Ho trovato quest’ultimo libro di Dan Brown interessante e sotto diversi aspetti degno di nota. Il genere devo dire non è tra quelli che mi appassionano maggiormente, non più oramai. Quindici o venti anni fa le cose sarebbero state differenti e l’intrigo, il ritmo e i repentini colpi di scena mi avre
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Ho trovato quest’ultimo libro di Dan Brown interessante e sotto diversi aspetti degno di nota. Il genere devo dire non è tra quelli che mi appassionano maggiormente, non più oramai. Quindici o venti anni fa le cose sarebbero state differenti e l’intrigo, il ritmo e i repentini colpi di scena mi avrebbero acceso molto più di oggi che tendo a non sorvolare su alcuni aspetti seppur probabilmente non fondamentali. Inferno si inserisce con decisione tra le opere dello scrittore americano e a mio parere è migliore del suo lavoro precedente Il simbolo perduto. La parte che fa da contorno a tutta la vicenda, ossia le lezioni di storia dell’arte che Robert Langdon ed alcuni degli altri protagonisti tengono al lettore, è senza dubbio quella da me preferita: fermarsi ad ogni accenno artistico-letterario per individuare un luogo o un’immagine su internet, di sicuro rallenta la lettura, ma certamente fornisce nozioni che rendono la vicenda perfino più appassionante di quanto non lo fosse già prima.
Oltretutto, leggendo alcuni commenti di altri lettori, pare che la ricerca intrapresa dall’autore abbia dato frutti decisamente migliori rispetto ad altri libri precedenti che contenevano richiami forse meno precisi di questo. In ogni caso lo schema è quello che ci si poteva attendere fin dall’inizio e che segue la falsariga dei lavori precedenti, vale a dire mistero, inseguimenti, enigmi, associazioni segrete, buoni e cattivi che non hanno una collocazione stabile all’interno del racconto, colpi di scena e salvataggi dell’ultimo secondo. John Grisham afferma di non fare letteratura, bensì intrattenimento, togliendosi dal dibattito fin troppo serio sul ruolo della letteratura americana moderna. Certamente autori come Steinbeck, Faulkner, Kerouac, ma anche DeLillo, Roth e Foster Wallace tanto per citarne alcuni, fanno un lavoro diverso dagli scrittori tipo Dan Brown, John Grisham e anche Stephen King se vogliamo dirla tutta. Non ci sono problemi e non è necessario fare classifiche o distinzioni: è importante però definire almeno le macro categorie di appartenenza e Dan Brown scrive libri di intrattenimento molto belli. Quest’ultimo poi, a differenza sempre di quanto si era trovato ne Il simbolo perduto, sembra anche più lineare, più approfondito, meno tirato via, più realistico diciamo. Se nel passato avevamo avuto a che fare con dubbi personaggi i quali, freschi di mano amputate, nel giro di ventiquattro o quarantotto ore riprendevano a correre e saltare come e più di prima, questa volta le cose sono più serene e veritiere. In realtà la primissima impressione era di segno piuttosto contrario come illustrano alcune situazioni: l’intervento di soccorso su ferite da arma da fuoco rende obbligatorio la segnalazione alle forze dell’ordine, mentre qui il buon professore non solo viene ricoverato senza sorveglianza, ma è proprio l’assenza di sorveglianza che consente alla donna killer di entrare nell’ospedale e colpire indisturbata. Il classico del killer professionista che si lascia seminare dal ferito, oltretutto sedato, che fugge in camice ospedaliero mentre il famigerato killer professionista perde il controllo sparando a destra e a manca come una recluta presa dal panico. La squadra specializzata nelle emergenze, che interviene solo quando il killer professionista ha fallito la missione, che colleziona a sua volta un fallimento dopo l’altro facendosi fregare ogni volta subito dopo che il caposquadra annuncia al superiore l’imminente soluzione della questione, ecc. ecc. Il libro si presenta al lettore curioso sostanzialmente in questo modo. Può essere che alcune situazioni non vengano considerate importanti dall’autore perché il succo della vicenda sta in altro oppure può essere che, visto il successo tributato dal pubblico, non siano importanti in senso assoluto. Comunque stiano le cose, nei libri precedenti e specie nell’ultimo, di queste situazioni non proprio realistiche ne erano presenti diverse. Invece devo dire che questa volta c’è una certa differenza: nella seconda parte del libro emergono aspetti che riescono a sbrogliare quella matassa di incoerenze iniziali e a rendere il tutto più credibile in senso assoluto, riportando l’attenzione del lettore più esigente sulla vicenda e sull’enigma di fondo. Dal punto di vista dell’azione non si sta mai fermi un solo secondo; l’intero romanzo è pieno di fughe, inseguimenti e spionaggi vari che assieme alla caratteristica scrittura con capitoli piuttosto brevi, garantiscono un bel ritmo di lettura. Solamente verso la fine il livello si abbassa molto, fin troppo direi; un finale a mio parere non fenomenale che trascina con sé i resto del romanzo portandolo ad un livello comunque accettabile, ma non eccelso. Ovviamente rimanendo nell’ambito del genere trattato. Tempo di lettura: 12h 14m http://ferdori.wordpress.com
Il guardiano del frutteto è il primo lavoro del romanziere Cormac McCarthy.
