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  • Cover of Materialismo ed Empiriocriticismo

    Materialismo ed Empiriocriticismo

    Filosofia reazionaria

    Lenin scrisse questo libro per rintuzzare il lavorìo di smantellamento filosofico del materialismo dialettico, messo in atto da diversi elementi che si richiamavano al "marxismo", mentre lo affossavano. Il testo, tuttavia, per la sua profondità e chiarezza, è diventato un "compendio" di mater ... (continue)

    Lenin scrisse questo libro per rintuzzare il lavorìo di smantellamento filosofico del materialismo dialettico, messo in atto da diversi elementi che si richiamavano al "marxismo", mentre lo affossavano. Il testo, tuttavia, per la sua profondità e chiarezza, è diventato un "compendio" di materialismo dialettico, utile anche oggi, a quasi un secolo dalla sua pubblicazione.

    Lenin, poco prima, aveva redatto, in occasione di una conferenza pubblica di Bogdanov, "Dieci domande al relatore", da cui traiamo queste brevi tesi.

    1. La filosofia del marxismo è il materialismo dialettico.

    2. I sistemi filosofici si dividono sostanzialmente in materialismo e idealismo. Tra l'uno e l'altro, in posizione oscillante sta, nella filosofia moderna, la linea di Hume, cioè l'agnosticismo. Il kantismo è una variante dell'agnosticismo.

    3. Alla base della teoria della conoscenza del materialismo dialettico vi è il riconoscimento del mondo esterno e il suo riflesso nella testa dell'uomo.

    4. L'idea della causalità, della necessità, della esistenza di leggi, ecc. è il riflesso nella testa dell'uomo delle leggi della natura, del mondo reale.

    5. L'unità reale del mondo consiste nella sua materialità.

    6. Materia senza movimento è altrettanto impensabile quanto movimento senza materia.

    7. La prassi è la trasformazione della cosa in sé in cosa per noi.

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    — Dec 3, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Un cappello pieno di ciliege

    Un cappello pieno di ciliege

    9 people find this helpful

    Le ciliege di Oriana

    Una recensione da ricordare. E' appena arrivato il libro e comincio a leggerlo. (In fondo il giudizio finale sul libro a lettura ultimata)

    Quando il futuro si fa corto, perché la malattia minaccia la vita, si ripensa al passato, al senso della propria esistenza. E si cerca una risposta alla do ... (continue)

    Una recensione da ricordare. E' appena arrivato il libro e comincio a leggerlo. (In fondo il giudizio finale sul libro a lettura ultimata)

    Quando il futuro si fa corto, perché la malattia minaccia la vita, si ripensa al passato, al senso della propria esistenza. E si cerca una risposta alla domanda: chi sono? Per capire chi siamo, dobbiamo forse risalire ai sogni e alle speranze di chi ci ha preceduti nella storia della nostra famiglia. Una storia di cui siamo eredi in ogni senso. Biologico e culturale. Parte da qui il nuovo romanzo della Fallaci, “Un cappello pieno di ciliege” (Rizzoli, pp. 860, euro 25, uscita prevista per mercoledì 30).

    «Naturalmente - scrive Oriana - sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato».

    Mentre la Fallaci scava nella propria storia, incontra ovviamente anche la Storia d’Italia, perché le vicende personali sono sempre intrecciate e condizionate dai grandi eventi, quelli che conducono all’Unità d’Italia.

    È un percorso tribolato, da cui emerge una Fallaci patriota e risorgimentale, anarchica e socialista, illuminista e anti-clericale (ma non irreligiosa).

    Dunque non sorprende che i primi eroi del romanzo siano la strana coppia composta da Carlo Fallaci e Caterina Zani, vissuti a cavallo fra il Sette e l’Ottocento. Lui, Carlo, molto credente dopo una gioventù da mangiapreti, è il primo della famiglia a essersi ribellato al giogo imposto dai nobili e dalla Chiesa. Grazie alla cultura: è il primo della famiglia, infatti, ad aver imparato a leggere e scrivere. Lei, Caterina, alter ego della scrittrice, è un personaggio straordinario: discendente di un’eretica sui generis mandata al rogo per aver cotto «un coscio d’agnello» in un giorno di quaresima; analfabeta decisa a imparare a leggere, scrivere e fare di conto; lavoratrice instancabile; esperta di erboristeria e medico autodidatta; atea che rimane incantata da una Madonna di Giotto; al centro della vita sociale perché capace di recitare a memoria brani dell’Inferno e dell’Orlando Furioso.

