Sotto la pelle è il primo romanzo, a mio parere bellissimo, scritto da Michel Faber.
La storia raccontata rimane indefinibile per molto tempo: alla fine del primo capitolo abbiamo una ragazza che pattuglia una strada di grande comunicazione della fredda Scozia alla ricerca di autostoppisti maschi.
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Sotto la pelle è il primo romanzo, a mio parere bellissimo, scritto da Michel Faber.
La storia raccontata rimane indefinibile per molto tempo: alla fine del primo capitolo abbiamo una ragazza che pattuglia una strada di grande comunicazione della fredda Scozia alla ricerca di autostoppisti maschi.
Nella mente del lettore sembra prendere corpo l’idea di una storia basata su sesso e probabilmente violenza; stasera niente di nuovo verrebbe da dire.
Il secondo capitolo aggiunge informazioni che invece di chiarire le cose, hanno l’effetto esattamente contrario.
Gli avvenimenti che si succedono nel corso di queste pagine non fanno che cancellare la prima impressione per lasciare spazio ad una vicenda che a questo punto potrebbe assumere una forma fantastica, fantascientifica oppure anche del tutto banale.
In ogni caso rimane indefinita perché l’incertezza e i dubbi riguardanti lo strano comportamento di Isserley non trovano un immediato riscontro a giustificazione di quelli che potremmo chiamare i suoi “reclutamenti”.
C’è evidentemente qualcosa di più che non conosciamo; forse un mondo intero che dobbiamo esplorare per entrare nella giusta ottica delle cose.
Cosa sono le Zone Nuove? Chi è veramente Isserley? Cosa succede in quella fattoria?
Le domande si moltiplicano e le risposte non arrivano ancora.
La quarta di copertina recita: “Impossibile aggiungere qualcosa sulla trama senza rovinare al lettore la più sconvolgente delle sorprese”, perciò nessuna anticipazione.
Certo è che basta arrivare al capitolo numero cinque, vale a dire appena un terzo del libro, per ritrovarsi immersi in una storia drammatica e surreale dove "le pecore intraviste nella semioscurità potevano quasi assomigliare a dei piccoli di umani, mentre i vodsel sono perlopiù frenetici ed eccitabili".
Ma chi sono questi vodsel? O sarebbe meglio dire cosa sono?
Bisogna leggere Sotto la pelle per scoprirlo.
"I vodsel non sapevano fare nessuna delle cose proprie degli umani. Non potevano siuwil né mesnishtil, non avevano il concetto di slan. Nella loro brutalità non si erano mai evoluti abbastanza da usare l’hunshur; le loro comunità erano così rudimentali che l’hississins non esisteva ancora; né queste creature sembravano manifestare il bisogno di un chail e nemmeno del chailsinn".
Allora leggiamolo questo libro perché lo merita davvero per il suo differente punto di vista.
Think different diceva qualcuno una volta. Bravo Faber
Questo Murakami è diverso dal solito: sembra meno fantasioso e forse anche meno surreale di quanto appaia in altre sue opere dello stesso periodo.
Non saprei dire se si tratta di maturità o di una ricercata voglia di restare con i piedi per terra, comunque stiano le cose mi è parso un libro differe
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Questo Murakami è diverso dal solito: sembra meno fantasioso e forse anche meno surreale di quanto appaia in altre sue opere dello stesso periodo.
Non saprei dire se si tratta di maturità o di una ricercata voglia di restare con i piedi per terra, comunque stiano le cose mi è parso un libro differente dagli altri.
Capire Hajime e non giudicarlo semplicemente secondo le sue azioni, è il nocciolo della question; seguire le sue vicende vestendo i panni di un osservatore esterno o viceversa viverle in prima persona, fa un enorme differenza.
E’ la capacità di libera interpretazione da parte del lettore che Haruki Murakami mette alla prova in questo suo A sud del confine, a ovest del Sole del 1992.
Non è facile infatti seguire le vicende del protagonista senza giudicare e senza prendere posizione man mano che la storia viene raccontata; tuttavia a mio avviso tutte le situazioni sarebbero da considerare in chiave distaccata.
A volte quella che viene definita come capacità di immedesimazione viene inquinata dalle esperienze personali e dunque non ne risulta una condizione neutrale come sarebbe necessario che fosse per poter avere una opinione vera sui personaggi che capita di incontrare nel corso delle nostre letture.
Ecco allora che un protagonista appare ad ogni lettore secondo una visione differente che risente delle esperienze del lettore stesso,
Leggere è in parte anche guardarsi allo specchio.
Qui il bravo autore giapponese compie un lavoro oscuro che però risulta determinante: mette alla prova il lettore e lo costringe a seguire il racconto senza entrarvi personalmente; solo in questo modo si riesce a gestire il personaggio di Hajime che, se visto in altro modo, può risultare decisamente insopportabile.
Una scrittura semplice al punto di essere a tratti quasi banale, ma che nasconde nel racconto ben più di ciò che si vede a prima vista.
Mai più di questa volta è il lettore a fare del libro un qualcosa di interessante, specialmente nella seconda parte quando il libro diventa una sorta di intrigo con se stessi.
C’è chi la chiama crisi di mezza età, chi la interpreta come un inizio di depressione, chi come una nostalgia tenutasi nascosta e che improvvisamente comincia a manifestarsi, ma chiunque o quasi prima o poi si pone domande sulla propria vita e sul livello di soddisfazione a cui è arrivato.
E per molti i dubbi sono maggiori delle certezze e prende forma una malinconica sensazione di vuoto la cui risoluzione non si è certi di poter trovare.
In questo bel libro di Murakami c’è proprio questo; si tratta di una certa sensazione di distacco dal mondo degli altri che difficilmente si riesce a spiegare e con cui si deve convivere; non è detto che la cosa sia negativa, spesso non lo è affatto, semplicemente è un qualcosa che va considerato e che differenzia molto le persone.
Il lavoro di Murakami riesce a fare dimenticare che si sta semplicemente leggendo un libro e spalanca le porte a riflessioni vecchie e nuove.
Alcune frasi estrapolate dal testo possono rendere una vaga idea del senso di questa cosa:
Ebbi modo di conoscere persone interessanti, ma non riuscii mai a sentirmi coinvolto completamente in quel tipo di lotta politica. Non ero a mio agio nelle manifestazioni quando ci si prendeva tutti per mano con la persona vicina. Anche quando bisognava tirare i sassi verso i poliziotti avevo l’impressione di non essere me stesso. Questo è veramente ciò che ho sempre desiderato? Non riuscivo a sentirmi solidale con gli altri.
…
Ero stato sul punto di abbandonare sia lei che le bambine. Non potevo tornare indietro come se niente fosse solo perché Shimamoto era sparita. Le cose nella vita non sono così facili e non è neanche giusto che lo siano.
…
Quella che per noi è la realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale? Spesso è addirittura impossibile distinguere tra le due.
Un romanzo inquietante e poetico che sa raccontare l’indicibile questo è quanto si legge nella copertina de Il ciclista di Cernobyl di Javier Sebastian.
Mai giudizio e sintesi sono state più azzeccate.
La scena finale, con la presentazione dei personaggi che hanno deciso di rimanere a Pripjat’ non
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Un romanzo inquietante e poetico che sa raccontare l’indicibile questo è quanto si legge nella copertina de Il ciclista di Cernobyl di Javier Sebastian.
