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Cover of Their Eyes Were Watching God
  • Short review for a huge novel

    I really appreciated the fact this is neither a black or a female coming-of-age novel, but a universal Bildungsroman. Hurston's mastery in the use of symbols and language(s) makes this work a masterpiece.

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    ― Posted on Aug 19, 2008 | Add your feedback

Cover of Heart of Darkness
Cover of The Weather Makers
Cover of Freakonomics
Cover of A Brief History of Time
Cover of Genes, Peoples, and Languages
Cover of America and Americans and Selected Nonfiction
  • L'America ma, soprattutto, gli americani.

    Steinbeck va letto per quello che dice, non per come lo dice. Con questa premessa, questa raccolta di saggi e articoli è interessante per la capacità dell'autore di raccontarci l'America non attraverso la Storia, ma le "storie" delle persone, piccoli eroi ordinari di un mito sorto dal sangue, dalla disperazione, ma soprattutto della fiducia e dalla forza creativa. ... (continue)

    Steinbeck va letto per quello che dice, non per come lo dice. Con questa premessa, questa raccolta di saggi e articoli è interessante per la capacità dell'autore di raccontarci l'America non attraverso la Storia, ma le "storie" delle persone, piccoli eroi ordinari di un mito sorto dal sangue, dalla disperazione, ma soprattutto della fiducia e dalla forza creativa.

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    ― Posted on Jan 21, 2008 | Add your feedback

Cover of The Frameworks of English
  • I can't see how this volume can be positioned. It should deal with basic linguistics, yet it is far too basic for that. It is likely to have been written for non specialists who may be curious about the "frameworks" of English.

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    ― Posted on Oct 7, 2007 | Add your feedback

Cover of Harry Potter and the deathly hallows
Cover of Everyman
  • 2 of 3 people find this helpful

    Vita e morte di un corpo maschile

    «Oh deth thou comest when I had ye least in mynde», «oh morte, arrivi quando meno ti avevo in mente», con queste parole l’Everyman delle opere morali inglesi del Quattrocento si rivolge alla morte che lo coglie alla sprovvista. L’insegnamento di questa commedia è tragico quanto vero: la vita non è che una lunga preparazione alla morte. La morte, personaggio nell’Everyman medievale, è la protagonista dell’ultimo romanzo di Philip Roth. La copertina nera, di un’eleganza che crea il suo fascino proprio nella carica di ignoto che il colore apporta (un’eccezione per un Supercorallo Einaudi), preannuncia un romanzo crepuscolare, ma che con la sua tensione vitale non può mai risultare deprimente. Un presagio cupo che si realizza nella prima scena: il funerale ebraico del protagonista senza nome, in cui sfilano tutti i personaggi che hanno fatto parte della sua vita e che si ritroveranno nel corso del romanzo breve. Il racconto della vita e, quindi, della preparazione alla morte, di questo uomo è risolto in poco più di cento pagine, una successione di istantanee libere dall’ordine cronologico che, come vecchie fotografie tirate fuori dal cassetto di un parente scomparso, rappresentano alcuni momenti rappresentativi della vita del protagonista.
    In pochi scatti, Roth delinea la vicenda, normale e tragica, di nascita, crescita, riproduzione e morte che per l’eroe si manifestano come una rassegna di operazioni chirurgiche e spaccati di relazioni affettive: il ritrovamento del cadavere di un soldato sulla spiaggia, l’operazione di ernia a nove anni, l’appendicite che incrina la fiducia nel suo corpo di aitante nuotatore, i tre matrimoni falliti, la competizione col fratello maggiore, la morte dei genitori, l’undici settembre… La sintesi di una storia comune che trasforma l’eroe senza nome in Everyman, tutti noi. E, infine, la vecchiaia: «La vecchiaia è una battaglia, caro, se non per un motivo, per un altro. È una battaglia inesorabile, e proprio quando sei più debole e meno capace di fare appello alla tua combattività», Roth decide di smontare lo stereotipo che vuole l’anziano sereno, saggio e pronto a spegnersi: l’eroe non riesce ad accettare le limitazioni fisiche, la sessualità ridotta, la noia delle giornate trascorse nel lussuoso centro per anziani in Florida. L’inquietudine si trasforma in panico con l’approssimarsi dell’operazione al cuore: il protagonista trova un barlume di conforto in un profondo dialogo premonitore con il becchino del cimitero in cui sono sepolti i suoi genitori, una conversazione che lo porta ad ammettere serenamente che «la vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro».
    In perfetto stile Vincenzo Mantovani è la traduzione italiana, realizzata con enorme maestria ma faticando a sporcarsi le mani con la materia. Se Roth ha fatto dell’espressività della parola calibrata, intensa e cromatica la propria poetica, la versione italiana livella con la pialla del bello stile ogni venatura anomala, dalla parlata del becchino nero alle espressioni più legnose che distinguono i personaggi. In alcuni punti, il traduttore decide persino di insegnare a Roth il mestiere suggerendogli le parole: per esempio, quando alla fine Everyman lascia la vita a cui si era aggrappato con brutalità «freed from being», il traduttore non riesce a trattenere il proprio Io aggiungendo «liberato dal peso di esistere». Allo stesso modo, il testo italiano talvolta segue le interpretazioni e i vezzi stilistici del traduttore che non sa arrendersi alla ruvidezza dell’autore. ... (continue)