    L’odioso “Nappa” Bonaparte

    È lei il motore della famiglia, ed è in lei che con tutta evidenza la Fallaci si rispecchia. È Caterina ad aggredire Napoleone per le vie di Firenze nel 1796. La Fallaci descrive così gli onori coi quali venne accolto il finto liberatore: «Gli stessi onori che, come vedremo, la pronipote della nostra eroina (cioè la Fallaci stessa, ndr) avrebbe visto tributare a Mussolini e Hitler nel 1938». È Caterina a voler cacciare i soldati francesi, una tirannica forza di occupazione che agisce in contrasto col motto “Libertà, Fraternità, Uguaglianza”.

    La famiglia patriottica resiste all’invasore Napoleone, ed è chiaro il parallelismo con l’altra Resistenza, quella che la scrittrice vivrà in prima persona come staffetta partigiana. Caterina e Carlo parteciperanno all’assalto della gendarmeria di Panzano, presidio francese. Col forcone in mano e gridando «Viva Gesù» in faccia a quei senza dio di francesi che tutti chiamano «nuvoloni» per via delle prime due parole di ogni editto «Nous-voulons», noi vogliamo.

    I narcisistidell’Unità

    C’è poi, nella seconda parte, la sventurata sorte degli avi del ramo materno, in particolare di Francesco Launaro (1750-1816) e María Ignacia Josepha Montserrat (1770-1814). Francesco, nostromo di lungo corso, è figlio di uno schiavo prigioniero dei barbareschi e cerca vendetta.

    Improvvisamente pacificato dopo aver sgozzato venti arabi, mette la testa a posto. Ma si trova costretto a fare un lavoro che detesta, sulle navi dei negrieri, per mantenere la splendida moglie, figlia (rinnegata) di un Grimaldi, nobile genovese e diplomatico alla corte di Spagna.

    Nella terza e quarta parte, il Risorgimento è protagonista di moltissime pagine: gli antenati della scrittrice hanno combattuto per liberare la patria dallo straniero «per la giustizia e la libertà, sogni di cui i bugiardi di oggi si servono per dare la scalata al potere».

    Sono soprattutto i Cantini, ramo della famiglia da cui discende il nonno materno Augusto, a trovarsi coinvolti nelle guerre napoleoniche, poi nella carboneria e infine nelle guerre d’Indipendenza. Giovanni Cantini segue la sorte di un’intera generazione di toscani e di italiani. Prima carne da macello per l’esercito di Napoleone, detto Nappa, in Spagna e in Germania. Quindi carbonaro (convinto dalle parole del nobile inglese a cui fa da segretario: Percy Bysshe Shelley) e patriota. Nei convulsi rivolgimenti politici, la Fallaci sembra rintracciare un filo comune, un filo forse mai reciso, che potrebbe condurre fino ai nostri giorni.

    Il «problema grosso» infatti, a ogni giro della ruota, sono gli eterni voltagabbana italiani. Ecco dunque ex giacobini riciclarsi come restauratori dopo la cacciata dei francesi dalla Toscana. Ma non sono solo aristocratici e funzionari a cambiare casacca con velocità. «Quanto al popolo, guarda: nel voltagabbanismo batteva addirittura i signori», annota Oriana. Ed emergono anche altre caratteristiche della politica nazionale che non sembrano averci mai abbandonati. Ecco quindi Filippo Buonarroti allearsi con La Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Ed ecco le due primedonne accapigliarsi immediatamente. «Appena firmato il patto era esploso l’alterco ideologico sulla parola Uguaglianza. Anzi più che un alterco una rissa accompagnata da reciproci furti di adepti, reciproci insulti, reciproche calunnie ed accuse (...) Porca miseria, che razza di lotta era una lotta i cui capi si azzannavano come cani idrofobi? Che senso aveva sacrificarsi se dai loro sicuri rifugi all’estero quei vanesi seminavano zizzanie e alimentavano meschine rivalità?».