Mai giudizio e sintesi sono state più azzeccate.
La scena finale, con la presentazione dei personaggi che hanno deciso di rimanere a Pripjat’ nonostante la situazione, è tra le più sincere e commoventi che abbia letto negli ultimi tempi.
L’immedesimazione è condizione necessaria per essere un buon lettore e in certi casi può essere anche condizione sufficiente a discapito di caratteristiche come lo stile, il metodo, la forma… tutte cose interessanti e spesso indispensabili per un libro di successo, ma che a mio parere devono rimanere tra gli addetti ai lavori, mentre il lettore comune normalmente è più interessato alla storia.
Una storia che si rispetti porta inevitabilmente ad una forte immedesimazione da parte del lettore e se non si resta coinvolti dalle vicende de Il ciclista di Cernobyl allora è un brutto segnale…
Qua si parla di Chernobyl ( questo sarebbe il nome corretto ) e del disastro nucleare del 1986.
A chi si stava avviando verso la maggiore età come il sottoscritto, quei ricordi sono rimasti impressi nella mente assieme ai timori e a tutti i dibattiti del caso; a maggior ragione se all’epoca si frequentava una scuola tecnica.
Era il periodo della guerra fredda, di Reagan e Gorbaciov, di Sting che cantava Russians e di tutta una serie di film e libri sull’argomento atomo, anche se decisamente spostato verso il campo militare.
Il libro racconta la storia di Vasilij Nesterenko, uno dei protagonisti della prima ora dopo l’esplosione del reattore e uno dei maggiori dissidenti che la propaganda abbia cercato di contrastare.
L’ambiente descritto è ovviamente di una desolazione unica e le persone che per vari motivi tornano a vivere a soli tra chilometri dal luogo del disastro, hanno un quotidiano improvvisato ed estremamente incerto.
Il clima che si respira sarebbe quello tipico di qualche libro di Cormac McCarthy tipo La strada o anche Suttree, senonché qui si racconta la realtà vera e allora il confronto andrebbe ribaltato.
Un libro che non appare come una denuncia esplicita, ma che tiene ad elevare la dignità delle persone delle quali racconta la storia.
Una dignità sincera che non viene mai dimenticata in ogni pagina del libro.
I brevi accenni ai fatti relativi alla centrale, sono riportati come una specie di cronaca personale e però forse è proprio questo il tipico caso di silenzio assordante.
Non serve raccontare come possa essere accaduto tutto ciò, è sufficiente descrivere pagina dopo pagina, riga dopo riga, le condizioni di vita nella cittadina, con le zone ad alta pericolosità segnalate da righe colorate e la morte scontata dei protagonisti.
Mentre da noi si sconsigliava il consumo di insalata e di latte, delle persone vivevano e vivono ancora oggi a stretto contatto con il mostro.
Il libro rappresenta un’ottima occasione per approfondire un argomento da molto tempo messo da parte.
Per uno come me che da sempre ha sentito il richiamo della tecnologia, della innovazione e dei numeri in generale, leggere un libro come questo è manna che cade dal cielo.
Non tanto per la figura di Steve Jobs in sé e per tutto ciò che ha rappresentato, quando per l’atmosfera e l’entusiasmo che si
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Per uno come me che da sempre ha sentito il richiamo della tecnologia, della innovazione e dei numeri in generale, leggere un libro come questo è manna che cade dal cielo.
Non tanto per la figura di Steve Jobs in sé e per tutto ciò che ha rappresentato, quando per l’atmosfera e l’entusiasmo che si respirano leggendo di ragazzi che passano le notti chiusi in un garage a coltivare la propria passione.
Questa è la cosa che forse mi manca maggiormente e mi accorgo di come una lettura del genere riesca a trasmettermi una carica incredibilmente positiva facendo nascere in me la voglia di riprendere in mano progetti da troppo tempo messi in un cassetto, per non parlare di sperimentazioni di vario genere che vagano per la mente da diverso tempo.
E’ il concetto del pioniere che si muove verso direzioni sconosciute.
Ci sono tante cose che mi suonano famigliari in questa storia.
L’escalation come uomo di successo di Steve Jobs non mi tocca più di tanto, ma dal punto di vista tecnico ci sono tante cose che rievocano ricordi di gioventù.
L’entrata in scena dei computer mi ha visto in qualche modo coinvolto in molti degli scenari qui trattati.
La nascita dei videogiochi da bar dell’Atari e delle consolle per casa da collegare alla televisione.
Il passaggio al mondo dei computer con il Vic-20 ( macchina senza assolutamente nessuna memoria ), poi a seguire il Commodore 64, lo Zx-Spectrum, l’Executive, fino ad arrivare ai primi programmi seri come il vecchio Multiplan che mi ha fatto scoprire le applicazioni business.
Queste però sono solamente divagazioni personali che potrebbero sì interessare qualcuno, ma che tutti gli altri troveranno certamente noiose, per cui torniamo al libro.
La mia idea di partenza era che questa biografia fosse sostanzialmente un doppione gonfiato degli altri libri già usciti sul personaggio Steve Jobs, di conseguenza nel mio approccio c’era un po’ di scetticismo.
Devo dire che questa sensazione è caduta dopo pochi capitoli del volume.
Infatti mano a mano che si scorrono le pagine, ci si accorge che questo libro presenta un livello di competenza e di dettagli che fa sfigurare quel Nella mente di Steve Jobs ( mia lettura di diversi mesi fa ) che pensavo già esaustivo in molti suoi aspetti.
Un esempio per tutti è la questione dell’idea di interfaccia grafica avuta dalla Xerox e “rubata” dalla Apple, argomento qui spiegato molto bene ed invece solo accennato nel libro precedente.
Un consiglio solo dunque: se siete ancora indecisi su cosa comprare, esistono solamente due possibilità: o questo libro o nulla.
In ogni caso meglio questo libro che nulla, infatti la biografia non necessariamente deve essere letta come celebrazione del protagonista, ma può tranquillamente considerarsi a tutti gli effetti come l’epopea dell’informatica.
La storia dei due ragazzi, Wozniak e Jobs, che chiusi in un garage a notte fonda costruiscono il primo computer veramente funzionale e alla portata di tutti è decisamente affascinante.
Emergono fin da subito le diverse competenze e i diversi modi di vedere il mondo: Wozniak più tecnico e di spirito libero e Jobs più concreto ed affarista.
Il primo progetto vero e proprio, costituito dalle blue box, apparecchiatura per interurbane telefoniche diciamo pirata, mette in chiaro le differenze tra i due ed è proprio Wozniak a dire: le blue box rappresentarono un esempio di quello che potevamo fare con le mie competenze tecniche e la sua capacità di immaginare il futuro.
Ben presto le intuizioni e la realizzazione dei progetti prendono piede e le cose diventano sempre più importanti ed ambiziose.
Jobs parlando dell’Apple II dice: la mia idea era di creare il primo computer completamente integrato. Per ogni hobbista che amava assemblare da sé tutti i pezzi, c’erano mille persone che desideravano la macchina pronta per l’uso.
