Leggere di cibo, Sicilia e tradizioni, non rende affatto facile formulare un giudizio per questo libro. Vi chiederete perché. Be', immaginatemi nelle vesti di un albero con radici penetrate nel suolo siciliano, ben fissate al substrato e funzionali all'assorbimento di acqua e nutrienti disciolti nel
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Leggere di cibo, Sicilia e tradizioni, non rende affatto facile formulare un giudizio per questo libro. Vi chiederete perché. Be', immaginatemi nelle vesti di un albero con radici penetrate nel suolo siciliano, ben fissate al substrato e funzionali all'assorbimento di acqua e nutrienti disciolti nella mia terra. In queste condizioni, si potrebbe mai dare un giudizio obiettivo ad uno scritto che racconta di un'infanzia siciliana di metà novecento e della cultura della tavola? Certo che no. Riconosco perciò la mia incapacità ad essere imparziale ed invito chi volesse essere allietato da una recensione giusta, a girare a largo. Troppi sono gli spunti che mi legano a questo piccolo memoriale di usi e tradizioni, da cui si sprigiona un'attenzione certosina per il cibo – visto come rudimento, nozione elementare di una tecnica o, meglio ancora, di un’arte – e per un ciclo vitale forzatamente e piacevolmente scandito dai tempi dettati dalla terra. La Hornby racconta di sé e della sua campagna, rivanga ricordi e si abbandona ad una rassegnata afflizione per quei tempi ormai trascorsi e indimenticati. E' un sentimento quasi nascosto che trapela con la personificazione del testo e la partecipazione allo scritto, viene del tutto naturale coglierlo. C'è un filo che unisce me e questo libro: la famiglia. Nel corso della lettura, spesso echeggiavano nelle mie orecchie le parole di mia madre e di mia zia che ogni tanto si abbandonano in lunghi racconti della loro infanzia e degli stenti e sacrifici di una Sicilia post-bellica. Racconti che ormai conosco a memoria e purtuttavia, in un modo o in un altro, s'insinuano sempre nelle discussioni di famiglia, vengono riascoltate da noi figli che tacitamente sorbiamo un ripasso per non dimenticare da dove siamo venuti. L'importanza dei valori e delle tradizioni sembrano il resoconto di quei discorsi e di questo libro insieme, sono la vera ricchezza che fa da collante per una famiglia, unendola nei momenti di dolore ed allietandola nelle dolci stagioni della spensieratezza. C’è poi il piacere della tavola che dall’inizio alla fine del libro scandisce le giornate estive e campagnole dell’autrice. Si parte dalla considerazione che “in campagna si mangia ciò che produce la terra” e via via vengono descritti i modi di preparazione di un piatto, prima ancora che le dosi e gli ingredienti – poi accuratamente rivelati a fine testo – vengano annoverati. Colori, odori e sapori precedono la spenta e meccanica rivelazione di dosi e quantità. Vengono stimolati i sensi perché si abbocchi all’amo del piacere culinario. Ammettiamolo, anche il palato è in grado di regalare l’estasi. Sono una cultrice della buona cucina, quella sanziera direbbe la Hornby. Il mio amore per una pietanza somiglia all’amore provato per una persona, è fatto di una lenta conoscenza delle sue origini, delle sue caratteristiche ed infine del modo in cui si presenta, solo un approccio lento regala delle sensazioni che poi conducono all’innamoramento e questo è condiviso a suo modo nel libro in tanti punti. Il più bello? Il momento in cui descrive la panificazione, da ‘u crescenti alla famiata, alla scanatura, all’impanatura, concludendo infine dicendo: “Pane caldo e olio, il cibo più buono che abbia mai gustato”. Modernità ed evoluzione riuscirebbero a banalizzare una frase del genere, privandola a torto della pregnanza di significato che le spetta di diritto per via delle canoniche fasi di preparazione. Non partecipare a queste ultime ci impoverisce e ci rende ignoranti del fatto che, in realtà, pane e olio è un pasto luculliano. Solo chi ama il cibo – da distinguere da chi ne è avido – conosce la magnificenza che si nasconde dietro un piatto volgarmente definito povero e la Hornby è una di questi.
C'erano tante buone premesse perché potesse piacermi ma l'unico effetto prodotto è stato innervosirmi per i contenuti privi di contenuto e per il calo sconsiderato della mia voglia di lettura. Mi fermo a pag. 108 e lo lancio nel posto più scognito della mia libreria.
