Non lo lessi al liceo, ero un ribelle convinto, ora ci sono ritornato... Improvvisai anche un tema (avevo letto sommariamente la trama) sui finzi Contini.. Ne venne fuori un ritratto di Micol eccezionale, non lo dico da me eh... La prof si incantó... Mi disse: si vede che questo personaggio ti è ent
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Non lo lessi al liceo, ero un ribelle convinto, ora ci sono ritornato... Improvvisai anche un tema (avevo letto sommariamente la trama) sui finzi Contini.. Ne venne fuori un ritratto di Micol eccezionale, non lo dico da me eh... La prof si incantó... Mi disse: si vede che questo personaggio ti è entrato nel cuore!
Entro in libreria, cerco un libro di Kleist, mi cade l'occhio su questo piccolo libricino dalla copertina bianca, un disegno coi pastelli, apparentemente un libro per bimbi, un libro per me. Accampa in copertina il nome del mio amato, del mio prediletto. Lo prendo, non guardo nemmeno il prezzo (è
... (continue)
Entro in libreria, cerco un libro di Kleist, mi cade l'occhio su questo piccolo libricino dalla copertina bianca, un disegno coi pastelli, apparentemente un libro per bimbi, un libro per me. Accampa in copertina il nome del mio amato, del mio prediletto. Lo prendo, non guardo nemmeno il prezzo (è il segno patognomonico della mia completa sudditanza psicologica). (Vocina) L'hai già letto una trentina di volte. Vaffa. Lo prendo. Vado in cassa, sgomitando. Caro Kipling, ti voglio pagare fino a svuotarmi le tasche, scrivessi pure in hindi. Arrivo davanti alla commessa, tiro fuori la tessera feltrinelli, e lei mi fa: "Ha dieci euro da scalare! Scaliamo?" "Cazzo no. Questo no." "Scusi?" "No, nulla. Pensavo al tempo. Piove eh!" "Sì. E' una vera noia" "Quanto le devo?" "8 euro." "Tenga. Lo regali anche a suo marito. E' un libro meraviglioso." E siccome è un libro meraviglioso per davvero, almeno per me, un po' meno per Kipling che non ebbe il tempo di rivedere la sua stesura, ve lo voglio pian piano trascrivere tutto o quasi (chissà se ci sarà lo spazio sufficiente!), a volte chiosando o commentando umilmente. E' la sua autobiografia, ma un po' è anche la mia.
I. UN GIOVANISSIMO INDIVIDUO (1865-1878) “Datemi i primi sei anni della vita di un bambino/ e tenetevi pure il resto”.
Se ripenso al passato, adesso che ho settant’anni, mi sembra che ogni carta della mia vita lavorativa mi sia stata distribuita in modo tale da non poter fare altro che giocarla così come veniva. Quindi, attribuendo tutta la buona sorte ad Allah, il dispensatore degli eventi, comincio. La prima impressione è di alba: luce e colore, frutti dorati e purpurei all’altezza delle spalle. Questo è forse il ricordo di quando la mattina presto andavo al mercato di frutta di Bombay con la mia ayah e poi anche con mia sorella nella carrozzina su cui, al ritorno, accatastavamo gli acquisti in una pila altissima. La nostra ayah era portoghese cattolica che si fermava a pregare – con me accanto – davanti a una croce lungo la strada. A volte Meeta, il mio portatore indù, si recava in piccoli templi nei quali io, non avendo ancora l’età per appartenere a una casta, gli tenevo la mano e guardavo le benevole divinità nella penombra. Le passeggiate serali le facevamo in riva al mare, all’ombra di un palmeto che credo si chiamasse Mahim Woods. Quando soffiava il vento, grosse noci venivano giù e noi – la mia ayah, mia sorella nella sua carrozzina e io – scappavamo al sicuro, all’aperto. Ho sempre avvertito la minacciosa oscurità del crepuscolo tropicale, così come ho sempre amato la voce del vento notturno tra le foglie di palma o di banano e il canto delle raganelle. C’erano sambuchi arabi che si allontanavano sulle acque perlacee e Parsi con vestiti dai colori vivaci che si immergevano per adorare il tramonto. Del loro credo non sapevo nulla, né sapevo che vicino alla nostra casetta sulla Bombay Esplanade si trovavano le Torri del Silenzio, dove i Parsi usano esporre i morti agli avvoltoi in attesa sui bordi, i quali si azzuffano e spiegano le ali quando vedono avvicinarsi un trasporto funebre. Non capii l’angoscia di mia madre quando trovò in giardino una ‘mano di bimbo’ e mi disse di non fare domande. Io volevo vederla, ma poi la mia ayah mi raccontò tutto. Nell’afa pomeridiana, prima che prendessimo sonno, lei o Meeta ci raccontavano storie e canzoncine indiane per bambini, che non ho mai dimenticato; e poi, dopo averci rivestito, ci mandavano in sala da pranzo e ci raccomandavano: “Adesso parlate inglese con mamma e papà”. Così si parlava inglese, traducendo con esitazione dalla lingua indigena nella quale ognuno di noi pensava e sognava. Mia madre