Ho letto questo libro perché non potevo farne a meno, dopo aver letto tutti gli altri, e perché da ormai dieci anni ogni nuovo libro della Szymborska è stata una boccata d'aria, attesa e necessaria. Non avrei mai pensato che chiudendolo mi sarei detto, come il titolo malauguratamente preannuncia, «B
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Ho letto questo libro perché non potevo farne a meno, dopo aver letto tutti gli altri, e perché da ormai dieci anni ogni nuovo libro della Szymborska è stata una boccata d'aria, attesa e necessaria. Non avrei mai pensato che chiudendolo mi sarei detto, come il titolo malauguratamente preannuncia, «Basta così». Non serviva spingersi fin qui. Sarebbe stato meglio fermarsi in tempo. Intendo, non aprirlo neppure. Non è un brutto libro, anzi, in venti pagine ha più momenti di luce di tante antologie pluripremiate. Ma è tristemente incompleto. Manca quell'armonia sottile che Szymborska sapeva orchestrare con tanta cura: le poesie sono solo accostate, non ancora membra di un corpo; dove ci si aspetta una gamba si trova un braccio o una spalla; la mano destra non trova la sua compagna simmetrica; ci sono due teste e nessuna pancia. Come se non bastasse, il curatore ci propina in coda i versi ancora incompleti, scritti su carta di servizio, ampiamente cancellati e variati; non solo, li corregge addirittura, tentando di ricostruire quella versione finale che nessuno conoscerà mai. L'imbarazzo dell'operazione è quasi insostenibile. Perché far questo alla povera maestra? Conoscendo la sua passione per il testo ben polito, da cui toglieva perfino la data, quasi a scoraggiare una lettura troppo filologica? Per farci vedere quanto chiara e salda fosse ancora la sua grafia? Grazie, mi accontentavo di immaginarla. Per mostrarci come anche il genio passi attraverso la fatica e il ripensamento continuo? Sai che scoperta. È difficile scacciare il pensiero che si tratti soltanto di una scaltra operazione editoriale. Il mio consiglio agli amanti di Szymborska è questo: premiate lo sforzo dei redattori, comprate questo libro e leggetelo per quello che ancora può darvi. Poi però mettetelo in un cassetto e fingete di dimenticarlo. Lei, la maestra gentile, avrebbe preferito così.
Un libro diverso da quel che mi aspettavo. È una ricca argomentazione attorno ad alcune ipotesi (i sentimenti primordiali del corpo come base della coscienza, la creazione del sé come apice del processo evolutivo, articolato in più fasi) che anche nei passaggi più speculativi rimane estremamente rig
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Un libro diverso da quel che mi aspettavo. È una ricca argomentazione attorno ad alcune ipotesi (i sentimenti primordiali del corpo come base della coscienza, la creazione del sé come apice del processo evolutivo, articolato in più fasi) che anche nei passaggi più speculativi rimane estremamente rigorosa e ancorata alle osservazioni. Non mi ha affatto deluso: propone idee (per me) nuove in modo assolutamente convincente. Avrei preferito che alcune posizioni fossero trattate più estesamente (ad esempio, il discorso sui "qualia"): lo stile di Damasio tende all'astrazione, e gli esempi concreti, spesso tratti da casi clinici, non raggiungono neanche lontanamente il potere evocativo, che ne so, delle opere di Sacks. Un libro di divulgazione alta, dunque, indirizzato al profano che nutra un grande interesse per le neuroscienze, piuttosto che al semplice curioso.
Nota: l'onestà intellettuale di Damasio è ammirevole. Non esce mai dall'ambito puramente scientifico che si è scelto. I termini usati sono "mente", "coscienza" e "sé"; neanche una volta si parla di "anima". I rapidissimi accenni sulla religione, tuttavia, lasciano intuire quanto tagliente diventi il rasoio di Occam quando lo si affila sulla mola dell'indagine razionale. Il termine "anima" non esula semplicemente dal discorso sul rapporto mente/cervello; è *reso superfluo* da tale discorso. Questo almeno è quello che io ho letto fra le righe. Sinceramente, a caldo, non so che cosa pensarne.