E’ un monologo poetico capace di suscitare sentimenti delicati nel raccontare la vita singolare di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. «Andrà lontano con un nome così», si diceva. E di strada ne fa in effetti, ma via mare, arrivando a capire cosa ci fosse sulla terra ferma solo attraverso i p
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E’ un monologo poetico capace di suscitare sentimenti delicati nel raccontare la vita singolare di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. «Andrà lontano con un nome così», si diceva. E di strada ne fa in effetti, ma via mare, arrivando a capire cosa ci fosse sulla terra ferma solo attraverso i passeggeri del Virginian, «erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima». Mi fermo qui, aggiungere altro significherebbe rivelare altri particolari, considerata la brevità del testo, che bisogna invece gustare e ancora gustare. Leggetelo o rileggetelo, ascoltando Maple leaf rag di Scott Joplin - musicista di ragtime, genere antesignano del jazz - vi sentirete catapultati in un’epoca che esplodeva di fascino e bellezza, e vi farete un’idea di ciò che su quella nave veniva suonato. Era una malia che si diffondeva attraverso le note di un pianoforte.
L’ho letteralmente ingollato. Bello, bellissimo Barney Parnofsky e le sue digressioni che delle volte mal tolleravo, desiderosa che approfondisse altri aspetti della sua storia piuttosto che confondermi ancora la mente, così come ha fatto per le prime centoquaranta pagine ove regna il caos totale. S
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L’ho letteralmente ingollato. Bello, bellissimo Barney Parnofsky e le sue digressioni che delle volte mal tolleravo, desiderosa che approfondisse altri aspetti della sua storia piuttosto che confondermi ancora la mente, così come ha fatto per le prime centoquaranta pagine ove regna il caos totale. Spesso sono arrivata al punto di dover chiudere il libro e trascorrere la pausa osservando in copertina Mordecai Richler con quello sguardo inspiegabilmente corrugato, forse intento a risolvere quesiti del tipo: qual è quel mefistofelico aggeggio che si usa per versare la minestra? Il desiderio di dare un volto a Barney è stato tale che senza indugi l’ho associato a quella foto in bianco e nero, dimenticando che si trattasse di Richler, e trascorrendo le mie pause in fittive pettinate di quei riccioli con le dita di una mano. Barney aveva giusto appena iniziato ad affascinarmi. Non si tratta di una storia di vita eclatante o più bella di altre, non ha nulla di originale a ben pensarci e non ha il pregio di considerarsi migliore di tante vite comuni. E’ più semplicemente una vita, raccontata però dal punto di vista di un soggetto in grado di farsi perdonare con facilità e tacitamente per le pesanti digressioni iniziali con un’ininterrotta lettura delle sue parole che, dopo la centoquarantesima pagina, iniziano finalmente a scorrere gradevolmente, producendo un effetto magnetico e lasciando partecipare il lettore alle sue emozioni. Ho così creduto al suo senso di colpa per la povera Clara, una donna che si allontana dal mio apprezzamento ma che ha suscitato la mia commozione; ho sorriso per gli irritanti dialoghi/monologhi della seconda signora Panofsky; mi sono innamorata della sua storia con Miriam e del suo viscerale amore capace di divinizzarla, definendola ”Mio terno al lotto, mia redenzione, mio Oscar”. E’ la sua Beatrice, è la donna della sua vita. Uno fra i più belli il capitolo in cui finalmente descrive il loro incontro e in cui parla di lei così: “Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato l’avrei trovato giusto.” Barney è al contempo un uomo sarcastico e sensibile che non si è fatto mancar nulla, ha arricchito la sua vita anche di una vicenda giudiziaria che tormenterà la sua coscienza pro die e che lascia il lettore con l’incognita del colpevole letterelmante fino all’ultima pagina. L’illuminante poscritto del figlio Mike dipanerà a suo modo la matassa, concendendo al lettore la risoluzione del caso, di chiudere il libro e rimanere satollo e soddisfatto della sua lettura a perdifiato.
Vònni la libertà? Je la darò... disse Naticchia appena fatto re der paesetto de li Scocciacò. E detto fatto se vestì da sé se mise la corona e s'affacciò.
Scocciacojoni! - disse - fin d'adesso potrete fa' quer che ve pare e piace compreso quello che nun è permesso: basta, però, che me l
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Vònni la libertà? Je la darò... disse Naticchia appena fatto re der paesetto de li Scocciacò. E detto fatto se vestì da sé se mise la corona e s'affacciò.