Pubblicata nel 1965 quest’opera delinea fin da subito quelle che saranno le caratteristiche principali dell’autore americano:
una scrittura affascinante anche se non propriamente scorrevole, il racconto di un mondo povero
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Il guardiano del frutteto è il primo lavoro del romanziere Cormac McCarthy.
Pubblicata nel 1965 quest’opera delinea fin da subito quelle che saranno le caratteristiche principali dell’autore americano:
una scrittura affascinante anche se non propriamente scorrevole, il racconto di un mondo povero in cui gli uomini vivono di espedienti, personaggi crudi e sostanziali ai quali difficilmente il lettore riesce ad affezionarsi, pochi scrupoli e poche smancerie, ma tuttavia un senso di dignità sempre presente.
Il romanzo è ambientato nei primi anni trenta in piena depressione e le persone tirano a sbarcare il lunario facendo quel poco che possa consentire loro di portare a termine giornate nate senza prospettiva.
C’è il trasportatore clandestino di whisky, c’è il bar pieno di uomini annoiati, c’è la natura difficile non solamente per le condizioni climatiche, c’è il vecchio solitario con il suo segugio ormai altrettanto vecchio.
C’è sostanzialmente un clima che potrebbe essere rappresentato con tonalità minori, con immagini in bianco e nero e con una colonna sonora strumentale lenta e malinconica.
Alcune caratteristiche che torneranno nei lavori successivi di McCarthy sono già presenti in questo primo libro: il rapporto tra l’adulto e il ragazzo che sarà il fondamento de La strada, il complicato vivere di espedienti ben raffigurato in Suttree, la crudeltà apparentemente inutile che esploderà ne Non è un paese per vecchi.
McCarthy racconta di persone in difficoltà, persone che vivono ai margini della legge, bordeline.
Persone però che nonostante tutto conservano e mantengono una propria dignità.
Sono quasi esclusivamente uomini a volte accompagnati da qualche ragazzo che forzatamente deve diventare adulto molto in fretta.
Ambienti complicati, futuro senza speranza, vita vissuta giorno per giorno.
C’è una caratteristica che interviene a questo punto: con molti altri autori un tale contesto così complicato ed estremo porterebbe ad una naturale empatia del lettore per i personaggi.
Nel caso di McCarthy questo non capita: sarà la crudezza di alcune vicende, sarà l’impossibilità per il lettore di definire buoni e cattivi, saranno forse altri fattori, comunque è chiaro che un certo distacco rimane.
E’ difficile schierarsi perché i protagonisti hanno sempre quella doppia realtà di vittime e colpevoli; vittime in qualche modo del sistema e nello stesso momento colpevoli per le azioni e i comportamenti che mettono in pratica.
Una realtà letteraria complicata che proprio per questo risulta affine alla realtà vera e dunque più intrigante della vicenda fine a se stessa.
Cormac McCarthy è a mio parere un po’ lo Steinbeck contemporaneo.
Un bel libro questo! Due donne, due storie differenti, ma con atmosfere e sensazioni comuni.
Else e Maria hanno avuto esperienze e vite che solo apparentemente possono sembrare legate, ma comunque non è questa la cosa importante.
Ciò che Anna Marchesini trasmette in questo suo Di mercoledì sono gl
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Un bel libro questo! Due donne, due storie differenti, ma con atmosfere e sensazioni comuni.
Else e Maria hanno avuto esperienze e vite che solo apparentemente possono sembrare legate, ma comunque non è questa la cosa importante.
Ciò che Anna Marchesini trasmette in questo suo Di mercoledì sono gli stati d’animo delle persone.
Un’opera riuscita che consente al lettore di entrare nella mente delle protagoniste e dunque crea quella empatia necessaria per gustare una lettura e ricavarne qualcosa.
La Marchesini si sofferma sulla parte interiore delle sue protagoniste, i fatti e gli avvenimenti fanno quasi da contorno al racconto principale.
Non è importante cosa succede, ma è importante cosa sentono dentro di sé non solo Else e Maria, ma anche tutti gli altri personaggi.
“Non è l’essere reale che amiamo a renderci felici, bensì lo stato di grazia e di potenza in cui l’amore ci innalza che è ripetibile perché attiene alla capacità di amare; è un attributo dell’amore e non della persona amata, perciò torna ad essere una nostra facoltà, sarà di nuovo nelle nostre mani quando la persona in cui la vedevamo espressa se ne sarà andata. È impossibile pensarlo quando si è innamorati e si fa coincidere l’amore con il suo oggetto.”
Molto bella la parte finale che dà più l’idea di una scrittura cinematografica con quel senso di crescendo che deve rimanere nella mente dello spettatore, qui lettore, al termine dello spettacolo.
Paradossalmente l’aspetto che meno mi ha soddisfatto è stato proprio quello della tecnica di scrittura: a tratti troppo ricercata e sofisticata, spesso alla ricerca di metafore, similitudini ed immagini mentali per rafforzare concetti già espressi.
Un modo di scrivere anche troppo estetico per una storia di per sé già forte.
Tra le mie letture é già il secondo romanzo in pochi giorni (Il catino di zinco – Margaret Mazzantini) con caratteristiche di scrittura simili che poco mi piacciono.