Il libro ripercorre certamente tutta la storia personale e lavorativa di Steve Jobs: dall’inizio pieno di successi all’esordio del primo Macintosh, dalla cacciata dalla Apple al rilancio della Pixar, dal ritorno con tutti gli onori alla casa madre, fino al trionfo degli anni 2000 con i prodotti iPod, iTunes, iPhone, iPad, ecc. ecc.
Ma non sono queste a mio avviso le parti più importanti.
Se la vediamo da questo punto di vista siamo alle solite: c’è un uomo che probabilmente era un genio per la sua capacità di immaginare il futuro e quindi viene idolatrato.
In questa maniera tutte le sue caratteristiche personali, diciamo stravaganti, diventano un modo di vivere, fanno tendenza: il suo modo di vestire, la sua casa mai finita, il suo pretendere sempre il massimo da tutti.
Tutto ciò però non giustifica gli aspetti negativi della sua personalità: non mi riferisco in particolare al modo di fare all’interno delle sue aziende, quanto piuttosto al fatto di concepire il mondo in generale secondo una netta separazione tra uomini geniali e persone degne di nessuna considerazione, oppure all’assoluta mancanza di rispetto per alcune delle regole di convivenza civile proprie della nostra società.
Mi spiego: il fatto che sul posto di lavoro incrociare Steve Jobs poteva essere causa di grandissima apprensione, perché lui poteva ignorarti completamente oppure farti una domanda improvvisa e licenziarti sui due piedi se non riuscivi a dare una risposta adeguata, personalmente lo vedo come una brutta cosa, un modo di fare non condivisibile, ma non lo ritengo un dramma.
Stiamo parlando di lavoro e non sono qui a dire che il fine giustifichi i mezzi, ma dico che quello che ho letto, assieme alle mie esperienze personali, mi porta a pensare che la cosa più importante in un ambiente lavorativo sia il senso di responsabilità.
Di conseguenza una persona che si assume tutte le responsabilità della gestione, produttiva e non, può decidere liberamente quale linea di comportamento tenere con i propri collaboratori perché poi alla resa dei conti sarà lui in prima persona a rispondere dei risultati.
L’allenatore di una squadra di calcio è libero di decidere l’atteggiamento da tenere nei confronti dei giocatori: può cercare il dialogo oppure può urlare in faccia ai suoi uomini.
Il suo modo di lavorare avrà un giudizio insindacabile dato dai risultati e lui ne sarà responsabile nel bene e nel male.
Il suo scopo è quello di fare esprimere i propri giocatori al massimo delle loro potenzialità.
Di Steve Jobs alcuni dei suoi collaboratori dicono:
- mi ha portato a realizzare cose che non pensavo di essere in grado di fare
- non sapevi che ti stava chiedendo una cosa impossibile e così riuscivi a farla
Ecco quindi la prova che con il suo atteggiamento scontroso e brutale, alla fine riusciva a far rendere al massimo le persone alle sue dipendenze, ammesso che fossero in grado di sopportare lo stress.
Diverso sarebbe stato lo stesso tipo di comportamento senza l’assunzione di responsabilità, come capita piuttosto spesso direi quando il personaggio in cima alla gerarchia in caso di insuccesso scarica le responsabilità sui propri subalterni…
Altra cosa invece è il comportamento di Steve Jobs fuori dell’ambito lavorativo: il mancato rispetto di tante regole anche banali non può essere giustificato.
Chi parcheggia nel posto riservato agli invalidi è degno di essere chiamato in tutti i modi possibili anche se è un genio in un certo campo, così come il fatto di essere un genio non giustifica la mancanza di rispetto verso gli altri.
Se uno è un genio è un genio e se uno è un pezzo di merda è un pezzo di merda.
Le cose restano valide anche combinando le cose e miscelandole tra loro, non è che una annulli l’altra.
Mi pareva doverosa questa precisazione perché altrimenti potrebbe sembrare un elogio assoluto.
Tutt’altra storia invece, quando si parla di innovazione e dei tanti, tantissimi dettagli che fanno la differenza e che hanno portato la Apple ad essere quella che è.
Oltre alla parte tecnica ci sono anche tutta una serie di aneddoti curiosi che solamente visti tutti assieme fanno capire quale sia stata la ricerca per arrivare a mettere in commercio certi prodotti senza passare per alcun tipo di compromesso.
Non si tratta solamente del prodotto finito, ma proprio dei dettagli.
“Se qualcosa non va bene non è possibile fare finta di niente, dire che verrà messa a posto in un secondo momento. Questo lo lasciamo fare alle altre aziende”.
In un’intervista a Wired nel 1995 Jobs afferma:
“Windows ha vinto. Ha battuto il Macintosh, ha battuto UNIX, ha battuto OS/2. Ha vinto un prodotto inferiore”.
Già! E’ vero che è esistito anche quel tipo di sistema all’interno del mondo IBM; personalmente con OS/2 ( anche se ai tempi non conoscevo la sua origine ) ci ho avuto a che fare per lavoro e devo dire che pur essendo diverso dagli altri e quindi con qualche problema di connettività di rete (anche se ai tempi non era una cosa indispensabile come lo è diventato poco tempo dopo) era un sistema estremamente stabile che non mi ha mai creato problemi.
In tutti questi anni effettivamente Windows ha spadroneggiato e la prova provata che si tratti di un sistema inferiore è che ormai anche per i laureati in informatica pare non sia un problema il fatto che i sistemi vadano in crash.
Si dà quasi per scontato che non possa essere altrimenti e ci si organizza allestendo server dedicati per ogni singola applicazione (in modo da bloccare solo quella la cui macchina deve essere riavviata) oltre a tutta una serie di “coperture assicurative” quali mirror-disk, unità di backup, ecc.
Solamente negli ultimi tempi le cose si stanno evolvendo grazie a buone iniziative (Linux e il ritorno Apple) e a pessimi prodotti (Windows Vista su tutti).
A questo proposito riporto un piccolo episodio personale:
qualche anno fa, alla presentazione di un pacchetto gestionale per le aziende ceramiche che girava su piattaforma Windows Vista, era presente anche il responsabile commerciale dell’area nord-Italia ( se non ricordo male ) della Microsoft Italia.
Alle lamentazioni specifiche della responsabile CED di una delle aziende intervenute, che lamentava una serie continua di problemi riguardanti il nuovo sistema operativo Windows, il rappresentante Microsoft rispose con queste esatte parole:
“Vede, Microsoft stima che entro l’anno Vista sarà il sistema operativo installato su circa il 60% delle macchine e quindi il passaggio da XP a Vista è inevitabile così come è inevitabile che i vari problemi vengano via via risolti proprio anche grazie alle segnalazioni degli utenti.
D’altra parte il software nasce rotto e poi viene sistemato in corso d’opera, quindi non si preoccupi che tutto andrà a posto”.
Il software nasce rotto??? Roba da matti!
Chiusa questa piccola parentesi è vero che, come dicono i detrattori, la Apple in fondo non ha mai creato nulla di nuovo, ma come diceva lo stesso Jobs rubare le idee è fondamentale.
Se qualcuno ha avuto un’idea e non riesce a sfruttarla allora è semplicemente un incompetente ed è giusto rubare quella sua idea per svilupparla e creare qualcosa di grande.