Non è tra i libri che consiglierei a qualcuno che non ha mai letto poesia e vuole cominciare. Yang Lian, per sua stessa ammissione, è molto complesso. Di solito sono diffidente nei confronti dei versi oscuri: ho paura, banalmente, che l'oscurità sia soltanto una scusa. Ma in questo caso sono obbliga
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Non è tra i libri che consiglierei a qualcuno che non ha mai letto poesia e vuole cominciare. Yang Lian, per sua stessa ammissione, è molto complesso. Di solito sono diffidente nei confronti dei versi oscuri: ho paura, banalmente, che l'oscurità sia soltanto una scusa. Ma in questo caso sono obbligato a rivedere la mia posizione: Yang Lian è un poeta vero. Un poeta importante, addirittura. La scarsa intelligibilità non è un bluff, ma è piuttosto un tentativo (riuscito in parte, a mio parere) di portare la poesia sul piano della musica, o della pittura astratta. I momenti più gratificanti della lettura sono stati quelli in cui ho lasciato andare ogni desiderio di cogliere il messaggio e mi sono semplicemente adagiato sulle immagini. L'universo di Yang Lian è vasto, doloroso, ripetitivo come un sogno provocato dalla febbre, ma merita di essere esplorato. La migliore similitudine che posso trovare per questi versi è proprio quella del sogno, o del dormiveglia: sembra la trascrizione dei pensieri che ci visitano prima di addormentarci, e che ci vengono sottratti per sempre al momento di svegliarci. Un regno indipendente dalla realtà, per cui valgono necessariamente altri metri di giudizio.
Questo romanzo è deliziosamente dimenticabile. Anche per questo è un romanzo perfetto. Non c'è una scena, una frase, una singola parola che non sia accuratamente soppesata per amalgamarsi nell'insieme. E per quanto sofisticato, lo stile è sempre piano, quasi ingenuo. La storia è costruita su una com
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Questo romanzo è deliziosamente dimenticabile. Anche per questo è un romanzo perfetto. Non c'è una scena, una frase, una singola parola che non sia accuratamente soppesata per amalgamarsi nell'insieme. E per quanto sofisticato, lo stile è sempre piano, quasi ingenuo. La storia è costruita su una complicata rete di sentimenti umani, ma è del tutto priva di sentimentalismo. L'uomo è un semplice anello in una catena di corrispondenze che non è in grado di decifrare fino in fondo (l'arcobaleno che congiunge lago e montagna, il ponticello in pietra fra le due sponde di un torrente, l'amore fra un uomo e una donna sospeso tra il regno dei vivi e il regno dei morti). Il lettore si identifica con i tormenti dei personaggi, ma al tempo stesso se ne distacca, comprendendo quanto questi tormenti siano minuscoli e transitori nel grande ciclo del cosmo. ("Inezie ci consolano perché inezie ci affliggono".) Il genio di Kawabata sta nella capacità di coniugare gli opposti e di creare un'opera magistrale e al tempo stesso, appunto, dimenticabile. Arcobaleni è un ottimo punto di partenza per chi non abbia mai letto nulla di Kawabata, e un ottimo punto di arrivo per chi ne abbia già letto tutto, o quasi (come me).
Un miliardo di persone che vivono sotto la soglia di estrema povertà vorrebbero che leggeste questo libro. È un pugno sullo stomaco e vi farà sentire in colpa, ma alla fine vi spiegherà cosa fare per risolvere il problema. Perché una soluzione esiste ed è alla portata di tutti. Leggetelo!