"Il mondo ti fa schifo? Cambialo!" "Conoscere è iniziare a cambiare!" "Solo chi conosce queste storie può difendersi da queste storie." Da sempre la generalizzazione fornisce copertura a chi evita le responsabilità. La frase "sono tutti uguali" favorisce il furbo a discapito dell'onesto e solo una
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"Il mondo ti fa schifo? Cambialo!" "Conoscere è iniziare a cambiare!" "Solo chi conosce queste storie può difendersi da queste storie." Da sempre la generalizzazione fornisce copertura a chi evita le responsabilità. La frase "sono tutti uguali" favorisce il furbo a discapito dell'onesto e solo una conoscenza almeno di base consentirebbe di fare le opportune distinzioni. Un'analisi anche non troppo approfondita permette sempre e comunque di evidenziare differenze tra le varie parti, siano esse politiche, sociali o altro. Ancora: la conoscenza rende consapevoli le persone dei rischi e delle opportunità che una determinata situazione può offrire. E' affare di questi giorni, ad esempio, l'elezione del Presidente della Repubblica e il dire che i politici sono tutti uguali è la cosa più sbagliata del mondo. Basterebbe un'analisi anche superficiale delle varie situazioni per rendersi conto che le posizioni in campo erano almeno sei o sette e che la decisione finale che di solito avviene attraverso compromessi che soddisfano solo una parte, è stata anche questa volta la regola utilizzata. Ma non tutti sono stati d'accordo con la decisione presa e mettere tutti sullo stesso livello non ha senso ed è controproducente se le cose non ci stanno bene. Infatti generalizzare ha un solo effetto: quello di rendere difficile l'assegnazione delle responsabilità a chi le ha effettivamente. Roberto Saviano nella parte finale di questo Zero zero zero dice esattamente la stessa cosa. E' necessario prendere coscienza di quella che è la realtà, anche e soprattutto quando è scomoda, quando in qualche modo ci coinvolge direttamente oppure ci sfiora. Se il mondo ci fa schifo il primo passo è conoscere bene le cose che lo rendono così schifoso, capirle e parlarne. Parlarne in casa, con gli amici, al bar, parlarne con tutti, il più possibile. Forse non saremo in grado di cambiare le cose oggi, ma l'abitudine e la dimestichezza con certi argomenti, certamente li rende meno paurosi, meno misteriosi e dunque più gestibili. Basti pensare a pochi decenni fa quando anche solamente mostrare le diversità era considerato un tabù. Quante persone hanno passato la propria vita chiusi in casa per la paura di mostrarsi e per i timore di alimentare le chiacchiere della gente. Per quale motivo poi? Oggi per fortuna in molti ambienti le cose sono cambiate e il maggior merito è da attribuire a coloro i quali se ne sono fregati di quelle chiacchiere e hanno cercato di vivere una vita normale nonostante le difficoltà vere e ignorando quelle costruite dalla mentalità della gente. L'abitudine alle situazioni fa cambiare la mentalità delle persone. Il soggetto di questo libro è la cocaina e nella sua introduzione Saviano dice chiaramente che ognuno di noi nel suo piccolo ha qualche contatto con questo mondo; chi si vuole chiamare fuori, chi si sente puro, chi crede di non avere nulla a che vedere con questo mondo semplicemente perché non ne fa uso, ebbene è in torto perché i numeri e le ricerche dimostrano che la cosa è molto più diffusa di quanto si sia disposti a credere. Una via di mezzo tra inchiesta e documentario, Zero zero zero è un libro che a me ha molto ricordato Gomorra per come è costruito e strutturato. Certamente sono passati anni e molto cose sono cambiate da quando uscì quel primo lavoro di Saviano, lo si vede dalle numerose parentesi all'interno delle quali l'autore mette del suo parlando della propria condizione di vita. Tuttavia il racconto lascia ancora sgomenti per le cose che dice, per i nomi che indica e per la forza del testo che non lascia scampo al lettore. Quella famosa macchina del fango tanto richiamata in alcune trasmissioni televisive è proprio ciò che può minare il concreto di questo libro. Caro lettore che anche in base a queste poche righe deciderai se Zero zero zero di Roberto Saviano valga la pena di essere preso in considerazione per le tue prossime letture, sappi una cosa: puoi considerare l'autore una vittima o un profittatore, un talento o un opportunista, un eroe o un infame, ma non puoi pensare che la cocaina non sia affar tuo. Come si accennava più sopra riguardo all'introduzione del primo capitolo, la cosa è molto chiara: la cocaina è già affare tuo. Qualunque siano le tua attività, le tue passioni, il tuo stile di vita; qualunque posto tu abiti o frequenti, c'è qualcuno che ha a che fare con te, o con le cose che tu maneggi, che fa uso di cocaina. Da qui non si scappa: lo dicono le analisi delle acque di scarico delle città, lo dicono i sequestri della polizia, lo dicono le indagini, lo indica tutta una serie di prove provate. Dunque sarebbe necessario conoscere. Dal punto di vista umano, forte risalta in alcuni momenti la malinconia di un uomo: “Non mi sono mai mosso da Napoli. Non solo con il pensiero, ma sopportando l’odio che mi viene versato di continuo, anche accogliendo le braccia che mi stringono per darmi coraggio. Sono sempre lì....Sino a che qualcuno o qualcosa mi uccide." La macchina del fango è il primo metodo per isolare qualcuno e poi compiere azioni ulteriori. La semplice conoscenza delle cose è il primo passo per combatterle. Per questo Saviano va letto anche se non ci è simpatico, perché lavora per tutti noi. Tempo di lettura: 10h 05m
Il catino di zinco è la storia di una famiglia; più propriamente è la storia della signora Antenora, nonna dell'autrice Margaret Mazzantini e figura fondamentale nella sua vita.