    E ancora l’irresponsabilità dei capi: i primi a levare le tende quando le cose si mettono male, come a Livorno nel 1848, quando l’esercito austriaco provvede a ristabilire l’ordine. «Indovina chi fu il primo a svignarsela? (...) Quasi tutti i paladini della resistenza a oltranza. Gli intellettuali, i giornalisti. I discepoli di Mazzini e di Garibaldi e di Marx. Per imbarcarsi sulle navi che a prezzi scandalosi garantivan l’asilo e l’espatrio, da domenica 6 maggio s’erano procurati il passaporto». A difendere Livorno da 25 mila austriaci restarono in 600. Gli altri si erano dileguati.

    Poi, nell’ultima parte del libro, incompiuta (alcune pagine sono rimaste manoscritte), c’è l’America, che per Oriana era un’altra patria. E c’è la avventurosa vita della valdese Anastasìa, la bisnonna di Oriana dalla parte del padre. Una vita avventurosa da emigrata prima a New York e quindi all’Ovest, partendo da Torino in cui vigeva la «tirannia della Chiesa sposata allo Stato». Una vita avventurosa come quella della nipote Oriana Fallaci. Anche se il racconto non arriva, come sembrava dovesse essere e come senz’altro era nel progetto iniziale, almeno alla Resistenza, dalle storie degli avi esce proprio Oriana: innamorata della libertà e dell’Italia e dell’America; atea ma attenta alla religione. Intollerante verso chi si riempie la bocca di nobili princìpi al fine di ottenere il potere.

    Alessandro Gnocchi
    LIBERO
    22 luglio 2008

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    Ho concluso la lettura del libro e posso ritenermi soddisfatto di ciò che ho letto. La Fallaci merita di essere ricordata come uno dei più notevoli personaggi della cultura italiana del secolo scorso. La sua scrittura è moderna, i contenuti importanti, la sua fede nei valori, nella tradizione e nel rinnovamento è indiscutibile. Insomma, Oriana Fallaci è una di quelle penne che hanno concorso a fare del nostro Paese un Paese moderno e libero. Le sue "ciliegie" meritano di essere lette e godute. Ciao Oriana!

    25 Settembre 2008

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    — Jul 27, 2008 | 3 feedbacks
  • Cover of La paura e la speranza

    La paura e la speranza

    Leggendo...

    "Abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini".
    Già la prima frase che appare sulla copertina del libro provoca ed invita alla lettura. Si legge con scorrevolezza ma bisogna spesso fermarsi per riflettere e rileggere criticamente, per approfondire e ricordare. Mi riprometto di parlarne a fo ... (continue)

    "Abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini".
    Già la prima frase che appare sulla copertina del libro provoca ed invita alla lettura. Si legge con scorrevolezza ma bisogna spesso fermarsi per riflettere e rileggere criticamente, per approfondire e ricordare. Mi riprometto di parlarne a fondo a lettura ultimata.

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    — Apr 10, 2008 | Add your feedback
  • Cover of Brooke's Romeus And Juliet

    Brooke's Romeus And Juliet

    Chi ispirò Shakespeare

    La storia di Giulietta e Romeo è una storia antica anteriore a quella famosa di Shakespeare. Questo libro ne è una prova.

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    — Dec 1, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Introductions to Shakespeare

    Introductions to Shakespeare

    In scena

    Mettere in scena Shakespeare, uno spettacolo nello spettacolo come visto da famosi registi. Un libro unico nel suo genere. Come tutti i libri della Folio Society.

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    — Dec 1, 2009 | Add your feedback
  • Cover of The Vertigo of Lists

    The Vertigo of Lists

    Listmania: una lista per non morire

    Listmania: una lista per non morire
    Una delle tante categorie che fanno capo alla bibliomania è la listmania . Chiunque sia visitatore abituale di siti sui quali si possono acquistare libri ed altro sa che cosa sono le liste. E' una opzione culturale e commerciale davvero utile e divertente.

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    Listmania: una lista per non morire
    Una delle tante categorie che fanno capo alla bibliomania è la listmania . Chiunque sia visitatore abituale di siti sui quali si possono acquistare libri ed altro sa che cosa sono le liste. E' una opzione culturale e commerciale davvero utile e divertente.

    Per l’acquirente che va a quel sito, con l’intenzione di fare acquisti, se digita il riferimento del suo libro e decide di aprire una lista scopre quali sono i libri o i prodotti affini, chi li ha acquistato e gli eventuali commenti. Man mano che aggiunge altri elementi, la lista si allunga. Si intrecciano i contatti fino a formare una vera e propria banca dati che può essere facilmente consultata. Libri, film e musica e quant’altro si possono condividere con grande piacere sia dei clienti che incontrano amici con gusti simili che del venditore il quale si vede aumentare la possibilità di vendite. E’ l’uovo di colombo: divertente e funzionale.