E’ il caso dell’interfaccia grafica della Xerox in riferimento alla quale Jobs disse ai suoi collaboratori: questi sono seduti su una miniera d’oro e non se ne rendono conto.
Ma non bisogna essere portati a credere che tutto quanto realizzato da Jobs sia limitato al marchio Apple, c’è una buona parte di tecnologia creata dall’azienda di Cupertino ormai diventata standard e diffusa su prodotti di tutti i marchi.
Dalla porta firewire al masterizzatore DVD, dal negozio musicale ai lettori mp3…
Anche chi non si sente legato o attratto dal marchio Apple, in realtà probabilmente utilizza quotidianamente in qualche apparecchio tecnologico di un casa costruttrice concorrente, un qualcosa nato da un’idea di Steve Jobs.
Tanti aneddoti in questo libro: tra le altre cose venire a conoscenza del fatto che i pavimenti dei più importanti Apple Store sono di piastre di arenaria provenienti dalla cava Il Casone di Fiorenzuola, luogo che conosco molto bene e di fronte al quale passo decine di volte all’anno, è stata una bella sorpresa.
Concludendo questo è un libro costituito da molte parti intrecciate tra loro:
- la pura biografia di Steve jobs
- la storia dell’informatica
- il modo di gestire la parte artistica e creativa di un’azienda
- altre ancora
Nessun pregio in un campo giustifica un comportamento irrispettoso in un altro campo.
Chiarito questo devo dire che il libro mi è piaciuto davvero tanto e che dopo questa lettura ho imparato ad apprezzare ancora di più alcuni prodotti perché mi sono reso conto del lavoro che c’è stato per arrivare a questi risultati.
Si può leggere in tanti modi e quello di leggere la storia di un personaggio ormai diventato idolo di massa è solo uno di essi.
Personalmente sono più legato ai prodotti, alla loro efficienza e alla loro semplicità di utilizzo e di interfacciamento, che alla persona che li ha ideati.
Sorvolare sulle questioni di principio e sui dettagli, tacere per il bene pubblico, per il bene del paese, per il bene dell’azienda, per il bene della famiglia, per il bene della spedizione.
Prima o poi ciascuno di noi si è trovato in una situazione nella quale ha rinunciato, o cosa ben peggiore,
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Sorvolare sulle questioni di principio e sui dettagli, tacere per il bene pubblico, per il bene del paese, per il bene dell’azienda, per il bene della famiglia, per il bene della spedizione.
Prima o poi ciascuno di noi si è trovato in una situazione nella quale ha rinunciato, o cosa ben peggiore, è stato chiamato a rinunciare a chiarire la propria posizione e quindi sorvolare su dettagli che è meglio non approfondire per non creare conflittualità apparentemente inutili.
A volte però capita che poi le cose vengano presentate in maniera superficiale e magari succede anche che si venga presentati sotto una luce che non rispecchia la realtà dei fatti.
A quel punto se si reagisce chiedendo la verifica corretta delle cose ci viene rinfacciato che se esistevano obiezioni, queste andavano presentate al momento opportuno e il fatto di avere taciuto o sorvolato per il bene comune viene rivoltato e diventa un’accusa.
E’ precisamente questo il caso della spedizione del 1954 organizzata dal CAI (Centro Alpino Italiano) che portò gli scalatori Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla vetta del K2.
Gli avvenimenti realmente accaduti nel corso delle 48 ore immediatamente precedenti la conquista della montagna, sono stati ufficializzati secondo criteri mai condivisi da tutti i partecipanti alla spedizione, senza che ciò avesse comportato particolari problemi a molte delle autorità e dei personaggi coinvolti.
C’erano varie incongruenze in quella versione ufficiale poi ripresa tale e quale da quasi tutti gli organismi interessati italiani e stranieri nel corso degli anni a seguire.
Il fattaccio però avviene in occasione del decimo anniversario della conquista, quando sulla Nuova Gazzetta del Popolo, giornale torinese, appare un articolo dove Walter Bonatti viene palesemente accusato di aver messo in pratica un subdolo progetto per arrivare alla cima prima degli altri.
La feroce reazione di Bonatti a quel punto non trova appoggi da parte di nessuna delle individualità coinvolte, né tantomeno dalle istituzioni, che anzi gli rinfacciano proprio il fatto che aver taciuto per così tanti anni su vicende di tale importanza.
Cosa questa grave e che oltretutto contribuisce a rendere le nuove precisazioni ancora meno credibili.
Ecco che la faccenda viene rivoltata e un iniziale atto di rinuncia personale si trasforma in una ulteriore accusa.
In questo libro K2-La verità Walter Bonatti continua e porta a conclusione una vicenda oscura (una delle tante del nostro Paese) che si protrae da oltre cinquant’anni.
La fa nella maniera più chiara e precisa possibile, riportando date, testimonianze, grafici, tempi, calcoli statistici e tutto ciò di cui un approccio corretto e indipendente alla vicenda dovrebbe servirsi per stabilire una cronaca certa degli avvenimenti di quei giorni della fine di luglio del 1954.
Bonatti parla della sua “imperdonabile ingenuità che è arrivata persino a farmi ritenere cosa giusta il silenzio, come se questo potesse giovare veramente al bene della spedizione tanto predicato… Ecco come il mio silenzio valse prima a favorire gli altri e poi, in uguale proporzione, a ritorcersi su me stesso il giorno che pubblicai la mia storia sul K2″.
Mai cerca di diminuire il valore dell’impresa di Compagnoni e Lacedelli, mai tenta di far passare il messaggio che avrebbe potuto esserci lui al loro posto.
Piuttosto ne esce un grande risentimento per essere passato per un complottatore ed un arrivista, mentre quello che sembra mancargli è un riconoscimento morale per i rischi immensi da lui presi intenzionalmente per mettere i due colleghi nelle condizioni di riuscire nella conquista della cima.
Forse la cosa che più ha infastidito Bonatti all’epoca dei fatti (prima dell’uscita dell’articolo sul giornale torinese) è stato il mancato chiarimento in forma privata tra lui e Compagnoni e Lacedelli riguardo a quello che probabilmente è stato un malinteso, un equivoco.
Bonatti ci mette del suo, forte di un risentimento che nel corso dei decenni non ha fatto altro che crescere assieme al senso di ingiustizia, per cui quello che nei primi momenti è un chiarimento possibile, dopo tanto tempo diventa una cosa troppo spinosa per trovare una soluzione condivisa.
Ecco dunque di cosa tratta questo libro: della lotta per il riconoscimento della verità.
Risultato poi finalmente ottenuto dopo oltre cinquant’anni di battaglie legali grazie alla casualità delle prove fornite da un appassionato australiano.
Un libro fantastico che oltre a raccontare una pagina importante della storia del nostro Paese, ne illustra anche molto bene anche uno degli aspetti peggiori.
Un pensiero alla fine rimane: ma se si mente così tanto su un caso di successo come questo, chissà quante cosa tenute nascoste ci saranno in tutti quei casi di sconfitta…
Sotto la pelle
Sotto la pelle è il primo romanzo, a mio parere bellissimo, scritto da Michel Faber.
