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...dovrebbero leggerlo al tg questo libro! -
Come sempre quando si parla di malattia mentale vige l’oscurantismo. Non mi sorprende che questo libro, peraltro ben scritto e di piacevole lettura, non abbia ancora nessuna critica o elogio su Anobii. Mi piace pensare che sia soltanto perché pubblicato di recente.Eppure è nota cosa che quand ... (continue)
- — Aug 2, 2011 | Add your feedback
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Venuto al mondo
Questo è uno di quei libri che ti prende, ti mette dentro un frullatore a tutta potenza e poi ti sputa fuori e ti lascia sbigottito, a chiederti quale tornado ti abbia travolto dopo aver letto ininterrottamente per 3 giorni.
Ti chiedi se non ci sia mai stato anche tu dentro i confini della morte di ... (continue)
Questo è uno di quei libri che ti prende, ti mette dentro un frullatore a tutta potenza e poi ti sputa fuori e ti lascia sbigottito, a chiederti quale tornado ti abbia travolto dopo aver letto ininterrottamente per 3 giorni.
Ti chiedi se non ci sia mai stato anche tu dentro i confini della morte di Sarajevo a fare da bersaglio, se per caso non le hai incrociate anche tu almeno una volta le gambe magre di Diego o se non hai mai visto un tizio seduto su una sediolina di plastica verde a far la mossa di fumare in stazione Termini a Roma
I personaggi muoiono, eppure nascono come persone reali dalle pagine, sembra di percepire lo sgradevole odore di Gojko, alcool e sigarette, di toccare i polpacci muscolosi e tozzi di Sabina, di provare sulla pelle il dolore e l’orgoglio di un popolo che alza la testa e guarda la morte dritta in faccia. Sembra di vederle appese sui muri della nostra casa le foto di Diego, quelle pozzanghere melmose che rispecchiano il marcio della vita, o le foto che ritraggono i piedi della gente, piedi che corrono, si muovono, piedi di un’umanità che procede, si riproduce e pesta il marcio delle pozzanghere con la più innocente indifferenza. E I rumori delle granate, degli obici, dei proiettili, il bruciore della neve gelida sulla pelle quando si ha soltanto quella per lavarsi e gli odori arrivano taglienti come coltellate, quello del sangue soprattutto.
Io non sapevo nulla di questa guerra, mi ricordavo soltanto di un paese che quando ero piccola si chiamava Jugoslavia, da li’ veniva la mamma di una mia amica che aveva sposato un Italiano ed era una delle donne più belle che avessi mai visto.
Ora questo libro mi racconta che dal '92 al '95 lì, nella terra da cui viene questa bellissima donna, c'è stata una guerra. Proprio dall'altra parte del mare, del mio mare, sono stati massacrati uomini, donne, vecchi, bambini. Tutto questo non accadeva prima che io nascessi: avevo ben 15 anni quando è cominciata e 18 quando è finita.
Eppure nessuno ci faceva caso, a scuola non se ne parlava, perché non era su libri, perché non era la ‘nostra’ guerra, non c’erano foto in bianco e nero da guardare per rammaricarsi, tutto succedeva nelle immagini veloci del tg fra il piatto di pasta e il secondo e i compiti da fare, le lezioni di pianoforte e la voglia di uscire dagli impegni a bere la vita.
Io andavo a scuola, mangiavo, studiavo, dormivo, mi innamoravo, scoprivo cosa significa diventare una donna mentre a ragazze della mia stessa età, coetanee o ancora più piccole, veniva tolta gratuitamente la possibilità di scoprire questo miracolo. Per molte di loro diventare una donna ha significato perdere la propria identità, umanità, dignità. Sono state obbligate a disprezzare il miracolo della vita che è nata dentro di loro, molte non sono riuscite nemmeno a guardare in faccia i propri neonati, molte hanno ucciso il loro stesso sangue perché frutto della carneficina di cui sono state vittime.
E il viso di ognuna di queste donne, i loro nomi, le loro storie, tutto è stato catalogato come lo scandaloso ‘Progetto di pulizia Etnica’ anche se dentro queste parole non compare l’orrore dei loro visi, l’espressione dei loro occhi, i loro sorrisi, gli odori, i nomi di 20000 donne e bambine.
Si rabbrividisce pensando al Nazismo, ai Lager, al razzismo, alle ghettizzazione, e questa gente?
Perché non abbiamo provato lo stesso orrore per queste persone che sono a colori e non in bianco e nero, per questa gente stuprata nel corpo e nell’anima?
Eppure il ritornello è sempre lo stesso, lo stesso modo di agire, la stessa bestialità che, non si sa per quale meccanismo complesso della mente umana, esplode e non lascia spiraglio alla civiltà eppure conquistata con tanta fatica attraverso i secoli. Il gene del male è latente in ogni individuo e seppur sopito, diventa una belva e sbrana tutto non appena si sveglia.
Vorrei poter pensare che i Tedeschi fossero cattivi o che lo fossero gli aguzzini Serbi, ma nessuno lo è e tutti lo siamo, perché l’odio, quell’odio, è dentro la nostra natura animale. Quando si manifesta non esiste più nessun codice etico, non esistono amore, affetto, solo la rabbia ceca dell’istinto.
Nella maggior parte dei casi, quando i germi del genocidio si insinuavano in un contesto socio politico nessuna delle vittime o dei carnefici afferma di aver potuto immaginare agli albori a cosa si sarebbe poi arrivati.
Al male ci si abitua gradualmente, sia chi lo fa, sia chi lo subisce.
E quando si sfiora l’apocalisse la situazione sembra surrealmente normale e ci si dimentica di quando gli uomini erano esseri umani.
Se penso a questo ho paura, ho paura per la mia famiglia, per me, per l’uomo che amo, ho paura che la dignitosa e tranquilla esistenza che ho la fortuna di vivere venga minata da insofferenze intestine, maliziose e profonde, le cui radici maturano silenziose nel sottosuolo della società in giorni, mesi, anni e irrompono tutto ad un tratto con la forza dell’odio più lacerante.
Io vivo a Malta e qui in Estate c’è la singolare usanza di far esplodere petardi e fuochi d’artificio a tutte le ore del giorno e della notte, durante tutti i giorni della settimana.
In questi giorni mi sono chiesta come sarebbe la mia vita se ognuno di quei botti significasse una persona ferita, un palazzo in fiamme, la morte di un bambino, del mio bambino.
Perché mai non potrebbe essere il mio un giorno il bambino blu dell’obitorio, colpito da una pallottola alla tempia e lasciato a gelare nella neve?
Nel ’39 è successo agli ebrei, nel ’92 ai Bosniaci, nel ‘15 agli Armeni potrebbe succedere anche a noi che ora siamo al caldo e con la pancia piena nelle nostre case, di venire mitragliati, bombardati, stuprati e di avere a 300 km altri esseri umani esattamente come noi che sono seduti sul divano annoiati a guardarci morire.
Diciamo sempre di non dimenticare, ma i fatti dimostrano che dimentichiamo eccome.
A tal proposito riporto le parole indelebili e universali di uno degli uomini che più da vicino ha assistito a alla più grande vergogna umana di tutti i tempi:
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi
Primo Levi,
“Se questo è un uomo”
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