suo insieme. È chiaro che esistono alcuni casi in cui questo è impossibile ed è necessario un adattamento, ma il problema è che da noi esiste la radicata abitudine di manipolare i titoli anche quando questa necessità proprio non c'è (succede anche con i film, del resto, anche se in tempi recenti capita più spesso che vengano lasciati in originale, talvolta accompagnati da "sottotitoli").
La cosa peggiore è che il più delle volte la "traduzione" è completamente fuori luogo. - CMT | Mar 8, 2008 Report abuse
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E' giusto che le case editrici italiane cambino i titoli dei libri ?
no! no! no! no! no!
oooooh, ecco, mi sono sfogata, ora mi sento meglio!!!!
- Dr. Russell (Sol) | Mar 9, 2008 Report abuse
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tante volte il titolo lo decide l'editore, percui non so quanto il titolo possa essere ritenuto parte del processo creativo dell'autore... perciò, chissenefrega.
- inquisizione spagnola | Mar 9, 2008 Report abuse
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sempre della serie se gli horror nn hanno nel titolo morte, sangue, orrore ecc. non vendono.. che ne dite dell ultimo libro di mo hayder da pig island (l'isola dei porci) è diventato orrore sull' isola....
- Elena Radcliffe91 | Mar 10, 2008 Report abuse
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Ho saltato alcuni post, quindi perdonatemi se qualcuno ha già sollevato questo punto. :-P
In realtà, cambiare i titoli dei libri è una prassi non solo italiana: accade dappertutto, all'estero, persino in paesi che parlano la stessa lingua (un libro può uscire negli USA con un titolo e in Inghilterra con un altro). Come ha scritto Inquisizione (O_O), spesso e volentieri anche i titoli originali sono scelti dagli editori. Il problema è che, spesso, le versioni italiane sono banalizzanti ("Blood and Gold"--->"Il vampiro Marius"), assolutamente fuori luogo ("The vampire Lestat"---> "Scelti dalle tenebre", "Homeland"--->"Il dilemma di Drizzt") o addirittura fuorvianti ("Silverthorn"--->"L'incantesimo di Silverthorn"; da notare che Silverthorn - Spinargento o Spinargentea faceva schifo? - non è una persona o un luogo, ma una pianta velenosa, e ovviamente non c'entra una sega con la magia). - Nevyn Nevyn | Mar 10, 2008 Report abuse
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Uhm... sinceramente sì, Spinargento e Spinargentea fanno abbastanza schifo. ^_^;;
Anche se, trattandosi di una pianta, la seconda sarebbe comunque accettabile, ha il suono di un nome botanico e quindi andrebbe bene.
Comunque una traduzione si poteva trovare lo stesso. - CMT | Mar 10, 2008 Report abuse
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mi sa di avere appena scoperto (a proposito di titoli diversi anche per libri NON tradotti) che il primo libro della serie "I love shopping" della Kinsella, in Inghilterra si chiama "The Secret Dreamworld of a Shopaholic", negli USA si intitola invece "Confessions of a Shopaholic"
O____o
- Dr. Russell (Sol) | Mar 10, 2008 Report abuse
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Anche il primo Harry Potter: Harry Potter and the philosopher's stone in UK, Harry Potter and the sorcerer's stone in USA.
(For the record.) - grenadier | Mar 10, 2008 Report abuse
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Secondo me i difensori dell'intoccabilità dei titoli partono da presupposti un po' teorici e idealisti, come se esistesse Il Testo dell'Autore e questo fosse intoccabile.
Alessandro Manzoni ci ha messo tre stesure e innumerevoli edizioni per arrivare a un titolo decente per il suo unico romanzo ("Fermo e Lucia", "Gli sposi promessi", "I promessi sposi"). Non è garantito che l'autore sia l'unico titolato a scegliere il titolo della sua opera. :-) - Yogasadhaka | Mar 10, 2008 Report abuse
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L'unico titolato no, l'unico che dovrebbe avere il diritto di farlo sì. :-)
- CMT | Mar 10, 2008 Report abuse
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Questo mi offre l'opportunità per una domanda: e chi è l'autore?
Un libro, salvo forse il caso del manoscritto trovato in un cassetto, è un'opera molto più collettiva di quel che pensa il lettore comune. La maggior parte degli autori fanno leggere il manoscritto a persone di fiducia, alcuni dei più grandi autori sono diventati tali perché hanno avuto grandi editor (Asimov era molto collaborativo con i suoi editor - e viceversa). Inoltre altri personaggi hanno un grande rilievo nella genesi di un libro: collaboratori vari, ricercatori, agenti letterari, particolarmente nella realtà anglosassone ma anche in Europa continentale. Inoltre il titolo, soprattutto oggi, ha anche una grande portata commerciale. Tutti possono sbagliare (autore compreso). Ma dire che l'autore dovrebbe essere l'unico ad avere il diritto di scegliere il titolo della sua opera significa pensare esclusivamente all'autore come artista assoluto, solitario e romantico, cosa che nella realtà non è. La vita reale ha tante sfumature. Un libro, anche il romanzo, è spesso un'opera più collettiva di quel che sembra.
- Yogasadhaka | Mar 11, 2008 Report abuse
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A volte succede che un titolo cambiato colga più nel segno, però. "The Golden Compass" di Philip Pullman uscì originariamente in GB con questo titolo che poi è stato cambiato nelle più recenti edizioni con "Northen Lights". Il titolo italiano "La bussola d'oro" è una traduzione fedele del titolo originale del romanzo (che è poi anche quello del film).
- Alessandra Libutti (Alex767) | Mar 11, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka: certo, se un autore sceglie di far leggere i suoi scritti ad altri e di accettare da loro consigli e correzioni amen, ma è una scelta sua, non rende meno sua l'opera.
Se poi parliamo di imposizioni da parte delle case editrici è un altro discorso, ma appunto lì si colloca il mio "dovrebbe", perché so che in realtà l'autore ha meno controllo di quanto gliene spetterebbe di diritto. Il che, comunque, non significa che questo sia giusto. - CMT | Mar 11, 2008 Report abuse
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CMT, hai ragione, ma il tuo è un assunto teorico che non tiene conto della realtà della vita, editoriale e no.