cantava bellissime canzoni accompagnandosi al pianoforte e andava ai grandi pranzi ufficiali. Una volta tornò a casa poco dopo essere uscita e siccome ero ancora svegli mi raccontò che il “grande Lord Sahib” era stato ucciso e non ci sarebbe stato alcun pranzo. Si trattava di Lord Mayo, assassinato da un indigeno. Più tardi Meeta mi spiegò che era stato “colpito con un coltello”. Senza saperlo, fu lui a salvarmi dai terrori notturni e dalla paura del buio. La nostra ayah, con un curioso miscuglio di forte affetto e debole strategia tipico della servitù, mi aveva detto che la testa di leopardo impagliata appesa al muro della nostra camera era lì per controllare che andassi a dormire. ma quando Meeta ne parlò con tono sprezzante come della “testa di un animale”, quel feticcio – buono o cattivo che fosse – mi sparì nella mente, trattandosi in fondo di un non meglio precisato “animale”. Al di là degli spazi verdi intorno alla casa c’era un posto meraviglioso intriso dell’odore di tempere e colori a olio, dove trovavo blocchi di creta con i quali giocare. Si trattava dello studio della Scuola d’Arte di mio padre e un certo signor Terry Sahib, suo assistente, a cui la mia sorellina era affezionatissima, era un nostro grande amico. Una volta, andando da solo allo studio, passai sul ciglio di un burrone abissale, profondo una trentina di centimetri, dove un mostro alato grande quanto me mi attaccò, facendomi scappare in lacrime. Mio padre mi dedicò un quadro sulla tragedia, aggiungendo in basso queste rime: A Bombay c’era un ragazzino che una volta scappò da una gallina. Quando gli dissero: “Sei proprio un bambino!” Rispose: “Beh, forse è così: ma non mi piacciono le galline di qui”.
E questo mi consolò. Da allora non ho una cattiva opinione delle galline. Poi quei giorni di luce intensa e di oscurità trascorsero, e venne un tempo in cui mi trovavo su una nace con un enorme semicerchio su entrambi i lati a bloccare la visuale. (Doveva essere il vecchio battello a ruote Ripon della P&O). Poi venne un treno attraverso il deserto (il canale di Suez non era ancora stato aperto) e anche una sosta, e una ragazzina avvolta in uno scialle sul sedile di fronte al mio, il cui viso è un’immagine rimasta vivida nella mia mente. Poi venne un paese oscuro e una stanza ancora più oscura piena di freddo, vicino a un muro della quale una donna bianca aveva acceso un fuoco aperto e io caccia un urlo per la paura, perché non avevo mai visto un camino prima. Poi venne una casa nuova che sapeva di aridità e di vuoto, e un addio all’alba a mamma e papà, che mi raccomandarono di imparare in fretta a leggere e scrivere, così mi avrebbero mandato lettere e libri. Vissi in quella casa per circa sei anni. Apparteneva a una donna che prendeva con sé i bambini che avevano i genitori in India. Era sposata con un vecchio capitano della Marina militare che era stato aspirante guardiamarina a Navarino e una volta, andando a caccia di balene, era rimasto impigliato nella fune di un arpione che lo aveva trascinato giù, ma alla fine era riuscito a liberarsi per miracolo. La corda però aveva sfregiato la caviglia, lasciandogli una cicatrice ruvida e scura che mi ritrovavo a fissare con terrorizzato interesse. La casa si trovava all’estrema periferia di Southsea, vicino a una Portsmouth rimasta immutata in quasi ogni dettaglio dai tempi di Trafalgar: La Portsmouth descritta in “Celia’s Arbour” di Sir Walter Besant. Nel porto il legname per la Marina, che proprio allora iniziava a sperimentare le corazzate come l’Inflexible, veniva ammassato per formare barriere galleggianti. I piccoli brigantini-scuola facevano il giro di fronte al castello di Southsea e lo scalo di Portsmouth era come sempre è stato. Al di là di tutto questo c’era la desolazione dell’isola di Hayling, il forte di Lumps e l’isolato borgo di Milton. Facevo lunghe passeggiate con il Capitano, che una volta mi portò a vedere una nave chiamata “Alert” (o Discovery), appena tornata da un giro di esplorazione artica. Il ponte era pieno di vecchie slitte e altri relitti, mentre il timone di riserva era stato fatto a pezzi per farne souvenir. Un marinaio me ne regalò uno ma poi lo persi. Quando il Capitano morì mi dispiacque molto, perché l’unica persona in quella casa che , per quanto mi ricordi, mi avesse mai rivolto una parola gentile. Era una casa gestita con il pieno rigore della religione evangelica, così come era stata rivelata a quella donna. Non avevo mai sentito parlare dell’inferno e quindi mi fu presentato in tutti i suoi orrori: a me, e a qualsiasi altro sfortunato schiavetto che si trovasse in quella casa, e che il rigidissimo razionamento