    «Oh deth thou comest when I had ye least in mynde», «oh morte, arrivi quando meno ti avevo in mente», con queste parole l’Everyman delle opere morali inglesi del Quattrocento si rivolge alla morte che lo coglie alla sprovvista. L’insegnamento di questa commedia è tragico quanto vero: la vita non è che una lunga preparazione alla morte. La morte, personaggio nell’Everyman medievale, è la protagonista dell’ultimo romanzo di Philip Roth. La copertina nera, di un’eleganza che crea il suo fascino proprio nella carica di ignoto che il colore apporta (un’eccezione per un Supercorallo Einaudi), preannuncia un romanzo crepuscolare, ma che con la sua tensione vitale non può mai risultare deprimente. Un presagio cupo che si realizza nella prima scena: il funerale ebraico del protagonista senza nome, in cui sfilano tutti i personaggi che hanno fatto parte della sua vita e che si ritroveranno nel corso del romanzo breve. Il racconto della vita e, quindi, della preparazione alla morte, di questo uomo è risolto in poco più di cento pagine, una successione di istantanee libere dall’ordine cronologico che, come vecchie fotografie tirate fuori dal cassetto di un parente scomparso, rappresentano alcuni momenti rappresentativi della vita del protagonista.
    In pochi scatti, Roth delinea la vicenda, normale e tragica, di nascita, crescita, riproduzione e morte che per l’eroe si manifestano come una rassegna di operazioni chirurgiche e spaccati di relazioni affettive: il ritrovamento del cadavere di un soldato sulla spiaggia, l’operazione di ernia a nove anni, l’appendicite che incrina la fiducia nel suo corpo di aitante nuotatore, i tre matrimoni falliti, la competizione col fratello maggiore, la morte dei genitori, l’undici settembre… La sintesi di una storia comune che trasforma l’eroe senza nome in Everyman, tutti noi. E, infine, la vecchiaia: «La vecchiaia è una battaglia, caro, se non per un motivo, per un altro. È una battaglia inesorabile, e proprio quando sei più debole e meno capace di fare appello alla tua combattività», Roth decide di smontare lo stereotipo che vuole l’anziano sereno, saggio e pronto a spegnersi: l’eroe non riesce ad accettare le limitazioni fisiche, la sessualità ridotta, la noia delle giornate trascorse nel lussuoso centro per anziani in Florida. L’inquietudine si trasforma in panico con l’approssimarsi dell’operazione al cuore: il protagonista trova un barlume di conforto in un profondo dialogo premonitore con il becchino del cimitero in cui sono sepolti i suoi genitori, una conversazione che lo porta ad ammettere serenamente che «la vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro».
    In perfetto stile Vincenzo Mantovani è la traduzione italiana, realizzata con enorme maestria ma faticando a sporcarsi le mani con la materia. Se Roth ha fatto dell’espressività della parola calibrata, intensa e cromatica la propria poetica, la versione italiana livella con la pialla del bello stile ogni venatura anomala, dalla parlata del becchino nero alle espressioni più legnose che distinguono i personaggi. In alcuni punti, il traduttore decide persino di insegnare a Roth il mestiere suggerendogli le parole: per esempio, quando alla fine Everyman lascia la vita a cui si era aggrappato con brutalità «freed from being», il traduttore non riesce a trattenere il proprio Io aggiungendo «liberato dal peso di esistere». Allo stesso modo, il testo italiano talvolta segue le interpretazioni e i vezzi stilistici del traduttore che non sa arrendersi alla ruvidezza dell’autore.

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    ― Posted on Oct 7, 2007 | Add your feedback

Cover of The Daydreamer
Cover of The Autobiography of Alice B.Toklas

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