La domanda iniziale era "perché le case editrici italiane modificano i titoli"?
I ragionamenti che sono fatti in seguito sono del tipo: "Il romanzo X e' stato intitolato Y, che è brutto e lo tradisce." "L'unico che ha diritto a decidere del titolo è l'autore".
OK.
Ma:
1. Chi ti dice che l'autore, alla proposta del brutto titolo italiano, non abbia detto "si', va bene, mi piace, suona bene" :-)
2. I difensori del primato universale dell'autore dovrebbero anche riflettere che fra Umberto Eco e il suo editore turco, forse NON è Umberto Eco ad avere le maggiori competenze per decidere del titolo turco, con tutto il rispetto per Umberto Eco. Mutatis mutandis, che ne sa John Grisham di qual è il titolo migliore per un suo libro in italiano?
- Yogasadhaka | Mar 11, 2008 Report abuse
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Indubbiamente possono fare ciò che vogliono, ma io mi schifo di prendere in mano "Una Splendida Festa di Morte". Questo è un motivo in più per preferire l'originale.
- Raffaele Pulejo | Mar 11, 2008 Report abuse
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perché modificano i titoli? per vendere, no!?
ci sono fior di pubblicitari ed esperti marketing che dicono: sangue sul davanzale è un titolo più accattivante di morte a venezia. ovvio.a ciascuno il suo lavoro. io non faccio bene il mio, loro non fanno bene il loro.
persino i giornalisti spesso non titolano i loro pezzi! - inquisizione spagnola | Mar 14, 2008 Report abuse
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RAFFAELE, e sbaglieresti, perché una splendida festa di morte, al di là del titolo, è un bellissimo libro di intrattenimento.
una rosa con un altro nome non perde il suo profumo e tu saresti superficiale e pagheresti la tua superficialità nel rinunciare a un libro perché ha un titolo scemo. - inquisizione spagnola | Mar 14, 2008 Report abuse
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Io sono contraria alla traduzione (o per meglio dire storpiatura) dei titoli dei libri in italiano.
Per fare un esempio, l'ultimo caso eclatante che mi è capitato tra le mani è quello di "Non lasciarmi" di Ishiguro. Il titolo originale sarebbe "Never let me go" che riconduce ad una canzone che fa da filo conduttore all'intero libro. Con la traduzione non solo si è persa questa cosa, ma si spaccia pure il libro per una banale storia d'amore adolescenziale, cosa che assolutamente non è visto che di "banale" in quel libro non c'è proprio nulla (poi, voglio dire, trattasi di un libro giapponese con titolo in inglese... non dovrebbe come minimo far pensare un attimo? Bah.)Insomma, almeno i titoli che ci lasciassero come sono, o se proprio proprio che si traducessero in maniera il più fedele possibile. Sgrunt.
- Babyluv | Mar 14, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka: a dire il vero la domanda non era "perché lo fanno?" ma "è giusto che lo facciano?"
Il perché in alcuni casi è ovvio, in altri incomprensibile, ma il fatto che sia giusto è un altro paio di maniche. - CMT | Mar 14, 2008 Report abuse
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@Babyluv: Non lasciarmi non è un libro giapponese. Ishiguro vive in Inghilterra da quando era bambino e scrive in inglese.
- Claire N. | Mar 14, 2008 Report abuse
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CMT, non scantonare :-) Sotto il titolo, Santippe82 riformula la domanda con "Perché modificare completamente il titolo di un libro in traduzione?"
Altrimenti sarebbe come chiedersi "E' giusto che un cuoco rompa le uova per fare la frittata?" :-)
Traducendo da una lingua all'altra il cambiamento è inevitabile ed è comunque totale, per il semplice fatto di passare da una lingua all'altra.
Un titolo semplicissimo come: "High Noon" va meglio tradotto come "Mezzogiorno di fuoco", "Mezzogiorno spaccato", "Mezzogiorno preciso", "Mezzogiorno di sangue", "Duello a mezzogiorno", "Alto Mezzogiorno"(!), "Ci vediamo a mezzogiorno", o cosa?
"E' giusto che un cuoco rompa le uova per fare la frittata?" :-)
- Yogasadhaka | Mar 14, 2008 Report abuse
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@Claire sì lo so, mi sono spiegata male io nella foga di scrivere XD So che vive in Inghilterra e scrive in inglese.
Già che ci sono, una curiosità, è nato a Nagasaki vero? - Babyluv | Mar 14, 2008 Report abuse
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@Babyluv: ah, ecco :)
Sì è nato a Nagasaki, ma non so molto altro di lui, se non che butta via i finali dei suoi libri :P
Ho sempre molta voglia di leggere Quel che resta del giorno. - Claire N. | Mar 15, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka: c'è una sottile differenza tra "tradurre" e "stravolgere".
No, anzi, non è sottile per niente...! ^_^
E certo, per fare la frittata si devono rompere le uova, poi però bisogna sbatterle e metterle in padella, non buttarle e fare la frittata col preparato sintetico... - CMT | Mar 15, 2008 Report abuse
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....io avrei messo "Mezzogiorno spaccato" che rende bene l'idea della violenza dell'ambientazione...
- Dr. Russell (Sol) | Mar 15, 2008 Report abuse
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Non mi sembra nè giusto nè sbagliato, ma, come tutte le cose, andrebbe valutato caso per caso.
Ci sono titoli in lingua che in italiano non rendono per niente e allora secondo me è giusto cambiarli per cercare di dargli l'intonazione e il sentimento voluti dall'autore o comunque di renderli appetibili al pubblico. Altre volte vengono stravolti dei titoli che starebbero benissimo anche tradotti in italiano e non se ne capisce la logica. - Ricciolineri | Mar 16, 2008 Report abuse
- CMT | Mar 16, 2008 Report abuse
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Per tirare le somme di questa lunga, discussione (che sembra avere colpito sul vivo molto lettori), mi sembra di capire che in linea di massima si dovrebbe cercare di mantenere un titolo perlomeno vicino all'originale, se poi per vari motivi ciò non è possibile (in alcuni casi come molti hanno fatto notare non avrebbe senso o sarebbe brutto) si dovrebbe valutare caso per caso la soluzione migliore.