Scocciacojoni! - disse - fin d'adesso potrete fa' quer che ve pare e piace compreso quello che nun è permesso: basta, però, che me lassate in pace... E er popolo strillò: Te sia concesso! Se terrai fede a le promesse tue resteremo sovrani tutt'e due.
Così cambiò governo e tra le prime riforme der partito liberale, fu rimpastato er Codice penale secondo l'esiggenze der reggime.
Ma, un brutto giorno, quella stessa folla tornò a la Reggia e improvisò un comizzio che fece zompà er re come una molla. Qua - disse - se nun mettono giudizzio preferisco magnà pane e cipolla...
Uno parlò pe' tutti: Maestà! visto e considerato che l'orchestra che ce sona sta musica nun va, te riportamo quella libertà che ciài buttato giù da la finestra. Qui ciàbbisogna un uomo positivo che rinforzi er potere esecutivo.
Er re disse: Benone! E tra le prime riforme der governo autoritario, fu rimpastato tutto er calendario secondo l'esiggenze der reggime. Però nun finì lì. Doppo quarch'anno ch'er macchinario funzionava male, er popolo s'accorse de l'inganno: nun volle più sentì l'inno reale e principiò a strillà: Morte ar tiranno!
Naticchia, che sentì, fece un fagotto cor manto, co lo scettro e la corona corse a la loggia e lo buttò de sotto. Io - disse - me la squajo e me ne fotto.
Che Santa Pupa ve la manni bona! Che volete che speri, a conti fatti, da un popolo guidato da li matti?
Doppo d'avè risposto pe' le rime la massa se divise in tre correnti, co' dodici partiti differenti secondo l'esiggenze der reggime.
MORALE: Quanta gente, in politica ha addoprato er vecchio lavamano de Pilato? e quanti lasceranno pe' memoria l'impronte diggitali ne la Storia? Perfino a Scocciacò, per esse giusti, so' più li piedistalli che li busti.
Un filo d'olio
Leggere di cibo, Sicilia e tradizioni, non rende affatto facile formulare un giudizio per questo libro. Vi chiederete perché. Be', immaginatemi nelle vesti di un albero con radici penetrate nel suolo siciliano, ben fissate al substrato e funzionali all'assorbimento di acqua e nutrienti disciolti nel ... (continue)
Leggere di cibo, Sicilia e tradizioni, non rende affatto facile formulare un giudizio per questo libro. Vi chiederete perché. Be', immaginatemi nelle vesti di un albero con radici penetrate nel suolo siciliano, ben fissate al substrato e funzionali all'assorbimento di acqua e nutrienti disciolti nella mia terra. In queste condizioni, si potrebbe mai dare un giudizio obiettivo ad uno scritto che racconta di un'infanzia siciliana di metà novecento e della cultura della tavola? Certo che no. Riconosco perciò la mia incapacità ad essere imparziale ed invito chi volesse essere allietato da una recensione giusta, a girare a largo. Troppi sono gli spunti che mi legano a questo piccolo memoriale di usi e tradizioni, da cui si sprigiona un'attenzione certosina per il cibo – visto come rudimento, nozione elementare di una tecnica o, meglio ancora, di un’arte – e per un ciclo vitale forzatamente e piacevolmente scandito dai tempi dettati dalla terra. La Hornby racconta di sé e della sua campagna, rivanga ricordi e si abbandona ad una rassegnata afflizione per quei tempi ormai trascorsi e indimenticati. E' un sentimento quasi nascosto che trapela con la personificazione del testo e la partecipazione allo scritto, viene del tutto naturale coglierlo.
C'è un filo che unisce me e questo libro: la famiglia. Nel corso della lettura, spesso echeggiavano nelle mie orecchie le parole di mia madre e di mia zia che ogni tanto si abbandonano in lunghi racconti della loro infanzia e degli stenti e sacrifici di una Sicilia post-bellica. Racconti che ormai conosco a memoria e purtuttavia, in un modo o in un altro, s'insinuano sempre nelle discussioni di famiglia, vengono riascoltate da noi figli che tacitamente sorbiamo un ripasso per non dimenticare da dove siamo venuti. L'importanza dei valori e delle tradizioni sembrano il resoconto di quei discorsi e di questo libro insieme, sono la vera ricchezza che fa da collante per una famiglia, unendola nei momenti di dolore ed allietandola nelle dolci stagioni della spensieratezza.
