Ancora una volta, leggere Palahniuk diventa quasi una necessità. Ognuno di noi sa già come stanno le cose, come "gira il mondo", eppure cova la necessità che qualcuno, magari più ricco e più famoso o semplicemente più bravo con le paole, glielo ripeta, con lentezza e cattiveria. Così che la rabbia e
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Ancora una volta, leggere Palahniuk diventa quasi una necessità. Ognuno di noi sa già come stanno le cose, come "gira il mondo", eppure cova la necessità che qualcuno, magari più ricco e più famoso o semplicemente più bravo con le paole, glielo ripeta, con lentezza e cattiveria. Così che la rabbia esploda e, pagina dopo pagina, si plachi e ogni lettore torni il tranquilli vicino di casa sempre affabile e cordiale. Qui entra in gioco Palahniuk. Crudo, grottesco, freddo: fin dal suo esordio si è presentato al pubblico come uno scrittore cinico, pieno di tanta collera tanto da trasmetterla - a fin di bene - ai suoi lettori. Non uno stereopatissimo scrittore maledetto o genio incompreso, bensì un uomo qualunque beffardo e spietato e, soprattutto, pronto a condannare. Con il suo stile asciutto, veloce e quasi claustrofobico, in "Survivor" troviamo un Palahniuk che si divete a sbeffeggiare una società edonista, dipendente da tutto ciò che è futiole e capace di inglobare il singolo individuo fino ad annullarlo. "Una critica ad una società disgregante e alienante", come campeggia in copertina accanto al suo nome. Già, ma questo romanzo è molto di più. E' una finestra spalancata all'improvviso sul mercato in cui, quotidianamente, la religione viene svenduta, i valori derisi, l'individuo indottrinato e reso schiavo. Non ci sono perbenismi ed ipocrisie, solo un irrefrenabile e incontrollabile count down verso la fine, la dissoluzione. Persino le pagine ed i capitoli sono numerati in un progressivo conto alla rovescia, scandito dalla narrazione di Tender Branson, sfuggito al suicidio collettivo dei membri della setta religiosa di cui è l'unico sopravvissuto e poi coinvolto in un'enorme e paradossale operazione mediatica che lo renderà un pupazzo, una marionetta. Dalla padella alla brace. Come in ogni libro dell'ex-meccanico di Portland. Sfuggire alla follia per finire tra le grinfie della morte. O viceversa. Il personaggio di Tender Branson è talmente irreale da rappresentare perfettamente ciascuno di noi. Prodotti umani, addestrati, inevitabilmente coinvolti in un sistema più forte ed imnpossibile da eludere. E quando sembra di esserci riusciti, di aver creato una falla e imposto se stessi, ci si accorge che persino la propria ribellione era già stata programmata ed influenzata da chi governa il gioco. Leggere "Survivor" è un'iniezione di rabbia e cattiveria. E' una giostra a tutta velocità che si ferma solo ogni tanto affinchè il lettore possa assimilare i piccoli consigli di economia domestica e farne tesoro. Finito il libro, lasciato Tender ai suoi quattro motori d'aereo in avaria, resta un senso di vuoto e il leggero ma incessante timore di voltarsi e trovare Palahniuk al proprio fianco, pronto già a raccontare un'altra storia, a far ripartire la giostra. E resta la consapevolezza che sì, "il mondo intero è un disastro che aspetta di accadere", ma forse non tutto va a rotoli se basta trattare con acqua salata prima di un lavaggio a freddo per eliminare una macchia di sperma.
L'ho lasciato per un'intera settimana sul comodino del mio ragazzo in attesa di gustarlo in un momento di pace e tranquillità ma, complice un periodo di totale caos e distrazioni da parte dei suoi "colleghi" Sciascia ed Hemingway, il caro Hawthorne ha dovuto pazientare fino ad un paio di giorni fa.
... (continue)
L'ho lasciato per un'intera settimana sul comodino del mio ragazzo in attesa di gustarlo in un momento di pace e tranquillità ma, complice un periodo di totale caos e distrazioni da parte dei suoi "colleghi" Sciascia ed Hemingway, il caro Hawthorne ha dovuto pazientare fino ad un paio di giorni fa.
Non che nel frattempo non avessi cercato un approccio con lui. In comode "rate" avevo superato la lunghissima introduzione, trovandola un pò inutile e prolissa. Ma su, mi sono detta, sarà solo una "piccola" cornice ad una storia con le pal...decisamente ben scritta.
Ecco, chiariamo questo punto. Io mi aspettavo una storia piena di intrighi, passioni, tradimenti, dolore: pagine piene zeppe di avvenimenti struggenti vissuti da una specie di Giovanna D'Arco tra i puritani. Ed invece Hawthorne, quasi per punirmi dell'attesa a cui l'ho costretto, mi ha proposto un paio di centinaia di pagine di noia.