E' questo il primo romanzo della Mazzantini e racconta le vicende di una donna certamente di stampo e carattere non comun
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Il catino di zinco è la storia di una famiglia; più propriamente è la storia della signora Antenora, nonna dell'autrice Margaret Mazzantini e figura fondamentale nella sua vita.
E' questo il primo romanzo della Mazzantini e racconta le vicende di una donna certamente di stampo e carattere non comune che attraversa una grande quantità di situazioni diverse nell'arco di una vita vissuta fra tragedie famigliari, carenze sanitarie, costumi ormai antiquati, povertà, miseria, fascismo, luoghi comuni e molto altro ancora.
Il catino di zinco, inteso come oggetto vero e proprio, rappresenta una sorta di macchina del tempo.
Sempre presente nella casa di famiglia, è un elemento che potrebbe tranquillamente assumere in questo romanzo il ruolo di narratore.
Il forte e roccioso carattere della signora viene qui presentato nella sua completezza, sia per quanto riguarda le caratteristiche presenti fin dalla nascita, sia per quegli aspetti formatisi in base alle esperienze vissute.
E' un po' anche un pretesto per raccontare un'Italia così particolare e così lontana dai tempi odierni.
Un'Italia migliore nella quale, secondo alcuni, si dava più importanza alle cose essenziali e meno all'apparire, ma allo stesso tempo, secondo altri, un'Italia peggiore che opprimeva chi non si adeguava chinando la testa e un'Italia dove ciò che poteva pensare "la gente" era tenuto in considerazione quasi più dei bisogni delle persone.
Un'Italia in sostanza dove la vita sembrava più semplice e migliore anche perché le magagne e le differenze venivano tenute nascoste.
Comunque la si voglia pensare, il romanzo della Mazzantini è un viaggio di questo tipo.
Interessante e coinvolgente, trova nella scrittura il suo punto negativo.
Ben inteso: trattasi di parere personalissimo e non di un giudizio che non mi ritengo in grado di dare.
E' solo che il tipo di scrittura utilizzato dalla Mazzantini e il linguaggio da lei fatto parlare ai personaggi è fin troppo sofisticato, fin troppo per così dire elegante.
Questo libro potrebbe essere utilizzato come base di riferimento per la grande discussione che vede da un lato gli amanti dello stile anche a discapito della trama, e dall'altra gli appassionati di storie che magari non fanno neppure caso al tipo di linguaggio che incontrano a patto che sia abbastanza scorrevole.
Da un lato chi afferma che più o meno tutte le storie sono già state scritte e dunque la differenza tra un'opera e l'altra la fa la scrittura, dall'altro lato chi pensa che una storia abbastanza forte si sostiene da sola pure in presenza di una scrittura fiacca se non addirittura scorretta.
Probabilmente sono vere entrambe le cose e ciascun sostenitore potrebbe elencare diversi titoli a favore della propria tesi.
Semmai la vera discussione andrebbe fatta sui titoli cosiddetti normali che rientrano nella media sia delle storie che della scrittura...
Comunque la si pensi, la mia preferenza va ad una scrittura più lineare, più terra-terra, senza la ricerca di termini fin troppo sofisticati, se vogliamo una scrittura meno colta.
Ho avuto le stesse sensazioni che provo quando ordino del vino al ristorante: l'usanza dell'assaggio del vino mi sembra ogni volta fuori luogo, un'inutile cerimonia che lascia il tempo che trova e che dopo le spiegazioni degli esperti e degli appassionati mi porta a fare altre domande forse paradossali che però non trovano risposta: chiarite le motivazioni che portano all'assaggio del vino e alla sua accettazione, mi viene da dire che le stesse motivazioni possono in linea di principio essere applicate se non a tutti gli alimenti, almeno a quelli più importanti. Al lato pratico se arriva una bistecca immangiabile la si respinge, così come accade con il vino. E qui non voglio che venga abolito l'assaggio del vino, ma semplicemente mi chiedo se una cosa vale per il vino, perché deve valere solo per vino? Come mai il cameriere fa assaggiare il vino prima di servirlo a tutti e non fa la stessa cosa con un risotto o con un piatto di tagliatelle?
Ovviamente l'ho messa sulla battuta e sullo scherzo, però la scrittura della Mazzantini, così ricercata in alcuni termini e a momenti così talmente colta da essere quasi fuori posto, un qualcosa di quella sensazione di disagio che provo all'assaggio del vino me lo ha ricordato.
Detto questo leggetevi questo libro e dite la vostra, il mio parere l'ho appena espresso.
Inferno
Ho trovato quest’ultimo libro di Dan Brown interessante e sotto diversi aspetti degno di nota.continue)
Il genere devo dire non è tra quelli che mi appassionano maggiormente, non più oramai. Quindici o venti anni fa le cose sarebbero state differenti e l’intrigo, il ritmo e i repentini colpi di scena mi avre ... (
Ho trovato quest’ultimo libro di Dan Brown interessante e sotto diversi aspetti degno di nota.