    Non so quanto questa idea delle liste abbia spinto il nostro grande semiologo e scrittore Umberto Eco ad organizzare una mostra a Parigi al Louvre con la relativa pubblicazione di un libro in titolato “L’infinità delle liste”. A suo parere la listmania ha un posto importante nella storia della cultura. Si tratta di elencare in forma di liste le cose che i poeti, gli scrittori e gli artisti hanno elencato nelle loro opere. Fare una cosa del genere non è una operazione banale. Si tratta di trasformare l’idea di infinito in qualcosa di comprensibile creando ordine là dove l’ordine non c’è e ce n’è invece bisogno. Gli uomini si confrontano ogni giorno con l’infinito. Anzi l’aiutano a costruire non solo estendendolo ma anche rendendolo più incomprensibile. Da qui nasce allora il bisogno delle liste, dei cataloghi, delle raccolte nei musei, nelle gallerie e nelle biblioteche per mezzo di enciclopedie e dizionari.

    Un esempio banale potrebbe essere quello di sapere quante donne Don Giovanni conobbe. Una lista ne accerterebbe esattamente 2063, così come ne ha scritto, lasciandone traccia, il librettista di Mozart Lorenzo da Ponte. Ci sono ovviamente innumerevoli altre liste come quelle della spesa, dei testamenti, dei menu e di tante altre manifestazioni umane. Non sono da meno la lista dei libri che sto da tempo organizzando su aNobii. Si tratta però non solo di mettere in bell’ordine i libri quanto di classificarli taggandoli, valutarli col sistema stelle, indicare l’inizio e la fine della lettura, il luogo di acquisto e la finale recensione. Fatto questo si può anche controllare chi dei membri del sito possiede quel libro ed eventualmente aprire con questi un contatto ed una discussione a due o di gruppo.

    Chi crea liste del genere si trova ad essere una specie di custode che cerca di imporre un ordine in luoghi dove regna il caos. E Dio solo sa che caos c’è anche dalle parti della mia mansarda biblioeteca. Il che può voler dire mettere ordine nella cultura così come questa si crea. E’ un fatto che in tutta la storia delle culture del mondo si trovano liste: santi, eserciti, piante medicinali, francobolli, titoli di tesori, elenchi di libri. E’ vero che sono i ragionieri a fare le liste i quali con esse vivono. Ma ci sono liste anche nei libri di Omero, James Joyce e Thomas Mann. Nell’ Ulisse di Joyce, ad esempio, il protagonista Leopold Bloom apre i suoi cassetti fisici e mentali con tutte le cose che ci trova. Queste non sono altro che liste che ci parlano di Bloom. Oppure prendete Omero quando nell’Iliade cerca di descrivere la grandezza dell’esercito greco. Usa dapprima delle similitudini nella descrizione che ne fa paragonandolo a grandi foreste che si stendono su per la montagna e se ne vedono le luci delle armi brillare al sole come stelle del firmamento. Il poeta chiede aiuto alla Musa e questa gli dà l’idea di elencare i nomi dei generali e delle navi.

    Liste del genere, inserite nella narrazione, sembrano danneggiare la forma poetica. Ma in effetti sono presenti in tutte le culture primitive con lo scopo di descrivere l’universo nella sua interezza. Un’idea questa predominante nel Rinascimento e nel Barocco, ma anche nel periodo cosi detto postmoderno. Ma ci si chiede: a che serve fare fare elenchi del genere se ad esempio Omero sa bene che quando comincia a fare liste non potrà mai completare l’elenco? Egli pur sapendo bene che non può farlo cerca di esprimere ciò che non può essere comunque espresso. La gente ci prova sempre a fare una cosa del genere. Gli uomini sono stati sempre affascinati dall’idea che esprime lo spazio infinito con le sue stelle e le sue galassie. Come ci sentiamo quando osserviamo il cielo? L’uomo sa bene che non potrà mai descrivere ciò che vede. Ciò nonostante tentiamo sempre di fare una descrizione del cielo. Anzi dei cieli, facendo liste di ciò che in esso vediamo. La stessa cosa fanno gli innamorati. Pur non avendo più parole per descrivere il loro amore ne inventano delle nuove ed impreviste.