spingeva a rubare del cibo. Una volta vidi picchiare una ragazzina, la quale prese l’attizzatoio della cucina e minacciò vendetta. Quanto a me, venivo picchiato con regolarità. La donna aveva un unico figlio di dodici o tredici anni, devoto quanto lei. Io ero un vero e proprio divertimento per lui, visto che quando aveva finito di suonarmele sua madre, mi prendeva (dormivamo nella stessa stanza) e mi dava anche la sua parte. Se interrogate un ragazzino di sette o otto anni sulle sue attività quotidiane (specialmente quando ha voglia di andare a letto), vedrete che si contraddirà spesso e volentieri. Se poi ogni contraddizione verrà classificata come bugia e spifferata a colazione, la vita non sarà affatto facile. Conoscevo un buon numero di maltrattamenti , ma quella era una tortura premeditata, religiosa oltre che scientifica. Eppure tutto questo mi portò a fare attenzione alle bugie che ben presto mi trovai costretto a dire: e in ciò consiste, presumo, il fondamento dello sforzo letterario.
Non conoscevo la Byatt, ma avevo una idea ben precisa sul suo conto: totalmente sbagliata. Il romanzo, molto bello, è un'edera rampicante, vigorosa e spendente. In più mi ha messo addosso una grande voglia di disciplina. Ho così iniziato a far spazio sulla scrivania.
Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»
Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»
e devo dire che ho cercato di immaginare l’espressione truce di Flannery e il suo ringhio; e quasi me la sono figurata, se non altro per le foto che la ritraggono sempre con quella luce un po’ spartana negli occhi. Se c’è qualcosa che Flannery non sa è che la bontà del suo cuore non ha mai avuto la meglio sull’orrore delle sue visioni. Ella fa parte di quella serie incessante di scrittori che si batterono in nome di un credo e ne dimostrarono un altro, più potente e devastante. Ed è questa inconsapevolezza a renderla ancora più misteriosa nelle foto. Uno dei suoi racconti che amo di più è “Un brav’uomo è difficile da trovare”. Vi accennerò brevemente la trama. C’è una famiglia, una nonna, il figlio, la nuora e alcuni nipoti. Essi vanno a fare un viaggio e si imbattono in un criminale appena evaso, che si fa chiamare il Balordo; la nonna lo riconosce, lo identifica direi come il criminale e questo porterà alla morte di ciascuno dei componenti della famiglia. Ma in questa storia, al di là della freddezza e dell’orrore con cui i componenti vengono trucidati, in questa storia dovrà pur accadere qualcosa mi sono chiesto. Accade, e agisce dentro di noi in maniera potente. La O’Connor si lamentava spesso di quanto questo racconto fosse giudicato superficialmente come sarcastico e brutale, per la freddezza della carneficina, e, con una certa ironia, si meravigliava di come i suoi recensori cogliessero però sempre l’orrore sbagliato. Proverò a vedere quale è quello giusto. Siamo alle ultime due-tre pagine, quelle dell’incontro tra la Nonna e il Balordo. Il destino della Nonna è già segnato. Infatti la Nonna lo implora, cerca di offrirgli dei soldi, ma lui le dice “non c’è mai stato un morto che abbia dato la mancia al becchino”. I patti direi sono chiari. Ma lei continua a replicare: “Prega... Gesù ti aiuterà...”. E allora c’è un passo che è bellissimo, che ha tinte quasi metafisiche, e che pone un problema di identità. Dice il Balordo: “gesù ha mandato tutto all’aria. ...è stato lo stesso per Lui e per me... (qui intende il castigo, la “crocefissione”) solo che Lui non aveva commesso delitti e invece hanno potuto provare che io ne avevo commesso uno, perché avevano le carte. Naturalmente, a me le carte non le ha mai fatte vedere nessuno: Ecco perché firmo io, adesso. Mi sono detto: studiati una firma, poi firma tutto quello che fai e tienine una copia. allora saprai cos’hai fatto e potrai confrontare il delitto con il castigo e vedere se si compensano... e alla fine avrai qualcosa in mano per dimostrare che non ti hanno trattato con giustizia”. Quando la nonna sente la morsa più stretta, sconfessa il suo credo, pur di venire a patti con quell’assassino. Dice: “Forse non ha risorto i morti”. E il Balordo dice: “Io non c’ero, quindi non posso dire se l'ha fatto oppure no. Non è giusto che non ci fossi, perché se fossi stato la avrei saputo. Senta signora, se ci fossi stato, avrei saputo la verità e non sarei come sono adesso”. Quando la donna prova a toccarlo, chiamandolo: tu sei uno delle mie creature, il Balordo salta dietro “come se fosse stato morso da un serpente” e le spara tre volte al petto. all’altro complice ammette: “Sarebbe stata una buona donna, se quand’era viva le avessero sparato ogni cinque minuti”.
