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Bellissimo. La prova mortale di una che a trentasette anni pretende di mettere sul tavolo un capolavoro senza aspettare di tirare le cuoia perché ci si metta tutti a piangere leggendo il primo capitolo. Spettri di maschilità (con certi guizzi da pescespada arpionato mica male) e clamorose donne nura ... (continue)
- — Jun 6, 2009 | 3 feedbacks
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I nuovi climi
[Uscita su argonline http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&vi… ]
Questa quattordicesima raccolta della serie “la collana” somiglia alla sua autrice. Sottile, a ... (continue)
[Uscita su argonline http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&vi… ]
Questa quattordicesima raccolta della serie “la collana” somiglia alla sua autrice. Sottile, allungata ed elegante. Tesa, con composta disinvoltura, al naturale rigore da habitué di quella che Cucchi chiama «meditazione lirica». Bianca, se non fosse per Giorgio Vicentini con il suo quadrato di granata crudo in copertina. Stavo per aggiungere anche 'sobria', che certo si può ben dire della bella edizione di Stampa, ma vale la pena evitare l'imprecisione della sintesi notando come la serena rinuncia all'effetto che la maturità agisce da tempo sul dettato della poetessa in questione non semplifichi più di tanto, né alleggerisca, se non in apparenza – almeno non più di quanto delle buone caviglie possano semplificare l'esecuzione di un arabesque, facilissimo a vedersi.
Mi rendo conto del ritardo con cui chiedo spazio per un libro del 2007, ma giustifico l'intempestività del mio consiglio di lettura facendolo corrispondere all'imminente uscita di una monografia sull'autrice curata da un giovanissimo critico fiorentino (Marco Corsi) e al fatto che, in ogni caso, “I nuovi climi” rimane per ora la più recente uscita di Frabotta.
«La poesia 'in viandanza', come la statua della Gradiva, ferma e in cammino allo stesso tempo, guarda avanti e pensa indietro» ci è stato spiegato nel '93. In quattordici anni molto è cambiato (è uscito “La pianta del pane” soprattutto, con quella promessa di «cose chiare» che giustamente è finita nella Letteratura di Ferroni) ma la poesia è rimasta a pesare sui propri piedi, autorevole e senza ostinazione, in questa imperturbabile posa mobile che getta gli occhi avanti (la prima parola della prima pagina è «Dopo») ma rimane essenzialmente testimonianza del cammino percorso. Ecco i versi d'avvio, in limine al resto.
«Dopo, un poeta | sa che non essere | non avrebbe potuto | ma anche, giorno | dopo giorno, non | esistere, questo sì | sarebbe stato possibile | perché un poeta sa | che l'opera finisce | dall'inizio, nel caso | per convivere e non | per un caso rivivere | come vissero | ma come morirono | perché un poeta sa | quando risuona la sua ora.»
Ecco, io credo che Frabotta si ritenga «un poeta» (fatto tutt'altro che pacifico oggi, soprattutto per chi ragiona criticamente al massimo livello possibile intorno ai volgimenti della poesia contemporanea) e deduco, dunque, che possa lei sola informarci per tempo sul suo destino. Non mi pare però che sia lecito cercare ne “I nuovi climi” qualcosa di simile a una volontà testamentaria, a una pur quieta e disincantata uscita di scena, a un saluto: c'è dell'altro nelle quattro sezioni che seguono, materia che promette vendemmia in un libro a venire; e poi Frabotta non mi sembra tipo da intonare temi di addio, se non con la discrezione di una saggia puntualità. L'anticipo sensazionale sarebbe fuori intenzione dunque, fuori autore, e scorcerebbe troppo presto lo stato di grazia all'erta (ho sentito recentemente Carmelo Princiotta parlare di «poesia in pensiero») della produzione recente. D'altronde il «poeta» indeterminativo, l'io che manca in questa anticamera percorsa da aggraziati passi pesanti mossi in terza persona – ricordo un po' a tutti che bisogna «scovarli, stanarli | dai loro nascondigli | i pochi (troppo pochi!) poeti», tanto per citare, stavolta esplicitamente, “Gli eterni lavori” – «sa» quando risuona la sua ora, e c'è da aspettarsi che intenda spenderla con la responsabilità che la coscienza esige. Resta da capire, un po' alla Mallarmé, se sia l'opera (che bella parola da leggere oggi) a finire fin dall'inizio o se sia il poeta, in quanto poeta, a sapere dall'inizio che l'opera finisce; e forse la questione non è oziosa se, come credo di capire, regge il centro anche geometrico dell'apertura. Ma superiamola.