C’è poi il piacere della tavola che dall’inizio alla fine del libro scandisce le giornate estive e campagnole dell’autrice. Si parte dalla considerazione che “in campagna si mangia ciò che produce la terra” e via via vengono descritti i modi di preparazione di un piatto, prima ancora che le dosi e gli ingredienti – poi accuratamente rivelati a fine testo – vengano annoverati. Colori, odori e sapori precedono la spenta e meccanica rivelazione di dosi e quantità. Vengono stimolati i sensi perché si abbocchi all’amo del piacere culinario. Ammettiamolo, anche il palato è in grado di regalare l’estasi. Sono una cultrice della buona cucina, quella sanziera direbbe la Hornby. Il mio amore per una pietanza somiglia all’amore provato per una persona, è fatto di una lenta conoscenza delle sue origini, delle sue caratteristiche ed infine del modo in cui si presenta, solo un approccio lento regala delle sensazioni che poi conducono all’innamoramento e questo è condiviso a suo modo nel libro in tanti punti. Il più bello? Il momento in cui descrive la panificazione, da ‘u crescenti alla famiata, alla scanatura, all’impanatura, concludendo infine dicendo: “Pane caldo e olio, il cibo più buono che abbia mai gustato”. Modernità ed evoluzione riuscirebbero a banalizzare una frase del genere, privandola a torto della pregnanza di significato che le spetta di diritto per via delle canoniche fasi di preparazione. Non partecipare a queste ultime ci impoverisce e ci rende ignoranti del fatto che, in realtà, pane e olio è un pasto luculliano. Solo chi ama il cibo – da distinguere da chi ne è avido – conosce la magnificenza che si nasconde dietro un piatto volgarmente definito povero e la Hornby è una di questi.
Tropico del Cancro
C'erano tante buone premesse perché potesse piacermi ma l'unico effetto prodotto è stato innervosirmi per i contenuti privi di contenuto e per il calo sconsiderato della mia voglia di lettura. Mi fermo a pag. 108 e lo lancio nel posto più scognito della mia libreria.
Novecento
E’ un monologo poetico capace di suscitare sentimenti delicati nel raccontare la vita singolare di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. «Andrà lontano con un nome così», si diceva. E di strada ne fa in effetti, ma via mare, arrivando a capire cosa ci fosse sulla terra ferma solo attraverso i p ... (continue)
E’ un monologo poetico capace di suscitare sentimenti delicati nel raccontare la vita singolare di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. «Andrà lontano con un nome così», si diceva. E di strada ne fa in effetti, ma via mare, arrivando a capire cosa ci fosse sulla terra ferma solo attraverso i passeggeri del Virginian, «erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima». Mi fermo qui, aggiungere altro significherebbe rivelare altri particolari, considerata la brevità del testo, che bisogna invece gustare e ancora gustare. Leggetelo o rileggetelo, ascoltando Maple leaf rag di Scott Joplin - musicista di ragtime, genere antesignano del jazz - vi sentirete catapultati in un’epoca che esplodeva di fascino e bellezza, e vi farete un’idea di ciò che su quella nave veniva suonato. Era una malia che si diffondeva attraverso le note di un pianoforte.
