-
All books
-
-
-
- Le città invisibili (9946)
- By Italo Calvino
-
Finished





-
-
-
-
- Lezioni americane (6521)
- Sei proposte per il prossimo millennio
- By Italo Calvino
-
Reading since Nov 1, 2011





-
-
-
-
- Cosa resta del padre? (115)
- La paternità nell'epoca ipermoderna
- By Massimo Recalcati
-
Reading





-
-
-
-
- Opere (3)
- By Giovanni A. Comenio
-
Finished





-
-
-
-
- Il lamento della pace (2)
- Scacciata e respinta da tutte le nazioni
- By Erasmo da Rotterdam
-
Finished





-
-
-
-
- Il senso dell'imparare (3)
- Per far riprendere il fiato e la parola a insegnanti e studenti
-
Finished





-
-
-
-
- Bambini «Diversi» a scuola (16)
- By Luigi Cancrini
-
Finished





-
-
-
-
- Necropoli (1284)
- By Boris Pahor
-
Finished on Jan 13, 2012





-
-
-
-
- Teorie del simbolo (51)
- By Tzvetan Todorov
-
Finished





-
-
-
-
- Kant e l'ornitorinco (703)
- By Umberto Eco
-
Finished





-
-
-
-
- Soglie (63)
- I dintorni del testo
- By Gérard Genette
-
Finished





-
-
-
-
- Frammenti di un discorso amoroso (3327)
- By Roland Barthes
-
Finished





-
-
-
-
- Storia linguistica dell'Italia unita - vol. II (9)
- By Tullio De Mauro
-
Finished





-
-
-
-
- Storia linguistica dell'Italia unita - vol. I (12)
- By Tullio De Mauro
-
Finished





-
-
-
-
- Corso di linguistica generale (442)
- By Ferdinand de Saussure
-
Finished