Di fronte questo racconto e, soprattutto, al finale memorabile, non possiamo turbarci solo per la freddezza con cui la carneficina si compie. Questo è "l’orrore sbagliato" che diceva la O’Connor. Quel che qui conta è dove viene portato il lettore: dapprima arriva a identificarsi con una povera vecchia, un po zelante bigotta e linguacciuta, che sta per essere trucidata da un cieco assassino senza motivo. Poi, quasi con un cambio di scena, quando il balordo apre bocca, il lettore sente che c’è qualcosa in lui che non è sbagliato. E’ una cosa fortissima. Questa cosa è la fedeltà del Balordo alle carte del suo destino. Un destino che lo ha reso cieco alla sua vocazione. Un destino a cui lui chiede il conto, perché se fosse stato lì, se avesse visto, lui sarebbe stato un uomo diverso. Sono sue parole. E tanto è fedele alla sua vita il Balordo, quanto la Nonna è infedele al suo credo. Tanto è vero che, nel momento in cui questa cerca di toccarlo, lui balza indietro come se lo avesse morso un serpente; la sua autenticità deve rimanere incontaminata. E' questa la parabola preziosa, che la O'Connor mette in bocca a un presunto peccatore. "La decisione costituisce la fedeltà dell'esistenza al proprio se-stesso" dice Heidegger nel suo Essere e tempo, che è una possibile spiegazione poi della sua adesione al regime dittatoriale.
Non è quindi la freddezza con cui il Balordo uccide la nonna che ci deve colpire, questa è solo normale amministrazione, l’orrore sta nella consapevolezza che il male ha radici più profonde, è nella negazione della nostra fede e del nostro essere, si annida nelle migliori apparenze. Questo fa di “Un brav’uomo è difficile da trovare” un racconto straordinario... se volete invece schifarvi della mera violenza, se volete quell’altro orrore, allora leggetevi altri libri, leggetevi Capote che piace tanto... A sangue freddo: lì non c’è tensione, non c’è duello, non accade nulla. Capote si identifica con i criminali, vive con loro, soffre con loro, QUASI muore con loro, ma alla fine è lì, a raccontarci la loro storia. Capote da quel confronto esce quello di prima, un curioso narciso che ha guardato il dark side, niente più. La sua identità è la stessa. Quella della nonna non lo sapremo mai, ma io sarei pronto a scommettere che, se il balordo non le avesse sparato in vita ogni cinque minuti, dopo quell'incontro, sarebbe stata forse una persona diversa.
"...In quei giorni leggevo Primo amore, di Turgenev. In quel libro tutto mi piaceva: le parole così limpide, le descrizioni, i dialoghi: ma la scena in cui il padre di Vladimir colpisce Zinaida sulla guancia con lo scudiscio, mi metteva in una straordinaria agitazione. Sentivo il fischio dell
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"...In quei giorni leggevo Primo amore, di Turgenev. In quel libro tutto mi piaceva: le parole così limpide, le descrizioni, i dialoghi: ma la scena in cui il padre di Vladimir colpisce Zinaida sulla guancia con lo scudiscio, mi metteva in una straordinaria agitazione. Sentivo il fischio della sferza, e la sentivo flessuosa, ricoperta di pelle, istantaneamente penetrare bruciando dolorosamente dentro di me. Un inesplicabile turbamento s'impadroniva di me. Dovevo sospendere immediatamente la lettura e mettermi a passeggiare su e giù per la stanza..." (Infanzia. Dalla nonna, Isaak Babel')
Il giardino dei Finzi Contini
Non lo lessi al liceo, ero un ribelle convinto, ora ci sono ritornato... Improvvisai anche un tema (avevo letto sommariamente la trama) sui finzi Contini.. Ne venne fuori un ritratto di Micol eccezionale, non lo dico da me eh... La prof si incantó... Mi disse: si vede che questo personaggio ti è ent ... (continue)
Non lo lessi al liceo, ero un ribelle convinto, ora ci sono ritornato... Improvvisai anche un tema (avevo letto sommariamente la trama) sui finzi Contini.. Ne venne fuori un ritratto di Micol eccezionale, non lo dico da me eh... La prof si incantó... Mi disse: si vede che questo personaggio ti è entrato nel cuore!