E che ne pensate di titoli doppi? Intendo: invece che relegare il titolo originale in lingua nelle prime pagine, in scrittura minutissima insieme alle notizie editoriali (anno, editore ecc..) perchè non metterlo in piccolo, ma in copertina sotto il ttolo "tradotto"? Potrebbe funzionare? O sarebbe antiestetico e fuorviante?
- Santippe82weirde | Mar 17, 2008 Report abuse
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È spesso quello che succede con i film, anzi è sempre più diffuso l'uso del titolo originale con sottotitolo/traduzione in italiano.
- ary29 | Mar 17, 2008 Report abuse
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Infatti. Che poi il più delle volte non sia una traduzione è un altro discorso. ^__^
Però non so quanto andrebbe bene per i libri. - CMT | Mar 17, 2008 Report abuse
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CMT, concordo con Yogasadhaka: ci sono differerenze tra trasdurre e stravolgere, e sono SOGGETTIVE. percui a te un titolo tradotto non piace o pare stravolto e a me piace. o, meglio, non me ne frega nulla perché non fa nulla né di male né di bene all'opera stessa.
- inquisizione spagnola | Mar 18, 2008 Report abuse
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Come avevo già scritto più su, a volte i titoli sono diversi con il beneplacito dell'autore... ne ho trovato oggi un esempio: "Il disordine perfetto" vs "Finding Moonshine". Hanno storie e motivazioni diverse, ma al matematico Marcus du Sautoy vanno bene così.
Intervista: http://en.wikinews.org/wiki/Wikinews_interviews_English…
- ary29 | Mar 18, 2008 Report abuse
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Devo dire che in linea di massima concordo con CMT e non concordo con Yogasadhaka, ma questo disaccordo non può essere appianato in alcun modo perché basato su principi diversi e incompatibili. Yogasadhaka sostiene che il romanzo è un'opera collettiva, cosa che condivido: anche io, se scrivessi un romanzo, lo farei leggere a persone fidate e mi farei dare consigli anche sul titolo, ma in definitiva le scelte resterebbero mie e tali devono essere. Sull'autore inteso come proprietario intellettuale della sua opera e unico depositario del diritto di darle un titolo non intendo scendere a compromessi, e non credo affatto che la collettività di persone che collaborano con l'autore facciano della sua opera qualcosa di non "suo". In particolare poi, provo un disprezzo totale e radicale per gli esperti di marketing che ragionano in termini di statistiche di massa lasciando rigorosamente me sempre fuori, visto che le loro scelte piacciono alle masse e a me fanno schifo. Per cui, la loro infima categoria non sarà mai da me ritenuta degna di suggerire alcuna modifica al titolo di un libro, e tanto meno intendo giustificare l'alterazione arbitraria di un titolo tradotto solo per vendere di più il libro.
Giustifico leggere modifiche nel rispetto del titolo originale solo quando esso sarebbe altrimenti intraducibile.Le modifiche effettuate nei romanzi inglesi quando escono in America sono di natura diversa: i ragazzi americani sono piuttosto ignorantelli e sicuramente non sanno cosa sia la Pietra Filosofale, per cui inutile cercare di spremere sangue dalle rape e tanto vale chiamarla Pietra dello Stregone. Allo stesso modo, è probabile che i ragazzetti Texani conoscano le sottili differenze che distinguono un Cheeseburger con cipolla da un Cheeseburger con Provolone, ma potrebbero non aver mai sentito nominare un'aurora boreale, e quindi chiamare il libro Bussola D'Oro li aiuta a non spaventarsi in libreria. D'altra parte, Pullman aveva inizialmente pensato di chiamare la trilogia stessa "The Golden Compass" invece di "His Dark Materials". Salvo che Pullman parlava del compasso con cui si fanno i cerchi, a quanto ne so...
- Maximus Kuseikos | Mar 28, 2008 Report abuse
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Maximus, grazie per la citazione. Però, secondo me delle argomentazioni che ho esposto io, hai perso (o hai omesso) quella più pratica, che secondo me è anche la più stringente: "con tutto il rispetto, che ne sa Umberto Eco di qual è il titolo migliore per "Il nome della rosa" in turco o in coreano?"
Se non conosce la lingua di traduzione più che bene, alla resa dei conti l'autore è meno competente dell'editore locale nell'operare questa scelta. :-)Nel mondo ideale, solo l'autore può decidere. Nel mondo reale, si tollerano amplissime eccezioni :-)
- Yogasadhaka | Mar 28, 2008 Report abuse
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Domanda per domanda: l'editore cosa ne sa di quello che sa o non sa Umberto Eco?
E credo che anche tu stia perdendo di vista un punto che hanno esposto in tanti, ovvero che sì, esistono dei casi in cui il cambiamento è necessario o funzionale, e nessuno lo mette in dubbio, ma ne esistono altrettanti in cui non lo è affatto. - CMT | Mar 28, 2008 Report abuse
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Lo sa meglio di me e te, perché se non ci fosse un rapporto di fiducia fra i due, non editerebbe la sua traduzione. :-)
- Yogasadhaka | Mar 28, 2008 Report abuse
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Non fate tanto i puristi :-) Gli autori, spesso, sono professionisti della scrittura e guadagnano (più o meno) con i proventi dei loro libri... ad una parte di loro del titolo non interessa nulla, purchè il libro si venda - e il conto in banca salga.
- ary29 | Mar 29, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka
Io non metto in dubbio che Eco o chi per lui probabilmente non conosce il Sanscrito bene come un suo possibile editore madrelingua. E forse neanche lo Swahili, anche se non sono sicuro che gli Zulu traducano Eco, ma non si sa mai...
Quello che dico è che gli editori dovrebbero fare lo sforzo di attenersi al titolo originale, che l'autore ne sia informato o meno.
Passi il caso di "The Catcher in the Rye", che non può essere tradotto in modo letterale in italiano, ma altri titoli sono stati cambiati senza che ce ne fosse bisogno. O meglio, il bisogno, per l'editore, poteva anche esserci (probabilmente credeva di vendere di più cambiando il titolo), ma questa è una motivazione inaccettabile.