Basta così
Ho letto questo libro perché non potevo farne a meno, dopo aver letto tutti gli altri, e perché da ormai dieci anni ogni nuovo libro della Szymborska è stata una boccata d'aria, attesa e necessaria. Non avrei mai pensato che chiudendolo mi sarei detto, come il titolo malauguratamente preannuncia, «B ... (continue)
Ho letto questo libro perché non potevo farne a meno, dopo aver letto tutti gli altri, e perché da ormai dieci anni ogni nuovo libro della Szymborska è stata una boccata d'aria, attesa e necessaria. Non avrei mai pensato che chiudendolo mi sarei detto, come il titolo malauguratamente preannuncia, «Basta così». Non serviva spingersi fin qui. Sarebbe stato meglio fermarsi in tempo. Intendo, non aprirlo neppure.
Non è un brutto libro, anzi, in venti pagine ha più momenti di luce di tante antologie pluripremiate. Ma è tristemente incompleto. Manca quell'armonia sottile che Szymborska sapeva orchestrare con tanta cura: le poesie sono solo accostate, non ancora membra di un corpo; dove ci si aspetta una gamba si trova un braccio o una spalla; la mano destra non trova la sua compagna simmetrica; ci sono due teste e nessuna pancia. Come se non bastasse, il curatore ci propina in coda i versi ancora incompleti, scritti su carta di servizio, ampiamente cancellati e variati; non solo, li corregge addirittura, tentando di ricostruire quella versione finale che nessuno conoscerà mai. L'imbarazzo dell'operazione è quasi insostenibile. Perché far questo alla povera maestra? Conoscendo la sua passione per il testo ben polito, da cui toglieva perfino la data, quasi a scoraggiare una lettura troppo filologica? Per farci vedere quanto chiara e salda fosse ancora la sua grafia? Grazie, mi accontentavo di immaginarla. Per mostrarci come anche il genio passi attraverso la fatica e il ripensamento continuo? Sai che scoperta.
È difficile scacciare il pensiero che si tratti soltanto di una scaltra operazione editoriale. Il mio consiglio agli amanti di Szymborska è questo: premiate lo sforzo dei redattori, comprate questo libro e leggetelo per quello che ancora può darvi. Poi però mettetelo in un cassetto e fingete di dimenticarlo. Lei, la maestra gentile, avrebbe preferito così.
http://guidoq.wordpress.com/2013/01/09/basta-cosi-di-wi…
Il sé viene alla mente
Un libro diverso da quel che mi aspettavo. È una ricca argomentazione attorno ad alcune ipotesi (i sentimenti primordiali del corpo come base della coscienza, la creazione del sé come apice del processo evolutivo, articolato in più fasi) che anche nei passaggi più speculativi rimane estremamente rig ... (continue)
Un libro diverso da quel che mi aspettavo. È una ricca argomentazione attorno ad alcune ipotesi (i sentimenti primordiali del corpo come base della coscienza, la creazione del sé come apice del processo evolutivo, articolato in più fasi) che anche nei passaggi più speculativi rimane estremamente rigorosa e ancorata alle osservazioni. Non mi ha affatto deluso: propone idee (per me) nuove in modo assolutamente convincente. Avrei preferito che alcune posizioni fossero trattate più estesamente (ad esempio, il discorso sui "qualia"): lo stile di Damasio tende all'astrazione, e gli esempi concreti, spesso tratti da casi clinici, non raggiungono neanche lontanamente il potere evocativo, che ne so, delle opere di Sacks. Un libro di divulgazione alta, dunque, indirizzato al profano che nutra un grande interesse per le neuroscienze, piuttosto che al semplice curioso.
Nota: l'onestà intellettuale di Damasio è ammirevole. Non esce mai dall'ambito puramente scientifico che si è scelto. I termini usati sono "mente", "coscienza" e "sé"; neanche una volta si parla di "anima". I rapidissimi accenni sulla religione, tuttavia, lasciano intuire quanto tagliente diventi il rasoio di Occam quando lo si affila sulla mola dell'indagine razionale. Il termine "anima" non esula semplicemente dal discorso sul rapporto mente/cervello; è *reso superfluo* da tale discorso. Questo almeno è quello che io ho letto fra le righe. Sinceramente, a caldo, non so che cosa pensarne.