Qualcosa di me
Entro in libreria, cerco un libro di Kleist, mi cade l'occhio su questo piccolo libricino dalla copertina bianca, un disegno coi pastelli, apparentemente un libro per bimbi, un libro per me.continue)
Accampa in copertina il nome del mio amato, del mio prediletto. Lo prendo, non guardo nemmeno il prezzo (è ... (
Entro in libreria, cerco un libro di Kleist, mi cade l'occhio su questo piccolo libricino dalla copertina bianca, un disegno coi pastelli, apparentemente un libro per bimbi, un libro per me.
Accampa in copertina il nome del mio amato, del mio prediletto. Lo prendo, non guardo nemmeno il prezzo (è il segno patognomonico della mia completa sudditanza psicologica). (Vocina) L'hai già letto una trentina di volte. Vaffa. Lo prendo. Vado in cassa, sgomitando. Caro Kipling, ti voglio pagare fino a svuotarmi le tasche, scrivessi pure in hindi. Arrivo davanti alla commessa, tiro fuori la tessera feltrinelli, e lei mi fa: "Ha dieci euro da scalare! Scaliamo?" "Cazzo no. Questo no." "Scusi?" "No, nulla. Pensavo al tempo. Piove eh!" "Sì. E' una vera noia" "Quanto le devo?" "8 euro." "Tenga. Lo regali anche a suo marito. E' un libro meraviglioso."
E siccome è un libro meraviglioso per davvero, almeno per me, un po' meno per Kipling che non ebbe il tempo di rivedere la sua stesura, ve lo voglio pian piano trascrivere tutto o quasi (chissà se ci sarà lo spazio sufficiente!), a volte chiosando o commentando umilmente.
E' la sua autobiografia, ma un po' è anche la mia.
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Perdonate gli errori di battitura.
I. UN GIOVANISSIMO INDIVIDUO (1865-1878)
“Datemi i primi sei anni della vita di un bambino/ e tenetevi pure il resto”.
Se ripenso al passato, adesso che ho settant’anni, mi sembra che ogni carta della mia vita lavorativa mi sia stata distribuita in modo tale da non poter fare altro che giocarla così come veniva. Quindi, attribuendo tutta la buona sorte ad Allah, il dispensatore degli eventi, comincio.
La prima impressione è di alba: luce e colore, frutti dorati e purpurei all’altezza delle spalle. Questo è forse il ricordo di quando la mattina presto andavo al mercato di frutta di Bombay con la mia ayah e poi anche con mia sorella nella carrozzina su cui, al ritorno, accatastavamo gli acquisti in una pila altissima. La nostra ayah era portoghese cattolica che si fermava a pregare – con me accanto – davanti a una croce lungo la strada. A volte Meeta, il mio portatore indù, si recava in piccoli templi nei quali io, non avendo ancora l’età per appartenere a una casta, gli tenevo la mano e guardavo le benevole divinità nella penombra.
Le passeggiate serali le facevamo in riva al mare, all’ombra di un palmeto che credo si chiamasse Mahim Woods. Quando soffiava il vento, grosse noci venivano giù e noi – la mia ayah, mia sorella nella sua carrozzina e io – scappavamo al sicuro, all’aperto. Ho sempre avvertito la minacciosa oscurità del crepuscolo tropicale, così come ho sempre amato la voce del vento notturno tra le foglie di palma o di banano e il canto delle raganelle.
C’erano sambuchi arabi che si allontanavano sulle acque perlacee e Parsi con vestiti dai colori vivaci che si immergevano per adorare il tramonto. Del loro credo non sapevo nulla, né sapevo che vicino alla nostra casetta sulla Bombay Esplanade si trovavano le Torri del Silenzio, dove i Parsi usano esporre i morti agli avvoltoi in attesa sui bordi, i quali si azzuffano e spiegano le ali quando vedono avvicinarsi un trasporto funebre. Non capii l’angoscia di mia madre quando trovò in giardino una ‘mano di bimbo’ e mi disse di non fare domande. Io volevo vederla, ma poi la mia ayah mi raccontò tutto.