Insomma, secondo me la domanda originale di questo thread è puramente retorica: qui non si tratta di domandarsi se è giusto o meno cambiare il titolo in una traduzione; la vera domanda è un'altra."E' eticamente e deontologicamente accettabile che per pure ragioni di mercato un editore decida più o meno arbitrariamente di cambiare il titolo a un romanzo? E, qualora lo facesse, di quanto è ragionevole concedergli di discostarsi dal titolo originale?"
La domanda vera è questa, perché quando l'editore cambia il titolo per semplice intraducibilità, perchè in coreano magari il titolo originale proprio non si poteva rendere in nessun modo, nessuno può dirgli niente.
Qui il problema è se l'editore, potendo tranquillamente tradurre un titolo senza alcuna difficoltà, sceglie invece di cambiarlo, nella convinzione di aumentare le vendite.
Il che, a mio avviso, è totalmente inaccettabile. In questa sola accezione, ovvero laddove l'opera letteraria viene alterata per poter vendere più copie, io sostengo che l'atto compiuto dall'editore sia né più né meno che una forma di censura mascherata, e quindi non è tollerabile.
L'unico modo in cui l'editore può assumersi il diritto di cambiare il titolo al romanzo, quando avrebbe potuto renderlo benissimo senza cambiarlo, è ottenere il permesso dell'autore.In definitiva, qua stiamo discutendo se è giusto o meno che la letteratura si pieghi alle regole del mercato. A prescindere dal fatto che già lo fa. Che le cose stiano così lo vediamo da soli, qui non si tratta di negare la realtà. Si tratta di discutere se sia corretto accettare passivamente che il mercato indirizzi la creatività umana in una direzione piuttosto che in un'altra.
E' chiaro che la discussione è fondata su principi totalmente idealistici, non c'è nulla da vergognarsi a fare dell'idealismo. Senza un po' di idealismo non si cambierebbe mai niente, ci si limiterebbe ad accettare la realtà per quella che è, un po' come fanno certe persone che dietro la scusa "tanto a parlare non cambi niente" finiscono per nascondere la testa nella sabbia.
La morale della storia è questa:
- Gli editori non hanno alcun diritto di cambiare un bel niente a meno che non ci sia una motivazione puramente artistica e in special modo non di mercato
- Gli autori hanno il diritto di cambiare quello che gli pare e di chiedere consiglio a chi gli pare e piace
- Qualsiasi cambiamento imposto all'autore senza il suo consenso equivale a una forma di censura e quindi è inaccettabile
- E' totalmente sbagliato che l'arte si debba piegare alle leggi di mercato ( a prescindere dal fatto che già lo fa da parecchio tempo )E, come corollario:
- Il titolo di un libro, in quanto parte integrante dell'opera, è fondamentale quanto ogni altra parola contenuta nell'opera, ed alterare in maniera arbitraria il titolo non è quindi affatto diverso da alterare il corpo del testo in maniera altrettanto arbitraria.
Ovvero: a livello etico non esiste differenza tra un editore che cambia arbitrariamente un titolo per far vendere di più il libro, un altro editore che aggiunge dieci scene di sesso sfrenato in una storia romantica che non ne conteneva nessuna per far vendere di più il libro, e un ultimo editore che invece toglie le dieci scene di squartamenti da un romanzo dell'orrore per far vendere di più il libro.
Tutti e tre sono "censori". La censura dovrebbe essere vietata dalla legge. - Maximus Kuseikos | Mar 29, 2008 Report abuse
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E una volta tanto non posso che essere d'accordo con Maximus ^_^
- CMT | Mar 29, 2008 Report abuse
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Maximus: - "E' totalmente sbagliato che l'arte si debba piegare alle leggi di mercato ( a prescindere dal fatto che già lo fa da parecchio tempo )"
Obiezione: se già lo fa, vuol dire che non e' (così) totalmente sbagliato.
Non c'è nulla di male ad essere idealisti. Però pensare che la realtà dovrebbe adattarsi ai propri preconcetti è "wishful thinking", non idealismo.
En passant, romanticismo a parte, quasi tutti gli artisti si sono piegati più che volentieri alle leggi di mercato, a cominciare da Shakespeare (per la scrittura), Michelangelo (per scultura e pittura: Michelangelo era ricchissimo), persino Omero e chi per lui (se il poema non piaceva, non gli offrivano il pasto gratis) :-) Possiamo aggiungere anche Oscar Wilde, Dumas padre e figlio, Hugo, Dickens e centinaia di altri nomi.
Fa eccezione, nella pittura, Vincent Van Gogh, il quale, mantenuto dal fratello mercante d'arte, peraltro si lamentava del fatto che i collezionisti non compravano i suoi quadri, non diceva "Ma chissenefrega dei collezionisti, io dipingo per me stesso!" :-)
PS - L'editoria è un'industria, non e' arte. La maggior parte dei libri sono operazioni commerciali. Senza industria non esisterebbe l'editoria e staremmo ancora a leggere manoscritti costosi come una carrozza e quattro cavalli. :-)
- Yogasadhaka | Mar 29, 2008 Report abuse
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*** This comment contains spoilers! ***
Secondo me parte di questa discussione deriva da una visione a tunnel in cui sembra che tutto il mondo ruoti intorno alla traduzione italiana del proprio libro o autore preferito.
Mi spiace rovinare l'ideale letterario che qualcuno si è costruito, ma la realtà (commerciale) delle traduzioni, è questa.