    C’è poi un’altra ragione per la quale gli uomini amano fare liste. Iniziarne una ci dà l’illusione di fermare la morte. Una lista per sua definizione non finisce mai perciò va oltre la fine, quale può essere, appunto, la morte. Nella mostra che Umberto Eco sta allestendo al Louvre verranno esposti anche quadri, immagini e disegni che riproducono aspetti di natura morta. Tutti i lavori esposti avranno cornici e pertanto saranno “finiti” nel loro messaggio. Questo sembra contraddire l’idea di lista. Il che non è esatto, perchè in un quadro incorniciato possiamo “aprire” la cornice, abbattere i suoi “confini” e vedere realmente le cose come sono, anche al di là di ciò che sta a destra e a sinistra, in alto o in basso. Il che significa che la lista si apre e continua all’infinito.

    Queste liste sono importanti per Eco specialmente perchè esse trovano il loro ambiente naturale in un luogo quale è un museo, il museo del Louvre in particolare. Una passione come un’altra, come quella del calcio o dei francobolli. Non è facilmente spiegabile o definibile. E’ sin dai tempi di Aristotile che cerchiamo di definire le cose basandole sulla loro essenza. Il che non sempre è possibile. L’uomo, ad esempio come definirlo? Ci sono voluti 80 anni ai naturalisti per arrivare ad una definizione di un “platypus”, un animale molto difficile da definire nella sua essenza. Vive sott’acqua e sulla terra. Fa le uova eppure è un mammifero. Ma questa definizione non è altro che una lista di caratteristiche.

    E’ vero che con altri tipi di animali è possibile dare delle definizioni, ma ciò renderebbe l’animale più interessante? Pensiamo ad una tigre che la scienza descrive come predatore. Ma una mamma come descriverebbe al proprio figlioletto una tigre? La tigre è grande, forte, a strisce. Soltanto un chimico definirebbe l’acqua H20. L’acqua invece è liquida e trasparente, si beve e ci possiamo lavare con essa. La lista è il segno di una società molto avanzata perchè essa ci mette di fronte a definizioni essenziali, primitive.

    Sembra allora che dovremmo smettere di definire le cose in questa maniera. Il progresso dovrebbe basarsi soltanto sulla conta e sull’elenco delle cose. Il che potrebbe essere un fatto liberatorio. Il Barocco fiorì in un’epoca di liste allorquando ci si rese conto che tutte le definizioni scolastiche non erano più valide. La gente cercava di guardare al mondo da una prospettiva diversa. Galileo scoprì nuovi elementi della luna. Nell’arte si stabilirono nuove definizioni distruggendo quelle vecchie e vennero introdotti nuovi argomenti. Ad esempio i dipinti della pittura barocca olandese possono essere come elenchi di liste. Tutte quelle nature morte con tutta quella frutta ed immagini di ricchi interni non sono altro che liste di curiosità, anche anarchiche così come si presentano. Il che vuol dire che l’ordine e l’anarchia procedono insieme nell’idea di liste.

    Questo fatto sembrerebbe una contraddizione ma non lo è. La domanda che scaturisce da queste considerazioni sarebbe quella di considerare Internet e Google l’idea perfetta di liste. Ma nel caso di Google le due cose convergono. Secondo quanto afferma convinto Umberto Eco è vero che Google crea delle liste, ma esse non sono mai le stesse. Il che significa che questo tipo di conoscenza può essere quanto mai pericoloso per i giovani. Non tanto per chi ha una certa età e ha ricevuto una educazione in un modo diverso. Ma per i giovani può essere una tragedia. Se una lista non è mai la stessa, viene a mancare anche la capacità di scegliere, selezionare, discriminare. L’istruzione e l’educazione dovrebbero saper tornare a quello che erano al tempo del Rinascimento. I maestri insegnavano in termini più pratici che teorici. Mostrare un oggetto da così come può apparire a come deve sembrare. Come mescolare i colori, ad esempio e così via. Allo stesso modo si dovrebbe fare con Internet. L’insegnante dovrebbe dire: scegliete un argomento, sia esso un episodio di storia o la vita delle formiche. Cercate 25 pagine web diverse, confrontatele e decidete quale di esse garantisce una migliore informazione. Se dieci pagine danno lo stesso risultato vuol dire che l’informazione offerta è corretta. Ma, attenzione, può anche essere che qualche sito ha copiato gli errori di un altro sito.