Uno stile ampolloso e ripetitivo, dialoghi talmente ridondanti da non permettere al lettore di provare simpatia ed affinità per i personaggi. La trama, che offriva ottimi spunti, è praticamente sprecata ed affidata ad una narrazione lenta e frustrante. I colpi di scena annunciati vengono svelati ad un terzo circa dell'intero romanzo e persino il lettore meno attento può intuire la verità a neanche metà del libro. Lei, l'eroina di turno, si presenta come una donna forte e capace di affrontare tutto e tutti ma con lo scorrere delle pagine si trasforma in un personaggio sciatto e banale. Suo marito è il potenziale cattivone della faccenda, che accumula perfidia per tutto il corso della storia, lasciando che il lettore pregusti l'esplosione di tanta malignità, ma si limita a far spallucce nel momento decisivo, nascondendosi dietro una presunta vendetta "psicologica". L'amante non meriterebbe neanche nota. Anonimo, perennemente permeato da un'aura di vittimismo e malinconia. L'unico personaggio degno di considerazione è la piccoletta, Pearl, ottima rappresentazione del male e del peccato. Tutti gli altri, questi puritani che Hawthorne tenta coraggiosamente di denunciare attraverso il suo romanzo, sono steoreotipati ed odiosi e lo stesso autore spesso e volentieri si pone al loro stesso livello di bigottismo.
Il finale è talmente strappalacrime, melenso, eccessivamente drammatico ed esagerato che più che commuovermi mi è scappato uno sbadiglio.
Insomma, appena l'ho finito ho tirato un sospiro di sollievo. E non per il lieto fine, bensì per la prova di coraggio a cui mi sono sottoposta leggendolo. Sarà un classico, un capolavoro, un romanzone, ma a me decisamente non è piaciuto e non ne comprendo il successo. Se Hawthorne ha passato la propria vita flagellato dai sensi di colpa per essere il nipote di uno dei fautori del rogo di Salem, penso avrebbe dovuto piuttosto pentirsi per aver sfornato qualcosa di così scialbo.
Due stelline, ma solo perchè l'idea di fondo, il personaggio della piccola Pearl e qualche descrizione salvano tutto il resto dal naufragio.
Appena finito il libro, l'ho chiuso cercando di cancellare l'immagine di Concetta ormai sconfitta, ma invano. Avevo paura di girarmi, ero più che convinta che l'avrei trovata lì, alle mie spalle, seduta sul letto a contare ogni singola manciata di terra gettata sulla verità ed ogni minuto granello
... (continue)
Appena finito il libro, l'ho chiuso cercando di cancellare l'immagine di Concetta ormai sconfitta, ma invano. Avevo paura di girarmi, ero più che convinta che l'avrei trovata lì, alle mie spalle, seduta sul letto a contare ogni singola manciata di terra gettata sulla verità ed ogni minuto granello di sabbia che mancava alla fine della clessidra della sua vita. Se fosse accaduto davvero, non avrei saputo consolarla. Molto probabilmente nessuno avrebbe potuto farlo. Neanche Tancredi, questo involontario simbolo di una nuova generazione garibaldina carismatica e fortunata e sfacciata, dopotutto ci sarebbe riuscito, nonostante fosse stato un tempo in grado di stare accanto a chi, come Concetta, ormai non faceva altro che contare i minuti e "corteggiare la morte": suo padre, il Principe di Salina. Ed è proprio lui, insieme alla sua tanto sventurata figlia, uno dei personaggi più importanti e profondi della letteratura, secondo me. E' un naufrago, come lui stesso si definisce, una marionetta che continua a recitare dolorosamente e inevitabilmente su un palcoscenico che non gli appartiene più, che sente diventare di qualcun altro talmente sadico che gli concede di scendervi solo dopo una lunga agonia. La genialità e l'affetto di suo nipote, l'amore, le donne, la fedeltà di sua moglie, la ricchezza, il prestigio, l'orgoglio, la fierezza delle proprie figlie capaci di portare alto lo stemma del casato: al Gattopardo non resta che ritrarre gli artigli e guardare tutto ciò come ad un lontano ricordo, senza poter più neanche piangere. La stessa Concetta, al culmine della propria sconfitta, non riesce più a sentire niente. Davanti ad un declino così lento e doloroso, oltre che inevitabile, non resta che abbandonarsi a quell'avvenente donna, pudica ma sensuale, che è la morte.
Cavie
"Il mondo non è altro che questo? Persone che si sbranano a vicenda? Gente che attacca e distrugge gente?"