Quando un autore viene tradotto all'estero, in genere si verificano questi due casi (con diverse sfumature):
1. Autore emergente
L'autore ha scritto un titolo di medio successo (diciamo 5/10.000 copie) e l'editore trova un piccolo editore straniero disposto a tradurlo. In genere questo tipo di autore prima di tutto è lusingato e si bacia i gomiti per il fatto di essere tradotto. Difficilmente però ha le risorse e la competenza per dire la sua sul mercato librario del paese di destinazione (uno che scrive un libro da 10.000 copie è un autore di successo, ma non può vivere dei suoi libri, quindi si occupa prevalentemente d'altro). In genere il contratto viene gestito fra i due editori, perché è l'editore, banalmente, che va alla Buchmesse di Francoforte o al Salone di Torino, mentre l'autore sta a casa a guadagnarsi la pagnotta con il suo lavoro principale.2. Autore di best seller
Il libro viene tradotto magari in 10, 20 o 30 paesi diversi (fra cui l'Italia). In questo caso l'autore non ha neanche lontanamente la competenza artistica, linguistica e di mercato per dire l'ultima parola sui titoli delle sue opere in 30 lingue e paesi diversi. Delega tranquillamente questa incombenza agli editori locali o, nella migliore delle ipotesi, al suo agente letterario (che in genere è un importante e ascoltato consigliere dell'autore) o ad altri collaboratori del suo staff.Ergo -- siccome, un po' lapalissianamente, concordiamo tutti che gli editori ogni tanto fanno bene a cambiare il titolo, e ogni tanto fanno male -- battendo continuamente il chiodo che "solo l'autore ha diritto di farlo" stiamo parlando del nulla, perché spesso l'autore non se ne occupa neppure lontanamente, spessissimo ha tranquillamente delegato gli editori a farlo, e, ancora più spesso, NON è neppure in grado di giudicare il risultato nella lingua di destinazione.
:-) - Yogasadhaka | Mar 29, 2008 Report abuse
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Obiezione: se già lo fa, vuol dire che non e' (così) totalmente sbagliato.
Spero sinceramente che non pensi davvero quello che hai scritto. Da quando il fatto che una cosa accade implica che non è del tutto sbagliata? ?__?
- CMT | Mar 29, 2008 Report abuse
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CMT, il sistema editoriale è un sistema di tipo industriale che segue logiche di tipo industriale.
Se questo è "totalmente sbagliato" (e secondo me non lo è, ma questo non significa che secondo me sia "totalmente" giusto), sta a te l'onere di dimostrare questo "totale errore".
A me basta dire che funziona così da circa duecento anni (diciamo dai tempi del Circolo Pickwick, dei romanzi seriali, delle biblioteche circolanti, del telegrafo e della stampa in grande serie) e complessivamente funziona abbastanza bene, anche se è ovviamente migliorabile. :-)
- Yogasadhaka | Mar 29, 2008 Report abuse
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Una cosa potrebbe funzionare in un dato modo per un migliaio di anni ed essere comunque sbagliata, il fatto che sia una prassi comune non la renderebbe giusta in ogni caso. E questo a prescindere dall'editoria, come discorso generale.
- CMT | Mar 29, 2008 Report abuse
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Oh beh, Yogasadhaka:
"se già lo fa, vuol dire che non e' (così) totalmente sbagliato. "Questa è proprio una sciocchezza insostenibile. Per secoli la schiavitù è stata tollerata da tutti, specialmente dalla chiesa cattolica, e non per questo non era poi così totalmente sbagliata. Anche l'ancien regime è stato tollerato per secoli e invece era una cosa sbagliata.
I casi che tu citi sono legati alla necessità dell'autore di mangiare, non c'entrano nulla con il mercato moderno, le vendite di massa, la mercificazione della cultura... andiamo, non mescoliamo capre e cavoli pretestuosamente!
Chi ha detto che le logiche industriali sono giuste? Dove sta scritto? "Giusto" è il diritto inalienabile dell'uomo di esprimere la propria creatività senza censura. "Giusta" è la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo.
"Giusta" è la Rivoluzione Francese, "Giusto" è l'Illuminismo.
"Sbagliato" è ciò che rende l'uomo schiavo, ciò che gli tappa la bocca, che lo riporta al mondo pre-rivoluzionario, che nega la libertà di espressione.
La legge di mercato, funzioni o non funzioni, se mi toglie il diritto di dire quel cavolo che voglio è sbagliata.
Se non siamo d'accordo nemmeno sul principio del diritto alla libera espressione è inutile che perdiamo tempo a discutere, comunque. - Maximus Kuseikos | Mar 30, 2008 Report abuse
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Maximus: ti segnalo che questo
"Se non siamo d'accordo nemmeno sul principio del diritto alla libera espressione è inutile che perdiamo tempo a discutere, comunque."
è un bell'esempio di ossimoro :-)
E' proprio quando NON si è d'accordo che è utile discutere :-)
Senza contare che io non ho mai parlato contro la libertà di espressione. Ho detto che nella maggior parte dei casi l'autore, nella pratica, non si preoccupa minimamente di come gli traducono il titolo :-)
Infine: io non ho detto che le "logiche industriali sono giuste". Ho detto che "non sono totalmente sbagliate". C'è un'enorme differenza.
CMT: hai enunciato un vago principio generale ampiamente condivisibile, ma non hai ancora dimostrato che l'attuale funzionamento dell'industria editoriale è "totalmente sbagliato".
Dove è sbagliato? Con quali effetti? Se hai delle soluzioni, quali proposte fai per correggere questi errori e questi effetti negativi? Ci sono cose che funzionano? Se ci sono, è ancora "totalmente sbagliato"? :-)
- Yogasadhaka | Mar 30, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka: non ho alcun interesse a dimostrarlo, non sono stato io a dire che è totalmente sbagliato, a prescindere da cosa pensi, sono semplicemente scandalizzato dalla tua affermazione assurda, rimarcata anche da Maximus
- CMT | Mar 30, 2008 Report abuse
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Dal dizionario di lingua italiana De Mauro:
"as|sùr|do
agg., s.m.
FO
1 agg., contrario all’evidenza logica, intrinsecamente contraddittorio, privo di ogni fondamento nella ragione e nel senso comune: una tesi, una supposizione assurda; incredibile per stranezza o eccezionalità: una situazione assurda; la sua è una condotta assurda | di dubbio, sospetto e sim.: ingiustificato, infondato | estens., di persona: strano, bislacco: è proprio un tipo a."Scusa, CMT, ma proprio in nome della libertà di espressione, se affermi che ho fatto un'affermazione "assurda", dovresti almeno argomentare.
Altrimenti si tratta di un tentativo di intimidazione e censura nei miei confronti :-)
- Yogasadhaka | Mar 30, 2008 Report abuse
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Mi pare proprio che la discussione stia scadendo.
Innanzitutto, perché una discussione possa avere luogo, non è sufficiente avere due posizioni diverse ma è anche necessario che vi siano degli elementi comuni di base condivisi, su cui fondare l'impianto della discussione.