    Eco dichiara che la sua biblioteca che ammonta a più di 50.000 volumi. Quando la sua segretaria gli ha chiesto se poteva catalogarla lui ha detto di no perchè i suoi interessi variano continuamente e di conseguenza i volumi aumentano di continuo. Il che testimonia dei suoi cambiamenti di gusto e di personalità. Senza una catalogazione egli è costretto a ricordare i suoi libri. E’ un piacere percorrere i circa settanta metri di parete che si formano con i suoi libri di letteratura. Essere un uomo di cultura non significa ricordare la data della morte di Napoleone bensì sapere come trovarla in due minuti. Ovviamente al giorno d’oggi con Internet le cose stanno diversamente. Ma abbiamo già visto quali sono poi i problemi. Nel suo nuovo libro Umberto Eco include anche una bella lista del filosofo francese Roland Barthes. Egli elenca le cose che ama e quelle che non ama. Ama l’insalata, il formaggio, le spezie. Non ama le donne in pantaloni lunghi, i ciclisti, i gerani le fragole e l’arpa. Alla domanda su cosa egli ama o non ama il furbo ed erudito Umberto Eco risponde che sarebbe uno sciocco a rispondere a questa domanda. A 13 anni era affascinato da Stendhal, a 15 da Thomas Mann, a 16 amava Chopin. D’allora cerca di scoprire il resto. In questo momento Chopin è in testa di nuovo nei suoi gusti. Quando si interagisce con le cose della vita tutto cambia continuamente. Se si è un idiota nulla cambia. E, lui, lo sappiamo bene, idiota non è lo è affatto.

    http://guide.supereva.it/bibliofilia/interventi/2009/11…

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    — Nov 28, 2009 | Add your feedback
  • Cover of The Facebook Era

    The Facebook Era

    C.A.C.

    Non mi stanco mai di dire che questa è l'era del
    C. A. C. : Connessione ---> Accesso ---> Controllo Tutti possono Connettersi per Accedere e prendere il Controllo e la gestione della propria esistenza. E Facebook ne è una delle prove più evidenti.

    Leggere per credere anche questo ... (continue)

    Non mi stanco mai di dire che questa è l'era del
    C. A. C. : Connessione ---> Accesso ---> Controllo Tutti possono Connettersi per Accedere e prendere il Controllo e la gestione della propria esistenza. E Facebook ne è una delle prove più evidenti.

    Leggere per credere anche questo libro che, comunque, non mi pare all'altezza di quanto promette.

    I expected more ...

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    — Nov 28, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Maiali si nasce salami si diventa

    Maiali si nasce salami si diventa

    Il senso e il gusto del maiale

    Da millenni il maiale ci nutre e ci appaga, ma anziché essergli grati ne facciamo oggetto di ogni sorta di ingiuria e vituperio. Disprezzato da vivo, onorato da morto. Questo piccolo libro racconta storie intorno al maiale e ai suoi leggendari derivati, delizie del palato. Ben lungi dall'essere un t ... (continue)

    Da millenni il maiale ci nutre e ci appaga, ma anziché essergli grati ne facciamo oggetto di ogni sorta di ingiuria e vituperio. Disprezzato da vivo, onorato da morto. Questo piccolo libro racconta storie intorno al maiale e ai suoi leggendari derivati, delizie del palato. Ben lungi dall'essere un trattato, è piuttosto un atto d'amore e di gratitudine, ma anche di giustizia, verso un animale che per certi versi rappresenta un po' il nostro "doppio". Un gioco per invitare a vedere il maiale anche sotto un'altra luce, a opera di due bolognesi consapevoli di quanto questo animale, oltre a essere sommamente gustoso per gli innumerevoli estimatori, sia stato e sia importante per la loro città.

    Se avete amici ebrei o mussulmani fate attenzione...

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    — Nov 27, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Elogio della parola scritta. Un invito alla filografia

    Elogio della parola scritta. Un invito alla filografia

    Viva la filografia!