Il genere devo dire non è tra quelli che mi appassionano maggiormente, non più oramai. Quindici o venti anni fa le cose sarebbero state differenti e l’intrigo, il ritmo e i repentini colpi di scena mi avrebbero acceso molto più di oggi che tendo a non sorvolare su alcuni aspetti seppur probabilmente non fondamentali.
Inferno si inserisce con decisione tra le opere dello scrittore americano e a mio parere è migliore del suo lavoro precedente Il simbolo perduto.
La parte che fa da contorno a tutta la vicenda, ossia le lezioni di storia dell’arte che Robert Langdon ed alcuni degli altri protagonisti tengono al lettore, è senza dubbio quella da me preferita: fermarsi ad ogni accenno artistico-letterario per individuare un luogo o un’immagine su internet, di sicuro rallenta la lettura, ma certamente fornisce nozioni che rendono la vicenda perfino più appassionante di quanto non lo fosse già prima.
Oltretutto, leggendo alcuni commenti di altri lettori, pare che la ricerca intrapresa dall’autore abbia dato frutti decisamente migliori rispetto ad altri libri precedenti che contenevano richiami forse meno precisi di questo.
In ogni caso lo schema è quello che ci si poteva attendere fin dall’inizio e che segue la falsariga dei lavori precedenti, vale a dire mistero, inseguimenti, enigmi, associazioni segrete, buoni e cattivi che non hanno una collocazione stabile all’interno del racconto, colpi di scena e salvataggi dell’ultimo secondo.
John Grisham afferma di non fare letteratura, bensì intrattenimento, togliendosi dal dibattito fin troppo serio sul ruolo della letteratura americana moderna.
Certamente autori come Steinbeck, Faulkner, Kerouac, ma anche DeLillo, Roth e Foster Wallace tanto per citarne alcuni, fanno un lavoro diverso dagli scrittori tipo Dan Brown, John Grisham e anche Stephen King se vogliamo dirla tutta.
Non ci sono problemi e non è necessario fare classifiche o distinzioni: è importante però definire almeno le macro categorie di appartenenza e Dan Brown scrive libri di intrattenimento molto belli.
Quest’ultimo poi, a differenza sempre di quanto si era trovato ne Il simbolo perduto, sembra anche più lineare, più approfondito, meno tirato via, più realistico diciamo.
Se nel passato avevamo avuto a che fare con dubbi personaggi i quali, freschi di mano amputate, nel giro di ventiquattro o quarantotto ore riprendevano a correre e saltare come e più di prima, questa volta le cose sono più serene e veritiere.
In realtà la primissima impressione era di segno piuttosto contrario come illustrano alcune situazioni: l’intervento di soccorso su ferite da arma da fuoco rende obbligatorio la segnalazione alle forze dell’ordine, mentre qui il buon professore non solo viene ricoverato senza sorveglianza, ma è proprio l’assenza di sorveglianza che consente alla donna killer di entrare nell’ospedale e colpire indisturbata.
Il classico del killer professionista che si lascia seminare dal ferito, oltretutto sedato, che fugge in camice ospedaliero mentre il famigerato killer professionista perde il controllo sparando a destra e a manca come una recluta presa dal panico.
La squadra specializzata nelle emergenze, che interviene solo quando il killer professionista ha fallito la missione, che colleziona a sua volta un fallimento dopo l’altro facendosi fregare ogni volta subito dopo che il caposquadra annuncia al superiore l’imminente soluzione della questione, ecc. ecc.
Il libro si presenta al lettore curioso sostanzialmente in questo modo.
Può essere che alcune situazioni non vengano considerate importanti dall’autore perché il succo della vicenda sta in altro oppure può essere che, visto il successo tributato dal pubblico, non siano importanti in senso assoluto.
Comunque stiano le cose, nei libri precedenti e specie nell’ultimo, di queste situazioni non proprio realistiche ne erano presenti diverse.
Invece devo dire che questa volta c’è una certa differenza: nella seconda parte del libro emergono aspetti che riescono a sbrogliare quella matassa di incoerenze iniziali e a rendere il tutto più credibile in senso assoluto, riportando l’attenzione del lettore più esigente sulla vicenda e sull’enigma di fondo.
Dal punto di vista dell’azione non si sta mai fermi un solo secondo; l’intero romanzo è pieno di fughe, inseguimenti e spionaggi vari che assieme alla caratteristica scrittura con capitoli piuttosto brevi, garantiscono un bel ritmo di lettura.
Solamente verso la fine il livello si abbassa molto, fin troppo direi; un finale a mio parere non fenomenale che trascina con sé i resto del romanzo portandolo ad un livello comunque accettabile, ma non eccelso.
Ovviamente rimanendo nell’ambito del genere trattato.
Tempo di lettura: 12h 14m
http://ferdori.wordpress.com
Il guardiano del frutteto
Il guardiano del frutteto è il primo lavoro del romanziere Cormac McCarthy.