La storia raccontata rimane indefinibile per molto tempo: alla fine del primo capitolo abbiamo una ragazza che pattuglia una strada di grande comunicazione della fredda Scozia alla ricerca di autostoppisti maschi. ... (continue)
Sotto la pelle è il primo romanzo, a mio parere bellissimo, scritto da Michel Faber.
La storia raccontata rimane indefinibile per molto tempo: alla fine del primo capitolo abbiamo una ragazza che pattuglia una strada di grande comunicazione della fredda Scozia alla ricerca di autostoppisti maschi.
Nella mente del lettore sembra prendere corpo l’idea di una storia basata su sesso e probabilmente violenza; stasera niente di nuovo verrebbe da dire.
Il secondo capitolo aggiunge informazioni che invece di chiarire le cose, hanno l’effetto esattamente contrario.
Gli avvenimenti che si succedono nel corso di queste pagine non fanno che cancellare la prima impressione per lasciare spazio ad una vicenda che a questo punto potrebbe assumere una forma fantastica, fantascientifica oppure anche del tutto banale.
In ogni caso rimane indefinita perché l’incertezza e i dubbi riguardanti lo strano comportamento di Isserley non trovano un immediato riscontro a giustificazione di quelli che potremmo chiamare i suoi “reclutamenti”.
C’è evidentemente qualcosa di più che non conosciamo; forse un mondo intero che dobbiamo esplorare per entrare nella giusta ottica delle cose.
Cosa sono le Zone Nuove? Chi è veramente Isserley? Cosa succede in quella fattoria?
Le domande si moltiplicano e le risposte non arrivano ancora.
La quarta di copertina recita: “Impossibile aggiungere qualcosa sulla trama senza rovinare al lettore la più sconvolgente delle sorprese”, perciò nessuna anticipazione.
Certo è che basta arrivare al capitolo numero cinque, vale a dire appena un terzo del libro, per ritrovarsi immersi in una storia drammatica e surreale dove "le pecore intraviste nella semioscurità potevano quasi assomigliare a dei piccoli di umani, mentre i vodsel sono perlopiù frenetici ed eccitabili".
Ma chi sono questi vodsel? O sarebbe meglio dire cosa sono?
Bisogna leggere Sotto la pelle per scoprirlo.
"I vodsel non sapevano fare nessuna delle cose proprie degli umani. Non potevano siuwil né mesnishtil, non avevano il concetto di slan. Nella loro brutalità non si erano mai evoluti abbastanza da usare l’hunshur; le loro comunità erano così rudimentali che l’hississins non esisteva ancora; né queste creature sembravano manifestare il bisogno di un chail e nemmeno del chailsinn".
Allora leggiamolo questo libro perché lo merita davvero per il suo differente punto di vista.
Think different diceva qualcuno una volta. Bravo Faber
Tempo di lettura: 7h 24m
http://ferdori.wordpress.com/
A Sud del confine, a Ovest del Sole
Questo Murakami è diverso dal solito: sembra meno fantasioso e forse anche meno surreale di quanto appaia in altre sue opere dello stesso periodo.
Non saprei dire se si tratta di maturità o di una ricercata voglia di restare con i piedi per terra, comunque stiano le cose mi è parso un libro differe ... (continue)
Questo Murakami è diverso dal solito: sembra meno fantasioso e forse anche meno surreale di quanto appaia in altre sue opere dello stesso periodo.
Non saprei dire se si tratta di maturità o di una ricercata voglia di restare con i piedi per terra, comunque stiano le cose mi è parso un libro differente dagli altri.
Capire Hajime e non giudicarlo semplicemente secondo le sue azioni, è il nocciolo della question; seguire le sue vicende vestendo i panni di un osservatore esterno o viceversa viverle in prima persona, fa un enorme differenza.
E’ la capacità di libera interpretazione da parte del lettore che Haruki Murakami mette alla prova in questo suo A sud del confine, a ovest del Sole del 1992.
Non è facile infatti seguire le vicende del protagonista senza giudicare e senza prendere posizione man mano che la storia viene raccontata; tuttavia a mio avviso tutte le situazioni sarebbero da considerare in chiave distaccata.
A volte quella che viene definita come capacità di immedesimazione viene inquinata dalle esperienze personali e dunque non ne risulta una condizione neutrale come sarebbe necessario che fosse per poter avere una opinione vera sui personaggi che capita di incontrare nel corso delle nostre letture.
Ecco allora che un protagonista appare ad ogni lettore secondo una visione differente che risente delle esperienze del lettore stesso,
Leggere è in parte anche guardarsi allo specchio.
Qui il bravo autore giapponese compie un lavoro oscuro che però risulta determinante: mette alla prova il lettore e lo costringe a seguire il racconto senza entrarvi personalmente; solo in questo modo si riesce a gestire il personaggio di Hajime che, se visto in altro modo, può risultare decisamente insopportabile.
Una scrittura semplice al punto di essere a tratti quasi banale, ma che nasconde nel racconto ben più di ciò che si vede a prima vista.
Mai più di questa volta è il lettore a fare del libro un qualcosa di interessante, specialmente nella seconda parte quando il libro diventa una sorta di intrigo con se stessi.
C’è chi la chiama crisi di mezza età, chi la interpreta come un inizio di depressione, chi come una nostalgia tenutasi nascosta e che improvvisamente comincia a manifestarsi, ma chiunque o quasi prima o poi si pone domande sulla propria vita e sul livello di soddisfazione a cui è arrivato.
E per molti i dubbi sono maggiori delle certezze e prende forma una malinconica sensazione di vuoto la cui risoluzione non si è certi di poter trovare.
In questo bel libro di Murakami c’è proprio questo; si tratta di una certa sensazione di distacco dal mondo degli altri che difficilmente si riesce a spiegare e con cui si deve convivere; non è detto che la cosa sia negativa, spesso non lo è affatto, semplicemente è un qualcosa che va considerato e che differenzia molto le persone.
Il lavoro di Murakami riesce a fare dimenticare che si sta semplicemente leggendo un libro e spalanca le porte a riflessioni vecchie e nuove.
Alcune frasi estrapolate dal testo possono rendere una vaga idea del senso di questa cosa:
Ebbi modo di conoscere persone interessanti, ma non riuscii mai a sentirmi coinvolto completamente in quel tipo di lotta politica. Non ero a mio agio nelle manifestazioni quando ci si prendeva tutti per mano con la persona vicina. Anche quando bisognava tirare i sassi verso i poliziotti avevo l’impressione di non essere me stesso. Questo è veramente ciò che ho sempre desiderato? Non riuscivo a sentirmi solidale con gli altri.
…
Ero stato sul punto di abbandonare sia lei che le bambine. Non potevo tornare indietro come se niente fosse solo perché Shimamoto era sparita. Le cose nella vita non sono così facili e non è neanche giusto che lo siano.
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Quella che per noi è la realtà, fino a che punto lo è davvero e fino a che punto è quella che noi percepiamo come tale? Spesso è addirittura impossibile distinguere tra le due.
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Tempo di lettura: 4h 06m
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Il ciclista di Cernobyl
Un romanzo inquietante e poetico che sa raccontare l’indicibile questo è quanto si legge nella copertina de Il ciclista di Cernobyl di Javier Sebastian.
Mai giudizio e sintesi sono state più azzeccate.