    Sapete cos'è la filografia?
    Esistono nella storia della civiltà fondamentalmente due tipi di lettere: quello che si potrebbe chiamare della "lettera di comunicazione", con cui l'uomo esprime a un altro uomo le esigenze pratiche più diverse, e quello della "lettera d'espressione", volta invece a ... (continue)

    Sapete cos'è la filografia?
    Esistono nella storia della civiltà fondamentalmente due tipi di lettere: quello che si potrebbe chiamare della "lettera di comunicazione", con cui l'uomo esprime a un altro uomo le esigenze pratiche più diverse, e quello della "lettera d'espressione", volta invece a comunicare affetti, sentimenti, ideali, illusioni, progetti di vita, speranze. Ogni tipo di lettera è quindi di per se stessa estremamente significativo.

    Nel libro il collezionista Alberto Bolaffi raccoglie ventotto lettere, dall’antichità ad oggi, accompagnate da diverse fotografie a colori di opere d’arte: dai pittogrammi mesopotamici su tavolette d’argilla ai papiri egizi, dalle tavolette romane ai codici papali, dalle pergamene dei dogi veneziani alle prime lettere commerciali su carta, dall’apparizione delle buste da lettera ai primi francobolli (ineguagliabili cronisti della storia), fino ai telegrammi, ai messaggi ai cosmonauti, alle odierne e-mail. Ventotto lettere di sovrani, comandanti militari, papi, vescovi, poeti, filosofi, letterati, scrittori, politici e scienziati raccontano storie diverse. Come un piccolo mercante fiorentino del Trecento poteva scrivere dalla Via della Seta ad uno dei suoi famigliari in Orsanmichele che gli stava spedendo in una piccola busta chiusa dalla ceralacca alcuni semi di una pianticella esotica ritrovata in Medio Oriente, così un anonimo innamorato di uno sperduto villaggio di montagna dell’Europa orientale può scrivere all’amata lontana una lettera poetica.

    Non è certamente consueto che sulla copertina di un libro appaia un’indicazione etimologicamente inusuale. Almeno sino a oggi infatti il termine «filografia» non veniva menzionato in nessun dizionario italiano. Si tratta comunque di un neologismo dal contenuto talmente evidente da non richiedere particolari approfondimenti. Se sino a oggi l’uomo non ha dovuto ricorrere a questa definizione per dichiararsi «amico della scrittura», ciò appare del tutto normale, in quanto nessuno avrebbe potuto concepire di eliminare la più significativa traccia del nostro intelletto, fatta naturalmente eccezione per qualche svogliato alunno agli inizi del suo percorso scolastico e tralasciando sofistici interventi, come quello di Socrate nel Fedro . Ma tutto cambia e, almeno a parer nostro, ci sembra giunto il momento di dimostrare questa «amicizia». Un’amicizia che deve essere essenzialmente rivolta nei confronti di quella traccia che, in diretta simbiosi col nostro cervello, attraverso la pulsione della mano «scrivente», sino a non molto tempo fa, era l’unica tradizionale forma di scrivere.

    Oggi il nostro comunicare si sta allontanando sempre più da questo rapporto di causa ed effetto e l’esprimersi diventa inevitabilmente più mediato da sofisticati strumenti che, cavalcando le onde magnetiche, stanno rapidamente sostituendo la più espressiva traccia del nostro apparire: quella che si evidenziava attraverso inchiostro, penna e foglio. Pur non avendo nessuna intenzione di contrappormi al progresso attraverso il divenire della comunicazione, che peraltro viene annotata in questo volume nel capitolo La parola tecnologica, è dall’humus della scrittura, tracciata dalla già citata mano «scrivente» dell’uomo, che nasce la nostra intenzione di esaltare la filografia, non solo in quanto analisi di contenuti e di autorevoli autografi, ma anche in veste di vero ed esplicito oggetto da collezione. Un oggetto da collezione che negli intendimenti di questo volume deve essere guardato e possibilmente raccolto e conservato sin dai suoi albori, attraverso le sue più variegate ed emozionanti tracce.

    Questo percorso cronologico ci porta anche a un capitolo che non ha invece bisogno di alcun contributo per essere conosciuto ed esaltato. Intendiamo quello filatelico, che esprime quanto può essere definito il «Rinascimento» della comunicazione scritta, in quanto si deve ascrivere all’invenzione del francobollo quel processo di divulgazione dell’informazione che ha dato vita al fenomeno della globalizzazione delle notizie e del sapere. Un «motore postale» che, attraverso la sua esistenza e soprattutto la sua testimonianza, ha portato la parola scritta anche nel cielo e poi nello Spazio. La parola scritta, che emana fascino e interesse in ogni forma del suo manifestarsi e che oggi dà segni sempre più evidenti di «vecchiaia», proprio per questa sua evidente ragione deve essere guardata con sempre maggior interesse e curiosità antiquarial-collezionistica. Ciò le è dovuto, in quanto molto probabilmente dopo circa quattro millenni di impegno per narrare la nostra evoluzione, la mano «scrivente» dell’uomo si è sentita stanca e ha deciso di «dematerializzarsi» per rendere sovente anche meno faticoso il lavoro del nostro cervello.