Pubblicata nel 1965 quest’opera delinea fin da subito quelle che saranno le caratteristiche principali dell’autore americano:
una scrittura affascinante anche se non propriamente scorrevole, il racconto di un mondo povero ... (continue)
Il guardiano del frutteto è il primo lavoro del romanziere Cormac McCarthy.
Pubblicata nel 1965 quest’opera delinea fin da subito quelle che saranno le caratteristiche principali dell’autore americano:
una scrittura affascinante anche se non propriamente scorrevole, il racconto di un mondo povero in cui gli uomini vivono di espedienti, personaggi crudi e sostanziali ai quali difficilmente il lettore riesce ad affezionarsi, pochi scrupoli e poche smancerie, ma tuttavia un senso di dignità sempre presente.
Il romanzo è ambientato nei primi anni trenta in piena depressione e le persone tirano a sbarcare il lunario facendo quel poco che possa consentire loro di portare a termine giornate nate senza prospettiva.
C’è il trasportatore clandestino di whisky, c’è il bar pieno di uomini annoiati, c’è la natura difficile non solamente per le condizioni climatiche, c’è il vecchio solitario con il suo segugio ormai altrettanto vecchio.
C’è sostanzialmente un clima che potrebbe essere rappresentato con tonalità minori, con immagini in bianco e nero e con una colonna sonora strumentale lenta e malinconica.
Alcune caratteristiche che torneranno nei lavori successivi di McCarthy sono già presenti in questo primo libro: il rapporto tra l’adulto e il ragazzo che sarà il fondamento de La strada, il complicato vivere di espedienti ben raffigurato in Suttree, la crudeltà apparentemente inutile che esploderà ne Non è un paese per vecchi.
McCarthy racconta di persone in difficoltà, persone che vivono ai margini della legge, bordeline.
Persone però che nonostante tutto conservano e mantengono una propria dignità.
Sono quasi esclusivamente uomini a volte accompagnati da qualche ragazzo che forzatamente deve diventare adulto molto in fretta.
Ambienti complicati, futuro senza speranza, vita vissuta giorno per giorno.
C’è una caratteristica che interviene a questo punto: con molti altri autori un tale contesto così complicato ed estremo porterebbe ad una naturale empatia del lettore per i personaggi.
Nel caso di McCarthy questo non capita: sarà la crudezza di alcune vicende, sarà l’impossibilità per il lettore di definire buoni e cattivi, saranno forse altri fattori, comunque è chiaro che un certo distacco rimane.
E’ difficile schierarsi perché i protagonisti hanno sempre quella doppia realtà di vittime e colpevoli; vittime in qualche modo del sistema e nello stesso momento colpevoli per le azioni e i comportamenti che mettono in pratica.
Una realtà letteraria complicata che proprio per questo risulta affine alla realtà vera e dunque più intrigante della vicenda fine a se stessa.
Cormac McCarthy è a mio parere un po’ lo Steinbeck contemporaneo.
Tempo di lettura: 6h 20m
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Di mercoledì
Un bel libro questo! Due donne, due storie differenti, ma con atmosfere e sensazioni comuni.
Else e Maria hanno avuto esperienze e vite che solo apparentemente possono sembrare legate, ma comunque non è questa la cosa importante.
Ciò che Anna Marchesini trasmette in questo suo Di mercoledì sono gl ... (continue)
Un bel libro questo! Due donne, due storie differenti, ma con atmosfere e sensazioni comuni.
Else e Maria hanno avuto esperienze e vite che solo apparentemente possono sembrare legate, ma comunque non è questa la cosa importante.
Ciò che Anna Marchesini trasmette in questo suo Di mercoledì sono gli stati d’animo delle persone.
Un’opera riuscita che consente al lettore di entrare nella mente delle protagoniste e dunque crea quella empatia necessaria per gustare una lettura e ricavarne qualcosa.
La Marchesini si sofferma sulla parte interiore delle sue protagoniste, i fatti e gli avvenimenti fanno quasi da contorno al racconto principale.
Non è importante cosa succede, ma è importante cosa sentono dentro di sé non solo Else e Maria, ma anche tutti gli altri personaggi.
“Non è l’essere reale che amiamo a renderci felici, bensì lo stato di grazia e di potenza in cui l’amore ci innalza che è ripetibile perché attiene alla capacità di amare; è un attributo dell’amore e non della persona amata, perciò torna ad essere una nostra facoltà, sarà di nuovo nelle nostre mani quando la persona in cui la vedevamo espressa se ne sarà andata. È impossibile pensarlo quando si è innamorati e si fa coincidere l’amore con il suo oggetto.”
Molto bella la parte finale che dà più l’idea di una scrittura cinematografica con quel senso di crescendo che deve rimanere nella mente dello spettatore, qui lettore, al termine dello spettacolo.
Paradossalmente l’aspetto che meno mi ha soddisfatto è stato proprio quello della tecnica di scrittura: a tratti troppo ricercata e sofisticata, spesso alla ricerca di metafore, similitudini ed immagini mentali per rafforzare concetti già espressi.
Un modo di scrivere anche troppo estetico per una storia di per sé già forte.
Tra le mie letture é già il secondo romanzo in pochi giorni (Il catino di zinco – Margaret Mazzantini) con caratteristiche di scrittura simili che poco mi piacciono.
Al gusto non si comanda.