La scena finale, con la presentazione dei personaggi che hanno deciso di rimanere a Pripjat’ non ... (continue)
Un romanzo inquietante e poetico che sa raccontare l’indicibile questo è quanto si legge nella copertina de Il ciclista di Cernobyl di Javier Sebastian.
Mai giudizio e sintesi sono state più azzeccate.
La scena finale, con la presentazione dei personaggi che hanno deciso di rimanere a Pripjat’ nonostante la situazione, è tra le più sincere e commoventi che abbia letto negli ultimi tempi.
L’immedesimazione è condizione necessaria per essere un buon lettore e in certi casi può essere anche condizione sufficiente a discapito di caratteristiche come lo stile, il metodo, la forma… tutte cose interessanti e spesso indispensabili per un libro di successo, ma che a mio parere devono rimanere tra gli addetti ai lavori, mentre il lettore comune normalmente è più interessato alla storia.
Una storia che si rispetti porta inevitabilmente ad una forte immedesimazione da parte del lettore e se non si resta coinvolti dalle vicende de Il ciclista di Cernobyl allora è un brutto segnale…
Qua si parla di Chernobyl ( questo sarebbe il nome corretto ) e del disastro nucleare del 1986.
A chi si stava avviando verso la maggiore età come il sottoscritto, quei ricordi sono rimasti impressi nella mente assieme ai timori e a tutti i dibattiti del caso; a maggior ragione se all’epoca si frequentava una scuola tecnica.
Era il periodo della guerra fredda, di Reagan e Gorbaciov, di Sting che cantava Russians e di tutta una serie di film e libri sull’argomento atomo, anche se decisamente spostato verso il campo militare.
Il libro racconta la storia di Vasilij Nesterenko, uno dei protagonisti della prima ora dopo l’esplosione del reattore e uno dei maggiori dissidenti che la propaganda abbia cercato di contrastare.
L’ambiente descritto è ovviamente di una desolazione unica e le persone che per vari motivi tornano a vivere a soli tra chilometri dal luogo del disastro, hanno un quotidiano improvvisato ed estremamente incerto.
Il clima che si respira sarebbe quello tipico di qualche libro di Cormac McCarthy tipo La strada o anche Suttree, senonché qui si racconta la realtà vera e allora il confronto andrebbe ribaltato.
Un libro che non appare come una denuncia esplicita, ma che tiene ad elevare la dignità delle persone delle quali racconta la storia.
Una dignità sincera che non viene mai dimenticata in ogni pagina del libro.
I brevi accenni ai fatti relativi alla centrale, sono riportati come una specie di cronaca personale e però forse è proprio questo il tipico caso di silenzio assordante.
Non serve raccontare come possa essere accaduto tutto ciò, è sufficiente descrivere pagina dopo pagina, riga dopo riga, le condizioni di vita nella cittadina, con le zone ad alta pericolosità segnalate da righe colorate e la morte scontata dei protagonisti.
Mentre da noi si sconsigliava il consumo di insalata e di latte, delle persone vivevano e vivono ancora oggi a stretto contatto con il mostro.
Il libro rappresenta un’ottima occasione per approfondire un argomento da molto tempo messo da parte.
Tempo di lettura: 7h 14m
Steve Jobs
Per uno come me che da sempre ha sentito il richiamo della tecnologia, della innovazione e dei numeri in generale, leggere un libro come questo è manna che cade dal cielo.
Non tanto per la figura di Steve Jobs in sé e per tutto ciò che ha rappresentato, quando per l’atmosfera e l’entusiasmo che si ... (continue)
Per uno come me che da sempre ha sentito il richiamo della tecnologia, della innovazione e dei numeri in generale, leggere un libro come questo è manna che cade dal cielo.
Non tanto per la figura di Steve Jobs in sé e per tutto ciò che ha rappresentato, quando per l’atmosfera e l’entusiasmo che si respirano leggendo di ragazzi che passano le notti chiusi in un garage a coltivare la propria passione.
Questa è la cosa che forse mi manca maggiormente e mi accorgo di come una lettura del genere riesca a trasmettermi una carica incredibilmente positiva facendo nascere in me la voglia di riprendere in mano progetti da troppo tempo messi in un cassetto, per non parlare di sperimentazioni di vario genere che vagano per la mente da diverso tempo.
E’ il concetto del pioniere che si muove verso direzioni sconosciute.
Ci sono tante cose che mi suonano famigliari in questa storia.
L’escalation come uomo di successo di Steve Jobs non mi tocca più di tanto, ma dal punto di vista tecnico ci sono tante cose che rievocano ricordi di gioventù.
L’entrata in scena dei computer mi ha visto in qualche modo coinvolto in molti degli scenari qui trattati.
La nascita dei videogiochi da bar dell’Atari e delle consolle per casa da collegare alla televisione.
Il passaggio al mondo dei computer con il Vic-20 ( macchina senza assolutamente nessuna memoria ), poi a seguire il Commodore 64, lo Zx-Spectrum, l’Executive, fino ad arrivare ai primi programmi seri come il vecchio Multiplan che mi ha fatto scoprire le applicazioni business.
Queste però sono solamente divagazioni personali che potrebbero sì interessare qualcuno, ma che tutti gli altri troveranno certamente noiose, per cui torniamo al libro.
La mia idea di partenza era che questa biografia fosse sostanzialmente un doppione gonfiato degli altri libri già usciti sul personaggio Steve Jobs, di conseguenza nel mio approccio c’era un po’ di scetticismo.
Devo dire che questa sensazione è caduta dopo pochi capitoli del volume.
Infatti mano a mano che si scorrono le pagine, ci si accorge che questo libro presenta un livello di competenza e di dettagli che fa sfigurare quel Nella mente di Steve Jobs ( mia lettura di diversi mesi fa ) che pensavo già esaustivo in molti suoi aspetti.
Un esempio per tutti è la questione dell’idea di interfaccia grafica avuta dalla Xerox e “rubata” dalla Apple, argomento qui spiegato molto bene ed invece solo accennato nel libro precedente.
Un consiglio solo dunque: se siete ancora indecisi su cosa comprare, esistono solamente due possibilità: o questo libro o nulla.
In ogni caso meglio questo libro che nulla, infatti la biografia non necessariamente deve essere letta come celebrazione del protagonista, ma può tranquillamente considerarsi a tutti gli effetti come l’epopea dell’informatica.
La storia dei due ragazzi, Wozniak e Jobs, che chiusi in un garage a notte fonda costruiscono il primo computer veramente funzionale e alla portata di tutti è decisamente affascinante.
Emergono fin da subito le diverse competenze e i diversi modi di vedere il mondo: Wozniak più tecnico e di spirito libero e Jobs più concreto ed affarista.
Il primo progetto vero e proprio, costituito dalle blue box, apparecchiatura per interurbane telefoniche diciamo pirata, mette in chiaro le differenze tra i due ed è proprio Wozniak a dire: le blue box rappresentarono un esempio di quello che potevamo fare con le mie competenze tecniche e la sua capacità di immaginare il futuro.
Ben presto le intuizioni e la realizzazione dei progetti prendono piede e le cose diventano sempre più importanti ed ambiziose.
Jobs parlando dell’Apple II dice: la mia idea era di creare il primo computer completamente integrato. Per ogni hobbista che amava assemblare da sé tutti i pezzi, c’erano mille persone che desideravano la macchina pronta per l’uso.
