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Non mi basteranno due occhi per piangere
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intervista ad Angelica Paolorossi di Roberto Lisipubblicata sulla rivista settimanale "La Torre dei Castelli" - n. 137 del 29.10.2010
Quest’anno ha pubblicato il suo primo libro. Angelica concede un’intervista:
Quando ha iniziato a scrivere?
Scrivo praticamente da quando ho capito com’è che funzionava l’alfabeto e cos’è che ... (continue)
pubblicata sulla rivista settimanale "La Torre dei Castelli" - n. 137 del 29.10.2010
Quest’anno ha pubblicato il suo primo libro. Angelica concede un’intervista:
Quando ha iniziato a scrivere?
Scrivo praticamente da quando ho capito com’è che funzionava l’alfabeto e cos’è che poteva venirne fuori, accostando le lettere prima, e le parole poi. E’ stato da subito, e lo è ancora, il mio modo preferito di esprimermi e comunicare, con me stessa e con gli altri. Col tempo mi è diventato un bisogno, come andare al bagno, ed ora semplicemente mi scappa, mi scappa di scrivere.
Perché racconta una storia legata al fenomeno della prostituzione?
Ho risposto a una richiesta interiore che è nata in me dall’incontro con la donna a cui mi sono ispirata per scrivere questo romanzo. Ho sentito l’esigenza di immedesimarmi per partecipare al suo dolore, come se comprenderlo potesse in qualche modo alleviarlo. Ora è chiaro che nella realtà nessuno può alleviare la sofferenza di qualcun altro, ma la letteratura può avere un valore salvifico, può trasformare il dolore in bellezza e rendere all’essere umano la dignità che gli spetta. C’è un incontenibile proliferare di libri superficiali e ammiccanti su determinati vissuti corporei che a mio avviso non fanno che svilire chi si trova a subire realtà ben differenti. Io ho cercato di riequilibrare la situazione, capovolgendo da subito il punto di vista più ovvio: non descrivo il corpo della prostituta ma la personalità della donna. Venderò molto meno ma preferisco esercitare l’occhio attento della comprensione che non solleticare quello pigro del pregiudizio.
Come mai scrive con uno stile tanto insolito, privo di virgole?
Non ho niente contro le virgole, in genere le uso, ma in questo libro ho deciso di dare alla narrazione un ritmo incalzante, con un periodare secco e deciso. Ho cercato di rendere a livello visivo il flusso del pensiero paranoico, con la ripetizione ossessiva dei versi iniziali di ogni capitolo, ed enfatizzare il senso della confusione, togliendo il virgolettato ai discorsi. Era mio intento trascinare il lettore all’interno del delirio e farlo partecipare direttamente alla fragilità del personaggio e questo mi è parso il modo più efficace.
Come mai non ha dato alla storia una ambientazione precisa?
Può sembrare decontestualizzato e invece è volutamente privo di una collocazione spazio temporale precisa, perché il luogo e il tempo della storia sono quelli della mente, scanditi dal delirio. I pochi luoghi descritti sono chiusi, claustrofobici, a sottolineare l’isolamento e la distanza che si raggiunge da tutto e tutti quando il dolore è troppo grande.
Darebbe consigli a scrittori esordienti?
“Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che le gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio” cantava De Andrè. Fortunatamente io posso ancora dare il cattivo esempio, quindi mi guardo bene dal dare buoni consigli.
Cosa sta scrivendo in questo periodo?
Scrivo delle lettere a un uomo che probabilmente non le legge neanche per intero. “Tutte le lettere d’amore sono ridicole” scriveva Pessoa, “non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole”.
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