Tempo di lettura: 3h 58m
http://ferdori.wordpress.com/
ZeroZeroZero
"Il mondo ti fa schifo? Cambialo!"continue)
"Conoscere è iniziare a cambiare!"
"Solo chi conosce queste storie può difendersi da queste storie."
Da sempre la generalizzazione fornisce copertura a chi evita le responsabilità.
La frase "sono tutti uguali" favorisce il furbo a discapito dell'onesto e solo una ... (
"Il mondo ti fa schifo? Cambialo!"
"Conoscere è iniziare a cambiare!"
"Solo chi conosce queste storie può difendersi da queste storie."
Da sempre la generalizzazione fornisce copertura a chi evita le responsabilità.
La frase "sono tutti uguali" favorisce il furbo a discapito dell'onesto e solo una conoscenza almeno di base consentirebbe di fare le opportune distinzioni.
Un'analisi anche non troppo approfondita permette sempre e comunque di evidenziare differenze tra le varie parti, siano esse politiche, sociali o altro.
Ancora: la conoscenza rende consapevoli le persone dei rischi e delle opportunità che una determinata situazione può offrire.
E' affare di questi giorni, ad esempio, l'elezione del Presidente della Repubblica e il dire che i politici sono tutti uguali è la cosa più sbagliata del mondo.
Basterebbe un'analisi anche superficiale delle varie situazioni per rendersi conto che le posizioni in campo erano almeno sei o sette e che la decisione finale che di solito avviene attraverso compromessi che soddisfano solo una parte, è stata anche questa volta la regola utilizzata.
Ma non tutti sono stati d'accordo con la decisione presa e mettere tutti sullo stesso livello non ha senso ed è controproducente se le cose non ci stanno bene.
Infatti generalizzare ha un solo effetto: quello di rendere difficile l'assegnazione delle responsabilità a chi le ha effettivamente.
Roberto Saviano nella parte finale di questo Zero zero zero dice esattamente la stessa cosa.
E' necessario prendere coscienza di quella che è la realtà, anche e soprattutto quando è scomoda, quando in qualche modo ci coinvolge direttamente oppure ci sfiora.
Se il mondo ci fa schifo il primo passo è conoscere bene le cose che lo rendono così schifoso, capirle e parlarne.
Parlarne in casa, con gli amici, al bar, parlarne con tutti, il più possibile.
Forse non saremo in grado di cambiare le cose oggi, ma l'abitudine e la dimestichezza con certi argomenti, certamente li rende meno paurosi, meno misteriosi e dunque più gestibili.
Basti pensare a pochi decenni fa quando anche solamente mostrare le diversità era considerato un tabù.
Quante persone hanno passato la propria vita chiusi in casa per la paura di mostrarsi e per i timore di alimentare le chiacchiere della gente. Per quale motivo poi?
Oggi per fortuna in molti ambienti le cose sono cambiate e il maggior merito è da attribuire a coloro i quali se ne sono fregati di quelle chiacchiere e hanno cercato di vivere una vita normale nonostante le difficoltà vere e ignorando quelle costruite dalla mentalità della gente.
L'abitudine alle situazioni fa cambiare la mentalità delle persone.
Il soggetto di questo libro è la cocaina e nella sua introduzione Saviano dice chiaramente che ognuno di noi nel suo piccolo ha qualche contatto con questo mondo; chi si vuole chiamare fuori, chi si sente puro, chi crede di non avere nulla a che vedere con questo mondo semplicemente perché non ne fa uso, ebbene è in torto perché i numeri e le ricerche dimostrano che la cosa è molto più diffusa di quanto si sia disposti a credere.
Una via di mezzo tra inchiesta e documentario, Zero zero zero è un libro che a me ha molto ricordato Gomorra per come è costruito e strutturato.
Certamente sono passati anni e molto cose sono cambiate da quando uscì quel primo lavoro di Saviano, lo si vede dalle numerose parentesi all'interno delle quali l'autore mette del suo parlando della propria condizione di vita.
Tuttavia il racconto lascia ancora sgomenti per le cose che dice, per i nomi che indica e per la forza del testo che non lascia scampo al lettore.
Quella famosa macchina del fango tanto richiamata in alcune trasmissioni televisive è proprio ciò che può minare il concreto di questo libro.
Caro lettore che anche in base a queste poche righe deciderai se Zero zero zero di Roberto Saviano valga la pena di essere preso in considerazione per le tue prossime letture, sappi una cosa: puoi considerare l'autore una vittima o un profittatore, un talento o un opportunista, un eroe o un infame, ma non puoi pensare che la cocaina non sia affar tuo.
Come si accennava più sopra riguardo all'introduzione del primo capitolo, la cosa è molto chiara: la cocaina è già affare tuo.
Qualunque siano le tua attività, le tue passioni, il tuo stile di vita; qualunque posto tu abiti o frequenti, c'è qualcuno che ha a che fare con te, o con le cose che tu maneggi, che fa uso di cocaina.
Da qui non si scappa: lo dicono le analisi delle acque di scarico delle città, lo dicono i sequestri della polizia, lo dicono le indagini, lo indica tutta una serie di prove provate.
Dunque sarebbe necessario conoscere.
