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Il giocatore
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È la dura legge della roulette: nulla va come ti aspetti, nulla va come vorresti. Una legge che un generale, la sua fidanzata, un conte francese e il resto del seguito apprenderanno bene. Attendono tutti con ansia un telegramma che annunci la dipartita della nonna del generale; una morte che risolve ... (continue)
È la dura legge della roulette: nulla va come ti aspetti, nulla va come vorresti. Una legge che un generale, la sua fidanzata, un conte francese e il resto del seguito apprenderanno bene. Attendono tutti con ansia un telegramma che annunci la dipartita della nonna del generale; una morte che risolverebbe non pochi problemi, data la ricca eredità che verrebbe trasmessa. Eppure, un bel giorno, al posto della "bella" notizia giunge, sana come un pesce, trionfante più d'un generale romano vittorioso,«la terribile, ricchissima settantacinquenne Antonida Vassìlevna Tarassevìčeva [...], quella vecchia sempre sul punto di morire ma che non moriva mai [...]», giunta a Roulettenburg (città immaginaria nella quale si svolge la vicenda) per intraprendere una specie di cura con le acque. Intanto però, per curiosità, decide di visitare tutto quanto è possibile visitare in quella città con l'outchitel Alekséj Ivànovič. Il luogo più vicino all'albergo nel quale alloggiano è, guarda caso, il Casinò. La nonna è affascinata, incuriosita fino all'eccesso dalla roulette e da tutto l'intricato meccanismo che c'è dietro ogni singola puntata. Così tanto che, alla fine, giocherà anche lei. Ci si approccia al gioco a causa della più semplice, banale curiosità e infantile entusiasmo. Ma, come disse il buon Nietzsche: «E se guarderai a lungo nell'abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te.» La nonna viene posseduta dal demone del gioco, e come tanto presto vince, tanto presto perderà tutto, perché solo perdendo tutto riesce a trovare la "pace". Tuttavia non perde solo i soldi; perde anche le sue iniziali intenzioni: si dimentica delle sue cure con le acque, unico motivo perché si trovava lì. Quando c'è il gioco, non c'è posto per nient'altro, neanche per l'amore. Il giovane Alekséj, perdutamente innamorato della figliastra del generale, Polina, farà di tutto pur di vedere contraccambiato il suo amore, anche riavere a che fare attivamente con il gioco. Gioca per amore, e per il gioco l'amore lo perderà, semplicemente perché dimenticherà, rinuncerà a tutto. Ma un barlume di speranza sotto le macerie della morte morale il giocatore lo trova sempre. Come dirà egli stesso, «Il fatto è che basta un giro di ruota per cambiar tutto [...]. Domani posso risuscitare dai morti e ricominciare a vivere! Posso ritrovare in me l'uomo, fino a che non è ancora perduto!.» Perché domani, domani tutto finirà. Ma per il giocatore è impossibile sperare in un cambiamento. Lui sarà l'unica pallina ancora roteante sulla roulette, mentre tutti gli altri occuperanno il posto nella casella alla quale erano destinati.
Dostoevskij ricorre all'escamotage letterario del memoriale con cui dà voce al protagonista-scrittore che racconta la storia della sua decadenza, paradigma di una condizione universale oltre che autobiografica, perché il demone del gioco non guarda in faccia nessuno, non tiene conto dello status sociale delle sue vittime, tranne, forse, della nazionalità, tema sul quale Dostoevskij si soffermerà in più punti per delineare con disprezzo, e forse anche con una piccola punta d'invidia e auto-giustificazione i vari archetipi del popolo francese, tedesco, inglese, polacco e così via. Tra tutti questi, solo il russo all'estero è il più sensibile al richiamo infernale del gioco. Che Fëdor ci abbia inserito una sua piccola apologia? Ai posteri l'ardua sentenza.
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