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Sabato, addio
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Archetti quando scriveva aveva in colore, una luce derivanti dallo stile e dal fatto di avere effettivamente delle emozioni da comunicare al lettore. Poi si è convinto di essere un grande narratore capace di trasformare storie banali in storie leggibili. Non è così. In questo libro lo spessore psico ... (continue)
Archetti quando scriveva aveva in colore, una luce derivanti dallo stile e dal fatto di avere effettivamente delle emozioni da comunicare al lettore. Poi si è convinto di essere un grande narratore capace di trasformare storie banali in storie leggibili. Non è così. In questo libro lo spessore psicologico è simile ai personaggi di Fabio volo , solo che Volo se la tira di meno. La storia è una di quelle che accadono tutti i giorni ma prende un personaggio lo tira fino ad appiattirlo ad uno stereotipo, il resto è "so già come finisce". Archetti si è così professionalizzato da essere convinto di avere scritto una storia nera e anche di avere uno stile tecnico ben fatto, usa accostamenti di parole banali fino ad arrivare alla scena della Mosca che muore e le sue zampe formicolano per l'ultima volta. Le zampe di una Mosca magari moscano?
Al di là di questo dettaglio, non c'è più ironia, non c'è atmosfera, e le emozioni se ci sono sono nel "detto" e non nel raccontato . Tutto molto dichiarato con tratteggi monodimensionali per quanto reiterati.
Deludente.
Forse abbiamo trovato il fratello nero di Fabio Volo ?
Tra l'altro sono(miei) conterranei, potrebbero mettersi d'accordo e dividersi il mercato??
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