Dal punto di vista umano, forte risalta in alcuni momenti la malinconia di un uomo:
“Non mi sono mai mosso da Napoli. Non solo con il pensiero, ma sopportando l’odio che mi viene versato di continuo, anche accogliendo le braccia che mi stringono per darmi coraggio. Sono sempre lì....Sino a che qualcuno o qualcosa mi uccide."
La macchina del fango è il primo metodo per isolare qualcuno e poi compiere azioni ulteriori.
La semplice conoscenza delle cose è il primo passo per combatterle.
Per questo Saviano va letto anche se non ci è simpatico, perché lavora per tutti noi.
Tempo di lettura: 10h 05m
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Il catino di zinco
Il catino di zinco è la storia di una famiglia; più propriamente è la storia della signora Antenora, nonna dell'autrice Margaret Mazzantini e figura fondamentale nella sua vita.
E' questo il primo romanzo della Mazzantini e racconta le vicende di una donna certamente di stampo e carattere non comun ... (continue)
Il catino di zinco è la storia di una famiglia; più propriamente è la storia della signora Antenora, nonna dell'autrice Margaret Mazzantini e figura fondamentale nella sua vita.
E' questo il primo romanzo della Mazzantini e racconta le vicende di una donna certamente di stampo e carattere non comune che attraversa una grande quantità di situazioni diverse nell'arco di una vita vissuta fra tragedie famigliari, carenze sanitarie, costumi ormai antiquati, povertà, miseria, fascismo, luoghi comuni e molto altro ancora.
Il catino di zinco, inteso come oggetto vero e proprio, rappresenta una sorta di macchina del tempo.
Sempre presente nella casa di famiglia, è un elemento che potrebbe tranquillamente assumere in questo romanzo il ruolo di narratore.
Il forte e roccioso carattere della signora viene qui presentato nella sua completezza, sia per quanto riguarda le caratteristiche presenti fin dalla nascita, sia per quegli aspetti formatisi in base alle esperienze vissute.
E' un po' anche un pretesto per raccontare un'Italia così particolare e così lontana dai tempi odierni.
Un'Italia migliore nella quale, secondo alcuni, si dava più importanza alle cose essenziali e meno all'apparire, ma allo stesso tempo, secondo altri, un'Italia peggiore che opprimeva chi non si adeguava chinando la testa e un'Italia dove ciò che poteva pensare "la gente" era tenuto in considerazione quasi più dei bisogni delle persone.
Un'Italia in sostanza dove la vita sembrava più semplice e migliore anche perché le magagne e le differenze venivano tenute nascoste.
Comunque la si voglia pensare, il romanzo della Mazzantini è un viaggio di questo tipo.
Interessante e coinvolgente, trova nella scrittura il suo punto negativo.
Ben inteso: trattasi di parere personalissimo e non di un giudizio che non mi ritengo in grado di dare.
E' solo che il tipo di scrittura utilizzato dalla Mazzantini e il linguaggio da lei fatto parlare ai personaggi è fin troppo sofisticato, fin troppo per così dire elegante.
Questo libro potrebbe essere utilizzato come base di riferimento per la grande discussione che vede da un lato gli amanti dello stile anche a discapito della trama, e dall'altra gli appassionati di storie che magari non fanno neppure caso al tipo di linguaggio che incontrano a patto che sia abbastanza scorrevole.
Da un lato chi afferma che più o meno tutte le storie sono già state scritte e dunque la differenza tra un'opera e l'altra la fa la scrittura, dall'altro lato chi pensa che una storia abbastanza forte si sostiene da sola pure in presenza di una scrittura fiacca se non addirittura scorretta.
Probabilmente sono vere entrambe le cose e ciascun sostenitore potrebbe elencare diversi titoli a favore della propria tesi.
Semmai la vera discussione andrebbe fatta sui titoli cosiddetti normali che rientrano nella media sia delle storie che della scrittura...
Comunque la si pensi, la mia preferenza va ad una scrittura più lineare, più terra-terra, senza la ricerca di termini fin troppo sofisticati, se vogliamo una scrittura meno colta.
Ho avuto le stesse sensazioni che provo quando ordino del vino al ristorante: l'usanza dell'assaggio del vino mi sembra ogni volta fuori luogo, un'inutile cerimonia che lascia il tempo che trova e che dopo le spiegazioni degli esperti e degli appassionati mi porta a fare altre domande forse paradossali che però non trovano risposta: chiarite le motivazioni che portano all'assaggio del vino e alla sua accettazione, mi viene da dire che le stesse motivazioni possono in linea di principio essere applicate se non a tutti gli alimenti, almeno a quelli più importanti. Al lato pratico se arriva una bistecca immangiabile la si respinge, così come accade con il vino. E qui non voglio che venga abolito l'assaggio del vino, ma semplicemente mi chiedo se una cosa vale per il vino, perché deve valere solo per vino? Come mai il cameriere fa assaggiare il vino prima di servirlo a tutti e non fa la stessa cosa con un risotto o con un piatto di tagliatelle?
Ovviamente l'ho messa sulla battuta e sullo scherzo, però la scrittura della Mazzantini, così ricercata in alcuni termini e a momenti così talmente colta da essere quasi fuori posto, un qualcosa di quella sensazione di disagio che provo all'assaggio del vino me lo ha ricordato.
Detto questo leggetevi questo libro e dite la vostra, il mio parere l'ho appena espresso.
Tempo di lettura: 3h 19m
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