Nell’afa pomeridiana, prima che prendessimo sonno, lei o Meeta ci raccontavano storie e canzoncine indiane per bambini, che non ho mai dimenticato; e poi, dopo averci rivestito, ci mandavano in sala da pranzo e ci raccomandavano: “Adesso parlate inglese con mamma e papà”. Così si parlava inglese, traducendo con esitazione dalla lingua indigena nella quale ognuno di noi pensava e sognava. Mia madre cantava bellissime canzoni accompagnandosi al pianoforte e andava ai grandi pranzi ufficiali. Una volta tornò a casa poco dopo essere uscita e siccome ero ancora svegli mi raccontò che il “grande Lord Sahib” era stato ucciso e non ci sarebbe stato alcun pranzo. Si trattava di Lord Mayo, assassinato da un indigeno. Più tardi Meeta mi spiegò che era stato “colpito con un coltello”. Senza saperlo, fu lui a salvarmi dai terrori notturni e dalla paura del buio. La nostra ayah, con un curioso miscuglio di forte affetto e debole strategia tipico della servitù, mi aveva detto che la testa di leopardo impagliata appesa al muro della nostra camera era lì per controllare che andassi a dormire. ma quando Meeta ne parlò con tono sprezzante come della “testa di un animale”, quel feticcio – buono o cattivo che fosse – mi sparì nella mente, trattandosi in fondo di un non meglio precisato “animale”.
Al di là degli spazi verdi intorno alla casa c’era un posto meraviglioso intriso dell’odore di tempere e colori a olio, dove trovavo blocchi di creta con i quali giocare. Si trattava dello studio della Scuola d’Arte di mio padre e un certo signor Terry Sahib, suo assistente, a cui la mia sorellina era affezionatissima, era un nostro grande amico. Una volta, andando da solo allo studio, passai sul ciglio di un burrone abissale, profondo una trentina di centimetri, dove un mostro alato grande quanto me mi attaccò, facendomi scappare in lacrime. Mio padre mi dedicò un quadro sulla tragedia, aggiungendo in basso queste rime:
A Bombay c’era un ragazzino
che una volta scappò da una gallina.
Quando gli dissero: “Sei proprio un bambino!”
Rispose: “Beh, forse è così:
ma non mi piacciono le galline di qui”.
E questo mi consolò. Da allora non ho una cattiva opinione delle galline.
Poi quei giorni di luce intensa e di oscurità trascorsero, e venne un tempo in cui mi trovavo su una nace con un enorme semicerchio su entrambi i lati a bloccare la visuale. (Doveva essere il vecchio battello a ruote Ripon della P&O). Poi venne un treno attraverso il deserto (il canale di Suez non era ancora stato aperto) e anche una sosta, e una ragazzina avvolta in uno scialle sul sedile di fronte al mio, il cui viso è un’immagine rimasta vivida nella mia mente. Poi venne un paese oscuro e una stanza ancora più oscura piena di freddo, vicino a un muro della quale una donna bianca aveva acceso un fuoco aperto e io caccia un urlo per la paura, perché non avevo mai visto un camino prima.
Poi venne una casa nuova che sapeva di aridità e di vuoto, e un addio all’alba a mamma e papà, che mi raccomandarono di imparare in fretta a leggere e scrivere, così mi avrebbero mandato lettere e libri.
Vissi in quella casa per circa sei anni. Apparteneva a una donna che prendeva con sé i bambini che avevano i genitori in India. Era sposata con un vecchio capitano della Marina militare che era stato aspirante guardiamarina a Navarino e una volta, andando a caccia di balene, era rimasto impigliato nella fune di un arpione che lo aveva trascinato giù, ma alla fine era riuscito a liberarsi per miracolo. La corda però aveva sfregiato la caviglia, lasciandogli una cicatrice ruvida e scura che mi ritrovavo a fissare con terrorizzato interesse.
La casa si trovava all’estrema periferia di Southsea, vicino a una Portsmouth rimasta immutata in quasi ogni dettaglio dai tempi di Trafalgar: La Portsmouth descritta in “Celia’s Arbour” di Sir Walter Besant. Nel porto il legname per la Marina, che proprio allora iniziava a sperimentare le corazzate come l’Inflexible, veniva ammassato per formare barriere galleggianti. I piccoli brigantini-scuola facevano il giro di fronte al castello di Southsea e lo scalo di Portsmouth era come sempre è stato. Al di là di tutto questo c’era la desolazione dell’isola di Hayling, il forte di Lumps e l’isolato borgo di Milton. Facevo lunghe passeggiate con il Capitano, che una volta mi portò a vedere una nave chiamata “Alert” (o Discovery), appena tornata da un giro di esplorazione artica. Il ponte era pieno di vecchie slitte e altri relitti, mentre il timone di riserva era stato fatto a pezzi per farne souvenir. Un marinaio me ne regalò uno ma poi lo persi. Quando il Capitano morì mi dispiacque molto, perché l’unica persona in quella casa che , per quanto mi ricordi, mi avesse mai rivolto una parola gentile.