-
RSS feeds: subscribe to gianz's shelf
Necropoli
1 person find this helpful
Dopo aver visitato negli anni Ottanta i campi Mauthausen, Gusen, Ebensee, Dachau ed aver letto molto di quello che allora esisteva sull’Olocausto è progressivamente subentrata in me una sorta di “saturazione”: non solo è quasi impossibile seguire la vastità delle opere sull’argomento ma anche la fac ... (continue)
Dopo aver visitato negli anni Ottanta i campi Mauthausen, Gusen, Ebensee, Dachau ed aver letto molto di quello che allora esisteva sull’Olocausto è progressivamente subentrata in me una sorta di “saturazione”: non solo è quasi impossibile seguire la vastità delle opere sull’argomento ma anche la facilità ad accedere nel web a documenti, foto e video mi hanno prodotto una sorta di progressiva intolleranza al rivedere, con varianti minime e insopportabile ripetitività, le stesse modalità di nullificazione dell’uomo sia che queste fossero operate dal nazismo che in altri contesti più contemporanei. Paura di assuefarsi, timore della possibile banalizzazione.
Questo è il motivo per cui Necropoli è rimasto per lungo tempo sul comodino prima che mi decidessi ad iniziarlo.
Poi … ho scelto la via traversa, ho letto prima “Qui non si può parlare” in modo da conoscere l’autore. Questo romanzo non mi ha entusiasmato: ho appreso molto sulla persecuzione della minoranza slovena ad opera del nazionalismo e del fascismo ma i due aspetti del libro, quello storico – tutto sommato un po’ didattico – e quello romanzesco-sentimentale non mi sono apparsi ben amalgamati. Mi ha comunque permesso di avvicinarmi all’autore, Pahor, di cui non avevo ancora letto nulla e sapevo poco, salvo recensioni editoriali e alcuni articoli giornalistici.
L’impatto col libro. A parte i libri che si finiscono a fatica o che si abbandonano, quelli che ti coinvolgono sono in genere di due tipi: ci sono libri che quando li inizi non riesci più a lasciarli, hai bisogno di finirli quanto prima, se possibile senza interruzioni. È come per un bel film dove le pause pubblicitarie diventano insopportabili e peggio ancora se devi vederne una parte un giorno ed una parte un altro. Potrei chiamarla lettura filmica. Ci sono invece libri che assapori più lentamente, che quasi ti dispiace che finiscano troppo in fretta, sui quali ti fermi a riflettere di tanto in tanto tra una pagina e l’altra e che tra una lettura e l’altra lasciano il segno nei tuoi pensieri: sono i libri che stimolano una lettura riflessiva.
Necropoli per me non ha fatto parte né dell’una né dell’altra categoria. Quando lo prendevo in mano mi ci immergevo per tutto il tempo disponibile, senza pause riflessive: un flusso ininterrotto. Poi poteva passare anche un po’ di tempo senza l’urgenza di riprenderlo, ma alla successiva “sessione” di lettura nuovamente una immersione ininterrotta. Ho anche tentato ad un certo punto di prendere in mano l’evidenziatore per segnarmi passi e pagine più memorabili … ma ho dovuto smettere perché ho constatato che praticamente evidenziavo tutto. Una lettura che potrei definire “ad immersione”: ad ogni fase “sub” visioni il più possibile di quanto i fondali ti offrono, ma quando riemergi hai bisogno per un certo tempo di riprender aria e riadattare l’organismo (e la mente).
Certo, in campo narrativo si possono trovare testi che producono effetti simili, anche senza scomodare Joyce; non ne ricordo invece nella memorialistica e soprattutto in testi relativi all’olocausto.
In sostanza un punto di vista e un approccio alla deportazione assolutamente peculiare: non quello del testimone, non quello dello studioso, non quello del visitare dei campi, ma quello del sopravvissuto che, a distanza di anni, mentre visita il campo dove fu prigioniero trascrive il riemergere di ciò che non si può dimenticare. Detta così potrebbe forse apparire una modalità di distanziamento, invece è l’opposto: come lettori veniamo immersi nel vissuto inquieto del sopravvissuto.
Il campo è quello di Natweiler-Struthof sui Vosgi, nell’Alsazia, regione francese contesa dalla Germania e occupata dal 1940 al ’44. Non viene “descritto” il campo, ma la reazione dell’autore di fronte a quella che vive come una inadeguatezza del “campo museo” di oggi rispetto al lager di ieri. La ghiaia dei ripiani al posto delle baracche, le assi marcite delle uniche due baracche rimaste sostituite con assi nuove e verniciate a vecchio per dar l’illusione di autenticità, i visitatori che, anche con tutta la loro buona volontà, non possono che restare dei turisti ed anche la guida, pur competente e rigorosa, che fornisce comunque una “lezione”. Per non parlare dei bambini che giocano con il cavo che sorregge il camino del forno crematorio, ed una coppietta che si distanzia dal gruppo per un momento di affettuosa intimità.
Boris deve allontanarsi dagli altri e subito la necropoli, la città della morte di allora, riemerge con tutta la sua violenza. Non è come ci aspetteremmo la violenza diretta delle SS. Queste quasi non compaiono: si intravedono sedute sui vagoni che portano i dannati al lavoro di miniera, quasi come burattini in divisa. Fra loro ne emerge uno, la figura ambigua di un ufficiale biondino che osserva attento il lavoro di infermiere di Boris mentre pulisce, disinfetta e medica uno dei tanti deportati usciti dal gelido lavoro sotterraneo con un flemmone, la sacca di pus che attacca con facilità organismi debilitati dalla fame e dal freddo; farà avere un po’ del riso che stava mangiando come “premio” per il suo lavoro a Pahor che si chiede perché a lui e non al ferito che ne aveva senz’altro più bisogno.
Pahor, prima per le sue conoscenze linguistiche e poi come infermiere, può trovare un ruolo che gli rende un po’ più probabile la sopravvivenza ma che lo immerge senza interruzione in questo mondo di morte, di non vita, di ossa stranamente ancor vive, di reparti ospedalieri che non guariscono ma che dilatano la morte, dove per curarne uno devi abbandonarne altri. Dove la morte di uno significa una razione in più per un altro e un posto per un altro malato. Dove i barellieri trasportano e accatastano in modo indifferenziato feriti, malati e cadaveri. Dove i detenuti-medici devono in pochi istanti decidere il destino di chi gli sta davanti.
Boris trova una modalità psicologica di sopravvivenza assai diversa da quella che conosciamo in altri testimoni: non la lucidità, il mantenere in vita il proprio io razionale, informarsi, capire. Lontanissimo da un Primo Levi. Si meraviglia anche di coloro che cercano di raccogliere informazioni, di sapere (sulle decisioni che riguardano il campo, sullo sviluppo della guerra ecc.). In un mondo in cui il pensiero “si è inaridito … e il succo vitale scorreva via dai corpi con la diarrea” e dove il freddo riduceva tutte le facoltà sensoriali, fa propria la riduzione del campo visivo al “qui ed ora”, si immerge anima e corpo nel proprio lavoro di infermiere e non si chiede altro; certo c’è la speranza, che emergerà consapevole solo successivamente, che qualcuno, almeno uno di quelli curati si sia potuto salvare. In questo modo troverebbe un senso, ma non è possibile saperlo. “Può darsi che qualcuno si sia salvato, e questa sola possibilità vale tutta la vita di un uomo”.
E poi i contrasti. Quelli etnici che categorizzano le appartenenze e i ruoli nel campo; lui con la sigla IT ma sloveno e le conseguenti diffidenze e difficoltà a farsi riconoscere come tale; la ricerca di connazionali con cui un intrecciare minimo di comunanza.
L’apparire in quel mondo di morte dei “corpi vivi, sodi e lisci” delle giovani Alsaziane rastrellate e mandate subito al forno crematorio che suscita nei deportati un senso di ribellione, di desiderio e di impotenza. “Eros e Thanatos accumunate con una crudezza terribile”.
L’imponente natura rigogliosa del bosco circostante che non suscita immedesimazione e senso di libertà ma che opprime per il suo nascondere ed imprigionare il campo dagli occhi esterni.
E il rapporto con l’esterno, l’indifferenza della popolazione germanica, come quando a Niedersachswerfen, in Turingia, la fila di 600 deportati con le gambe gonfie sulla neve, alcuni dei quali sorreggono un corpo svenuto, incrocia due ragazze che passano oltre come non avessero visto nessuno.
“È possibile, allora, inculcare negli uomini un disprezzo così radicale per le razze inferiori da far sì che due ragazze, camminando sul marciapiede, riescano a far sparire con la loro freddezza un corteo di schiavi, in modo che oltre a loro due ci siano soltanto la neve e una pacifica atmosfera di sole.”
Insomma testo del tutto peculiare, un punto di vista assolutamente originale: se molti testi sulla deportazione erano volti a farci capire (o almeno conoscere) l’inconcepibile e l’incomprensibile, questo ci immerge nel vissuto, non spiega ma attraverso similitudini vere proprie (ancora più frequenti delle metafore) ci immerge nel sommerso dell’olocausto, della necro-polis. E ci richiama alla inadeguatezza del nostro modo di far memoria laddove anche i discorsi più seri (e le stesse constatazioni dell’autore) possono “risuonare come noiosi sermoni”.
“Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l'uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l'altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d'onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche.”
Post Scriptum. Quando ho sentito il bisogno di recensire “Necropoli”, l’ho presa un po’ “alla larga”: la prima parte (sintetizzata qui col primo capoverso) è diventata una nota sulla mia pagina di facebook: http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/il-mio…
Is this helpful?