Quando i fondamenti stessi di un dibattito sono opposti e non condivisi è impossibile discutere. E' come pretendere di fare una discussione tra uno che parla solo arabo e uno che parla solo cinese.Ora, i presupposti del dialogo, ovvero gli elementi fondamentali sui quali deve esserci un accordo iniziale postulato, è che la censura è un male assoluto e la libertà di espressione un bene assoluto. Se questi principi non sono condivisi, discutere non serve a niente, perché la discussione consiste in un'argomentazione logica di tipo dimostrativo, simile a un procedimento matematico, nella quale, partendo da un certo presupposto, si fa seguire un treno di conseguenze che conduce a un'affermazione finale. L'essere d'accordo o meno consiste nel cercare l'eventuale anello debole della catena che può essere dovuto a una diversa interpretazione di un fatto secondario. Ma se non è condiviso il principio di base, la discussione non c'è, perché il principio non è dimostrabile e quindi non è soggetto alle regole della discussione.
Ovviamente, se poi non conveniamo neppure su cosa significhi fare una discussione, allora siamo a un piano addirittura precedente alla posizione dei postulati e quindi è ancora meno sensato discutere.In linea teorica, l'affermazione "la censura è il male assoluto" è analoga, tra l'altro, all'affermazione "la libertà di espressione è il bene assoluto". In effetti i due principi affermano la stessa cosa, e a loro volta si basano su un principio ancora più primigenio, ovvero il primato della Ragione e quindi del pensiero scientifico per estensione.
Tutto questo deve essere dato per accettato a priori.
Il resto ne consegue, ma solo se si accettano questi principi.A costo di restare OT, bisogna capire che non è affatto possibile fare un dialogo *a prescindere*. Il dialogo, la discussione, il ragionamento, è possibile solo se si accettano le basi comuni di partenza. Questo è il motivo semplicissimo per cui non può esistere alcun tipo di dialogo tra fondamentalisti religiosi e scienza, per esempio, mentre potrebbe, in linea di principio, esserci tra cristiani e mussulmani, visto che il punto di partenza (Dio) è lo stesso per entrambi.
La legge del mercato, laddove impone che un editore cambi un titolo, è sbagliata perché opera una censura. La censura è sbagliata perché è contraria al principio fondamentale della libertà di espressione, quindi il mercato comporta un limite alla libertà di espressione - e quindi è sbagliato. Ora, possiamo discutere se questo ragionamento sia giusto o meno, può darsi che il mercato non imponga alcun limite alla libertà di espressione (il treno di argomentazioni logiche sarebbe quindi sbagliato), oppure può darsi che si possa concepire un tipo di mercato che preservi alcuni aspetti positivi di quello attuale senza però inficiare la libertà di espressione (il treno di argomentazioni logiche è giusto ma è possibile trovare una soluzione intermedia). Tutto questo può essere materia di dialogo e discussione. Sostenere invece che è la libertà di espressione a non essere un valore assoluto comporta la cessazione della discussione. La libertà di espressione non è la conseguenza di un treno logico di conseguenze fondate su un altro principio più basilare, è proprio lei stessa il principio basilare. Tutto quello che è contrario a questo principio, una volta assunto per buono, diventa automaticamente sbagliato. Ma mi pare piuttosto assurdo che si debba fare l'ABC della discussione a questi livelli. Dovremmo essere tutti quanti sufficientemente figli dell'Illuminismo da sapere come funzionano le cose. D'accordo che l'oscurantismo medioevale di questi tempi va di moda, ma non mi sembrava proprio che qua ci fossero inquisitori spagnoli.
Quanto all'assurdità dell'affermazione "se una cosa avviene già allora non può essere totalmente sbagliata", ho già argomentato io, non c'è bisogno di disturbare CMT.
Per dimostrare che l'affermazione è assurda basta ricondurla ad un caso in cui essa è assurda (reductio ad absurdum).
Detto fatto: la schiavitù è stata praticata per secoli (millenni) e tuttavia è totalmente sbagliata (in quanto viola il principio inalienabile di uguaglianza degli esseri umani).
Quindi, se la frase "qualcosa che avviene già non può essere totalmente sbagliato" fosse vera, allora la schiavitù non sarebbe totalmente sbagliata, il che è assurdo e quindi si dimostra che "qualcosa che avviene già può benissimo essere totalmente sbagliato".Ora, io affermo che il fatto che l'arte si pieghi al mercato è totalmente sbagliato. La risposta di Yogasadhaka "ma se avviene vuol dire che non è sbagliato" è dimostrato essere un non-sequitur: si può tranquillamente dimostrare che qualcosa che avviene può anche essere sbagliato, ergo, Yogasadhaka non è stato in grado di dimostrare che la mia affermazione "il fatto che l'arte si pieghi al mercato è totalmente sbagliato" non è corretta. Io invece affermo che, poiché piegarsi al mercato conduce all'alterazione arbitraria di titoli da parte di terzi, ovvero conduce a impedire all'autore di esprimere quello che gli pare e piace nel titolo della sua opera, è chiaro che il mercato viola il principio fondamentale di libertà di espressione, e così facendo compie un atto totalmente sbagliato.
Se mi si dimostra che il mercato NON viola il principio di libertà di espressione, ovvero che nessun editore si sognerebbe di cambiare un titolo solo per vendere di più, o che esistono leggi che impediscono ad un editore di compiere il suddetto misfatto, o ancora che per altri motivi a me ignoti si può dimostrare che la libertà di espressione non è compromessa dalla legge di mercato, allora io ho torto. Se non si può dimostrare questo fatto, allora io ho ragione.
E' tutto semplicissimo. - Maximus Kuseikos | Mar 30, 2008 Report abuse
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Corollario: che l'autore se ne infischi o meno del titolo del suo libro è irrilevante. La decisione circa il titolo del romanzo spetta a lui, quindi, a meno che non dica chiaramente "non mi importa nulla del titolo, mettetecelo voi basta che mi fate vendere sta roba che ho scritto", l'alterazione non è ammissibile.