Il libro ripercorre certamente tutta la storia personale e lavorativa di Steve Jobs: dall’inizio pieno di successi all’esordio del primo Macintosh, dalla cacciata dalla Apple al rilancio della Pixar, dal ritorno con tutti gli onori alla casa madre, fino al trionfo degli anni 2000 con i prodotti iPod, iTunes, iPhone, iPad, ecc. ecc.
Ma non sono queste a mio avviso le parti più importanti.
Se la vediamo da questo punto di vista siamo alle solite: c’è un uomo che probabilmente era un genio per la sua capacità di immaginare il futuro e quindi viene idolatrato.
In questa maniera tutte le sue caratteristiche personali, diciamo stravaganti, diventano un modo di vivere, fanno tendenza: il suo modo di vestire, la sua casa mai finita, il suo pretendere sempre il massimo da tutti.
Tutto ciò però non giustifica gli aspetti negativi della sua personalità: non mi riferisco in particolare al modo di fare all’interno delle sue aziende, quanto piuttosto al fatto di concepire il mondo in generale secondo una netta separazione tra uomini geniali e persone degne di nessuna considerazione, oppure all’assoluta mancanza di rispetto per alcune delle regole di convivenza civile proprie della nostra società.
Mi spiego: il fatto che sul posto di lavoro incrociare Steve Jobs poteva essere causa di grandissima apprensione, perché lui poteva ignorarti completamente oppure farti una domanda improvvisa e licenziarti sui due piedi se non riuscivi a dare una risposta adeguata, personalmente lo vedo come una brutta cosa, un modo di fare non condivisibile, ma non lo ritengo un dramma.
Stiamo parlando di lavoro e non sono qui a dire che il fine giustifichi i mezzi, ma dico che quello che ho letto, assieme alle mie esperienze personali, mi porta a pensare che la cosa più importante in un ambiente lavorativo sia il senso di responsabilità.
Di conseguenza una persona che si assume tutte le responsabilità della gestione, produttiva e non, può decidere liberamente quale linea di comportamento tenere con i propri collaboratori perché poi alla resa dei conti sarà lui in prima persona a rispondere dei risultati.
L’allenatore di una squadra di calcio è libero di decidere l’atteggiamento da tenere nei confronti dei giocatori: può cercare il dialogo oppure può urlare in faccia ai suoi uomini.
Il suo modo di lavorare avrà un giudizio insindacabile dato dai risultati e lui ne sarà responsabile nel bene e nel male.
Il suo scopo è quello di fare esprimere i propri giocatori al massimo delle loro potenzialità.
Di Steve Jobs alcuni dei suoi collaboratori dicono:
- mi ha portato a realizzare cose che non pensavo di essere in grado di fare
- non sapevi che ti stava chiedendo una cosa impossibile e così riuscivi a farla
Ecco quindi la prova che con il suo atteggiamento scontroso e brutale, alla fine riusciva a far rendere al massimo le persone alle sue dipendenze, ammesso che fossero in grado di sopportare lo stress.
Diverso sarebbe stato lo stesso tipo di comportamento senza l’assunzione di responsabilità, come capita piuttosto spesso direi quando il personaggio in cima alla gerarchia in caso di insuccesso scarica le responsabilità sui propri subalterni…
Altra cosa invece è il comportamento di Steve Jobs fuori dell’ambito lavorativo: il mancato rispetto di tante regole anche banali non può essere giustificato.
Chi parcheggia nel posto riservato agli invalidi è degno di essere chiamato in tutti i modi possibili anche se è un genio in un certo campo, così come il fatto di essere un genio non giustifica la mancanza di rispetto verso gli altri.
Se uno è un genio è un genio e se uno è un pezzo di merda è un pezzo di merda.
Le cose restano valide anche combinando le cose e miscelandole tra loro, non è che una annulli l’altra.
Mi pareva doverosa questa precisazione perché altrimenti potrebbe sembrare un elogio assoluto.
Tutt’altra storia invece, quando si parla di innovazione e dei tanti, tantissimi dettagli che fanno la differenza e che hanno portato la Apple ad essere quella che è.
Oltre alla parte tecnica ci sono anche tutta una serie di aneddoti curiosi che solamente visti tutti assieme fanno capire quale sia stata la ricerca per arrivare a mettere in commercio certi prodotti senza passare per alcun tipo di compromesso.
Non si tratta solamente del prodotto finito, ma proprio dei dettagli.
“Se qualcosa non va bene non è possibile fare finta di niente, dire che verrà messa a posto in un secondo momento. Questo lo lasciamo fare alle altre aziende”.
In un’intervista a Wired nel 1995 Jobs afferma:
“Windows ha vinto. Ha battuto il Macintosh, ha battuto UNIX, ha battuto OS/2. Ha vinto un prodotto inferiore”.
Già! E’ vero che è esistito anche quel tipo di sistema all’interno del mondo IBM; personalmente con OS/2 ( anche se ai tempi non conoscevo la sua origine ) ci ho avuto a che fare per lavoro e devo dire che pur essendo diverso dagli altri e quindi con qualche problema di connettività di rete (anche se ai tempi non era una cosa indispensabile come lo è diventato poco tempo dopo) era un sistema estremamente stabile che non mi ha mai creato problemi.
In tutti questi anni effettivamente Windows ha spadroneggiato e la prova provata che si tratti di un sistema inferiore è che ormai anche per i laureati in informatica pare non sia un problema il fatto che i sistemi vadano in crash.
Si dà quasi per scontato che non possa essere altrimenti e ci si organizza allestendo server dedicati per ogni singola applicazione (in modo da bloccare solo quella la cui macchina deve essere riavviata) oltre a tutta una serie di “coperture assicurative” quali mirror-disk, unità di backup, ecc.
Solamente negli ultimi tempi le cose si stanno evolvendo grazie a buone iniziative (Linux e il ritorno Apple) e a pessimi prodotti (Windows Vista su tutti).
A questo proposito riporto un piccolo episodio personale:
qualche anno fa, alla presentazione di un pacchetto gestionale per le aziende ceramiche che girava su piattaforma Windows Vista, era presente anche il responsabile commerciale dell’area nord-Italia ( se non ricordo male ) della Microsoft Italia.
Alle lamentazioni specifiche della responsabile CED di una delle aziende intervenute, che lamentava una serie continua di problemi riguardanti il nuovo sistema operativo Windows, il rappresentante Microsoft rispose con queste esatte parole:
“Vede, Microsoft stima che entro l’anno Vista sarà il sistema operativo installato su circa il 60% delle macchine e quindi il passaggio da XP a Vista è inevitabile così come è inevitabile che i vari problemi vengano via via risolti proprio anche grazie alle segnalazioni degli utenti.
D’altra parte il software nasce rotto e poi viene sistemato in corso d’opera, quindi non si preoccupi che tutto andrà a posto”.
Il software nasce rotto??? Roba da matti!
Chiusa questa piccola parentesi è vero che, come dicono i detrattori, la Apple in fondo non ha mai creato nulla di nuovo, ma come diceva lo stesso Jobs rubare le idee è fondamentale.
Se qualcuno ha avuto un’idea e non riesce a sfruttarla allora è semplicemente un incompetente ed è giusto rubare quella sua idea per svilupparla e creare qualcosa di grande.