Survivor
Ancora una volta, leggere Palahniuk diventa quasi una necessità.continue)
Ognuno di noi sa già come stanno le cose, come "gira il mondo", eppure cova la necessità che qualcuno, magari più ricco e più famoso o semplicemente più bravo con le paole, glielo ripeta, con lentezza e cattiveria. Così che la rabbia e ... (
Ancora una volta, leggere Palahniuk diventa quasi una necessità.
Ognuno di noi sa già come stanno le cose, come "gira il mondo", eppure cova la necessità che qualcuno, magari più ricco e più famoso o semplicemente più bravo con le paole, glielo ripeta, con lentezza e cattiveria. Così che la rabbia esploda e, pagina dopo pagina, si plachi e ogni lettore torni il tranquilli vicino di casa sempre affabile e cordiale.
Qui entra in gioco Palahniuk.
Crudo, grottesco, freddo: fin dal suo esordio si è presentato al pubblico come uno scrittore cinico, pieno di tanta collera tanto da trasmetterla - a fin di bene - ai suoi lettori. Non uno stereopatissimo scrittore maledetto o genio incompreso, bensì un uomo qualunque beffardo e spietato e, soprattutto, pronto a condannare.
Con il suo stile asciutto, veloce e quasi claustrofobico, in "Survivor" troviamo un Palahniuk che si divete a sbeffeggiare una società edonista, dipendente da tutto ciò che è futiole e capace di inglobare il singolo individuo fino ad annullarlo. "Una critica ad una società disgregante e alienante", come campeggia in copertina accanto al suo nome. Già, ma questo romanzo è molto di più.
E' una finestra spalancata all'improvviso sul mercato in cui, quotidianamente, la religione viene svenduta, i valori derisi, l'individuo indottrinato e reso schiavo.
Non ci sono perbenismi ed ipocrisie, solo un irrefrenabile e incontrollabile count down verso la fine, la dissoluzione. Persino le pagine ed i capitoli sono numerati in un progressivo conto alla rovescia, scandito dalla narrazione di Tender Branson, sfuggito al suicidio collettivo dei membri della setta religiosa di cui è l'unico sopravvissuto e poi coinvolto in un'enorme e paradossale operazione mediatica che lo renderà un pupazzo, una marionetta.
Dalla padella alla brace. Come in ogni libro dell'ex-meccanico di Portland. Sfuggire alla follia per finire tra le grinfie della morte. O viceversa.
Il personaggio di Tender Branson è talmente irreale da rappresentare perfettamente ciascuno di noi. Prodotti umani, addestrati, inevitabilmente coinvolti in un sistema più forte ed imnpossibile da eludere. E quando sembra di esserci riusciti, di aver creato una falla e imposto se stessi, ci si accorge che persino la propria ribellione era già stata programmata ed influenzata da chi governa il gioco.
Leggere "Survivor" è un'iniezione di rabbia e cattiveria. E' una giostra a tutta velocità che si ferma solo ogni tanto affinchè il lettore possa assimilare i piccoli consigli di economia domestica e farne tesoro.
Finito il libro, lasciato Tender ai suoi quattro motori d'aereo in avaria, resta un senso di vuoto e il leggero ma incessante timore di voltarsi e trovare Palahniuk al proprio fianco, pronto già a raccontare un'altra storia, a far ripartire la giostra.
E resta la consapevolezza che sì, "il mondo intero è un disastro che aspetta di accadere", ma forse non tutto va a rotoli se basta trattare con acqua salata prima di un lavaggio a freddo per eliminare una macchia di sperma.
La lettera scarlatta
L'ho lasciato per un'intera settimana sul comodino del mio ragazzo in attesa di gustarlo in un momento di pace e tranquillità ma, complice un periodo di totale caos e distrazioni da parte dei suoi "colleghi" Sciascia ed Hemingway, il caro Hawthorne ha dovuto pazientare fino ad un paio di giorni fa. ... (continue)
L'ho lasciato per un'intera settimana sul comodino del mio ragazzo in attesa di gustarlo in un momento di pace e tranquillità ma, complice un periodo di totale caos e distrazioni da parte dei suoi "colleghi" Sciascia ed Hemingway, il caro Hawthorne ha dovuto pazientare fino ad un paio di giorni fa.
Non che nel frattempo non avessi cercato un approccio con lui. In comode "rate" avevo superato la lunghissima introduzione, trovandola un pò inutile e prolissa.
Ma su, mi sono detta, sarà solo una "piccola" cornice ad una storia con le pal...decisamente ben scritta.
Ecco, chiariamo questo punto. Io mi aspettavo una storia piena di intrighi, passioni, tradimenti, dolore: pagine piene zeppe di avvenimenti struggenti vissuti da una specie di Giovanna D'Arco tra i puritani.