(Fatto sempre salvo il caso in cui il titolo fosse obbiettivamente intraducibile). - Maximus Kuseikos | Mar 30, 2008 Report abuse
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Ti inviterei a un po' di sano relativismo. :-)
Anche le affermazioni "la censura è un male assoluto" e "la libertà di espressione è un bene assoluto", sono ampiamente discutibili, altrimenti diventano dogmi, e allora, se non si può discutere il dogma, si può discutere almeno su chi ha l'autorità per enunciare i dogmi. Altrimenti si arriva al paradosso per cui chi mette in dubbio il dogma o l'autorità che lo emette può essere censurato, e allora il dogma non è vero :-)
Il fatto che l'autore tradotto se ne infischi del suo titolo in turco, in norvegese, tedesco o italiano NON è irrilevante, perché significa semplicemente che, come succede nella maggior parte dei casi, ha delegato ad altri la questione (in genere con tanto di contratto scritto), anche perché in genere non ne ha le competenze linguistiche.
Mi sembra che qui si oscilli fra parlare del nulla (la conclusione "a volte è giusto cambiare i titoli, a volte no" è lapalissiana: tanto vale cancellare l'intero thread e sostituirlo con un "dipende") oppure viceversa scantonare sui massimi sistemi.
:-) - Yogasadhaka | Mar 30, 2008 Report abuse
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@Yogasadhaka: credo bene che io e te non andiamo mai d'accordo in merito alle traduzioni... tu cambi il senso anche delle frasi in italiano! :-P
Mai concordato sul fatto che a volte sia giusto cambiare i titoli, non lo è mai. A volte è necessario cambiarli, e non è affatto la stessa cosa. - CMT | Mar 30, 2008 Report abuse
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Le parole sono ambigue e hanno sensi sfumati. Se vengono interpretate esclusivamente in senso restrittivo, alla ricerca del giusto, dell'ingiusto, del male assoluto e del bene assoluto, è ovvio che non ci capiremo mai. E infatti i fondamentalisti si accapigliano proprio su questo.
Ho fatto una sintesi ironica, oltretutto di diverse opinioni e non solo della tua. Con questo non intendevo dire che "il giudice della perfezione editoriale ha emesso il seguente verdetto...". Giudice che peraltro non esiste. :-)
In ogni caso esiste un fraintendimento di fondo in quest'ultima parte della discussione: se qualcuno si esprime contro "gli assoluti", per qualche motivo questo viene interpretato come un attacco ideologico. Invece è semplicemente una diversa visione.
In realtà posso concordare pienamente che:
1. L'autore ha la paternità dell'opera e il diritto a dire l'ultima parola al riguardo;
2. Non è "giusto" cambiare i titoli ma talvolta è necessario.Anche perché secondo me i due punti restano abbastanza lapalissiani. :-)
Quello che ho aggiunto io è che nella pratica la maggior parte degli autori delega molto tranquillamente questo aspetto all'editore, in particolare nel caso delle traduzioni, anche perché in genere gli autori non hanno la competenza linguistica per giudicare le traduzioni della loro opera, anche in lingue molto comuni come turco, norvegese o italiano.
(e quest'ultimo argomento, come ripeto, secondo me taglia la testa al toro, anche perché facilmente verificabile -- e infatti su questo nessuno ha controargomentato)
Se quest'ultimo argomento viene preso nuovamente come una presa di posizione ideologica, è ovvio che la discussione si riavviterà di nuovo. In realtà è una semplice testimonianza di quel che avviene. Non significa che lo consideri "giusto" o "ingiusto".
- Yogasadhaka | Mar 30, 2008 Report abuse
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io credo semplicemente che il problema della traduzione del titolo sia in evoluzione, come i titoli dei film appunto. In passato, molto pochi studiavano lingue straniere e la cultura nazionale era più chiusa, questo implicava che un libro per essere venduto su suolo nazionale doveva rientrare nei canoni della nostra cultura, per attirare la nostra attenzione e riuscire ad essere venduto, Perciò i titoli venivano tutti cambiati e spesso di molto. Ora invece l'inglese è molto conoscito e fa parte della nostra cultura, cultura ormai molto più aperta e che abbiamo in comune con America,Europa, Australia ecc..Ormai si parla in termini di globale spesso, invece che di nazionale, Questo permette ai film spesso di uscire nelle sale con i loro titoli originali, e spero lo stesso accdsrà per i libri.
- Santippe82weirde | Mar 30, 2008 Report abuse
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Ciao a tutti! Sono "nuova"!
Io credo che la questione dei titoli sia un po' delicata nel senso che è difficile capire, per un traduttore, quanto in là si può spingere con l'interpretazione personale. Questo vale per qualsiasi cosa ma, in particolare, proprio con i titoli dei libri o dei film perché sono una sorta di "vetrina" per chi deve scegliere se leggere o meno un determinato libro e se vedere o meno un determinato film. Alcune traduzioni, seppur libere, sono eccezionali. Altre, a mio avviso, sono pietose, per il semplice fatto che oscurano il fascino (e a volte il senso stesso del libro) del titolo originale oppure risultano fuorvianti per il pubblico. Un paio di esempi possono essere "The Importance of Being Earnest" di Oscar Wilde che nella maggior parte delle edizioni è stato tradotto con "L'importanza di chiamarsi Ernesto". Ma, chi di voi l'ha letto concorderà con me, questo titolo oscura completamente il senso del libro che è basato sul "misunderstanding" tra Earnest come nome proprio e Earnest come aggettivo che sta per "sicero, franco". Per mantenere questo rapporto avrei piuttosto scelto il termine "Franco" che, in italiano, può essere un nome proprio di persona e anche un aggettivo (mantenedo, in tal modo, il significato che l'autore gli aveva dato).
Un esempio applicabile al cinema può essere a mio avviso il Film "Se mi lasci ti cancello". Onestamente questo film non mi attirava per niente, dal nome sembrava essere una di quele scadenti commediole americane senza senso.Poi un amico mi ha convinto a vederlo e il mio giudizio è stato positivo. Il titolo originale del film è "Eternal Sunshine of a Spotless Mind". Come si fa a cambiare il titolo in questo modo???? Mah! Il titolo originale è sicuramente più vicino al significato del film... - michela | May 3, 2008 Report abuse
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Vediamo se riesco a ricapitolare la mia posizione in breve, così forse è più chiara anche a Yogasadhaka.