La versione di Barney
L’ho letteralmente ingollato. Bello, bellissimo Barney Parnofsky e le sue digressioni che delle volte mal tolleravo, desiderosa che approfondisse altri aspetti della sua storia piuttosto che confondermi ancora la mente, così come ha fatto per le prime centoquaranta pagine ove regna il caos totale. S ... (continue)
L’ho letteralmente ingollato. Bello, bellissimo Barney Parnofsky e le sue digressioni che delle volte mal tolleravo, desiderosa che approfondisse altri aspetti della sua storia piuttosto che confondermi ancora la mente, così come ha fatto per le prime centoquaranta pagine ove regna il caos totale. Spesso sono arrivata al punto di dover chiudere il libro e trascorrere la pausa osservando in copertina Mordecai Richler con quello sguardo inspiegabilmente corrugato, forse intento a risolvere quesiti del tipo: qual è quel mefistofelico aggeggio che si usa per versare la minestra? Il desiderio di dare un volto a Barney è stato tale che senza indugi l’ho associato a quella foto in bianco e nero, dimenticando che si trattasse di Richler, e trascorrendo le mie pause in fittive pettinate di quei riccioli con le dita di una mano. Barney aveva giusto appena iniziato ad affascinarmi. Non si tratta di una storia di vita eclatante o più bella di altre, non ha nulla di originale a ben pensarci e non ha il pregio di considerarsi migliore di tante vite comuni. E’ più semplicemente una vita, raccontata però dal punto di vista di un soggetto in grado di farsi perdonare con facilità e tacitamente per le pesanti digressioni iniziali con un’ininterrotta lettura delle sue parole che, dopo la centoquarantesima pagina, iniziano finalmente a scorrere gradevolmente, producendo un effetto magnetico e lasciando partecipare il lettore alle sue emozioni. Ho così creduto al suo senso di colpa per la povera Clara, una donna che si allontana dal mio apprezzamento ma che ha suscitato la mia commozione; ho sorriso per gli irritanti dialoghi/monologhi della seconda signora Panofsky; mi sono innamorata della sua storia con Miriam e del suo viscerale amore capace di divinizzarla, definendola ”Mio terno al lotto, mia redenzione, mio Oscar”. E’ la sua Beatrice, è la donna della sua vita. Uno fra i più belli il capitolo in cui finalmente descrive il loro incontro e in cui parla di lei così: “Era talmente assorta che rimasi in silenzio, approfittandone per contemplare la sua infinita bellezza. Avrei pianto. Il cuore era come impazzito. Pensai che se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato l’avrei trovato giusto.” Barney è al contempo un uomo sarcastico e sensibile che non si è fatto mancar nulla, ha arricchito la sua vita anche di una vicenda giudiziaria che tormenterà la sua coscienza pro die e che lascia il lettore con l’incognita del colpevole letterelmante fino all’ultima pagina. L’illuminante poscritto del figlio Mike dipanerà a suo modo la matassa, concendendo al lettore la risoluzione del caso, di chiudere il libro e rimanere satollo e soddisfatto della sua lettura a perdifiato.
Tutte le poesie
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ScocciacòVònni la libertà? Je la darò...
disse Naticchia appena fatto re
der paesetto de li Scocciacò.
E detto fatto se vestì da sé
se mise la corona e s'affacciò.
Scocciacojoni! - disse - fin d'adessocontinue)
potrete fa' quer che ve pare e piace
compreso quello che nun è permesso:
basta, però, che me l ... (
Vònni la libertà? Je la darò...
disse Naticchia appena fatto re
der paesetto de li Scocciacò.
E detto fatto se vestì da sé
se mise la corona e s'affacciò.
Scocciacojoni! - disse - fin d'adesso
potrete fa' quer che ve pare e piace
compreso quello che nun è permesso:
basta, però, che me lassate in pace...
E er popolo strillò: Te sia concesso!
Se terrai fede a le promesse tue
resteremo sovrani tutt'e due.
Così cambiò governo e tra le prime
riforme der partito liberale,
fu rimpastato er Codice penale
secondo l'esiggenze der reggime.
Ma, un brutto giorno, quella stessa folla
tornò a la Reggia e improvisò un comizzio
che fece zompà er re come una molla.
Qua - disse - se nun mettono giudizzio
preferisco magnà pane e cipolla...
Uno parlò pe' tutti: Maestà!
visto e considerato che l'orchestra
che ce sona sta musica nun va,
te riportamo quella libertà
che ciài buttato giù da la finestra.
Qui ciàbbisogna un uomo positivo
che rinforzi er potere esecutivo.
Er re disse: Benone! E tra le prime
riforme der governo autoritario,
fu rimpastato tutto er calendario
secondo l'esiggenze der reggime.
Però nun finì lì. Doppo quarch'anno
ch'er macchinario funzionava male,
er popolo s'accorse de l'inganno:
nun volle più sentì l'inno reale
e principiò a strillà: Morte ar tiranno!
Naticchia, che sentì, fece un fagotto
cor manto, co lo scettro e la corona
corse a la loggia e lo buttò de sotto.
Io - disse - me la squajo e me ne fotto.
Che Santa Pupa ve la manni bona!
Che volete che speri, a conti fatti,
da un popolo guidato da li matti?
Doppo d'avè risposto pe' le rime
la massa se divise in tre correnti,
co' dodici partiti differenti
secondo l'esiggenze der reggime.
MORALE:
Quanta gente, in politica ha addoprato
er vecchio lavamano de Pilato?
e quanti lasceranno pe' memoria
l'impronte diggitali ne la Storia?
Perfino a Scocciacò, per esse giusti,
so' più li piedistalli che li busti.