Correre una maratona è un’impresa estremamente ardua e faticosa. E il sottoporsi a questo tipo di intensa attività fisica, in cui la fatica è una realtà ineluttabile, si trasforma nella vita di uno scrittore in una strategia di sopravvivenza. Sì. Perché la scrittura è un atto creativo che estrapol
... (continue)
Correre una maratona è un’impresa estremamente ardua e faticosa. E il sottoporsi a questo tipo di intensa attività fisica, in cui la fatica è una realtà ineluttabile, si trasforma nella vita di uno scrittore in una strategia di sopravvivenza. Sì. Perché la scrittura è un atto creativo che estrapola storie dal nulla, consentendo loro di reggersi su un delicato gioco di equilibri tra frasi e parole. Ma in essa si nasconde soprattutto un’invisibile insidia: la sua sostanziale tossicità. La creatività implica l’essere in grado di affrontare sistematicamente i lati oscuri celati dalla propria emotività. Il che, per colui che scrive, si traduce spesso nell’atto di sedersi ogni giorno in solitudine, dedicando diverse ore a un lungo dialogo interiore coi propri demoni, senza rimanerne peraltro contaminato. Magari tramutandoli in forme costruite con molteplici strati di significato. Scrivere si rivela pertanto un gesto malsano e antisociale, che deve essere eseguito con estrema abilità e circospezione. Ed è di fondamentale importanza trovare il modo di rendersi immuni alla sua pericolosità, neutralizzando quell’elemento tossico sotteso che si rivelerebbe, altrimenti, fatale. La corsa a piedi ne è appunto l’insolito antidoto. Per Murakami Haruki correre è l’escamotage attraverso cui sfuggire al proprio corrosivo isolamento interiore e agli effetti nocivi della sedentarietà che ne deriverebbe. Un espediente che gli consente di immergersi quotidianamente in quel mondo reale e tangibile – fatto di sofferenza fisica e sudore, di muscoli che gemono per lo sforzo estremo imposto loro con caparbietà – che tornerà poi a descrivere nelle sue opere, arricchendolo di sfumature surreali. L’atto meccanico della corsa, nella sua banale ripetitività, è il mezzo che conduce alla comprensione del significato di tutte le cose che, in condizioni normali, scivolerebbe via inosservato: correre per non pensare a niente, e permettere infine all’intuizione più profonda di emergere dal proprio silenzio interiore. E’ inevitabile, per l’autore, evidenziare le assonanze che accomunano la corsa e la scrittura: entrambe richiedono un’inconsueta determinazione, una maniacale autodisciplina e la presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Due attività che, se condotte con metodo e dedizione, permettono di innescare una sorta di risonanza tra corpo e mente. Ciò che, infine, consente alle due cose di plasmarsi vicendevolmente fino a cambiare completamente la propria forma. Il talento, in entrambi i casi, emergerà e sarà affinato dalla continua lotta contro se stessi. E se la scrittura è l’obiettivo ultimo, la corsa ne diverrà il mantra.
“…un’isola scoperta per caso, una colonizzazione che di fatto si rende necessaria, una città pensata inizialmente in sole due dimensioni...”
Nei nostri caotici mondi urbani, esistono diversi tipi di connessioni. Le connessioni si sovrappongono, si affollano, si intrecciano e a un certo punto si al
... (continue)
“…un’isola scoperta per caso, una colonizzazione che di fatto si rende necessaria, una città pensata inizialmente in sole due dimensioni...”
Nei nostri caotici mondi urbani, esistono diversi tipi di connessioni. Le connessioni si sovrappongono, si affollano, si intrecciano e a un certo punto si allontanano andando a perdersi chissà dove, cambiando addirittura di significato. Tanto che ciascuna città si trasforma, nel nostro immaginario, in un intricato labirinto. Ma di labirinti metropolitani, a ben guardare, ne esistono sostanzialmente tre. Il primo concede generalmente un unico percorso obbligato. Il secondo, diverse ramificazioni percorribili come in un ipertesto, offrendo esperienze non lineari dello spazio urbano. Il labirinto del terzo tipo è invece una rete, dove ogni punto può essere connesso con qualsiasi altro punto: una struttura apparentemente neutrale, estensibile all’infinito, come la trama di strade ortogonali di New York City. Eppure la piccola isola iconica di Manhattan, cela dietro i suoi percorsi ordinati e razionali un’affascinante anomalia: la sua morfologia reticolare sottende un labirinto più inconscio. Un groviglio di percezioni, sedimentate nell’immaginario collettivo, avvolge la città con fili invisibili, rendendone complessa la decodificazione. E così, esperire lo spazio urbano tramite il percorso che si snoda attraverso i solchi delle sue strade, diventa una peculiarità newyorkese.