    ALBERTO BOLAFFI
    (Dalla Introduzione al volume)

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    — Nov 26, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Importanza di vivere

    Importanza di vivere

    Capolavoro

    Questo libro era nella biblioteca di mio padre. Era una edizione della Bompiani o della Medusa, non ricordo bene. Risaliva agli anni del fascismo. Me ne parlava sempre, ma io ci capivo ben poco. Ero troppo piccolo per capire. Mi ricordo che il titolo mi impressionava molto e mi faceva sentire forte ... (continue)

    Questo libro era nella biblioteca di mio padre. Era una edizione della Bompiani o della Medusa, non ricordo bene. Risaliva agli anni del fascismo. Me ne parlava sempre, ma io ci capivo ben poco. Ero troppo piccolo per capire. Mi ricordo che il titolo mi impressionava molto e mi faceva sentire forte il senso della responsabilità con il quale mio padre lo diceva e sopratutto il modo con il quale poi, per tutta la sua vita, ha veramente dimostrato quanto sia importante "come" vivere. Da grande poi l'ho letto ed ho scoperto che è un libro davvero prezioso. Illumina ed incanta per la sua penetrazione psicologica. Ozio, casa, vita, natura, viaggi, cultura sono solo alcuni dei temi trattati da Lin. Tutto gestito dalla "chiangli" la "ragione che parla" e che controlla tutto ciò che si dice. Tutto il libro è caratterizzato dal senso pratico e comune dei cinesi, una tradizione antica, più antica di quella dell'occidente.

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    — Nov 25, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Il manoscritto di Brodie

    Il manoscritto di Brodie

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    La vera voce

    Borges scrive nella sua prefazione a questi racconti:

    "Ho cercato, non so con quanto successo, di redigere racconti lineari. Non mi azzarderò a dire che sono semplici; sulla terra non c'è una sola pagina, una sola parola che lo sia, giacchè tutte postulano l'universo, il cui attributi più noto ... (continue)

    Borges scrive nella sua prefazione a questi racconti:

    "Ho cercato, non so con quanto successo, di redigere racconti lineari. Non mi azzarderò a dire che sono semplici; sulla terra non c'è una sola pagina, una sola parola che lo sia, giacchè tutte postulano l'universo, il cui attributi più noto è la complessità".

    'Il manoscritto di Brodie' contiene undici racconti brevi dettati da un Borges ormai settantunenne e cieco all'anziana madre; l'ultimo di questi dà il titolo al volume.

    Come l'autore stesso afferma nella prefazione, egli prende esempio dalle ultime opere scritte da Rudyard Kipling: «Sono laconici capolavori; a volte ho pensato che ciò che ha concepito e realizzato un ragazzo geniale può essere imitato senza immodestia da un uomo alle soglie delle vecchiaia che conosce il mestiere», per cercare di «distrarre o commuovere e non persuadere» il lettore.

    E' riuscito nel suo intento di distrarci forse più che in quello di commuoverci, data la brevità dei racconti che spesso, proprio per questo, non danno spazio al coinvolgimento emotivo di chi legge. Per noi lettori è, invece, positivo il continuo dialogo e la continua presenza di Borges: è proprio lui che ci parla, ci vuole raccontare delle storie che noi volentieri accettiamo. Singolare e da apprezzare, poi, è l'estrema varietà del tempo, dell'ambientazione, dei soggetti, eppure ci sono anche elementi che ritornano da racconto a racconto. Si parla di: passioni, amori, viaggi, contese, duelli, uccisioni, partite di truco; si passa dalla città alla campagna, all'esercito e ci sono criolli, gauchos e bicchieri di Mate, ma anche una biblioteca dove non può mancare Schopenhauer.

    Ma Borges lega questi elementi con uno stile tutto suo. Alla fin fine, è vero quanto egli stesso disse: «Oggi, compiuti i settanta, credo di avere trovato la mia vera voce».

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    — Nov 22, 2009 | Add your feedback

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