Dove si ferma il mare
Non è tra i libri che consiglierei a qualcuno che non ha mai letto poesia e vuole cominciare. Yang Lian, per sua stessa ammissione, è molto complesso. Di solito sono diffidente nei confronti dei versi oscuri: ho paura, banalmente, che l'oscurità sia soltanto una scusa. Ma in questo caso sono obbliga ... (continue)
Non è tra i libri che consiglierei a qualcuno che non ha mai letto poesia e vuole cominciare. Yang Lian, per sua stessa ammissione, è molto complesso. Di solito sono diffidente nei confronti dei versi oscuri: ho paura, banalmente, che l'oscurità sia soltanto una scusa. Ma in questo caso sono obbligato a rivedere la mia posizione: Yang Lian è un poeta vero. Un poeta importante, addirittura. La scarsa intelligibilità non è un bluff, ma è piuttosto un tentativo (riuscito in parte, a mio parere) di portare la poesia sul piano della musica, o della pittura astratta.
I momenti più gratificanti della lettura sono stati quelli in cui ho lasciato andare ogni desiderio di cogliere il messaggio e mi sono semplicemente adagiato sulle immagini. L'universo di Yang Lian è vasto, doloroso, ripetitivo come un sogno provocato dalla febbre, ma merita di essere esplorato. La migliore similitudine che posso trovare per questi versi è proprio quella del sogno, o del dormiveglia: sembra la trascrizione dei pensieri che ci visitano prima di addormentarci, e che ci vengono sottratti per sempre al momento di svegliarci. Un regno indipendente dalla realtà, per cui valgono necessariamente altri metri di giudizio.
Arcobaleni
Questo romanzo è deliziosamente dimenticabile. Anche per questo è un romanzo perfetto. Non c'è una scena, una frase, una singola parola che non sia accuratamente soppesata per amalgamarsi nell'insieme. E per quanto sofisticato, lo stile è sempre piano, quasi ingenuo. La storia è costruita su una com ... (continue)
Questo romanzo è deliziosamente dimenticabile. Anche per questo è un romanzo perfetto. Non c'è una scena, una frase, una singola parola che non sia accuratamente soppesata per amalgamarsi nell'insieme. E per quanto sofisticato, lo stile è sempre piano, quasi ingenuo. La storia è costruita su una complicata rete di sentimenti umani, ma è del tutto priva di sentimentalismo. L'uomo è un semplice anello in una catena di corrispondenze che non è in grado di decifrare fino in fondo (l'arcobaleno che congiunge lago e montagna, il ponticello in pietra fra le due sponde di un torrente, l'amore fra un uomo e una donna sospeso tra il regno dei vivi e il regno dei morti). Il lettore si identifica con i tormenti dei personaggi, ma al tempo stesso se ne distacca, comprendendo quanto questi tormenti siano minuscoli e transitori nel grande ciclo del cosmo. ("Inezie ci consolano perché inezie ci affliggono".) Il genio di Kawabata sta nella capacità di coniugare gli opposti e di creare un'opera magistrale e al tempo stesso, appunto, dimenticabile. Arcobaleni è un ottimo punto di partenza per chi non abbia mai letto nulla di Kawabata, e un ottimo punto di arrivo per chi ne abbia già letto tutto, o quasi (come me).
Salvare una vita si può
Un miliardo di persone che vivono sotto la soglia di estrema povertà vorrebbero che leggeste questo libro. È un pugno sullo stomaco e vi farà sentire in colpa, ma alla fine vi spiegherà cosa fare per risolvere il problema. Perché una soluzione esiste ed è alla portata di tutti. Leggetelo!