“Frutto di costanti dilatazioni spaziali, la metropoli modifica sé stessa nel tempo. E ci inganna. Inganna i nostri sensi, le nostre interpretazioni, disorientandoci. Quale direzione seguiremo per comprenderla? Ricostruiremo una mappa che si sviluppa in senso orizzontale e ne percorreremo le tracce in lungo e in largo alla ricerca di una risposta esauriente, o ne risaliremo gli innumerevoli livelli per esperirla nel senso verticale?“
Forse non esiste un metodo di lettura univoco per svelare l’essenza dell’attrazione che l’immagine di questa magnetica metropoli immancabilmente esercita su di noi. Ma, attraverso l’interpretazione dello sguardo storico, letterario, fotografico e cinematografico che da sempre tentano di ritrarla e catturarne il senso ultimo, sicuramente potremo arricchire la nostra personale visione della città più desiderata al mondo. Per poi, infine, lasciarsi pienamente travolgere dalla sua misteriosa e inafferrabile tridimensionalità.
C'è un albergo molto strano situato nel cuore di un anonimo quartiere di Sapporo. Una forma architettonica altra, bloccata senza motivo apparente nel mezzo della sua evoluzione, e rimasta inspiegabilmente sospesa nello spazio e nel tempo. "Mi faceva pensare a un processo evolutivo entrato in una fa
... (continue)
C'è un albergo molto strano situato nel cuore di un anonimo quartiere di Sapporo. Una forma architettonica altra, bloccata senza motivo apparente nel mezzo della sua evoluzione, e rimasta inspiegabilmente sospesa nello spazio e nel tempo. "Mi faceva pensare a un processo evolutivo entrato in una fase di stallo. A una regressione genetica. A un organismo malformato, sviluppatosi in una direzione irrimediabilmente sbagliata… Uno stato mentale che ha assunto la forma di albergo." È un luogo fisico e sognato, che ogni notte entra a far parte della coscienza di un giornalista freelance, immerso nei pensieri di una Tokyo noir, città rifugio che non gli appartiene. E dove lui continua a non-vivere. Un lamento simile a un pianto proviene insistente da un lungo corridoio di quell'albergo, spingendolo a ripercorrere vecchie tracce del suo passato ormai dimenticate. Intanto Sapporo è resa irreale da una nevicata che da giorni e giorni ricopre ogni cosa e attutisce i rumori. Solo il respiro affannoso e la lenta eco dei passi di chi decide di avventurarsi nel buio fitto di quel corridoio, sembrano stranamente amplificati. E il giornalista non è l'unico ad esserne spaventato. Il destino lo conduce all'incontro con una sensuale ragazzina dotata di poteri paranormali, a lui legata da traiettorie sottilmente percettibili. Come tutto ciò che finisce per coinvolgere nella vicenda gli altri protagonisti che si muovono sullo sfondo di questa storia. "Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise… Tutti seguono questa regola. Possono variare le modalità, ma tutti finiscono per andare via… La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri… aleggiano come polvere negli angoli di casa mia." Ogni luogo in cui queste figure si muovono è illusorio. Come il salotto, a Honolulu, dove sei scheletri siedono tranquilli attorno a un televisore. In qualsiasi direzione si cerchi di percorrerle, le strade descritte dalla voce narrante appaiono tutte irrimediabilmente tortuose e claustrofobiche. Come se qualcosa si fosse spezzato, creando confusione e una momentanea perdita d'orientamento in tutti coloro che vi si addentrano. Simile alla vita reale, ogni pagina ci spinge a chiederci quale sarà il passo successivo da compiere. E ogni parola ci sussurra che l'unico modo per scoprirlo è di non avere paura: qualsiasi cosa vedremo accadere, dovremo solo preoccuparci di non interrompere il fluire dei nostri movimenti. "Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa… Finché c'è musica, devi danzare!" Difficile tracciare, in questo bel racconto, il limite tra ciò che descrive la perdita di direzione nella vita del protagonista e le nostre piccole, quotidiane deviazioni, che ci spingono a perdere il sottile senso dei passi che continuamente scegliamo di compiere. Forse come me, vi soffermerete incantati a distillare parola per parola le descrizioni di una scrittura che evoca immagini come fossero dipinti tracciati dalle abili mani di un attento osservatore di mondi interiori. "Fuori c'era una pace profonda, e i forti raggi del sole si scomponevano in minuscole particelle di luce che fluttuavano nell'aria, muovendosi in tutte le direzioni."
L'arte di correre
Correre una maratona è un’impresa estremamente ardua e faticosa.continue)
E il sottoporsi a questo tipo di intensa attività fisica, in cui la fatica è una realtà ineluttabile, si trasforma nella vita di uno scrittore in una strategia di sopravvivenza.