- Se un titolo è intraducibile, si può cambiare, a patto che il cambiamento sia il più vicino possibile al titolo originale
- Se un titolo è traducibile, è eticamente corretto tradurlo senza modificarlola domanda era: E' giusto che le case editrici cambino il titolo?
Giusto per me vuol dire *eticamente accettabile*, che è il significato ultimo della parola giusto.Allora, la risposta è: se non ne possono fare a meno, che colpa vogliamo fargliene, poveracci? Se invece il titolo si poteva tradurre pari pari e loro non lo fanno, eticamente parlando sbagliano.
POI, se uno vuole fare tutte le considerazioni di realpolitik di questo mondo, se vuole parlare di ragion di Stato, di soldi, di lucro, di vendite, di mercato, di capitalismo, e via discorrendo, quella è un'altra faccenda che non c'entra nulla con il concetto di giusto o sbagliato. Quelle sono questioni che per loro natura trascendono l'etica e sono squisitamente materialistiche - e qui non rispondono affatto alla domanda che era invece in chiave totalmente etica e idealistica.
- Maximus Kuseikos | May 4, 2008 Report abuse
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Allora, la risposta è: se non ne possono fare a meno, che colpa vogliamo fargliene, poveracci? Se invece il titolo si poteva tradurre pari pari e loro non lo fanno, eticamente parlando sbagliano.
Sì infatti, quello che dicevo anche io.
Aggiungerei, al limite, i casi in cui il titolo in effetti si potrebbe tradurre così com'è ma facendolo lo si snaturerebbe. - CMT | May 4, 2008 Report abuse
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Maximus, grazie per la citazione. Parte dei problemi di comunicazione fra noi dipendono dal fatto che partiamo da visioni filosofiche del mondo molto diverse.
Ad esempio, io non credo che esistano un bene e un male facilmente identificabili e in lotta fra loro, in questo confortato da varie correnti della filosofia indiana, vedica, taoista e buddista.
Al contrario, mi sembra, tu ritieni che esistano il bene e il male, il gusto e lo sbagliato in senso morale, confortato da visioni filosofiche altrettanto importanti delle mie.
Questo comporta il fatto che noi a volte a volte diamo significati molto diversi alla stessa parola: per te "giusto" dal punto di vista morale; per me "giusto" dal punto di vista tecnico (con questo non dico che tu hai ragione e io torto o viceversa: mi limito a segnalare il fatto, scusandomi se sto semplificando un po' grossolanamente).
Posso quindi condividere, uscendo per un attimo dalla mia personale visione del mondo, l'impostazione di quanto enunciato adesso da te e CMT. Diciamo che, dal punto di vista del giusto e dell'ingiusto, avete ragione voi.
Però, a parte i vari casi di realpolitik già esaminati, resta inevaso quello che secondo me è un dettaglio importante: l'ambiguità delle parole.
Oltre ai casi chiari e facilmente determinabili, esistono migliaia di casi grigi in cui la "giusta" traduzione, la "giusta" gradazione di fedeltà è estremamente opinabile. Soprattutto dal punto di vista "morale", mi sembra.
- Yogasadhaka | May 4, 2008 Report abuse
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Però, a parte i vari casi di realpolitik già esaminati, resta inevaso quello che secondo me è un dettaglio importante: l'ambiguità delle parole.
È esattamente quello di cui parlavo nel post immediatamente precedente al tuo.
- CMT | May 4, 2008 Report abuse
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CMT, forse non ho capito bene, ma, se ti riferisci al tuo post del 3 maggio, non sono sicuro che intendiamo la stessa cosa.
Dicendo che il problema dell'ambiguità delle parole resta inevaso intendo dire che non mi sembra sia stata data risposta al problema delle possibili e innumerevoli interpretazioni del significato del titolo.
Quel che intendo è: le parole hanno sempre molteplici significati possibili, è quindi molto frequente che ci possa essere una grande variabilità di opinioni su quella che può essere la "giusta" traduzione del titolo, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista "morale", anche cercando la massima fedeltà.
- Yogasadhaka | May 5, 2008 Report abuse
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Che, ripeto, è esattamente la stessa cosa che ho detto io.
Se un titolo si presta a più significati, traducendolo con un significato univoco, anche se la traduzione è di per sé corretta, lo stai snaturando.
Questo ovviamente se la molteplicità di significati è parte del titolo e non puramente accidentale. Se scrivo un trattato di botanica che si chiama "La coltivazione del riso" intendo proprio il riso in quanto pianta, senza doppi sensi, e se me lo traducono "rice" non stanno snaturando niente, è la traduzione corretta. - CMT | May 5, 2008 Report abuse
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premessa: nn l'ho letto. so che harry potter e la pietra filosofale, in francese diventa Harry potter et l'école des sorciers... harry potter alla scuola dei maghi.... beh!
- Elena Radcliffe91 | May 6, 2008 Report abuse
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Non capisco che bisogno ci sia nel modificare un titolo originale quando quello iniziale sta bene per quello che è!!! E' inutile modificarlo o menzionarne una traduzione plausibile o affine... è nato con quel titolo, che certamente non era proprio il primo abbozzo...ha piu' significato quello che uno modificato.
Citiamo "Il bacio di Mezzanotte" della Harrison...cosa mi azzecca?????
- Silent Rose (NeviA) | Feb 8, 2009 Report abuse
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Ho letto "Catcher in the rye" da adolescente in RUMENO e non mi spiego come hanno fatto loro a tradurre il titolo trovando una via di mezzo tra l'arbitrario stravolgimento di senso e la sterile traduzione letterale... Certamente non riuscirò mai a rendere l'idea di quanto potesse suonare dolce e poetico in rumeno ma azzarderei una mia traduzione in italiano dal rumeno: "Di veglia (oppure) vigilare nel campo di segale" - che preserva comunque il riferimento che il titolo originale fa al sogno di Holden e soprattuto alla apprensione e al terrore del giovane riguardo ad un suo eventuale fallimento come eroe/adulto...
- Pasivarvara | Apr 28, 2009 Report abuse