Era una casa gestita con il pieno rigore della religione evangelica, così come era stata rivelata a quella donna. Non avevo mai sentito parlare dell’inferno e quindi mi fu presentato in tutti i suoi orrori: a me, e a qualsiasi altro sfortunato schiavetto che si trovasse in quella casa, e che il rigidissimo razionamento spingeva a rubare del cibo. Una volta vidi picchiare una ragazzina, la quale prese l’attizzatoio della cucina e minacciò vendetta. Quanto a me, venivo picchiato con regolarità. La donna aveva un unico figlio di dodici o tredici anni, devoto quanto lei. Io ero un vero e proprio divertimento per lui, visto che quando aveva finito di suonarmele sua madre, mi prendeva (dormivamo nella stessa stanza) e mi dava anche la sua parte.
Se interrogate un ragazzino di sette o otto anni sulle sue attività quotidiane (specialmente quando ha voglia di andare a letto), vedrete che si contraddirà spesso e volentieri. Se poi ogni contraddizione verrà classificata come bugia e spifferata a colazione, la vita non sarà affatto facile. Conoscevo un buon numero di maltrattamenti , ma quella era una tortura premeditata, religiosa oltre che scientifica. Eppure tutto questo mi portò a fare attenzione alle bugie che ben presto mi trovai costretto a dire: e in ciò consiste, presumo, il fondamento dello sforzo letterario.
(continua...)
Possessione
Non conoscevo la Byatt, ma avevo una idea ben precisa sul suo conto: totalmente sbagliata. Il romanzo, molto bello, è un'edera rampicante, vigorosa e spendente. In più mi ha messo addosso una grande voglia di disciplina. Ho così iniziato a far spazio sulla scrivania.
Tutti i racconti
Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»
e devo dire che ... (continue)
Un paio di settimane fa sono stata a Nashville a trovare i Cheney e ho conosciuto uno che mi guarda un po' e fa: «Quello sì che era un libro profondo. A guardarla non si direbbe che l'ha scritto lei». Facendo appello alla mia espressione più truce ho ringhiato: «E invece sì»
e devo dire che ho cercato di immaginare l’espressione truce di Flannery e il suo ringhio; e quasi me la sono figurata, se non altro per le foto che la ritraggono sempre con quella luce un po’ spartana negli occhi.
Se c’è qualcosa che Flannery non sa è che la bontà del suo cuore non ha mai avuto la meglio sull’orrore delle sue visioni. Ella fa parte di quella serie incessante di scrittori che si batterono in nome di un credo e ne dimostrarono un altro, più potente e devastante. Ed è questa inconsapevolezza a renderla ancora più misteriosa nelle foto.
Uno dei suoi racconti che amo di più è “Un brav’uomo è difficile da trovare”. Vi accennerò brevemente la trama. C’è una famiglia, una nonna, il figlio, la nuora e alcuni nipoti. Essi vanno a fare un viaggio e si imbattono in un criminale appena evaso, che si fa chiamare il Balordo; la nonna lo riconosce, lo identifica direi come il criminale e questo porterà alla morte di ciascuno dei componenti della famiglia. Ma in questa storia, al di là della freddezza e dell’orrore con cui i componenti vengono trucidati, in questa storia dovrà pur accadere qualcosa mi sono chiesto. Accade, e agisce dentro di noi in maniera potente.
La O’Connor si lamentava spesso di quanto questo racconto fosse giudicato superficialmente come sarcastico e brutale, per la freddezza della carneficina, e, con una certa ironia, si meravigliava di come i suoi recensori cogliessero però sempre l’orrore sbagliato. Proverò a vedere quale è quello giusto.