Sì. Perché la scrittura è un atto creativo che estrapol ... (
Correre una maratona è un’impresa estremamente ardua e faticosa.
E il sottoporsi a questo tipo di intensa attività fisica, in cui la fatica è una realtà ineluttabile, si trasforma nella vita di uno scrittore in una strategia di sopravvivenza.
Sì. Perché la scrittura è un atto creativo che estrapola storie dal nulla, consentendo loro di reggersi su un delicato gioco di equilibri tra frasi e parole. Ma in essa si nasconde soprattutto un’invisibile insidia: la sua sostanziale tossicità.
La creatività implica l’essere in grado di affrontare sistematicamente i lati oscuri celati dalla propria emotività. Il che, per colui che scrive, si traduce spesso nell’atto di sedersi ogni giorno in solitudine, dedicando diverse ore a un lungo dialogo interiore coi propri demoni, senza rimanerne peraltro contaminato. Magari tramutandoli in forme costruite con molteplici strati di significato.
Scrivere si rivela pertanto un gesto malsano e antisociale, che deve essere eseguito con estrema abilità e circospezione. Ed è di fondamentale importanza trovare il modo di rendersi immuni alla sua pericolosità, neutralizzando quell’elemento tossico sotteso che si rivelerebbe, altrimenti, fatale.
La corsa a piedi ne è appunto l’insolito antidoto.
Per Murakami Haruki correre è l’escamotage attraverso cui sfuggire al proprio corrosivo isolamento interiore e agli effetti nocivi della sedentarietà che ne deriverebbe.
Un espediente che gli consente di immergersi quotidianamente in quel mondo reale e tangibile – fatto di sofferenza fisica e sudore, di muscoli che gemono per lo sforzo estremo imposto loro con caparbietà – che tornerà poi a descrivere nelle sue opere, arricchendolo di sfumature surreali.
L’atto meccanico della corsa, nella sua banale ripetitività, è il mezzo che conduce alla comprensione del significato di tutte le cose che, in condizioni normali, scivolerebbe via inosservato: correre per non pensare a niente, e permettere infine all’intuizione più profonda di emergere dal proprio silenzio interiore.
E’ inevitabile, per l’autore, evidenziare le assonanze che accomunano la corsa e la scrittura: entrambe richiedono un’inconsueta determinazione, una maniacale autodisciplina e la presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità.
Due attività che, se condotte con metodo e dedizione, permettono di innescare una sorta di risonanza tra corpo e mente. Ciò che, infine, consente alle due cose di plasmarsi vicendevolmente fino a cambiare completamente la propria forma.
Il talento, in entrambi i casi, emergerà e sarà affinato dalla continua lotta contro se stessi.
E se la scrittura è l’obiettivo ultimo, la corsa ne diverrà il mantra.
Se non altro, fino alla fine non ho camminato.
Labirinto Manhattan
“…un’isola scoperta per caso, una colonizzazione che di fatto si rende necessaria, una città pensata inizialmente in sole due dimensioni...”
Nei nostri caotici mondi urbani, esistono diversi tipi di connessioni.continue)
Le connessioni si sovrappongono, si affollano, si intrecciano e a un certo punto si al ... (
“…un’isola scoperta per caso, una colonizzazione che di fatto si rende necessaria, una città pensata inizialmente in sole due dimensioni...”
Nei nostri caotici mondi urbani, esistono diversi tipi di connessioni.
Le connessioni si sovrappongono, si affollano, si intrecciano e a un certo punto si allontanano andando a perdersi chissà dove, cambiando addirittura di significato. Tanto che ciascuna città si trasforma, nel nostro immaginario, in un intricato labirinto.
Ma di labirinti metropolitani, a ben guardare, ne esistono sostanzialmente tre.
Il primo concede generalmente un unico percorso obbligato.
Il secondo, diverse ramificazioni percorribili come in un ipertesto, offrendo esperienze non lineari dello spazio urbano.
Il labirinto del terzo tipo è invece una rete, dove ogni punto può essere connesso con qualsiasi altro punto: una struttura apparentemente neutrale, estensibile all’infinito, come la trama di strade ortogonali di New York City.
Eppure la piccola isola iconica di Manhattan, cela dietro i suoi percorsi ordinati e razionali un’affascinante anomalia: la sua morfologia reticolare sottende un labirinto più inconscio.
Un groviglio di percezioni, sedimentate nell’immaginario collettivo, avvolge la città con fili invisibili, rendendone complessa la decodificazione.
E così, esperire lo spazio urbano tramite il percorso che si snoda attraverso i solchi delle sue strade, diventa una peculiarità newyorkese.