I climi del titolo arrivano tardi, oltre la metà, ma immediatamente calpestiamo il loro teatro. La campagna, da cui si assiste all'avvicendarsi de “Le fasi della luna”, non è simbolica, né liricamente amena, né tantomeno scenario di riscoperte “alternative” da immaginario anni settanta. È piuttosto un luogo di esperienze inedite e di interrogativi esistenziali (il campo, dal cui angolo sorge la luna – «ma era come se sorgesse da ogni angolo» –, chiede di essere contemplato o lavorato?) a cui si è nuovi, inesperti. A cui Frabotta è nuova se è vero, come talvolta premette alla lettura pubblica di queste pagine, che ha ora un giardino per la prima volta nella sua vita. Solo qui gli astri sono presenze, attori ingombranti di ogni scena quotidiana, e la luna «lasciata deserta da visitatori distratti» torna ineludibile, non ignorabile dal poeta - come da ogni abitante della casa, anche nel più privato dei risvegli notturni, anche quando è nuova e non si vede. Alla terza si sostituisce la persona più inattuale, la prima plurale, buona anche per proseguire sulla nitida linea dell'amore domestico («come fosse questa l'ultima notte | per dormire insieme | non il mio sonno senza sollievo | ma il nostro che non ha rimorso.»).
A questo punto la Natura si manifesta potentemente, ma è una Natura cui la Storia non è per niente estranea. Anzi, è la scena senza pubblico delle sue scelleratezze. I nuovi climi sono evidenze altrove appena avvertibili («I cittadini quasi non si accorsero | del premeditato tepore | immersi com'erano nel | traffico delle loro imprese | quotidiane»), ma non sono fuori dal mondo. Pertengono tanto al nostro tempo che c'è bisogno di datarli («Nell'estate del duemila e tre | tutto si prosciugò silenziosamente. ; L'inverno del duemila | e sette saltammo l'inverno.») giacché non potrebbero verificarsi in nessun'altra epoca. Sembra che la realtà prenda il poeta di sorpresa, che lo 'stani' e lo costringa a uscire di casa per capire cosa sia successo, come fa un imbiancato mattino romano fuori dalla finestra dopo una silenziosa nevicata notturna.
«Il giardino sembrava una stanza | che un colpo di vento avesse chiuso | sbattendo la sua unica porta. | La distruzione era totale. | Camminando a fatica, attenta | a non pestare i bulbi sconvolti | i rari crochi pelati dallo scroscio | i tromboni così gentili e comuni | che ornavano la grande pietra | portata alla luce dalla scavatrice | pensai che tutto stesse fiorendo | a rovescio, le radici brancolanti | nei miseri vapori, i petali marci | trattenuti sotto dal fango | come cani alla catena. | L'inattesa alluvione di Pasqua | aveva percorso l'intero regno | con la violenza di un'eresia. | Forse tra le crepe sarebbe ricresciuto il pallido eucalipto | così utile contro le paludi. Ma ora che tutto è stato edificato | pietra su pietra, che farsene di questa vorace idrovora?»
I disastri berciati nei titoli di testa e sulle prime pagine, le catastrofi inspiegabili (apprendo da un profilo facebook che il marito dal «cuore generoso | come quel dio che dona il primo verso» de “La pianta del pane” è un fisico, e studia i modelli matematici degli tsunami) i segni che fanno gridare all'apocalisse o all'imminenza del 2012 sono presenti a chiunque. La natura dell'autrice e il luogo d'osservazione li raffinano chimicamente, da roboanti promemoria a cadenza casuale in presagio continuo. Provocano uno sgomento cronico nel poeta vigile; uno stupore quieto, pensieroso, non privo di ragionato ottimismo della volontà e aperture radiose («eppure, scriveva Bernardin | non tutto era stato ucciso | dalla terribile severità di quell'inverno. | Ancora, in stile fiorito, il suo giardino | godeva di tardive, ma robuste violette»).
I nuovi climi sembra alludere alla fine (del mondo? Di *un* mondo più probabilmente) con onestà, nel più contegnoso dei turbamenti. Ci chiede seriamente di prestargli attenzione, ma senza importunarci. Questo è tipico di Frabotta, che invece di alzare la voce per sovrastare il frastuono la abbassa, perché si taccia pur di ascoltare.
Alessandro Giammei.
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