Siamo alle ultime due-tre pagine, quelle dell’incontro tra la Nonna e il Balordo. Il destino della Nonna è già segnato. Infatti la Nonna lo implora, cerca di offrirgli dei soldi, ma lui le dice “non c’è mai stato un morto che abbia dato la mancia al becchino”. I patti direi sono chiari. Ma lei continua a replicare: “Prega... Gesù ti aiuterà...”. E allora c’è un passo che è bellissimo, che ha tinte quasi metafisiche, e che pone un problema di identità. Dice il Balordo: “gesù ha mandato tutto all’aria. ...è stato lo stesso per Lui e per me... (qui intende il castigo, la “crocefissione”) solo che Lui non aveva commesso delitti e invece hanno potuto provare che io ne avevo commesso uno, perché avevano le carte. Naturalmente, a me le carte non le ha mai fatte vedere nessuno: Ecco perché firmo io, adesso. Mi sono detto: studiati una firma, poi firma tutto quello che fai e tienine una copia. allora saprai cos’hai fatto e potrai confrontare il delitto con il castigo e vedere se si compensano... e alla fine avrai qualcosa in mano per dimostrare che non ti hanno trattato con giustizia”. Quando la nonna sente la morsa più stretta, sconfessa il suo credo, pur di venire a patti con quell’assassino. Dice: “Forse non ha risorto i morti”. E il Balordo dice: “Io non c’ero, quindi non posso dire se l'ha fatto oppure no. Non è giusto che non ci fossi, perché se fossi stato la avrei saputo. Senta signora, se ci fossi stato, avrei saputo la verità e non sarei come sono adesso”. Quando la donna prova a toccarlo, chiamandolo: tu sei uno delle mie creature, il Balordo salta dietro “come se fosse stato morso da un serpente” e le spara tre volte al petto. all’altro complice ammette: “Sarebbe stata una buona donna, se quand’era viva le avessero sparato ogni cinque minuti”.
Di fronte questo racconto e, soprattutto, al finale memorabile, non possiamo turbarci solo per la freddezza con cui la carneficina si compie. Questo è "l’orrore sbagliato" che diceva la O’Connor. Quel che qui conta è dove viene portato il lettore: dapprima arriva a identificarsi con una povera vecchia, un po zelante bigotta e linguacciuta, che sta per essere trucidata da un cieco assassino senza motivo. Poi, quasi con un cambio di scena, quando il balordo apre bocca, il lettore sente che c’è qualcosa in lui che non è sbagliato. E’ una cosa fortissima. Questa cosa è la fedeltà del Balordo alle carte del suo destino. Un destino che lo ha reso cieco alla sua vocazione. Un destino a cui lui chiede il conto, perché se fosse stato lì, se avesse visto, lui sarebbe stato un uomo diverso. Sono sue parole.
E tanto è fedele alla sua vita il Balordo, quanto la Nonna è infedele al suo credo. Tanto è vero che, nel momento in cui questa cerca di toccarlo, lui balza indietro come se lo avesse morso un serpente; la sua autenticità deve rimanere incontaminata. E' questa la parabola preziosa, che la O'Connor mette in bocca a un presunto peccatore. "La decisione costituisce la fedeltà dell'esistenza al proprio se-stesso" dice Heidegger nel suo Essere e tempo, che è una possibile spiegazione poi della sua adesione al regime dittatoriale.
Non è quindi la freddezza con cui il Balordo uccide la nonna che ci deve colpire, questa è solo normale amministrazione, l’orrore sta nella consapevolezza che il male ha radici più profonde, è nella negazione della nostra fede e del nostro essere, si annida nelle migliori apparenze. Questo fa di “Un brav’uomo è difficile da trovare” un racconto straordinario... se volete invece schifarvi della mera violenza, se volete quell’altro orrore, allora leggetevi altri libri, leggetevi Capote che piace tanto... A sangue freddo: lì non c’è tensione, non c’è duello, non accade nulla. Capote si identifica con i criminali, vive con loro, soffre con loro, QUASI muore con loro, ma alla fine è lì, a raccontarci la loro storia. Capote da quel confronto esce quello di prima, un curioso narciso che ha guardato il dark side, niente più. La sua identità è la stessa. Quella della nonna non lo sapremo mai, ma io sarei pronto a scommettere che, se il balordo non le avesse sparato in vita ogni cinque minuti, dopo quell'incontro, sarebbe stata forse una persona diversa.
Primo amore
"...In quei giorni leggevo Primo amore, di Turgenev. In quel libro tutto mi piaceva: le parole così limpide, le descrizioni, i dialoghi: ma la scena in cui il padre di Vladimir colpisce Zinaida sulla guancia con lo scudiscio, mi metteva in una straordinaria agitazione. Sentivo il fischio dell ... (continue)
"...In quei giorni leggevo Primo amore, di Turgenev. In quel libro tutto mi piaceva: le parole così limpide, le descrizioni, i dialoghi: ma la scena in cui il padre di Vladimir colpisce Zinaida sulla guancia con lo scudiscio, mi metteva in una straordinaria agitazione. Sentivo il fischio della sferza, e la sentivo flessuosa, ricoperta di pelle, istantaneamente penetrare bruciando dolorosamente dentro di me. Un inesplicabile turbamento s'impadroniva di me. Dovevo sospendere immediatamente la lettura e mettermi a passeggiare su e giù per la stanza..." (Infanzia. Dalla nonna, Isaak Babel')