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By Chiara Volpato -
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- Linee di confine. Filosofia e postcolonialismo (7)
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By Emanuela Fornari -
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Linee di confine. Filosofia e postcolonialismo
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Un saggio denso, sia per la quantità di riferimenti al dibattito interno alla «costellazione postcoloniale», sia per il linguaggio filosofico utilizzato. Un'introduzione, ma non per tutti, a quello che potremmo chiamare il paradigma postcoloniale: un concetto che si smarca dall'originaria con ... (
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May 13, 2011 |
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- Il fattore molesto della civiltà
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By Lea Melandri -
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By Agota Kristof -
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- Sulla traccia di Nives (630)
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By Erri De Luca -
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Un'alpinista, al femminile si scrive con l'apostrofo e quell'apostrofo è la mia bandierina di donna che faccio sventolare lassù.
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Mar 21, 2011 |
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- Just kids (467)
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By Patti Smith -
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Alice senza niente
Una trentenne laureata in Scienze Politiche a indirizzo economico, poliglotta, mille lavori alle spalle: la si può chiamare flessibile o precaria; si possono inventare neologismi come «defuturizzazione», per cercare di descrivere il senso di smarrimento, frustrazione, rabbia – a tratti, angoscia – c ... (continue)
Una trentenne laureata in Scienze Politiche a indirizzo economico, poliglotta, mille lavori alle spalle: la si può chiamare flessibile o precaria; si possono inventare neologismi come «defuturizzazione», per cercare di descrivere il senso di smarrimento, frustrazione, rabbia – a tratti, angoscia – che si prova se il cercare un'occupazione diventa la propria, principale occupazione.
Pietro De Viola è uno dei tanti cittadini italiani formati, qualificati e pronti a comprendere ed affrontare il mondo contemporaneo – se non altro per il fatto di esserci nati. Sa che dobbiamo fare i conti con l'essere tanti atomi irrelati – non c'è solidarietà di classe, non c'è unità nazionale, non c'è comunità di destino, checchè se ne dica – e da qui si deve partire per immaginare legami, comunità, lavori, destini. E svuotare di significato i brutti neologismi.
Pietro De Viola ha deciso di iniziare dalla mossa più ovvia, eppure così difficile e rara: raccontarsi. Si è “messo in scena”, per così dire: ha capito di non chiamarsi solo Pietro, ma anche Alice – e chissà quanti altri atomi si assomigliano e non lo sanno – e si è dipinto a parole, nero su bianco. Prima in un file e in un sito internet, poi, vista l'eco sempre più ampia che la “sua” storia andava suscitando, in un esile volume pubblicato da Terre di Mezzo. Esile, ma terribilmente denso: vi si racconta la tragicommedia di Alice, troppo qualificata, troppo brava – quindi, senza niente – e del suo compagno, che del niente (le scarse nozioni di chitarra) fa un qualcosa (lezioni private a gente che ne sa poco meno di lui) per sopravvivere. Sembriamo tanti maghi di provincia, noi-Pietro, noi-Alice, noi-Riccardo. Ci hanno insegnato che dobbiamo suggestionarci per suggestionare – e produrre effetti di realtà e potere. Una vecchia storia, che Andrea Cavalletti ha recentemente ricostruito con lucidità (Suggestione. Potenza e limiti del fascino politico, Bollati Boringhieri 2011). Ma se, come aveva capito infine K., «la menzogna viene elevata a ordine del mondo», può capitare che paradossalmente sia proprio il Potere, nelle vesti dimesse di una selezionatrice ad un colloquio di lavoro, a dirci che possiamo anche smettere di recitare, che sa che sappiamo, che quel lavoro che diciamo di desiderare più di ogni altra cosa al mondo ci umilia e siamo lì per i nostri bisogni primari, non per ciò che vorremmo essere. E se al vernissage dove siamo andati fingendo di amare un artista, per mangiare qualcosa di decente senza spendere, ci scoprono e cominciano a ridere e deriderci, non ci resta che scappare sotto la pioggia. E iniziare a raccontarci. Noi-Pietro, noi-Alice, noi-Riccardo.