E’ il caso dell’interfaccia grafica della Xerox in riferimento alla quale Jobs disse ai suoi collaboratori: questi sono seduti su una miniera d’oro e non se ne rendono conto.
Ma non bisogna essere portati a credere che tutto quanto realizzato da Jobs sia limitato al marchio Apple, c’è una buona parte di tecnologia creata dall’azienda di Cupertino ormai diventata standard e diffusa su prodotti di tutti i marchi.
Dalla porta firewire al masterizzatore DVD, dal negozio musicale ai lettori mp3…
Anche chi non si sente legato o attratto dal marchio Apple, in realtà probabilmente utilizza quotidianamente in qualche apparecchio tecnologico di un casa costruttrice concorrente, un qualcosa nato da un’idea di Steve Jobs.
Tanti aneddoti in questo libro: tra le altre cose venire a conoscenza del fatto che i pavimenti dei più importanti Apple Store sono di piastre di arenaria provenienti dalla cava Il Casone di Fiorenzuola, luogo che conosco molto bene e di fronte al quale passo decine di volte all’anno, è stata una bella sorpresa.
Concludendo questo è un libro costituito da molte parti intrecciate tra loro:
- la pura biografia di Steve jobs
- la storia dell’informatica
- il modo di gestire la parte artistica e creativa di un’azienda
- altre ancora
Nessun pregio in un campo giustifica un comportamento irrispettoso in un altro campo.
Chiarito questo devo dire che il libro mi è piaciuto davvero tanto e che dopo questa lettura ho imparato ad apprezzare ancora di più alcuni prodotti perché mi sono reso conto del lavoro che c’è stato per arrivare a questi risultati.
Si può leggere in tanti modi e quello di leggere la storia di un personaggio ormai diventato idolo di massa è solo uno di essi.
Personalmente sono più legato ai prodotti, alla loro efficienza e alla loro semplicità di utilizzo e di interfacciamento, che alla persona che li ha ideati.
Ma è solamente un punto di vista, il mio.
Tempo di lettura: 19h 49m
K2
Sorvolare sulle questioni di principio e sui dettagli, tacere per il bene pubblico, per il bene del paese, per il bene dell’azienda, per il bene della famiglia, per il bene della spedizione.
Prima o poi ciascuno di noi si è trovato in una situazione nella quale ha rinunciato, o cosa ben peggiore, ... (continue)
Sorvolare sulle questioni di principio e sui dettagli, tacere per il bene pubblico, per il bene del paese, per il bene dell’azienda, per il bene della famiglia, per il bene della spedizione.
Prima o poi ciascuno di noi si è trovato in una situazione nella quale ha rinunciato, o cosa ben peggiore, è stato chiamato a rinunciare a chiarire la propria posizione e quindi sorvolare su dettagli che è meglio non approfondire per non creare conflittualità apparentemente inutili.
A volte però capita che poi le cose vengano presentate in maniera superficiale e magari succede anche che si venga presentati sotto una luce che non rispecchia la realtà dei fatti.
A quel punto se si reagisce chiedendo la verifica corretta delle cose ci viene rinfacciato che se esistevano obiezioni, queste andavano presentate al momento opportuno e il fatto di avere taciuto o sorvolato per il bene comune viene rivoltato e diventa un’accusa.
E’ precisamente questo il caso della spedizione del 1954 organizzata dal CAI (Centro Alpino Italiano) che portò gli scalatori Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sulla vetta del K2.
Gli avvenimenti realmente accaduti nel corso delle 48 ore immediatamente precedenti la conquista della montagna, sono stati ufficializzati secondo criteri mai condivisi da tutti i partecipanti alla spedizione, senza che ciò avesse comportato particolari problemi a molte delle autorità e dei personaggi coinvolti.
C’erano varie incongruenze in quella versione ufficiale poi ripresa tale e quale da quasi tutti gli organismi interessati italiani e stranieri nel corso degli anni a seguire.
Il fattaccio però avviene in occasione del decimo anniversario della conquista, quando sulla Nuova Gazzetta del Popolo, giornale torinese, appare un articolo dove Walter Bonatti viene palesemente accusato di aver messo in pratica un subdolo progetto per arrivare alla cima prima degli altri.
La feroce reazione di Bonatti a quel punto non trova appoggi da parte di nessuna delle individualità coinvolte, né tantomeno dalle istituzioni, che anzi gli rinfacciano proprio il fatto che aver taciuto per così tanti anni su vicende di tale importanza.
Cosa questa grave e che oltretutto contribuisce a rendere le nuove precisazioni ancora meno credibili.
Ecco che la faccenda viene rivoltata e un iniziale atto di rinuncia personale si trasforma in una ulteriore accusa.
In questo libro K2-La verità Walter Bonatti continua e porta a conclusione una vicenda oscura (una delle tante del nostro Paese) che si protrae da oltre cinquant’anni.
La fa nella maniera più chiara e precisa possibile, riportando date, testimonianze, grafici, tempi, calcoli statistici e tutto ciò di cui un approccio corretto e indipendente alla vicenda dovrebbe servirsi per stabilire una cronaca certa degli avvenimenti di quei giorni della fine di luglio del 1954.
Bonatti parla della sua “imperdonabile ingenuità che è arrivata persino a farmi ritenere cosa giusta il silenzio, come se questo potesse giovare veramente al bene della spedizione tanto predicato… Ecco come il mio silenzio valse prima a favorire gli altri e poi, in uguale proporzione, a ritorcersi su me stesso il giorno che pubblicai la mia storia sul K2″.
Mai cerca di diminuire il valore dell’impresa di Compagnoni e Lacedelli, mai tenta di far passare il messaggio che avrebbe potuto esserci lui al loro posto.
Piuttosto ne esce un grande risentimento per essere passato per un complottatore ed un arrivista, mentre quello che sembra mancargli è un riconoscimento morale per i rischi immensi da lui presi intenzionalmente per mettere i due colleghi nelle condizioni di riuscire nella conquista della cima.
Forse la cosa che più ha infastidito Bonatti all’epoca dei fatti (prima dell’uscita dell’articolo sul giornale torinese) è stato il mancato chiarimento in forma privata tra lui e Compagnoni e Lacedelli riguardo a quello che probabilmente è stato un malinteso, un equivoco.
Bonatti ci mette del suo, forte di un risentimento che nel corso dei decenni non ha fatto altro che crescere assieme al senso di ingiustizia, per cui quello che nei primi momenti è un chiarimento possibile, dopo tanto tempo diventa una cosa troppo spinosa per trovare una soluzione condivisa.
Ecco dunque di cosa tratta questo libro: della lotta per il riconoscimento della verità.
Risultato poi finalmente ottenuto dopo oltre cinquant’anni di battaglie legali grazie alla casualità delle prove fornite da un appassionato australiano.
Un libro fantastico che oltre a raccontare una pagina importante della storia del nostro Paese, ne illustra anche molto bene anche uno degli aspetti peggiori.
Un pensiero alla fine rimane: ma se si mente così tanto su un caso di successo come questo, chissà quante cosa tenute nascoste ci saranno in tutti quei casi di sconfitta…
Tempo di lettura: 6h 22m