“Frutto di costanti dilatazioni spaziali, la metropoli modifica sé stessa nel tempo. E ci inganna. Inganna i nostri sensi, le nostre interpretazioni, disorientandoci. Quale direzione seguiremo per comprenderla? Ricostruiremo una mappa che si sviluppa in senso orizzontale e ne percorreremo le tracce in lungo e in largo alla ricerca di una risposta esauriente, o ne risaliremo gli innumerevoli livelli per esperirla nel senso verticale?“
Forse non esiste un metodo di lettura univoco per svelare l’essenza dell’attrazione che l’immagine di questa magnetica metropoli immancabilmente esercita su di noi. Ma, attraverso l’interpretazione dello sguardo storico, letterario, fotografico e cinematografico che da sempre tentano di ritrarla e catturarne il senso ultimo, sicuramente potremo arricchire la nostra personale visione della città più desiderata al mondo.
Per poi, infine, lasciarsi pienamente travolgere dalla sua misteriosa e inafferrabile tridimensionalità.
Dance dance dance
C'è un albergo molto strano situato nel cuore di un anonimo quartiere di Sapporo. Una forma architettonica altra, bloccata senza motivo apparente nel mezzo della sua evoluzione, e rimasta inspiegabilmente sospesa nello spazio e nel tempo.continue)
"Mi faceva pensare a un processo evolutivo entrato in una fa ... (
C'è un albergo molto strano situato nel cuore di un anonimo quartiere di Sapporo. Una forma architettonica altra, bloccata senza motivo apparente nel mezzo della sua evoluzione, e rimasta inspiegabilmente sospesa nello spazio e nel tempo.
"Mi faceva pensare a un processo evolutivo entrato in una fase di stallo. A una regressione genetica. A un organismo malformato, sviluppatosi in una direzione irrimediabilmente sbagliata… Uno stato mentale che ha assunto la forma di albergo."
È un luogo fisico e sognato, che ogni notte entra a far parte della coscienza di un giornalista freelance, immerso nei pensieri di una Tokyo noir, città rifugio che non gli appartiene.
E dove lui continua a non-vivere. Un lamento simile a un pianto proviene insistente da un lungo corridoio di quell'albergo, spingendolo a ripercorrere vecchie tracce del suo passato ormai dimenticate. Intanto Sapporo è resa irreale da una nevicata che da giorni e giorni ricopre ogni cosa e attutisce i rumori. Solo il respiro affannoso e la lenta eco dei passi di chi decide di avventurarsi nel buio fitto di quel corridoio, sembrano stranamente amplificati.
E il giornalista non è l'unico ad esserne spaventato. Il destino lo conduce all'incontro con una sensuale ragazzina dotata di poteri paranormali, a lui legata da traiettorie sottilmente percettibili. Come tutto ciò che finisce per coinvolgere nella vicenda gli altri protagonisti che si muovono sullo sfondo di questa storia.
"Da me ci sono due porte, una per entrare e una per uscire. Rigorosamente divise… Tutti seguono questa regola. Possono variare le modalità, ma tutti finiscono per andare via… La loro assenza è sempre con me. Le loro parole, i loro respiri… aleggiano come polvere negli angoli di casa mia."
Ogni luogo in cui queste figure si muovono è illusorio.
Come il salotto, a Honolulu, dove sei scheletri siedono tranquilli attorno a un televisore. In qualsiasi direzione si cerchi di percorrerle, le strade descritte dalla voce narrante appaiono tutte irrimediabilmente tortuose e claustrofobiche. Come se qualcosa si fosse spezzato, creando confusione e una momentanea perdita d'orientamento in tutti coloro che vi si addentrano.
Simile alla vita reale, ogni pagina ci spinge a chiederci quale sarà il passo successivo da compiere. E ogni parola ci sussurra che l'unico modo per scoprirlo è di non avere paura: qualsiasi cosa vedremo accadere, dovremo solo preoccuparci di non interrompere il fluire dei nostri movimenti.
"Devi danzare. Danzare senza mai fermarti. Non devi chiederti perché. Non devi pensare a cosa significa… Finché c'è musica, devi danzare!"
Difficile tracciare, in questo bel racconto, il limite tra ciò che descrive la perdita di direzione nella vita del protagonista e le nostre piccole, quotidiane deviazioni, che ci spingono a perdere il sottile senso dei passi che continuamente scegliamo di compiere.
Forse come me, vi soffermerete incantati a distillare parola per parola le descrizioni di una scrittura che evoca immagini come fossero dipinti tracciati dalle abili mani di un attento osservatore di mondi interiori.
"Fuori c'era una pace profonda, e i forti raggi del sole si scomponevano in minuscole particelle di luce che fluttuavano nell'aria, muovendosi in tutte le direzioni."