Ed invece Hawthorne, quasi per punirmi dell'attesa a cui l'ho costretto, mi ha proposto un paio di centinaia di pagine di noia.
Uno stile ampolloso e ripetitivo, dialoghi talmente ridondanti da non permettere al lettore di provare simpatia ed affinità per i personaggi. La trama, che offriva ottimi spunti, è praticamente sprecata ed affidata ad una narrazione lenta e frustrante.
I colpi di scena annunciati vengono svelati ad un terzo circa dell'intero romanzo e persino il lettore meno attento può intuire la verità a neanche metà del libro.
Lei, l'eroina di turno, si presenta come una donna forte e capace di affrontare tutto e tutti ma con lo scorrere delle pagine si trasforma in un personaggio sciatto e banale.
Suo marito è il potenziale cattivone della faccenda, che accumula perfidia per tutto il corso della storia, lasciando che il lettore pregusti l'esplosione di tanta malignità, ma si limita a far spallucce nel momento decisivo, nascondendosi dietro una presunta vendetta "psicologica".
L'amante non meriterebbe neanche nota. Anonimo, perennemente permeato da un'aura di vittimismo e malinconia.
L'unico personaggio degno di considerazione è la piccoletta, Pearl, ottima rappresentazione del male e del peccato.
Tutti gli altri, questi puritani che Hawthorne tenta coraggiosamente di denunciare attraverso il suo romanzo, sono steoreotipati ed odiosi e lo stesso autore spesso e volentieri si pone al loro stesso livello di bigottismo.
Il finale è talmente strappalacrime, melenso, eccessivamente drammatico ed esagerato che più che commuovermi mi è scappato uno sbadiglio.
Insomma, appena l'ho finito ho tirato un sospiro di sollievo. E non per il lieto fine, bensì per la prova di coraggio a cui mi sono sottoposta leggendolo. Sarà un classico, un capolavoro, un romanzone, ma a me decisamente non è piaciuto e non ne comprendo il successo.
Se Hawthorne ha passato la propria vita flagellato dai sensi di colpa per essere il nipote di uno dei fautori del rogo di Salem, penso avrebbe dovuto piuttosto pentirsi per aver sfornato qualcosa di così scialbo.
Due stelline, ma solo perchè l'idea di fondo, il personaggio della piccola Pearl e qualche descrizione salvano tutto il resto dal naufragio.
Il Gattopardo
Appena finito il libro, l'ho chiuso cercando di cancellare l'immagine di Concetta ormai sconfitta, ma invano.continue)
Avevo paura di girarmi, ero più che convinta che l'avrei trovata lì, alle mie spalle, seduta sul letto a contare ogni singola manciata di terra gettata sulla verità ed ogni minuto granello ... (
Appena finito il libro, l'ho chiuso cercando di cancellare l'immagine di Concetta ormai sconfitta, ma invano.
Avevo paura di girarmi, ero più che convinta che l'avrei trovata lì, alle mie spalle, seduta sul letto a contare ogni singola manciata di terra gettata sulla verità ed ogni minuto granello di sabbia che mancava alla fine della clessidra della sua vita. Se fosse accaduto davvero, non avrei saputo consolarla.
Molto probabilmente nessuno avrebbe potuto farlo.
Neanche Tancredi, questo involontario simbolo di una nuova generazione garibaldina carismatica e fortunata e sfacciata, dopotutto ci sarebbe riuscito, nonostante fosse stato un tempo in grado di stare accanto a chi, come Concetta, ormai non faceva altro che contare i minuti e "corteggiare la morte": suo padre, il Principe di Salina.
Ed è proprio lui, insieme alla sua tanto sventurata figlia, uno dei personaggi più importanti e profondi della letteratura, secondo me.
E' un naufrago, come lui stesso si definisce, una marionetta che continua a recitare dolorosamente e inevitabilmente su un palcoscenico che non gli appartiene più, che sente diventare di qualcun altro talmente sadico che gli concede di scendervi solo dopo una lunga agonia.
La genialità e l'affetto di suo nipote, l'amore, le donne, la fedeltà di sua moglie, la ricchezza, il prestigio, l'orgoglio, la fierezza delle proprie figlie capaci di portare alto lo stemma del casato: al Gattopardo non resta che ritrarre gli artigli e guardare tutto ciò come ad un lontano ricordo, senza poter più neanche piangere.
La stessa Concetta, al culmine della propria sconfitta, non riesce più a sentire niente.
Davanti ad un declino così lento e doloroso, oltre che inevitabile, non resta che abbandonarsi a quell'avvenente donna, pudica ma sensuale, che è la morte.
Capolavoro.
Cujo
"Era tutta una bugia. Il mondo era pieno di mostri e non c'era niente che potesse impedirgli di mordere gli innocenti e gli incauti. "